L’ex leader pd alla Fiera dei librai per presentare il suo libro «Chiedimi chi erano i Beatles». Sul partito: « Elly Schlein lavora bene ma elimini i governismi»
Massimo Laganà
È noto che la storia non si fa con i se e con i ma. Un’ipotesi, tuttavia, ce la possiamo anche concedere, di tanto in tanto. E allora diciamo che il destino del nostro Paese, forse, e sottolineo forse, sarebbe cambiato, se Pier Luigi Bersani, nel 2013, avesse vinto le elezioni e fosse diventato presidente del Consiglio.
Suppongo sia d’accordo.
«Certo. E io credo sarebbe mutato in meglio. Basti guardare a come siamo messi oggi. Non è che occorra sforzarsi con l’immaginazione. Di sicuro non me ne sarei stato lì a smacchiare i giaguari», spiega l’ex segretario del Pd, 73 anni, con una delle abituali metafore zoologiche, che sono diventate una cifra stilistica. Bersani è in città, alla Fiera dei Librai, per presentare «Chiedimi chi erano i Beatles. I giovani, la politica, la storia».
Neppure lei ha resistito alla tentazione di pubblicare le sue memorie.
«Nel 2022 ho lasciato il Parlamento. E ho iniziato un percorso di volontariato sociale. Ho girato l’Italia in lungo e largo, per parlare soprattutto con i giovani. Credo sia importante trasmettere la propria esperienza alle nuove generazioni».
La storia è maestra di vita.
«Esatto. Ma non dev’essere un dialogo a senso unico. È altrettanto fondamentale porsi in posizione di ascolto. Il volume non è un’autobiografia, che non avrebbe senso. Racconta. È un testo che cerca di raccontare un’avventura politica».
Un cammino che non è finito. Semplicemente, continua con altri strumenti. Qual è la sua idea sulle giovani generazioni?
«Non sono d’accordo con chi dipinge i nostri ragazzi con toni apocalittici. Io ho riscontrato consapevolezza sui temi principali, dall’ambiente ai diritti civili. Manca un carro».
Trainato da una mucca, magari?
«No, qui ci vuole un cavallo. Cioè un sistema di pensiero, se non vogliamo più usare la parola ideologia. Non basta conoscere le difficoltà. Bisogna affrontarle. La politica ha il dovere di fornire un pacchetto di soluzioni concrete. Che nascono dal pensiero, per l’appunto».
Come la sua famosa lenzuolata sulle liberalizzazioni, quand’era ministro dell’Industria?
«È un buon esempio».
Auspica partiti forti?
«Assolutamente sì. Spero sia tramontata per sempre l’idea delle strutture liquide».
Lei è tornato nel Pd. La «ditta», che aveva lasciato ai tempi di Renzi segretario, per «mancanza di agibilità». Il partito di Elly Schlein può essere il carro giusto?
«Sta lavorando nella giusta direzione. Lavoro ce n’è. Bisogna eliminare quelle sacche di governismo, ancora presenti. Dobbiamo uscire dalla sindrome di stare nella compagine ministeriale a ogni costo. Il nostro unico dovere è costruire un’alternativa di governo credibile. Assieme al mondo del volontariato sociale. Perché Sinistra significa uguaglianza e giustizia. Sono idee che non tramonteranno mai. Negli anni Novanta vincevamo le elezioni ovunque. Non è che adesso siamo diventati una manica di imbecilli».
Lei non peccò di governismo, quando sostenne l’esecutivo di Mario Monti, invece di andare al voto?
«È una vecchia litania. Lo spiego bene nel libro. Dopo la caduta di Berlusconi, non ci avrebbero mai permesso le elezioni anticipate. Una ventina di deputati disponibili si sarebbe prestata alla nascita di qualunque governo».
I primi cento giorni di Bersani premier?
«Ius soli e Stefano Rodotà ministro dell’Interno».
Ho letto della sua avventura teatrale. È in concorrenza con Veltroni?
«Quando mai! Ci vogliamo soltanto divertire un po’».
Walter è stato a Bergamo con il proprio spettacolo. Lei comincia da qui il suo tour librario. Come mai?
«Perché Bergamo è un posto dove mi sono sempre trovato bene! E poi è stato davvero il primissimo invito che mi è arrivato, mentre ancora stavo scrivendo».





