La confessione dell’ex centravanti azzurro: «Non mi ricordo più nulla delle ore successive, la mia memoria riparte dalla finale per il terzo posto contro l’Inghilterra a Bari».
Salvatore Riggio

Il rigore sbagliato a Italia ‘90, nella semifinale di Napoli contro l’Argentina di Diego Armando Maradona, è un qualcosa che Aldo Serena – che in carriera ha indossato le maglie di Milan, Inter, Torino e Juventus – non potrà mai dimenticare. Nonostante siano passati 35 anni: «Mai stato un rigorista. Finiti i supplementari, a Napoli, mi butto per terra e spero non tocchi a me. Poi Azeglio Vicini, il c.t., mi punta: “Aldo, mi mancano due tiratori. Te la senti?’. Risposta: “Mister, faccia un altro giro e nel caso ritorni da me”. Pochi attimi, Vicini si ripresenta, io gli dico di sì ed entro in trance – ha raccontato nell’intervista rilasciata alla Gazzetta dello Sport –. Mi alzo e sento le gambe dure, di marmo. Provo a respirare a lungo, per scacciare l’ansia, ma niente. Quando mi incammino verso il dischetto, la porta diventa sempre più piccola e il portiere (Goycochea, un pararigori) sempre più grande. Sono ai limiti dell’attacco di panico, ho paura di angolare troppo il tiro e non lo angolo abbastanza, il portiere para. Precipito in un buio totale. Non mi ricordo più nulla delle ore successive, la mia memoria riparte dalla finale per il terzo posto contro l’Inghilterra a Bari».
In tanti non vollero andare sul dischetto: «Io, però, li capisco tutti. Se uno non se la sente, se sta male, è meglio che si rifiuti. Da quel giorno non ho più tirato un rigore».
Serena ha raccontato anche il rapporto, ai tempi bianconeri, con Gianni Agnelli. L’Avvocato disse: «Serena è forte dalla cintola in su»: «Una frase un po’ velenosa e ingiusta, al punto che il giorno dopo mi chiamò Giampiero Boniperti (il presidente della Juve di allora): “Aldo, ho appena sentito l’Avvocato e gli ho detto che non doveva dire questa cosa perché con te abbiamo trovato l’erede di Bettega e non è vero che sei abile soltanto di testa”. Qualche partita dopo, l’Avvocato, al microfono di Franco Costa della Rai, disse: “Non pensavo che Serena fosse tanto forte”. E cominciò a telefonarmi all’alba, tra le 5.30 e le 6, come capitava a tanti».
Alla Juventus lo volle Platini: «Avrei voluto essere come lui, possedere la sua intelligenza e ironia. Sapeva rimproverarti con arguzia. Un giorno, appena arrivato a Torino, mi fa: “Aldo sei contento di essere qui?”. E io: “Ma certo. Alle mie spalle ci sei tu che mi metti palloni fantastici. Dalle fasce mi arrivano i cross di Mauro e Cabrini. Che cosa potrei volere di più?”. E lui: “Lo sai che ti ho voluto io? E lo sai perché? Perché vorrei che tu di testa mi appoggiassi il pallone all’indietro per permettermi di tirare”. Lo dice con il sorriso e io capisco che si tratta di una richiesta, di una critica mascherata bene: “Ok, Michel, ho capito”. Da quel giorno, appena potevo, di testa cercavo Michel».



Al Milan ha vissuto due epoche diverse, quella di Giussy Farina e quella dorata di Silvio Berlusconi: «Un sabato ci presentiamo a Milanello per il ritiro e notiamo un trambusto di camion e furgoni. Il mister, Ilario Castagner, chiede spiegazioni e gli rispondono che stanno montando le strutture per una festa di matrimonio il giorno dopo. Farina, per fare soldi, affittava Milanello per eventi di ogni genere. Da lì in poi andammo in ritiro a Milano, in un hotel di largo Augusto, in centro – il racconto –. La seconda volta fu tutto diverso. Milanello era diventato un parco fiorito, bellissimo. Tutte le camere rifatte, tutto nuovo ed efficiente. Un settore medico all’avanguardia: Berlusconi aveva mandato il dottor Tavana a seguire per un mese lo staff clinico dei Chicago Bulls, la squadra di basket all’epoca più famosa. Con Capello, il mister, avevo un buon rapporto. Con Adriano Galliani, l’a.d., un po’ meno. Tanto è vero che anni dopo chiamò in diretta a Controcampo, dove ero ospite di Sandro Piccinini, per contestare con toni arrabbiati una critica che avevo mosso. Disse che non mi avrebbe più fatto entrare a San Siro, ma io rimasi tranquillo e a San Siro poi entrai come sempre».


