Rutte, Trump e la diplomazia del «paparino»

l’adulazione (grottesca) per l’amico americano

GIUSEPPE SARCINA

Come rovinarsi, in due giorni, una reputazione ventennale. Per molto tempo, i suoi connazionali olandesi lo hanno soprannominato «Teflon Mark», per la sua abilità di farsi scivolare addosso ogni difficoltà, scandali compresi. 

Anche grazie a questa capacità, Mark Rutte, 58 anni, è stato il primo ministro più longevo del suo Paese: dal 14 ottobre 2010 al 2024 ha guidato quattro governi, restando al potere per quattordici anni. Dopodiché si è candidato per la carica di Segretario generale della Nato. La Casa Bianca di Joe Biden lo ha appoggiato con convinzione. Il primo ottobre del 2024, Rutte ha chiuso la sua casa a Benoordenhout, un sobborgo dell’Aia, e si è trasferito a Bruxelles. Trasloco semplice: l’ex primo ministro non è sposato e non ha figli.

Si è fatto subito apprezzare per i modi da politico vecchia scuola anche nella mastodontica sede dell’Alleanza Atlantica. Si ricorda i nomi di battesimo anche dei collaboratori più laterali. È simpatico, espansivo. Ma è, soprattutto, un gran furbone. Nella sua lunga carriera ha dimostrato di saper scegliere tempestivamente la sponda vincente. Da liberaldemocratico ha dialogato sia con i socialisti sia, più tardi, con i populisti. È stato un fautore spietato del rigore finanziario, allineandosi con i tedeschi e stigmatizzando «gli sprechi» di greci e italiani. Nelle ultime settimane ha usato lo stesso piglio per convincere i Paesi ritardatari della Nato, Italia compresa, ad aumentare le spese militari. Peccato che nel corso dei suoi lunghi anni di governo, l’Olanda è stata sempre lontana dall’obiettivo di spesa del 2% del prodotto interno lordo. Ancora nel 2022, prima dell’invasione russa dell’Ucraina, era all’1,38% del Pil.

Rutte e Trump dicono di conoscersi da anni. Nel 2018 Mark arrivò perfino a contraddire l’allora presidente Usa, nello Studio Ovale. Ma all’epoca Trump sembrava destinato a sparire rapidamente all’orizzonte. Oggi, secondo la percezione generale, è la figura dominante. Negli ultimi mesi, Rutte ha fatto di tutto per soddisfare la richiesta-totem di Trump: i partner della Nato devono stanziare per la difesa almeno il 5% del pil. «Teflon Mark» è andato decisamente oltre: ha blandito, lusingato il numero uno della Casa Bianca. Così ha riversato tutto il suo talento politico per organizzare il summit della «grande svolta». Sembrava andare tutto bene, fino a quando l’amico «Donald» ha pubblicato sul social «Truth» l’sms che Rutte gli aveva inviato martedì 24 giugno, in attesa di riceverlo al vertice. Il testo di quel messaggio è destinato a rimanere nella memoria, forse anche più del comunicato finale del summit.

È una vetta di adulazione, addirittura grottesca. «Caro Donald congratulazioni per la tua azione cruciale in Iran, una cosa che nessuno avrebbe osato fare». Poi, sull’obiettivo del 5%: «Donald, ci hai guidati verso un momento veramente importante per l’America, l’Europa e il mondo». E ancora: «Raggiungerai qualcosa che nessun presidente americano è riuscito a fare negli ultimi decenni». E così via. Ieri Rutte ha provato a spiegarsi: «Non ho nulla da nascondere. E poi Trump per noi è come un papà che talvolta deve alzare la voce per farsi sentire». Più tardi, davanti ai giornalisti, Trump ha sorriso: «Che volete che vi dica, si vede che Mark mi è davvero affezionato».