Sì, il mio Lupo è blu per colpa degli errori di tipografia

All’anagrafe Guido Silvestri, 72 anni, da 51 è autore dello storico fumetto: «Sì, il mio Lupo è blu per colpa degli errori di tipografia: era il periodo dei puffi e non fui contentissimo, per fotrtuna ho cambiato idea ». Milano? «L’ho amata alla follia. Ma oggi mi ha tradito due volte»

Anna Gandolfi

Penne, astucci e quaderni. Agende e pupazzi. Riviste a tiratura limitata. Nella Wunderkammer del Lupo, fatta di scaffali stipati, ecco anche l’opuscolo sulla prevenzione dell’Hiv che nel 1991 ha scatenato una rissa tra ministeri – voluto dalla Sanità, contestato dall’Istruzione al grido di «troppo esplicito» – diventando cult tra gli studenti. «Sa che nei giorni della polemica avevo i fotografi sotto casa come i cantanti? Sembrava che il Lupo avesse dato chissà quale scandalo…». Il Lupo è Alberto. Chi parla è il suo creatore, Silver, all’anagrafe Guido Silvestri, anni 72, prima striscia prodotta nel 1974, guizzo inossidabile, per un giorno guida del Corriere nella storia di un personaggio mitico ieri, oggi e probabilmente domani. La sede di «Mck» (Studio McKenzie, come la fattoria del fumetto) è in zona Cinque giornate: su un corridoio, tra sale e spazi per il disegno, si apre la porta dell’archivio con migliaia di pezzi di ogni tipo. Incluso un frigorifero. «Dentro c’è dell’ottimo vino».

Perché Lupo Alberto ha firmato anche il vino.
«L’80 per cento delle persone ha conosciuto Lupo Alberto “fuori” dalle strisce che ho scritto. Poi magari dal merchandising è arrivato alle strisce…».

Non vede male il lato commerciale.
«Ci sono autori che ritengono il loro lavoro intoccabile. Io – incautamente? – non condivido: sono un buon artigiano, non il custode di un’arte inviolabile. Per guardare in alto, prendiamo Walt Disney o Schultz: i loro personaggi hanno invaso il mercato. È un’onta? No. Al pubblico si parla anche così e se il Lupo è qui da oltre 50 anni qualcosa vorrà pur dire».

Qual è la prima volta che Lupo Alberto è uscito dalle pagine?
«Mi pare per un telo mare. Non subito: otto-dieci anni dalla prima striscia. Immediatamente dopo sono Arrivati i quaderni della Pigna».

Di accordi ce ne sono stati moltissimi e la stanza-archivio lo testimonia. Qualcuno è andato storto?
«Ferrero aveva proposto 250 milioni di lire per una serie di pupazzetti da trovare negli ovetti di cioccolato. Campagna europea, una bella occasione. D’impulso rifiutai».

Perché?
«Sentivo che il Lupo valeva di più. Tuttora non so se ho fatto bene. Non è stata l’unica rinuncia».

Racconti.
«Nella seconda metà degli anni 90 un grosso editore, che faceva anche merchandising, mi offrì un miliardo e mezzo di vecchie lire l’anno, per 15 anni, per “affittare” il personaggio. Chiedeva la gestione dell’immagine. Era una cifra enorme, avrei potuto smettere di lavorare e vivere di rendita».

Però?
«Con mia moglie Silvia e alla fine abbiamo detto “no grazie”. Mck allora aveva otto collaboratori: sapevo che li avrebbero lasciati a casa e non volevo. Inoltre ci sarebbe stato un uso intensivo del Lupo e dopo 15 anni chissà cosa ne sarebbe restato. Gli amici ancora mi prendono bonariamente in giro: ah, saresti diventato ricco».

Gestisce direttamente i diritti di Lupo Alberto?
«Mck prima aveva altri soci, ora siamo solo noi di casa. Oltre a Silvia in squadra c’è Eleonora, nostra figlia: ha studiato giurisprudenza, dopo anni a Londra ha scelto di tornare e dare una mano qui. Inizialmente ero contrario, temevo i dissidi in famiglia generati dal lavoro. Oggi invece penso sia stata una scelta azzeccatissima: si occupa anche dei contratti, è appassionata e fenomenale».

Gestione familiare.
«Ho quattro collaboratori per scrittura e disegno: sono sparsi per il mondo, da Roma al Brasile».

Che rapporto hanno Silver e i suoi personaggi con i social e internet?
«Direi ottimo, grazie a Eleonora e alla squadra. Fossi stato solo avrei faticato a capire le nuove sfide, però la nostra è una società: se vuoi stare al passo i cambiamenti li devi fare».

Oggi la rivista di Lupo Alberto vive tramite abbonamento: è stato traumatico lasciare la fumetteria classica?
«Dopo il Covid il costo di carta e stampa ha superato l’incasso delle vendite. Bisognava fare sì che il lavoro fosse sostenibile, o saremmo spariti. Il personaggio giunge al pubblico in tanti modi: è stata ed è la nostra fortuna. Incontro tanti giovanissimi che hanno conosciuto Alberto, Marta, Enrico la talpa grazie alle caramelle. Anche quello è fumetto: piccolo, ma lo è. Chiarisco che non esce nulla con Lupo Alberto che non sia approvato da noi».

Quindi i bambini lo conoscono.
«Una volta dicevano: ho tutta la collezione di fumetti di Lupo Alberto del mio papà. Ora dicono: ho la collezione del nonno. Certamente oggi sono meno di un tempo».

Tiratura del fumetto puro?
«Nei tempi d’oro, anni novanta, 110 mila copie. Oggi 7 mila, con i tempi che corrono non è male. Si aggiungono i libri, le altre uscite».

Alberto è un evergreen. Perché?
«Forse perché è ironico, un outsider, un disallineato. Quelli della fattoria lo guardano sempre un po’ così. Il Lupo siamo noi…».

Silver

Lei è un outsider?
«Sono cresciuto a Modena, in provincia, ero introverso, fuori dai giri, impegnato a disegnare. La “fattoria” la vedevo da lontano. Il Lupo è un idealista, lo sono anche io. L’ho inventato a vent’anni e da allora è maturato con me, anche se io ho 72 anni e lui lo vedo sempre 25-28enne. Però prima era impulsivo, ora riflette (più o meno). Sono sempre stato di sinistra, da giovane facevo le occupazioni a scuola: se però allora accettavo lo slogan “il potere nasce da una canna di fucile”, oggi lo ripudio. Il cane della fattoria inizialmente aveva un vecchio schioppo a sale, a un certo punto gliel’ho fatto seppellire. Siamo tutti maturati».

Ma perché un lupo?
«Pure a me, all’inizio, non era chiaro se fosse una faina, una volpe o cosa. Certo era un predatore. Ho disegnato la prima striscia per una rivista che non è mai uscita, Undercomics, proponendola poi nel 1974 al Corriere dei Ragazzi. Il mio titolo era “La fattoria dei McKenzie”, il redattore Alfredo Castelli lo cassò: quante k! Senza dirmi niente lo cambiò, puntando sul Lupo Alberto».

Era contento?
«Mica tanto. Il mio lupo stava in mezzo ad altri personaggi senza emergere. Castelli lo elevò a protagonista: ci aveva visto giusto».

È blu per un errore tipografico, vero o falso?
«Lo immaginavo argentato. Il litografista avrebbe dovuto riprodurre la tinta suggerita alla consegna, in realtà uscì una copertina col lupo blu. Era il periodo dei puffi e anche lì non ero contentissimo. Inutile dire che ho di nuovo cambiato idea».

Se lei è un po’ lupo, sua moglie è Marta?
«Silvia non la conoscevo ancora, ma in Marta, la gallina amata da Lupo Alberto in barba alle convenzioni, ci sono le ragazze emiliane con molto senso pratico e poco inclini alla vita avventurosa».

Enrico la talpa chi è?
«Il mio padrone di casa a Modena! Occhiali spessi e udito finissimo. Se eri in ritardo di un mese con l’affitto stai certo che mentre tentavi di sgusciare sul pianerottolo ti avrebbe beccato».

Come ha iniziato a disegnare?
«Scuola d’arte a Modena. In Italia allora non c’era tantissimo in fatto di fumetti e io ero stato folgorato da Linus che arrivava dall’America. Per imparare e guadagnare qualcosa collaboravo con un amico più grande, Franco Bonvicini, Bonvi: lui già disegnava gli Sturmtruppen. Lo aiutavo con le figure secondarie di Nick Carter. Consegnando le strisce ho iniziato a frequentare Milano: ci voleva un viaggio in treno di due ore e mezza. Il lavoro ha portato a trasferirmi, ho mollato la scuola».

Nick Carter

Bonvi è stato un amico e un maestro.
«Con gli altri amava essere personaggio più che i suoi personaggi, ma quando arrivava a casa da me e Silvia si buttava sul divano: qui con voi ho un po’ di pace. Ricordo la chiamata di Red Ronnie: Bonvi non c’è più, è morto, c’è stato un incidente. Stava andando da lui in trasmissione, al Roxy bar».

È stato investito.
«Si perdeva sempre e aveva parcheggiato per chiedere informazioni. È sceso e l’hanno travolto. Quando Red Ronnie mi ha telefonato non riuscivo a crederci. Come Bonvi è morto? Non è possibile. Era il giorno del mio compleanno. Mi manca sempre».

Ha sempre disegnato il Lupo?
«No. Per tre anni c’è un buco nella numerazione del fumetto: ero diventato praticante giornalista. Maurizio Costanzo apriva l’Occhio e cercava un vignettista: ho fatto il colloquio, iniziato il mese di prova. Stavo in un residence in Principessa Clotilde mentre preparavamo i numeri zero. Il 3 luglio 1979 mi ha assunto. In seguito il giornale ha chiuso e io sono tornato alle strisce. Pensavo che il Lupo non avesse più molto da dire, e invece…».

Invece lo scelsero anche come testimonial per la campagna sull’Hiv in anni in cui la malattia deflagrava.
«Un opuscolo scritto e disegnato in accordo con il ministero della Sanità, come si vede anche dalla copertina. Era destinato alle discoteche e alle palestre, qualche prof illuminato capì che messaggio per essere efficace doveva circolare anche nelle scuole. Apriti cielo. Divenne ricercatissimo, ne stamparono un milione di copie, forse di più. Tutti lo volevano. Nacque un dissidio tra ministri perché all’Istruzione lo ritenevano esplicito: sembrava che alla fattoria McKenzie si desse chissà che scandalo. Avevo i fotografi appostati sotto lo studio a Milano, sono un timido ed ero frastornato: chiedete al ministero perché noi non ci siamo inventati niente».

Voi avevate fatto passare bene i concetti.
«Di questo sono orgoglioso».

Digitale e Ai uccideranno i fumetti?
«Il pensiero profondo non si sostituisce».

Qual è il suo rapporto con Milano?
«Sapevo già da piccolo che questa sarebbe diventata la mia città: a papà, autotrasportatore, avevano proposto di lavorarci ma rinunciò. Ho amato alla follia Milano, purtroppo adesso è cambiata: dehors, tavolini da non riuscire a camminare, prezzi alle stelle, piazze senza alberi, palazzi e inchieste. Per gli abitanti “normali” pare non esserci più posto. E non solo per gli abitanti».

Parla del Museo del Fumetto.
«Del Museo del Fumetto, del Museo Leonardo… Spazi che chiudono e non vengono salvati. Questo è il mio mondo, io non lo lascerò mai. Però mi sento tradito due volte: da una città che segue forsennatamente gli affari e da una giunta in cui io ho molto creduto ma che non sembra sensibile come ci saremmo aspettati».

È amareggiato.
«Le butto lì una cosa che non si realizzerà mai, serve a spiegare il mio stato d’animo: se a qualcuno venisse la malaugurata idea di proporre il mio nome per l’Ambrogino dopo tanti anni di lavoro qui io rifiuterei».

Ecco che spunta il Lupo.
«Lupo Alberto sta bene ai margini, nel suo bosco. Gliel’ho detto che ho imparato da lui».