Sinner gioca contro la storia

Grazia sotto pressione

Una volta chiesero a Ernest Hemingway, una definizione di coraggio. E lo scrittore rispose “Grace under pressure – grazia sotto pressione“, dove quel grazie non significa leggiadria, ma disinvoltura, freddezza, capacità di fare la cosa giusta al momento giusto, in maniera naturale, anche se la posta in palio è spaventosamente alta. Jannik Sinner impersona questo concetto alla perfezione, come se Hemingway l’avesse coniato per lui.

Lo prova la stessa statistica degli ultimi 18 tiebreak giocati: ne ha vinti 16 e quello di ieri contro Sasha Zverev ha risolto il match perché il tedesco stava esprimendo lo sforzo massimo per rientrare. Gli occorreva tenerlo a distanza per evitare qualsiasi sorpresa di carattere fisico. È stato anche un nastro generoso con Sinner. La grazia piace agli dei, un punto fortunato al momento giusto, che ha finito di deprimere uno Zverev perfino commovente nel suo dolore finale. Troppo giovane per vincere uno slam quando ancora c’erano Federer, Nadal, Djokovic al suo massimo. Il tedesco è finito adesso nella tagliola Sinner-Alcaraz: rischia di rimpiangere per sempre la grande chance mancata nel 2020 a New York contro Thiem. Jannik Sinner ha soltanto 23 anni. Eppure ormai di lui parliamo in termini storici. La vittoria di Melbourne, secondo Open d’Australia consecutivo e terzo Slam in carriera, chiude anche a livello di palmares ogni questione sul miglior tennista della nostra storia. È lui. Certo. 

Resta aperto, invece – e ci divertiremo per anni a discuterne – il dibattito sul posto che occuperà un giorno lontano nella classifica dello sport italiano. La grazia sotto pressione torna fuori su questo tema perché già da un po’ che accostiamo Jannik ad Alberto Tomba e Valentino Rossi, dominanti come lui in una disciplina individuale, mentre gli sport di squadra sono governati da altre logiche.

Ulteriore punto di contatto. Stiamo parlando di esercizi di altissima precisione. Tomba vinceva gli slalom passando a venti centimetri dai paletti e quando trovava un rivale in giornata, lui – molto semplicemente – diminuiva che il margine 15 centimetri, dieci centimetri. Finché era l’altro a inforcare, perché lui sotto pressione non sbagliava. E nemmeno Valentino: staccava a 100 metri dalla curva, oppure a 80 se l’avversario era rognoso, o anche a 60 se affrontava un campione, magari a 40 (a Laguna Seca perché Stoner non ne voleva sapere di lasciare il passo). 
Sinner possiede questa stessa straordinaria capacità che non gli viene soltanto da una psiche granitica, ma dalla consapevolezza di aver raggiunto l’eccellenza praticamente in tutti i colpi, lavorandoci. Quando Alessandro Del Piero va a tirare il suo rigore nel 2006 a Berlino, cammina calmo verso il dischetto perché sa di possedere la tecnica necessaria a guardare il portiere, non il pallone. Barthez si muove e lui calcia dall’altra parte.

Sinner ha lo stesso sangue freddo, quello di un coccodrillo. Fossimo la Lacoste gli offriremmo qualsiasi cifra per farne il nostro testimone.