Se sulla linea del fallo laterale ci passa il treno

ecco gli stadi più strani del mondo

Al posto di vecchie cave, sulle coste di isole ai confini del mondo, nel punto esatto dove passa la linea dell’equatore. Guida agli impianti più particolari dell’intero pianeta. Che dimostrano come al calcio si giochi davvero in ogni punto del globo

di Luca Pagni

Si fa presto a dire “lo stadio più pazzo o affascinante del mondo”. Lasciamo stare le astruserie moderne: quelli a forma di coccodrillo, nido d’ape, vongola gigante, cattedrale gotica. Quando entrano in scena gli archistar, può succedere di tutto. Anche se, il più delle volte, si finisce a disquisire dottamente di sociologia degli spazi, di leggi urbanistiche, di piani di ammortamento e non di pallone, come sta avvenendo da mesi per la nuova casa del MIlan o dell’Inter. E mai del profumo dell’erba o del panorama mozzafiato che fa da quinta alle partite.
Perché gli stadi più belli del mondo non sono quelli dove i posti in tribuna sono riscaldati come se fossero i sedili dell’ultimo Suv alla moda. Illuminati con centomila led, in modo da spartirsi il pubblico con la rockstar del momento o che si sollevano e ruotano come astronavi. Ma sono quelli incastonati tra la montagna e il mare, dove la partita viene sospesa non se arriva il diluvio dal cielo, ma il quando si abbatte il maestrale che scaraventa lettini e ombrelloni in campo.
O dove si respira la Storia. Anche quella di due secoli fa, quando lo sport più seguito sul pianeta muoveva i primi passi inseguendo un pallone di cuoio, così duro e secco che per andarci di testa ci voleva coraggio, quasi incoscienza.

Bursa, Turchia: lo stadio a forma di coccodrillo

Il treno sulla fascia


Perché il calcio – ricordiamolo – è nato agli albori del mondo contemporaneo, con l’affermarsi della seconda rivoluzione industriale. E non c’è nulla che lo rappresenti meglio del campo dove gioca il Tatran, nel piccolo centro di Cerny Balog. Qui non conta il risultato (siamo nelle serie minori), quanto il contesto: siamo nel cuore della Slovacchia, profondo Est Europa, zona mineraria e ovviamente parliamo di carbone.
Il piccolo stadio del comune di non più di cinquemila abitanti, venne costruito a fine Ottocento accanto a una linea ferroviaria. Dopo, ma soltanto dopo, venne innalzata la tribuna. Così il treno (a vapore) che sbuffando ci passa accanto, facendo a gara con l’esterno che corre sulla fascia, con gli anni è diventato l’attrazione turistica principale della regione.

Lo stadio in Slovacchia costruito di fianco ai binari

Come in un teatro greco


Il tifo, invece, ha origini molto più antiche. Nel mondo greco-romano, per esempio. Il calcio – secondo alcuni – ha preso il posto dello spettacolo dei gladiatori nell’arena, anche come valvola di sfogo sociale. In realtà, ha meccanismi partecipativi che ricordano molto di più le corse con i carri nel circo. Dove gli spettatori erano divisi tra le squadre dei diversi colori. E se a Roma ci si menava e si scommetteva forte, a Costantinopoli l’appoggio degli “ultras” è stato fondamentale anche in qualche sovvertimento di regime nel grande Palazzo sul Bosforo. E chi aveva ambizioni politiche finanziava generosamente le squadra, ingaggiando l’auriga più forte e non badava a spese per i cavalli. Giusto a dimostrazione che non si inventa mai nulla nelle ambizioni umane.
Sarà per questo retaggio culturale che nella lista dei più affascinanti sarebbe peccato grave non inserire gli stadi che ricordano i teatri classici, dove l’ambiente circostante è parte dello spettacolo. Prendiamo il Municipal di Braga, dove ha appena giocato il Napoli. Di recente costruzione (per gli Europei del 2005), ha preso il posto di una cava di granito – qui numerose – e ha solo le due tribune laterali, per lasciare visibilità alla montagna scavata da una parte e al panorama sul lato opposto.
In Italia, l’esempio più evidente si trova di fronte a Scilla e Cariddi, giusto per restare in tema di riferimenti alla classicità. Lo stadio del Messina è intitolato – in una commistione tra sacro e profano – a San Filippo ma anche a Franco Scoglio (indimenticato esempio di allenatore-demiurgo). Ma come se non bastasse, il riferimento alla Magna Grecia è addirittura doppio: sia per la forma delle gradinate, simili allo stadio dei giochi delle antiche Olimpiadi, sia perché inserito in un paesaggio ad anfiteatro, che permette di assistere alle partite dal fianco della collina, per chi ha vista di falco o è dotato di un buon binocolo.

Lo stadio San Filippo di Messina: sul modello di un teatro dell’antica Grecia

In contropiede all’equatore


Ci sono poi gli stadi che entrano nell’immaginario collettivo per i primati geografici. Imbattibile il record del Macapà, stato di Amapà Brasile del nord, al confine con la Guyana francese. Pochi posti, del tutto anonimo, impianto prima dedicato a Ayrton Senna, sull’onda del tragico incidente del campionissimo della Formula 1, poi a un dirigente locale. Fin qui nulla di eclatante, se non fosse che quando scatta il contropiede, i giocatori partono nell’emisfero boreale e fanno gol in quello australe: la linea di centrocampo corre esattamente lungo l’equatore.
All’estremo opposto, troviamo il campionato più a nord del mondo: è quello che si gioca in Groenlandia, in estate, e non solo per questioni di temperature. Perché con il cambiamento climatico il problema è diventato relativo, ma l’aumento delle emissioni inquinanti nulla hanno potuto contro la rotazione dell’asse terrestre e il fatto che il vero ostacolo è il lungo periodo di buio invernale. Ma, ovviamente, giocare avendo sullo sfondo ghiacciai (quelli che rimangono) e le case colorate dei pescatori ha il suo fascino. Come avviene per l’impianto che si trova a Tasiilaq, dove gioca la Nazionale groenlandese. In realtà, al momento, è solo una “selezione ufficiale”; ma siccome all’interno della Danimarca ha lo stesso status delle Far Oer, che partecipa a tutte le competizioni Uefa e Fifa, la federazione ha intrapreso l’iter per avere il riconoscimento ufficiale.

Lo stadio Craven Cottage di Londra dove gioca il Fulham

Tutto nasce dall’acqua


Come avrete capito, anche nel calcio, alla fine, non scopriamo nulla. Come nella vita, siamo irresistibilmente attratti dall’acqua e quindi dagli stadi che sono a un passo – e non è un modo di dire – dal mare, laghi, fiumi, anche solo da un canale.
Anche in questo caso, l’Inghilterra ha fatto scuola da subito. Craven Cottage è lo stadio del Fulham dal 1896, sui terreni del cottage del sesto barone Craven sul Tamigi. E ci assomiglia molto, visto che il fronte sul fiume ricorda molto un balcone ricco di logge come un palazzo nobiliare.
Ma un posto in cima al podio degli immancabili, va allo stadio dove gioca proprio la Nazionale delle Far Oer: isola di Eysturoi, giusto per non farsi mancare nulla adagiata sul fianco di una collina con vista sull’arcipelago. Unica avvertenza, per chi ci va a giocare: scegliere di giocare il secondo tempo a favore di vento, perché quando tira forte hai il vantaggio di giocare in dodici o tredici.
Sempre nel profondo nord, livelli calcistici magari più bassi, ma stesso fascino estremo: in Norvegia, isole Lofoten, nel villaggio di pescatori di Henningsvaer si trova un campo che sembra nascere da una conchiglia che affiora dal mare e più che dalle tribune vale la penna assistere a una partita sul fianco della montagna.
Il lago, almeno, ha il vantaggio di mettere insieme il richiamo ancestrale dell’acqua con quello più “moderno” della fascinazione della montagna. Questa rubrica ne ha parlato per lo stadio del Como, senza ogni dubbio uno dei più belli al mondo per una squadra professionistica. Ultimamente impreziosito anche dalla guida tecnica di un campione come Cesc Fabregas.
Perché, in conclusione, si cerca sempre di tornare dove ha avuto origine il tutto, nel tiepido e rassicurante liquido amniotico. Che, nel caso del calcio, è quel rettangolo. Verde d’erba o impolverato. Con le righe per terra. Dove nascono i sogni.