«I russi adesso non vogliono più un grande Paese ma un Paese normale»
«Vladimir sembrava il tipico burocrate russo, in silenzio, obbediente, non un politico. Sono qui perché la proposta francese era la migliore per la mia sicurezza»
Alessandra Coppola
Non è una vacanza, ma l’inizio di un esilio. Boris Nadezhdin si guarda attorno ancora incredulo, in quest’alloggio provvisorio nella sterminata periferia parigina; sul cellulare le foto della figlia che si è sposata l’altro ieri a Mosca, i due fratelli adolescenti seduti con lei sul divano, e lui qui, a parlare con il Corriere, i gomiti su un anonimo tavolo di legno chiaro. Solleva le spalle: «L’alternativa sarebbe stata la prigione».
A 63 anni e un fisico malato non può permettersela, dice. E il percorso sembrava essere stato tracciato: l’accusa di «agente straniero», l’esclusione dalle elezioni parlamentari di settembre, una multa simbolica. Poi una minaccia più seria: la convocazione davanti al Comitato d’inchiesta, organo alle dirette dipendenze del Cremlino. Avrebbe dovuto presentarsi il 24 luglio, tre giorni prima, però, il divieto di lasciare il Paese gli è stato revocato. «Forse il segnale che qualcuno dall’alto (punta il dito in su, ndr) voleva che partissi». Nadezhdin lo coglie, riempie una valigia, con la moglie vola ad Astana. Il tempo di ottenere il visto e il 3 agosto atterra a Parigi.
Perché qui?
«Ho molti contatti, che mi vengono da decenni di politica e viaggi. Molti Paesi mi hanno offerto aiuto; ma la proposta del ministero degli Esteri francese mi è sembrata la migliore, soprattutto per ragioni di sicurezza»; un luogo al riparo dagli emissari di Putin, sottintende.
Eppure era un uomo del sistema, Boris Nadezhdin, prima di diventare sgradito pacifista è stato deputato alla Duma e consulente del governo.
Vladimir Putin lo ha conosciuto da vicino, passando per gli stessi corridoi: come lo descriverebbe?
«Il tipico burocrate russo, sedeva in silenzio senza mostrare emozioni, prendeva appunti, obbediva. Anche da capo dei servizi segreti. Non sembrava un uomo politico».
Quando però Putin ha risalito la gerarchia fino alla presidenza, nel 2000, lei lo ha sostenuto e votato.
«Non sono io a essere cambiato, credo ancora nella democrazia e nel libero mercato. Putin è un autocrate ma non è Stalin, e la Russia, soprattutto allora, era molto meglio dell’Urss. Io sono cresciuto sotto Breznev, l’ho vissuta. Al principio Putin voleva buone relazioni con l’Europa, ricordo che pensava anche a un esercito di professionisti e a ridurre la leva obbligatoria», segnale che non si preparava alla guerra.
Quando ha capito che il regime si stava trasformando?
«Quando Michail Khodorkovsky (l’oligarca dissidente ora in esilio, ndr) è stato arrestato, nel 2003, abbiamo capito che qualcosa non funzionava. Io ero dalla sua parte».
Lei ha lavorato anche come consigliere di Boris Nemtsov, vicepremier poi oppositore, ucciso nel 2015…
«Ero stato a cena con lui due settimane prima dell’assassinio, continuavo a frequentarlo anche se politicamente c’eravamo divisi».
Che leader è diventato oggi Putin?
«Lo ripeto, è un autocrate ma non è Stalin, non vuole risolvere i problemi con la paura e la repressione: ha bisogno del sostegno reale della popolazione. E la sua esperienza politica ha dimostrato che il modo migliore è fare di nuovo grande la Russia, come lo slogan di Trump (Make America Great Again, ndr), farne un Paese forte, un impero in grado di dettare agli altri la linea. Le operazioni militari in Georgia nel 2008 e in Crimea nel 2014 gli hanno dato ragione, con un ampio consenso».
Dopo oltre quattro anni di guerra in Ucraina, però, lei sostiene che questo sostegno sia svanito.
«Ne sono convinto. I sondaggi fatti dal mio Istituto di ricerca dicono che solo gli ultrasessantenni sostengono la guerra al 50 per cento. Via via che diminuisce l’età, l’appoggio cala fino al 7,7 per cento dei ragazzi tra i 18 e i 29 anni».
Quali sono le ragioni del malcontento?
«La prima è il costo della vita. L’investimento militare ha tolto risorse a tutto il resto, e questo ora si avverte pesantemente. La seconda ragione è strettamente legata al conflitto: le vittime civili dei droni ucraini; i soldati uccisi al fronte. In ogni città e villaggio del Paese il campo del cimitero riservato ai militari cresce a vista d’occhio, e di questo tutti si rendono conto. La terza ragione sono le restrizioni alle comunicazioni, Internet, Telegram, YouTube di cui soffrono soprattutto i più giovani».
Putin è consapevole dell’erosione nei consensi?
«L’unico modo in cui potrebbe rendersene conto è alle elezioni, se i partiti pacifisti prendessero una buona percentuale, ma sono stati banditi. Come tutti gli autocrati, si è circondato di un ristretto gruppo di persone che non ha il coraggio di dirgli qual è la situazione reale. E cioè che per riconquistare i consensi bisogna finire la guerra. I russi non vogliono più un grande Paese ma un Paese normale».


Il politico russo Boris Nadezhdin ha lasciato il paese a causa della crescente repressione dell’opposizione
In un video ripreso davanti alla Tour Eiffel a Parigi, in Francia, il politico di opposizione russo Boris Nadezhdin ha annunciato di aver lasciato la Russia: poche settimane fa gli era stato impedito di partecipare alle elezioni parlamentari in programma a settembre perché era stato classificato come “agente straniero”, uno degli strumenti con cui dal 2012 il governo del presidente russo Vladimir Putin limita la libertà di espressione e di associazione in Russia. Nadezhdin aveva già detto al sito indipendente russo Meduza che stava valutando di lasciare il paese perché temeva di finire in carcere, per via della crescente repressione che stava subendo da parte delle autorità russe. Non è chiaro come concretamente ci sia riuscito: aveva detto anche che il governo glielo stava impedendo.
Nadezhdin ha 63 anni e una lunga carriera politica alle spalle. Nel 2024 si era candidato contro Putin alle elezioni presidenziali, attaccandolo in modo diretto, esprimendosi apertamente contro la guerra in Ucraina e criticando anche le leggi russe contro l’aborto e il movimento LGBTQ+. Già allora però la Commissione elettorale russa escluse la sua candidatura, contestando la validità di alcune firme che aveva presentato a suo sostegno. Le elezioni in Russia comunque non sono libere da molti anni: la candidatura di veri oppositori viene spesso negata con motivazioni risibili.



