di Silvia Nani
Basta superare l’entrata per ritrovarsi sulla sponda del lago, nelle cui acque si specchia un complesso di edifici bianchi con dettagli color turchese, colori che da sempre contraddistinguono il marchio di imbarcazioni più famoso al mondo: Riva.
Siamo a Sarnico, sul lago d’Iseo, nel cantiere dove dal 1860 nascono i Riva, dagli storici motoscafi in legno (oggi non più in produzione) ai più recenti yacht fino a 68 piedi in vetroresina. Ma non solo, perché qui si mettono a punto e si restaurano i modelli vintage, che così possono tornare a una nuova vita. Dotati di tutte le certificazioni ufficiali.
Aquarama, Florida, Ariston, Tritone… sono i nomi di imbarcazioni del desiderio la cui storia è legata indissolubilmente a regnanti, divi, personaggi del jet-set. Basti pensare che il primo Aquarama fu fatto provare a Gianni Agnelli e che Sophia Loren per le scene del film “La baia di Napoli” girate con Clark Gable davanti ai Faraglioni volle un Ariston, di cui si innamorò decidendo dopo qualche anno di acquistarne uno per sé. Proprietari appassionati, che nel tempo hanno contribuito a decretare la notorietà e a costruire il mito di queste imbarcazioni, consacrandole a epitome di eleganza, design, innovazione. Proprio qui, a Sarnico, in un’ampia area dedicata, ha sede la divisione Riva Classiche che di queste “signore del passato” si prende cura, con perizia e passione.

Da qui inizia la nostra visita assieme a Valerio Venturelli, Managing Director Riva Classiche & Riva Brand Experience, che ci mostra in prima persona come si articola questo servizio unico messo a disposizione degli armatori Riva.
“Ecco, questo è un Ariston in attesa di essere riconsegnato al cliente”, esordisce mostrandocelo, perfetto come se fosse stato costruito oggi. “Qui invece c’è un Aquarama Special, pronto per il rimontaggio delle parti cromate”, spiega davanti al motoscafo in attesa dell’ultimo passaggio (lo smontaggio era stato il primo), che segue la verniciatura realizzata completamente a mano: “Una fase delicatissima, questa, variabile in base allo stato dell’imbarcazione: da sola può richiedere anche un mese e mezzo”.
Il processo di restauro avviene in base a una rigorosa check list stilata all’arrivo in cantiere: “Indica l’intero percorso, passo a passo, formulato sulla base delle richieste dell’armatore e dell’ispezione che facciamo sull’imbarcazione. Per il proprietario è il momento più emozionante”. Punto nodale è il passaggio in falegnameria, che varia in base alle condizioni della barca. Al termine del quale vengono rimontate tutte le singole parti. Ora l’imbarcazione è pronta per essere riconsegnata al suo armatore e tornare a navigare. Ma, su richiesta, è possibile lasciarla in cantiere in un’apposita zona rimessaggio.

Se da un lato Riva, con l’eccellenza del servizio manutenzione e restauro, pone l’accento sull’importanza di valorizzare il patrimonio delle imbarcazioni storiche, a Sarnico il cuore rimane l’area produttiva dove prendono corpo le nuove imbarcazioni in vetroresina, fino a 68 piedi. Uberto Vaino, responsabile della produzione, ci mostra il processo di allestimento in corso per un Riva 68’ Diable e un 66’ Ribelle: “La nostra è una linea di produzione mista, organizzata in “stazioni” ciascuna dedicata a una precisa attività, a cui ogni imbarcazione arriva avanzando su binari. Un processo simile a quello che avviene nel mondo automotive ma raro nella nautica. Per noi è un fiore all’occhiello”. Dopo la copertura delle parti che si potrebbero danneggiare, nelle prime 2 postazioni si passa alla collocazione delle compartimentazioni interne, l’installazioni delle finestrature e degli arredi interni, fino al momento cardine, l’accoppiamento di scafo e coperta. “Nella 3a sezione, la barca arriva finita circa all’80 per cento: qui si completano sottocoperta ed esterni e si passa alle finiture. A cui segue il collaudo, con prove sulle prestazioni e controllo capillare su tutte le finiture interne ed esterne”, spiega Vaino. “L’intero flusso comporta 35 giorni lavorativi per ogni stazione, oltre a circa una settimana necessaria a effettuare i collaudi”.

La nostra visita prosegue alla galleria storica, piccolo museo che racconta le fasi salienti della storia di Riva attraverso l’esposizione di circa una ventina di modelli. Si inizia con alcune barche da corsa, simbolo di quel periodo del Novecento compreso tra gli anni ’20 e i ’30, in cui il nome Riva era sinonimo di motoscafi in legno dalle prestazione uniche. A raccontare il primo modello seriale in legno voluto da Carlo Riva c’è un Riva Corsaro degli anni ’50, epoca a cui risale anche un Super Ariston, a simboleggiare l’imbarcazione preferita dallo stesso Carlo Riva. Non può mancare l’Aquarama, che dal 1962, anno della sua nascita, diventa l’icona Riva per eccellenza, e nemmeno degli esemplari in vetroresina, materiale che dagli anni ’70 si affianca al legno, per poi sostituirlo completamente.

Ma il mondo Riva oggi si estende anche oltre la nautica. E non poteva non essere così perché, grazie all’immaginario di eleganza costruito nel tempo con le presenze nel cinema e il legame con personaggi famosi, Riva è diventato indiscutibilmente sinonimo di uno stile di vita. Da cui la creazione della divisione Riva Brand Experience: “L’idea è di far vivere ai nostri armatori il mondo Riva anche in ambienti fuori dall’acqua”, spiega Venturelli. Sono nate in giro per il mondo così le Riva Lounge, ma anche i Riva Caffè (in Italia per esempio, un bell’esempio è a Napoli, sulla Riviera di Chiaia): “Sono vere e proprie destinazioni arredate nello stile e con i materiali tipici di Riva: mogano, acero, i tessuti nei colori bianco e turchese del marchio. Dove tutti gli appassionati del marchio possono vivere l’atmosfera che si prova a bordo di un Riva”.
E’ arrivato il momento di incontrare Mauro Micheli e Sergio Beretta, fondatori di Officina Italiana Design: da 30 anni sono loro i creatori unici di tutte le imbarcazioni Riva. Diversi ma complementari: Sergio estroverso, Mauro vagamente intimista. Il primo, una formazione da manager internazionale, è la mente organizzativa. Il secondo, studi e doti artistiche e un apprendistato proprio nell’ufficio tecnico di Riva, progetta unendo il guizzo all’innovazione. Partendo, sempre, da un disegno fatto a matita.

Siamo nella mitica Plancia, lo storico ufficio dell’ing. Carlo Riva, il fondatore, una struttura arrotondata, profilata da finestre e aggettante come – lo dice il nome – la plancia di uno yacht, ben visibile anche dalla riva opposta del lago. Talmente unica da essere tutelata dalle Belle Arti. Ancora oggi arredata con la scrivania che lui adorava (e continuò a usare anche dopo aver ceduto il marchio), i suoi oggetti e cimeli, un grande tavolo riunioni circolare in mogano che fa da scenografia all’intervista: quale miglior contesto per giocare tra passato e presente con i designer a cui è stato affidato il percorso di Riva nella contemporaneità.

Che cosa ha rappresentato per voi diventare i designer di Riva? MM Riva fa parte della nostra vita. Ero un ragazzino quando ho iniziato a frequentare il cantiere, ed è grazie a Riva che sono diventato designer. Quando conosci un marchio come Riva te ne innamori: nel tempo abbiamo collaborato con altri brand ma poi siamo tornati qui.
Oggi Riva rappresenta una parte fondamentale della nostra vita. Sensazione provate alla vostra” prima volta” nella Plancia?
SBMolto forte. Dopo tanti anni lo ricordo ancora perfettamente. Questo è un luogo storico, normalmente inaccessibile. Che mette soggezione. Lo frequentava l’alta dirigenza del cantiere, qui sono state prese le decisioni più importanti. Varcare questa soglia è un privilegio, e dopo trent’anni lo sentiamo ancora tale.
Il 58 Bahamas, il vostro primo Riva, e l’Aquariva, il primo con Riva entrata nella galassia Ferretti: come sono nati i due progetti?
MM Ai tempi del 58 Bahamas avevo appena iniziato a fare il designer. In cantiere non ci seguì nessuno, si può tranquillamente dire che l’abbiamo disegnato da soli. La barca fu presentata in fiera con un successo immediato, forse perché c’erano tanti spunti innovativi che nascevano dalle idee di un ragazzino… L’Aquariva invece rappresenta il simbolo della Riva contemporanea, è una delle poche icone della nautica, uguale a se stessa da 25 anni. Direi che è il progetto più longevo esistente.
ome si riesce oggi a creare un nuovo Riva senza tradire il suo passato di icona della nautica?
SB E’ una grande responsabilità. Il segreto credo stia nel metabolizzare il marchio, averlo dentro ma poi dimenticarlo. Sentendosi liberi di creare, perché un marchio come questo vive del suo passato ma deve anche saper pensare a innovare dialogando con la contemporaneità.
Riva è tra i rari cantieri a creare yacht dagli 8 ai 90 metri, di cui voi siete gli unici designer, delle linee e degli interni: quale è il segno che li identifica sempre e comunque come dei Riva?
MM Se pensiamo alle imbarcazioni più piccole, per esempio il Rivamare o il Dolceriva, i tratti nascono dai Riva storici, come l’Aquarama, un’icona a cui abbiamo cercato di avvicinarci. Le barche più grandi derivano invece da segni che abbiamo introdotto negli anni, che ormai sono riconosciuti come distintivi di Riva. Si tratta di superfici curve e segni grafici “nostri” che abbiamo rinnovato man mano e oggi fanno parte del mondo Riva e identificati universalmente come tali.
C’è un Riva a cui siete particolarmente affezionati?
SB Sì, un modello c’è, ed è quello che abbiamo deciso di comprare io e Mauro: Il Rivamare. Lo trovo particolarmente bello e rappresentativo del nostro modo di fare design. Esattamente corrispondente alla nostra sensibilità.
MM Io ne ho due. Uno è l’Aquariva, che ha sempre un posto speciale nel mio cuore forse perché è stata la nostra prima barca ed è diventata icona. L’altro è il Rivamare. Disegnare una barca piccola è molto difficile: è una scultura e bastano anche solo un paio di centimetri in più o in meno per cambiarne il balance. Qui trovo che siamo riusciti a trovare l’equilibrio perfetto.

L’INTERVISTA AD ALBERTO GALASSI, AD DI FERRETTI GROUP
“I nostri 25 anni con Riva”. Così l’eleganza in barca diventa uno stile di vita da desiderare
Alla vigilia del primo dei Saloni nautici autunnali incontriamo Alberto Galassi, amministratore delegato di Ferretti Group in cui il cantiere Riva è confluito, 25 anni fa esatti. Un anniversario che segna il rilancio del brand nel quale, alla valorizzazione di una storia fatta di design, innovazione, stile si affianca lo slancio manageriale impresso proprio da Galassi. Dal suo arrivo, nel 2014, ogni anno vengono lanciati nuovi modelli, dai più piccoli come il Rivamare o Dolceriva, ai superyacht di oltre100 piedi, come il Dolcevita e i recenti Corsaro Super e il Bellissima 130’. Ma non solo. Oggi Riva è un marchio che incarna un lifestyle completo grazie a progetti come le Riva Lounge, i Riva Caffè o gli arredi ispirati da materiali e linee delle imbarcazioni più famose, grazie ai quali chiunque può godere dell’atmosfera Riva anche lontano dal mare. E, se ancora non basta, ora anche un aereo privato (per i pochi fortunati che possono permetterselo) può evocare lo stile Riva: grazie alla recentissima collaborazione con Flexjet, leader dell’aviazione privata, il Gulfstream G650 e l’elicottero Sikorsky S-76 rileggono i loro interni con i colori, i materiali e gli accessori dei motoscafi icona Riva. Ma nel mese clou dei Saloni Nautici – l’esordio a Cannes, poi sarà la volta di Genova e a fine settembre dello Yacht Show a Monaco – l’attenzione è tutta rivolta alle novità dei prodotti. Che, scopriremo con l’avvocato Galassi, anche questa volta spaziano delle grandi imbarcazioni connubio di eleganza e innovazione alle piccole barche gioiello.
Avvocato Galassi, ci dà qualche anticipazione di quello che vedremo tra poche ore al Cannes Yachting Festival?
Indicherei due imbarcazioni in particolare: il Riva 112 Dolcevita Super, l’evoluzione del Dolcevita, come dice il nome. Uno spettacolo, con il suo beach club di 35 metri quadrati dalle murate abbattibili che diventano terrazze laterali. E poi Il 58 Capri, primo di una nuova famiglia di sport open yacht, interpretazione contemporanea delle imbarcazioni sportive-eleganti tipiche di Riva. E poi lanceremo un Aquariva Special, unico modello dopo l’Aquarama a diventare special, e il Riva Cento, edizione limitata del Rivamare 38’, tra i modelli più amati del brand. Basta, non voglio spoilerare altro…
Abbiamo parlato del presente. Ma se guardiamo al passato di Riva, quali sono a suo parere i 3 modelli che hanno segnato la storia del marchio?
Senza dubbio al primo posto c’è l’Aquarama, la barca più bella mai costruita. Un’imbarcazione così non nascerà mai più. Me lo disse anche Carlo Riva: “Alberto, è la barca più bella del mondo”. Se si vede in mare un Aquarama, persino chi è a bordo di un megayacht si affaccia ad ammirarlo. Poi direi un Black Corsair, barca meravigliosa degli anni ’70-’80, simbolo dell’avvento della vetroresina nella produzione e l’inizio della realizzazione dei grandi cabinati coupé. E poi, me lo conceda, l’avvio da parte nostra della creazione delle imbarcazioni di dimensioni più grandi, dai 30 fino ai 54 metri in acciaio: il gruppo Ferretti ha realizzato il sogno di Carlo Riva, che fece produrre il Caravelle o l’Atlantic in Olanda perché in Italia non c’era il know how della lavorazione dell’acciaio con la qualità che lui voleva. Abbiamo portato Riva con successo in un segmento nuovo: di ciascuna imbarcazione abbiamo venduto tra le 30 e le 35 unità. E gli armatori sono tutti felicissimi perché hanno le barche più eleganti e allo stesso tempo sexy del mondo.
Quindi Riva ha abbracciato un tipo di armatore che ama un modo diverso di navigare?
Direi che la tipologia dell’armatore Riva con la passione per il cabinato già c’era, e risale agli anni ’80 e ’90. Quando il gruppo Ferretti ha acquisito Riva, nel 2000, si è trattato di unire a Riva la creatività di Officina Italiana Design. E in questo caso ha fatto un lavoro eccezionale Mauro Micheli, che ha dato alle imbarcazioni uno stile inconfondibile. Oltrepassando il concetto di una “piattaforma” Ferretti su cui si innestava lo stile Riva come era successo fino agli anni ’90, e trovando invece una forma e un gusto completamente diversi, ma assolutamente identitari. A Micheli abbiamo lasciato la matita libera e lui, assieme all’ing. Ferrari, ha creato una gamma di prodotti unici.
Imbarcazioni a parte, la novità Riva, lanciata lo scorso luglio, è la collaborazione con la compagnia di aerei privati Flexjet per gli interni di alcuni loro velivoli. Ultima tra le contaminazioni con altri mondi che il marchio persegue da tempo. Quale valore ha per voi?
Contaminare è un esercizio difficilissimo. Il rischio di sbagliare e trasformare tutto in un’operazione di marketing è elevato. Se così fosse, non saremmo più credibili e distruggeremmo il marchio. Ma io, finché sono a capo del gruppo Ferretti, ho il dovere di preservare il marchio Riva, lasciandolo, se possibile, in una salute ancora migliore di come l’ho trovato. E’ un brand che appartiene al nostro Paese e va tutelato: per questo abbiamo creato la divisione Riva Classiche, dove restauriamo i Riva storici e li certifichiamo. Quindi le operazioni che scegliamo di fare devono essere sempre mirate. Dalle lounge nei luoghi più belli ed esclusivi al mondo, come il Gritti Palace a Venezia o lo Yacht Club di Monaco, alla collaborazione con Flexjet: un aereo privato e un elicottero che “diventano Riva”. Il massimo dell’esclusività. Se volessimo mettere a reddito Riva accettando qualsiasi collaborazione che ci viene proposta, faremmo un fatturato record. Con un marchio come Riva, invece, si vince dicendo no.






