La «strategia delle bombe» e le accuse all’Europa: «Usa i nazisti di Kiev come ariete. Merz e Macron hanno perso il senno»
Il ministro degli Esteri russo Lavrov, durante l’incontro con il suo omologo in Kirghizistan, ha accusato i leader di Francia e Germania. Mentre Mosca ritiene che le eventuali sanzioni Usa sarebbero solo una rappresentazione
MARCO IMARISIO
«Le mosche da una parte, le polpette dall’altra». Conversando con i giornalisti che assistevano all’incontro con il suo omologo del Kirghizistan, per spiegare come vede l’attuale situazione internazionale, il ministro degli Esteri Sergei Lavrov ha fatto ricorso a una vecchia battuta, quando nelle mense sovietiche le condizioni igieniche erano tali da chiedere la separazione dei due ingredienti al momento di essere serviti.
Ovviamente non sussiste alcun dubbio su chi il Cremlino consideri alla stregua dei fastidiosi insetti nell’attuale situazione geopolitica. «Assistiamo a una situazione di stallo senza precedenti tra il nostro Paese e l’Occidente, che ha deciso di nuovo di scatenare una guerra contro di noi e di infliggere una sconfitta strategica alla Russia, usando essenzialmente il regime nazista di Kiev come ariete», ha proseguito il capo della diplomazia russa. «L’Occidente non ci è mai riuscito, non ci riuscirà nemmeno questa volta, e forse sta iniziando a capirlo».

Ma se il termine generico con il quale viene identificato il nemico rimane lo stesso da tre anni e mezzo, i suoi confini si sono ormai ristretti alla sola Europa, i cui principali leader sono infatti oggetto degli strali di Lavrov e dei media russi a reti unificate. Commentando un recente editoriale congiunto firmato da Emmanuel Macron e Friedrich Merz, nel quale si definisce la Russia «la principale minaccia» e si afferma la necessità per l’Europa di «armarsi», l’esperto ministro degli Esteri ha affermato che «questi personaggi hanno definitivamente perso il senno e stanno cercando apertamente di tornare ai tempi in cui Francia e Germania volevano conquistare l’intera Europa, in primo luogo l’Impero zarista e l’Unione Sovietica».
Lavrov non ha avuto un ruolo diretto nei recenti negoziati e nei due vertici di Istanbul, gestiti in modo diretto dagli uomini del Cremlino. Ma da tempo le sue parole sono considerate un barometro degli umori russi, che dopo i dodici giorni di conflitto tra Iran e Israele volgono decisamente al bello. «Siamo aperti a un lavoro onesto per una soluzione equa della crisi ucraina», afferma il ministro degli Esteri. «Ma non siamo pronti per il genere di intrighi a cui alcuni leader europei ci hanno costretto a partecipare».
Sono dichiarazioni che fanno il paio con quelle del portavoce di Vladimir Putin sulla Russia «che non può essere costretta a trattare con la pressione o con la forza» di eventuali sanzioni, ma può tornare al tavolo delle trattative «solo con la logica e le argomentazioni».
La nottata mediorientale è passata senza grandi danni per la Russia. Per quanto malconcio, l’alleato iraniano è ancora in piedi, e quindi nessuno può accusare Putin di averlo abbandonato al suo destino.
Quanto all’altro più recente e più importante alleato, dagli Usa continuano ad arrivare segnali tutto sommato rassicuranti, al punto da far pensare a Mosca che l’annuncio di nuove sanzioni sia un bluff o una blanda misura d’immagine. Proprio ieri Sergei Naryshkin, il direttore dei Servizi segreti esteri, ha raccontato di avere avuto un lungo e cordiale colloquio telefonico con il capo della Cia John Ratcliffe, e di aver concordato con lui sulla possibilità di chiamarsi ogni volta che serve «per discutere questioni di interesse». E Yuri Ushakov, primo consigliere del Cremlino, ha detto che per quanto non sia ancora in programma, un incontro tra Putin e Donald Trump potrebbe avvenire «in qualsiasi momento».
La sanzioni americane, ammesso e non concesso che possano davvero arrivare, sono considerate come una rappresentazione teatrale, un atto dovuto per non compromettere i rapporti con l’Europa, che non andrà a interrompere un dialogo ben avviato.
I progressi sul fronte sono minimi e l’offensiva d’estate ristagna, almeno così sembra da una analisi dei dati fatta dal quotidiano inglese Telegraph. Ma la Russia continua a bombardare le città ucraine, più per far sentire a livello internazionale il proprio peso e le proprie intenzioni che per fiaccare il morale del nemico. È come se in questo momento l’orizzonte russo fosse ridotto alla sola America, con un Trump messo sul piedistallo dalla politica e dai media russi. Gli altri non esistono, se non per parlare a vanvera. «È così che viviamo in questi mesi» scrive l’editorialista principe dei falchi Dmitrij Popov. «Loro dicono sciocchezze, noi siamo buoni e leggeri».



Putin, l’attacco più duro: pioggia di missili sull’Ucraina. E Zelensky apre alle mine anti uomo
Pesanti bombardamenti nella notte tra sabato e domenica: Mosca usa 567 tra droni e missili, 3 vittime. Abbattuto un F-16, morto il pilota
Lorenzo Cremonesi
La Russia lancia il più massiccio raid di droni e missili contro l’Ucraina dall’inizio della sua aggressione militare nel febbraio 2022.
Nella notte tra sabato e domenica le difese antiaeree ucraine hanno contato ben 537 «armi aeree nemiche» tirate sui cieli di tutto il Paese e in particolare nelle sue province occidentali attorno a Leopoli. L’ennesima azione bellica a tutto campo imposta da Mosca, mentre le iniziative di negoziato cercate da Donald Trump in primavera restano lettera morta e Vladimir Putin appare inspirato dalla recente vampata di guerra tra Israele, Stati Uniti e Iran per rilanciare i tentativi di sottomettere il governo di Kiev.
In questo quadro di guerra infinita senza prospettive di pace, Volodymyr Zelensky firma il decreto per l’uscita dell’Ucraina dalla Convenzione internazionale che vieta l’utilizzo delle micidiali mine anti-uomo. Il trattato era stato raggiunto a Ottawa nel 1997 e il governo di Kiev vi aveva aderito già nel 2005 assieme ad altri 160 Paesi. Mosca invece non l’ha mai riconosciuto. Ma erano tempi diversi. Sin dall’invasione del 2022 i soldati russi hanno letteralmente inondato i territori occupati con milioni di mine di ogni tipo e oggi l’esercito ucraino si trova nell’urgente necessità di difendere i propri confini con tutte le armi possibili.
Nelle ultime due settimane, mentre l’attenzione internazionale era concentrata sul Medio Oriente, le forze militari di Mosca hanno lanciato raid gravissimi causando decine di vittime tra i civili ucraini. E il 20 giugno, durante il discorso al Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo, ancora il presidente russo ha colto l’occasione per ribadire che «l’intera Ucraina è nostra». Dunque, non soltanto il 20 per cento del Paese occupato manu militari a partire dall’annessione russa della Crimea nel 2014, in contemporanea all’inizio della guerra nel Donbass, ma anche la capitale, oltre a Odessa nel sud e le regioni occidentali sino al confine polacco.
Non a caso l’altra notte Varsavia è tornata a fare decollare i suoi caccia dotati di sistemi anti-missili, come ormai avviene di frequente nel caso le bombe volanti russe sconfinino nel suo territorio.
I portavoce dell’aviazione militare a Kiev spiegano nel dettaglio l’ultima ondata di raid russi «a sciami» per cercare di confondere i radar e i sistemi di difesa. Vi sono inclusi 477 droni, che una volta erano per lo più iraniani e adesso vengono prodotti dalle fabbriche russe: di questi 211 sarebbero stati abbattuti e 225 pare siano stati dispersi grazie al jamming, le interferenze elettroniche. Più difficili da colpire sono invece i missili, che ieri contavano 4 Kinzhal, 7 Iskander balistici (solo uno abbattuto) e altri 41 da crociera, di cui 33 distrutti in aria, oltre a 5 Kaliber (4 colpiti) e 3 missili antiaerei S-300.
Per il momento il numero delle vittime civili sembra limitato a 3 morti tra Dnipro, Kharkiv e Kherson, quello dei soldati caduti resta come sempre top secret. E nelle ultime ore i bombardamenti russi hanno causato almeno altri tre morti, mentre le offensive di terra restano concentrate nel Donbass e nella zona settentrionale di Sumy. I comandi ucraini confermano anche l’abbattimento di un loro caccia F-16 con la morte del pilota: sarebbero almeno una decina i piloti uccisi in combattimento a bordo di questi velivoli che sono il fiore all’occhiello delle armi occidentali donate agli ucraini. «Siamo di fronte dall’attacco russo più massiccio negli ultimi tre anni», conferma il portavoce dell’aviazione, colonnello Yuriy Ihnat.

