«Sono diventato quasi sordo per colpa dell’acufene.»

«I Doors all’Isola di Wight? Non li ho visti perché dormivo»

Il cantautore si racconta in occasione dell’uscita del nuovo album “Tutto”: «Forse sarà l’ultimo, per farlo ho perso dieci chili. Scrivo le note e le metto nel pc, così nasce un brano»

Barbara Visentin

Doppia cifra tonda: il ventesimo disco di inediti di Eugenio Finardi esce a 50 anni di distanza dal primo. E potrebbe essere l’ultimo, avverte il cantautore milanese, 72 anni, che per scrivere «Tutto», come si intitola il nuovo lavoro, (che esce il 9 maggio in digitale e il 16 in formato fisico) racconta di essersi ispirato all’etica di lavoro maniacale che traspare da «Get Back», documentario sui Beatles.

Come l’hanno guidata i Beatles?
«Quando sei giovane le canzoni arrivano da sole, “La radio” ad esempio l’ho scritta in tram, ma da anziani magari vengono delle idee, però sono macro-concetti grandi e informi, in cerca di sonorità. Così ho visto i Beatles e ho detto ok, mettiamoci in studio. Giuvazza Maggiore ha prodotto straordinariamente bene i brani, creando un mondo sonoro anche attorno alle mie impossibilità dovute alla perdita di udito, nel senso che non reggo più una batteria, e quindi ce n’è poca».

La perdita dell’udito e l’acufene sono recenti?
«Sono la somma dell’invecchiamento, di un trauma, perché mi sono trovato vicino a un’esplosione, e in generale di 50 anni di batteria alle mie spalle: quelli ti uccidono, accade a tanti, vedi Pete Townshend. Ma ormai la musica riesco a comporla senza sentirla. Un pezzo come “Onde di probabilità”, del disco, è nato completamente teorico, scrivendo le note e inserendole nel pc senza alcuna tastiera. Se metto gli apparecchi acustici sento la pioggia, ma mi distorcono la musica, quindi preferisco sentire senza».

Nel tour, che parte il 16 maggio, come farà?
«Lì non ho problemi, ho due casse davanti. E avrò una batteria fatta molto di pad perché il volume dello strumento acustico mi fa girare la testa e mi assorda. Il presente offre strumenti tecnologici che permettono di affrontare la musica in maniera diversa, ottenendo ottimi risultati».

Il titolo dell’album?
«Mi chiedono di che parla e dico che parla di tutto: dalla fisica quantistica, al futuro, ai figli. Contiene campioni e suoni già usati di tutta una vita. E si riferisce anche alla musica che è un veicolo per l’assoluto, non necessariamente in senso religioso, anzi io sono ateo, ma nel senso dell’immensità dell’universo».

Nella prima canzone, «Futuro», non ripone più la speranza nel suo «Extraterrestre», ma nell’Intelligenza Artificiale, come mai?
«Finché la comanderemo noi sarà un casino, ma magari fra 300 anni, quando sarà l’AI a comandare e arriveremo a una coscienza che supera la nostra, saremo noi la fonte delle sue emozioni, la sua amigdala. Vivrà lei attraverso di noi e non viceversa».

Un ribaltamento positivo?
«Credo di sì, anche perché noi non stiamo facendo un grande mestiere, il Pianeta è alla frutta. Non ho più interesse delle miserie ideologiche del presente, sono le solite cazzate che sento da 50 anni e che non hanno portato a nulla. Servono solo a giustificare l’immensa crescita del capitale e una perdita di libertà sempre maggiore, con le dittature. Ma intanto il Pianeta va a rotoli, molto in fretta».

In «Francesca sogna» duetta con sua figlia più giovane, Francesca appunto.
«Per me è stato molto emozionante, per lei quasi fastidioso (ride), infatti l’ho lasciata da sola con il produttore, a scrivere la sua parte. È giusto, come dico ne “La battaglia”, che i figli diventino degli estranei, soprattutto nelle cose di lavoro».

Dice che è difficile essere giovani in questo momento, ma in passato?
«La mia è stata forse l’ultima generazione che ha sognato un futuro e che aveva un futuro da sognare, tutti noi cantautori, De Gregori, Venditti, De André, ma anche Battiato e Vasco, abbiamo assistito alla nascita del linguaggio-macchina, poi le cose hanno fatto un balzo in avanti creando questa assurda situazione per cui forse per la prima volta sono i giovani ad avere qualcosa da insegnare ai vecchi e non viceversa».

I giovani però non sono molto ascoltati…
«Io ascolto tanto quello che mi dice mia figlia di 25 anni, ma purtroppo quel che vedo è che i ragazzi hanno pochi sogni e cercano di spacciargliene di disgustosi, con una gran sopravvalutazione del denaro. Nella musica ormai non si dice più che un disco è bello o brutto, ma che ha venduto tanto o poco».

E quando era giovane lei?
«Noi avevamo i genitori ancora legati all’800, venivano dalla guerra rintronati ma speranzosi, c’è stato il boom. Siamo cresciuti in 80 anni di pace, una cosa incredibile. Io avevo 12 anni quando sono usciti i Beatles, ho vissuto Rolling Stones, Led Zeppelin, grunge, rap…

Nel 1970 è stato anche al Festival sull’isola di Wight
«Ho visto il penultimo concerto di Jimi Hendrix, malinconico, vestito tutto di arancione, sarà il senno di poi, ma sembrava un addio. E poi il primo di Emerson, Lake & Palmer. Ero con Camerini e Treves, io e Camerini ci alternavamo a dormire: io ho dormito durante i Doors e lui durante gli Who».

Si è perso Jim Morrison?
«Mi interessava di più Townshend con la sua chitarra. E ho visto Miles Davis cambiare la storia della musica, creando la fusion, davanti a noi. Poi è arrivato il futuro, così ora a Sanremo, quando leggo il cast, mi sembra il campionato di pallavolo ugandese, non ho la minima idea di chi siano».

Lo guarda? 
«Sì, il martedì sera mi sento tutti i pezzi. Quest’anno ha vinto Olly che due anni fa era andato con “Polvere”: quella era stata la canzone che più ho ascoltato di tutto il 2023 perché mi faceva ballare da matti e mi piaceva anche l’uso dell’autotune. La sera portavo fuori il cane, in un viale deserto, e ballavo sul suo pezzo. Poi conoscevo Lucio Corsi, quindi per me non è stato una sorpresa, ma forse l’anno scorso c’erano più canzoni che ti ricordavi, anche quella di Annalisa era divertente».

In «Tanto tempo fa» parla di «grandi ideali, ma anche troppa ideologia», oggi le canzoni sono poco impegnate?
«Io sento degli ideali nelle canzoni dei ragazzi, , traslati nella semantica che si usa oggi. In fondo “Dolce italia”, in cui cantavo la mia alienazione nell’essere americano in Italia e italiano in America, mi ricorda Ghali quando parla di “casa mia e casa tua”. Anch’io sono figlio di un’extracomunitaria, ricordo quando mia madre americana di origine tedesca, albina fra l’altro, quindi tutta bianca, veniva apostrofata sul tram. La gente le diceva “torna a casa tua”, mi ricordo gli sguardi di stranezza. Son cose che si ripetono».

E i testi accusati di violenza e sessismo?
«Non li approvo, soprattutto quelli sessisti, in questo periodo storico. Siamo in un momento in cui la coppia, di per sé, è un concetto da rivedere».

Questo nuovo album sarà il suo ultimo per davvero?
«Non in assoluto, ma realisticamente sarà l’ultimo disco di inediti. È stato un parto scriverlo, ho perso 10 chili. Bruciavo dentro dalle idee, ma questa cosa maniacale che da giovane produceva la furia della musica ribelle e poteva essere ripetuta all’infinito, adesso mi ha lasciato svuotato, con un periodo di esaurimento e stanchezza. E poi anche c’è l’aspetto del business, faticosissimo. Ma dico che è l’ultimo anche in modo un po’ scaramantico, se poi ne arriva un altro, c’è sempre l’ultimissimo, un po’ come i tour dei Pooh o degli Elio e le storie tese».