“Sono sionista, che non vuol dire assassino”

Gad Lerner dopo il corteo pro Gaza:

«Io sionista, c’è chi parla a sproposito di genocidio»

Il giornalista ha partecipato alla manifestazione di Roma ed è stato contestato «ma a casa non ci sono mai andato e non ci vado»

Fabrizio Caccia per

Ha avuto un bel coraggio, Gad Lerner, sabato pomeriggio sul palco di San Giovanni: lei si è presentato ai 300 mila per Gaza, che cantavano Free Palestine, in modo molto originale. Ha detto: «Chi vi parla è un sionista»…
«Infatti qualcuno, pochi, hanno fischiato. C’è chi mi ha pure gridato: vai a casa! Io per un po’ ho proseguito, pensando: non replico. Ma poi ho cambiato idea. E ho detto al microfono: Io a casa non ci sono mai andato e non ci vado. Il coraggio, però, è di altri».

Di chi?
«Il coraggio vero ce l’hanno quelli che a Gaza si ribellano ad Hamas e che io sento come fratelli. Ce l’ha la mia famiglia che in Israele insieme a molti altri scende in piazza con le famiglie degli ostaggi per criticare il governo Netanyahu. Io sono solo uno spettatore a lato di questa tragedia. Ma il corteo, sabato, me lo son fatto tutto, da piazza Vittorio a piazza San Giovanni. E ho trovato solo affetto».

Lei è un sionista?
«Sì ma l’ho spiegato dal palco: mettetevi nei miei panni. Chi della mia famiglia non è riuscito a emigrare in Israele, dove sono nati i miei genitori, è stato vittima della Shoah in Europa. Io non sarei al mondo senza Israele, quella per me è la terra della salvezza. Sionista non equivale a fascista e non equivale ad assassino. Si è demonizzata la storia. L’aspirazione a una patria ebraica è legittima esattamente come l’aspirazione a una patria palestinese».

Non la pensano però così i pro Pal o gli stessi fascisti di Forza Nuova.
«Lo so ma a chi pensa che Israele sia un errore della storia io oggi chiedo: quei 7 milioni di ebrei israeliani che vivono lì dove li mandiamo? Per me la risposta è una sola: noi e i palestinesi siamo destinati a convivere. In una guerra così feroce può prevalere l’istinto di appartenenza. Ma io mi sono scelto questa parte antipatica, odiosa, dell’ebreo che critica Israele. E vado avanti».

Sabato è andata bene.
«Ho letto ieri l’intervista sul Corriere al presidente della comunità ebraica di Roma, Victor Fadlun: ma come si fa a dire che la piazza di Roma era una piazza antisemita? Tutti aspettavano l’incidente, la bandiera israeliana bruciata, lo slogan pro Hamas, invece niente. C’è chi sul palco ha parlato, secondo me a sproposito, di genocidio a Gaza, come la mia amica Rula Jebreal, che così ha titolato il suo ultimo libro. Una parola che io non adopererei mai. Ma massacrando i palestinesi, perché questo sta succedendo, Israele si autodistrugge. Intravedo però un cambiamento nell’opinione pubblica. Anche se nella comunità ebraica italiana noi di “Mai indifferenti” restiamo purtroppo in minoranza, tante volte ci han chiamato traditori, siamo stati ostracizzati: mai un invito a discutere del mio libro (Gaza. Odio e amore per Israele, ndr). Hanno chiesto perfino di espellerci, ma per fortuna il rabbino capo di Roma (Riccardo Di Segni, ndr) la pensava diversamente».

San Giovanni, secondo alcuni, è stata anche una bella prova per il cosiddetto campo largo.
«Di sicuro era la piazza di chi non vuol voltarsi dall’altra parte. Il governo Meloni dovrà farci i conti: perché la spinta dal basso, che ha portato sabato a sfilare per Gaza non più solo gli immigrati o gli studenti, ma un popolo molto più largo, la fa diventare per forza una manifestazione politica. E quel popolo di sinistra ha dimostrato pure di essere più avanti delle sue leadership frazionate. Quanto provincialismo nel bisogno di distinguersi di Renzi e Calenda, che manifestano il giorno prima a Milano! Ma anche di Conte o del Pd e delle sue varie correnti, in nome delle piccole convenienze…».

Il giorno dopo?
«Bellissimo. Una valanga di messaggi. Rula mi ha mandato un sms molto affettuoso, lei è palestinese ma parla l’ebraico come me, suo marito è ebreo. Però anche critiche, perché ho detto sul palco che nakba e shoah sono sinonimi. Come puoi comparare i 6 milioni di ebrei sterminati dai nazisti – mi hanno scritto – con i 700 mila palestinesi mandati via dai loro villaggi nel 1948? Eppure, rispondo, le due parole hanno lo stesso significato: in italiano si traducono entrambe con “catastrofe”. E, per me, in quella terra insanguinata, la pace diverrà possibile solo quando le sofferenze degli uni e degli altri saranno riconosciute. Quando ciascuno farà pace con la catastrofe dell’altro».

Non le chiedo, da interista, dello 0-5 in Champions e di Simone Inzaghi che ha firmato con l’Al-Hilal…
«Meglio di no, sennò poi come si fa a non parlare dell’Arabia Saudita?»