Servirebbe un nuovo europeismo

ANGELO PANEBIANCO

Mai l’Unione è stata così in difficoltà. Una svolta è necessaria. Esistono margini per convincere gli elettori che alcuni cambiamenti di rotta in certi ambiti possono favorirne gli interessi e non danneggiarli. Si tratta di trovare strade per cui, di nuovo, come un tempo, ma in condizioni ormai mutate, democrazie nazionali e integrazione europea non entrino in rotta di collisione

Non c’era bisogno di aspettare l’ondata di proteste che ha preso di mira Ursula von der Leyen sulla questione dei dazi per sapere che l’Unione europea è nella fase di maggiore difficoltà della sua storia. In un momento di confusione come questo i modi tradizionali di pensare l’Europa sono inservibili. In un’altra epoca, per orientarsi, sembrava sufficiente distinguere fra gli europeisti (che volevano più integrazione) e gli antieuropeisti (che ne volevano meno). Oggi quella semplice distinzione non aiuta a capire atteggiamenti e comportamenti delle forze in campo.
Si possono individuare, sulla scena pubblica europea, almeno tre diverse posizioni: il nazionalismo antieuropeo, l’europeismo strumentale, l’europeismo classico. Come poi dirò, servirebbe un europeismo un po’ diverso, un europeismo 2.0.
Il nazionalismo antieuropeo è anche detto «sovranismo». Gonfia movimenti di opposizione, a destra e a sinistra, che indicano l’Unione europea come il nemico da battere. Cavalca l’antieuropeismo anche quando, come è il caso dell’ungherese Orbán, si serve dell’Europa come mucca da mungere. È quasi sempre legato al carro di Putin e ne rappresenta gli interessi in Europa occidentale e centrale. Se prendesse il potere in Germania o in Francia cambierebbe la faccia del Continente. 

La seconda posizione, quella che conta di più, è l’europeismo strumentale. Lo praticano tutti i governi dei Paesi dell’Unione. Al posto del nazionalismo apertamente sbandierato dai sovranisti, c’è qui un nazionalismo nascosto sotto la retorica europeista. I governi sanno che dei legami fra i Paesi europei non ci si può liberare, né, stanti i vantaggi che procura, converrebbe farlo. Tuttavia, ciascun governo è tenuto a badare ai propri interessi nazionali, si sforza di piegare quei legami a proprio vantaggio. Nel linguaggio della teoria dei giochi, quello praticato dai governi europei è un gioco «misto», al tempo stesso cooperativo e conflittuale. I compromessi che si realizzano sono più o meno favorevoli all’uno o all’altro Stato a seconda della forza politica che ognuno è in grado di mettere sul tavolo. L’europeismo strumentale è spesso oggetto di condanne moralistiche. Del tutto inutili. I governi sono costretti ad agire come agiscono. Lo impone, guarda un po’, la democrazia. Quei governi devono rispondere ai loro elettorati nazionali e ai gruppi di interesse che li marcano a vista. Non potrebbero agire diversamente. Lo impongono anche, con il loro peso, le eredità storiche: tradizioni, prassi amministrative, culture politiche differenti. Solo una crisi che venisse percepita dalle opinioni pubbliche come una vera minaccia esistenziale potrebbe fare emergere un «interesse europeo» in grado di ridimensionare il peso degli interessi nazionali. La guerra in Ucraina non è (ancora?) riuscita ad innescare un tale cambiamento.

La terza posizione è quella dell’europeismo classico. Un tempo sognava gli «Stati Uniti d’Europa». È stato il lievito del processo di integrazione europea e lo ha stimolato per un lungo periodo. Vi confluivano due diverse tradizioni: quella dell’Europa cattolica che aveva vissuto con disagio, nei secoli precedenti, l’affermazione degli Stati nazionali, e un federalismo di impronta laica (nel caso italiano, per capirci, il federalismo degli Altiero Spinelli o dei Luigi Einaudi). I governi badavano ai loro interessi ma non potevano snobbare del tutto coloro che davano un senso, una direzione di marcia, conferivano un po’ di legittimità, all’edificio comunitario. Oggi l’europeismo classico riecheggia negli articoli di diversi commentatori ed ha forse un qualche seguito nel Parlamento europeo. Ma, a causa dei cambiamenti intervenuti, è ormai da tempo in grave difficoltà. Si è ridotto a recitare litanie. È tutto un «bisognerebbe fare questo», «bisognerebbe fare quello», «è necessaria l’unità politica», «serve l’esercito europeo», eccetera. Da quando, ormai da molto, è iniziata la crisi della costruzione europea, l’europeismo classico sbatte di continuo contro solidi muri.

Chi pensa che per i nostri Paesi non ci sia salvezza senza integrazione europea deve rinnovare il guardaroba dell’europeismo. Prendendo atto con realismo di due circostanze. La prima è che non ha senso lottare contro i mulini a vento, pretendere che i governi non facciano il loro mestiere curando gli interessi dei rispettivi elettorati. Esistono però margini per convincere gli elettori che alcuni cambiamenti di rotta in certi ambiti possono favorirne gli interessi e non danneggiarli. Si tratta di trovare strade per cui, di nuovo, come un tempo, ma in condizioni ormai mutate, democrazie nazionali e integrazione europea non entrino in rotta di collisione. La seconda circostanza è data dal fatto che Europa non è sinonimo di Unione europea. Come mostra l’attivismo britannico su Ucraina e difesa. Non è forse impossibile spingere verso forme di cooperazione in grado, col tempo, di dare frutti positivi anche in altri ambiti. Come favorire sinergie fra le industrie europee della difesa e rimuovere, secondo le indicazioni del rapporto Draghi, le barriere che scoraggiano la nascita di campioni europei nei settori di punta dell’economia globale. È il «riformismo a spizzichi» apprezzato dal filosofo Karl Popper. L’Europa, è vero, lo ha praticato a lungo. Salvo che ora deve fare i conti con la politicizzazione di ogni scelta e con un quadro internazionale in movimento. Va aggiunto che l’Europa potrebbe trovarsi a fronteggiare, prima o poi, qualche gravissima minaccia esistenziale. Si tratterebbe allora di contrastare le spinte centrifughe: il tentativo di questo o quel Paese di sottrarsi agli oneri della cooperazione.
La politica è l’arte del possibile. Non c’è nulla di male nel darsi obiettivi ambiziosi. Ma è meglio evitare di ritrovarsi ad abbaiare alla luna.