«Sono un introverso. Nel mio film “Eden” racconto la voglia di fuggire dalla società, ma non è una soluzione»

L’attore che 50 anni fa con Happy Days raggiunse la fama mondiale, spiega il suo ultimo lavoro da regista: «Al centro c’è il bisogno di inseguire un’utopia. Oggi prende la forma della disconnessione, della ripartenza.

Stefania Ulivi per

Forever Richie. Troppo gentile Ron Howard per sottrarsi all’abbraccio entusiasta di un pubblico che lo vorrebbe per sempre fissato al personaggio che gli diede la fama a 20 anni, mezzo secolo fa, con Happy Days. Gli capita ogni volta, racconta sorridendo a 7, anche nel novembre scorso a Torino dove ha ricevuto la Stella della Mole. «Sono passati 50 anni, sono grato che le persone amino ancora quel personaggio, e questo affetto che provo anche io non è stato certo una limitazione per me. Ci sono critici che potrebbero non prenderti sul serio, ma non mi è capitato. Al contrario, è stato uno stimolo. Non cambierei nulla. Ho iniziato a recitare a 4 anni, i miei genitori erano attori, è il mio ambiente naturale. Il mio vantaggio è che è un mondo che ho sempre amato. Non mi è successo quello che capita ad altri figli d’arte, la crisi di rigetto. Sapevo da subito che il mio piano A era diventare un regista; quello che non sapevo è se ci sarei riuscito».

Gli è riuscito piuttosto bene: dai primi corti in Super8 girati a 15 anni, all’esordio a 27 con Attenti a quella pazza Rolls Royce; quindi una serie di successi – Splash – Una sirena a Manhattan, Parenti, amici e tanti guai, Apollo 13, Il Grinch, Il codice da Vinci, Angeli e demoni, A Beautiful Mind per cui vince gli Oscar per il miglior film e come miglior regista. Il nuovo lavoro, Eden, con Jude Law, Ana De Armas, Vanessa Kirby, Daniel Brühl, Syndey Sweeney, arriva in sala il prossimo giovedì 10 aprile. È basato sulla vicenda del filosofo Friedrich Ritter e della sua discepola e compagna, l’artista Dora Strauch (Law e Kirby), fuggiti dalla Germania nel 1929 per trasferirsi sull’isola disabitata di Floreana, nell’arcipelago delle Galàpagos.Lì si troveranno presto a convivere con i nuovi arrivati: i coniugi Margaret e Heinz Wittmer (Brühl e Sweeney), affascinati dalle teorie sociali ritteriane; quindi con la baronessa Eloise Bosquet de Wagner Wehrhorn (Ana de Armas) seguita dai suoi due amanti, un servitore ecuadoriano e il progetto di aprire un hotel di lusso in quel paradiso. Il racconto di quell’utopia finita in tragedia ha affascinato Howard, che spiega. «Questa storia mi è risuonata dentro per anni prima che riuscissi a fare il film, fin da quando l’ho scoperta in occasione di una vacanza alle Galàpagos. Sarebbe piaciuta a Werner Herzog, o a Terrence Malick. Hans Zimmer, che firma le musiche di Eden, mi ha raccontato che Nicholas Roeg voleva farne un film trent’anni fa, chissà come sarebbe stato».

Ron Howard: «Sono un introverso per questo non recito più.  Nel mio film "Eden" racconto la voglia di fuggire dalla società, ma non è una soluzione»

È una storia vera, giusto?
«Sì, alla base c’è la vicenda reale raccontata, da due punti di vista diversi, nei libri delle sopravvissute alla vicenda: Satan Came to Eden: A Survivor’s Account of the “Galapagos Affair” scritto da Dore Strauch; Floreana: A Woman’s Pilgrimage to the Galapagos di Margret Wittmer. Ma il racconto ha l’epos di una tragedia greca, insieme un tono da romanzo russo e da survival movie. È una mescolanza di tante cose, personalità fuori dal comune, suggestioni anche estreme e temi universali, che mi sembravano irresistibili».

Eppure ci ha messo 15 anni per portarla sullo schermo, questa storia.
«Vero. Ma oggi, dopo la pandemia e con la situazione internazionale che stiamo vivendo, mi sembra ancora più rilevante. Lo avessi fatto subito ne sarebbe uscito un film diverso, ne sono certo. Ma adesso mi sembra più in sintonia con i tempi. La tentazione di fuggire dalla società, per esempio, mi pare più attuale che mai di fronte alle nostre difficoltà».

Ron Howard: «Sono un introverso per questo non recito più.  Nel mio film "Eden" racconto la voglia di fuggire dalla società, ma non è una soluzione»
Ron Howard, in una scena de “Il pistolero” con John Wayne e Lauren Bacall

I protagonisti sono due coppie e una donna molto anticonformista e senza scrupoli: il film è anche l’occasione per indagare i modelli femminili e maschili e la loro evoluzione?
«Il comportamento dei personaggi maschili è, in certo senso, più prevedibile. Al contrario colpisce la trasformazione, la crescita, anche la resilienza di quelli femminili, alle prese con le sfide legate alle loro esperienze sull’isola. Si trovano a fare cose che non avrebbero immaginato. Soprattutto per una donna di una classe sociale più umile, Margaret, la pressione sociale all’epoca era terribile. Lei dimostrò una forza notevole».

In compenso la baronessa, che forse non era neanche nobile, è un tipo molto contemporaneo.
«Sì. Una vera diva. Oggi sarebbe una donna d’affari, forse una influencer. Era dotata di un talento indiscutibile, voleva diventare famosa, forse avrebbe fatto del cinema. Ma tutti qusti personaggi ci portano a interrogarci: cosa avremmo fatto al loro posto?».

Ron Howard: «Sono un introverso per questo non recito più.  Nel mio film "Eden" racconto la voglia di fuggire dalla società, ma non è una soluzione»
Una scena di Apollo 13, di cui Ron Howard firma la regia  

Lei a chi si sente più vicino?
«Ai coniugi Wittmer. Credono nella loro famiglia, di fronte alle incertezze e ai venti di sventura in Europa. Sperano in una vita migliore, pronti a fare sacrifici. Gli altri in un modo o nell’altro si sentono primedonne, sono spinti dall’ambizione di fare qualcosa di unico. Questo non è nella mia natura. Penso sia il motivo per cui ho smesso di recitare per diventare regista. Non sono fatto per le luci della ribalta, sono un introverso. Mi piace essere parte di un gruppo, come succede sui set».

Tornando al film, mette in primo piano il bisogno degli esseri umani, in diverse epoche, di credere alla possibilità di realizzare un’utopia.
«Credo sia un bisogno irrinunciabile. Che oggi prende la forma della disconnessione, della ripartenza. Una delle ricerche più frequenti su Google è off the grid, fuori dai radar. L’idea di potersi resettare, di uscire dalla pazza folla».

Come ha scelto i suoi attori?
«Oltre al fatto che sono tutti attori bravissimi, il mio criterio è stato trovare persone coraggiose. Hanno dovuto dare vita a personaggi estremi. Il loro coraggio mi ha dato forza».

Ron Howard: «Sono un introverso per questo non recito più.  Nel mio film "Eden" racconto la voglia di fuggire dalla società, ma non è una soluzione»
Russel Crowe in una scena di Beautiful Mind, con la regia di Ron Howard

Quando ha pensato a questo soggetto né il cambiamento climatico né i venti di guerra erano così pressanti…
«Purtroppo è così. E se ci pensate bene, ci sono dei veri e propri parallelismi, rispetto a quell’epoca, tra la fine degli anni Venti e l’inizio dei Trenta del Novecento. Allora si era a una sorta di fine della rivoluzione industriale, si usciva da una guerra che aveva trasformato il mondo, un’esperienza orribile e cataclismatica. Oggi affrontiamo lo stesso tipo di incertezza e i cambiamenti avvengono a una velocità cinque volte superiore: è destabilizzante. Per tutti. Allora queste persone scelsero di scappare da quegli scenari spaventosi. Ma non credo che la fuga sia la soluzione».

Sembra un ottimista, nonostante tutto.
«Resto ottimista. Le elezioni nel mio Paese non sono andate come speravo, è vero. Ma continuo a pensare che i singoli possano fare la differenza. Mi sento profondamente umanista. E, dunque, ho scelto di essere ottimista. Credo sia importante. Ma non sono cieco. Ho visto un documentario sull’alpinismo estremo. Salgono senza corde, il rischio è alto ma provano e riprovano sapendo che se cadono è finita. Mi sembra una metafora perfetta della vita».

Ron Howard: «Sono un introverso per questo non recito più.  Nel mio film "Eden" racconto la voglia di fuggire dalla società, ma non è una soluzione»
Elegia Americana, altro film  del 2020 firmato da Ron Howard

Lei ha vinto un Oscar per la regia, si sente un maestro?
«No. Non mi vedo come un innovatore alla stregua dei vostri De Sica o Rossellini, che con il neorealismo mi hanno ispirato, o Hitchcok o Scorsese. Non è stato quello il mio percorso. Io sono sempre stato più interessato a capire come usare al meglio i ferri del mestiere, per fare in modo che il pubblico si appassionasse alle mie storie. Tanto quanto me».

LA VITA
Nato a Duncan, nell’Oklahoma, Ron Howard ha compiuto 71 anni il 1° marzo. Assieme alla moglie Cheryl Alley, con la quale festeggerà mezzo secolo di matrimonio il 7 giugno, ha avuto quattro figli. Dal 2007 sono nonni di un ragazzino oggi 18enne.
L’ATTORE
Ha debuttato nel 1956, a 2 anni, in Pellirosse alla frontiera. Recitò in Happy Days nel 1974. Affiancò John Wayne nell’ultimo film della carriera, Il pistolero, per il quale nel 1977 fu candidato al Golden Globe come non protagonista
IL REGISTA
Ha esordito alla regia nel 1977 con Attenti a quella pazza Rolls Royce. Ha diretto sinora 28 film e un paio di serie tv, tra cui la più famosa è Parenthood (2010). Nella sua carriera ha vinto 2 premi Oscar per A Beautiful Mind nel 2002: migliore film e miglior regista. Nel 1985 ha partecipato alla Mostra del Cinema di Venezia con Cocoon – L’energia dell’universo vincendo il Premio Venezia Giovani.