Freud e Lorenz ci hanno spiegato come l’aggressività sia una «predisposizione innata e inevitabile». Il problema è che non sappiano gestire il mix di origini biologiche, psicologiche e culturali che a tratti ci infiamma. E la solitudine non aiuta.
BARBARA STEFANELLI
Gli automobilisti italiani temono l’aggressività degli altri automobilisti. Lo ha confessato l’88% degli intervistati ai ricercatori di Ipsos, impegnati ad aggiornare il Barometro della Guida responsabile per la Fondazione Vinci Autoroutes. A quanto pare, temiamo moltissimo le reazioni del vicino di strada. Stupisce però che, secondo la stessa indagine, abbiamo la propensione più alta – tra gli 11 Paesi coinvolti nel test – a scendere dal mezzo per affrontare “il nemico” (il 28% contro il 18 di media) e se serve a inseguirlo (33% contro 30). Siamo anche – questo forse ci sorprende meno – i più inclini a suonare il clacson per manifestare disapprovazione (53% contro 47).
Potrebbe essere una questione di traffico, di metropoli affollate, di ore di punta, di sindaci che falliscono (tutti, secondo i guidatori, di destra o sinistra) i piani per la viabilità. Da qui l’animosità di chi, vessato e inascoltato, vede le sue giornate sbranate al volante e si sente autorizzato a concedersi «qualche scatto liberatorio». Ci sta, come ci siamo abituati a ripetere.
Ci sta? Ci sono altri dati, ne ha scritto Mattia Feltri su La Stampa. Per esempio, la stagione calcistica appena chiusa ha messo a protocollo 653 aggressioni contro gli arbitri (divise in 255 “condotte violente”, cioè botte e sputi; 311 “condotte di altra natura”, fino al contatto fisico non violento; 87 “violenze morali”, qui vengono registrati gli insulti razzisti). E questi sono soltanto gli episodi denunciati, dalle categorie giovanili alla prima serie. Ancora: nell’anno scolastico 2023-2024 ci sono state 68-75 aggressioni al “corpo insegnante” (38 nel 2022-2023). Un’ultima categoria: i medici – ora che tutti possiamo andare su Internet e chiaramente uscirne con una diagnosi nostra – hanno subito un terzo di assalti in più, quasi sempre dai familiari del paziente, a volte dal paziente stesso dopo i primi soccorsi.
Dovremmo forse stupirci meno se il presidente del Paese più potente del mondo, scoprendo che la “sua” tregua è stata violata, impreca ai microfoni. A parte che nella Storia sicuramente altri leader avranno pronunciato parolacce private, c’è qualcosa che ci accomuna. Freud e Lorenz ci hanno spiegato come l’aggressività sia “predisposizione innata e inevitabile”. È legata a meccanismi di sopravvivenza affinati nel corso dell’evoluzione, ma persistenti. Un essere vivente che non tenti di difendersi sta abbandonando tra i rovi il proprio destino e quello della specie.



Il punto è che dovremmo aver imparato a gestire il mix di origini biologiche, psicologiche e culturali che a tratti ci infiamma. E dovremmo, da adulti almeno, avere una strategia per separare in fretta le situazioni di pericolo da quelle dove prende il sopravvento una competizione alterata, disfunzionale, anche ridicola – dove tutti perderanno. Sappiamo che cosa, in questo, non ci aiuta. La solitudine. Vivere come fossimo sempre chiusi dentro un abitacolo di lamiere, con la sensazione di essere minacciati dall’esterno, pronti a scendere e picchiare.

