«I miei messaggi? Non mi aspettavo diventassero la cosa più importante da raccontare. I social sono un terreno per mercenari»
La scorsa estate lo scandalo legato alla diffusione di suoi messaggi audio inviati a una modella, rubati e diventati virali. «La violazione della privacy non è mai accettabile, bisognerebbe muoversi come altri Paesi, dove l’identità di chi commenta è resa pubblica», dice l’attore. E alla vigilia dell’uscita del suo nuovo film: «L’unica responsabilità che ho è verso le persone che amo»
Cristiana Allievi
Raoul Bova è al volante della sua auto. Sta cercando un po’ di refrigerio lontano dalla Capitale. Il motivo di questa intervista con 7 è Greta e le favole vere, il nuovo film di Berardo Carboni in cui interpreta un padre diviso tra una moglie affezionata a una vita fatta di comfort e vacanze alle Seychelles (Donatella Finocchiaro), e la figlia Greta (Sara Ciocca) che, ispirandosi alle battaglie dell’omonima Thunberg, coinvolge chi le sta vicino nella missione di cambiare il mondo. Dopo l’anteprima mondiale il 19 luglio al Giffoni Film Festival, il film arriverà al cinema il 6 agosto (Vision Distribution). Questa è anche la prima lunga intervista che Bova concede dopo la vicenda che lo ha travolto la scorsa estate: la diffusione online di suoi messaggi vocali privati a una giovane modella, dopo essersi opposto a un tentativo di estorsione. Sono seguiti, nell’ordine, lo scandalo mediatico, la separazione da Rocío Muñoz Morales – madre delle sue due figlie più piccole – e una nuova relazione con l’attrice Beatrice Arnera.
Partiamo da Greta e le favole vere, in cui è un padre che ama la propria famiglia e allo stesso tempo un modello di vita che la figlia mette in discussione.
«Il titolo del film evoca il concetto della favola che può diventare realtà. E il solo pensare di raccontare una speranza, il sogno di un bambino che si concretizza, mi è sembrato un buon motivo per leggere la sceneggiatura. Il mio personaggio, in particolare, è uno che alle favole ci crede».

Combattere per il pianeta è una di queste?
«Ci sono stati anni in cui la necessità di salvare il pianeta si era affermata come una convinzione. Eravamo tutti speranzosi, ci siamo adoperati nel fare le varie raccolte differenziate. Poi però ci siamo scontrati con una burocrazia che ha rallentato tutto e forse disilluso molti. In questo senso il mio personaggio è un sognatore disilluso».
Ma la figlia non molla.
«I giovani di oggi sono un esercito di nuovi sognatori che può combattere con armi morali e un senso di responsabilità che noi non avevamo».
C’è una causa per cui lei si esporrebbe con la stessa determinazione con cui combatte Greta Thunberg?
«L’ho fatto in tante occasioni, senza una eco così internazionale. Mi sono esposto con la Fondazione Rava ad Haiti, durante il terremoto di Amatrice, in Siria con la Croce Rossa dove ho raccontato il mondo dei volontari di quell’organizzazione umanitaria. E durante il Covid, sempre con la Croce Rossa, facevo le consegne a domicilio».
Il padre di questo film viene messo in discussione, nella vita vera i suoi figli fanno altrettanto?
«Con loro ho un rapporto molto aperto, discutiamo, ci diciamo le cose che non vanno. È un periodo in cui soprattutto con i più grandi ci stiamo confrontando in modo profondo su diversi aspetti. Io non sono mai stato tra quelli che si mettono a dispensare consigli di vita, non salgo in cattedra per dire come si fanno le cose».

Come si comporta?
«A volte preferisco prendermi una colpa in più, per mettere i miei figli a loro agio, in modo che non ci sia un giudizio, una pressione su di loro. E certo, il confronto prevede anche la critica».
Le sue figlie più piccole, 11 e otto anni, sono già sensibili a temi come quelli del pianeta?
«Molto, e devo dire che questo lavoro la scuola lo fa bene. Le maestre delle mie ragazze sono molto attente a temi come l’inclusione e il rispetto degli altri, lavorano sull’intelligenza emotiva e sui comportamenti distorti che portano al bullismo. È importante inculcare l’idea che si debbano accettare dei no».
Qualcuno dei suoi figli l’ha mai messa davanti a una sua contraddizione? E nel caso, tende ad ascoltare o a difendersi?
«D’istinto cerco di capire da dove arriva il dissidio, e se mi convinco che non sia reale, provo a capire da dove parte il punto di vista diverso. Magari insieme, rispettando le diversità, si riesce a scoprire che c’era stato un malinteso».
Questo film arriva a un anno dalla vicenda personale che l’ha esposta a una forte attenzione mediatica: i suoi messaggi privati sono diventati pubblici e sono stati commentati ovunque. Si è sentito improvvisamente incompreso?
«Credo di aver passato varie fasi della vita, da quando ero ragazzo a quando sono diventato papà per la prima volta. Nel percorso di un essere umano ci sono momenti in cui vuoi essere un amico, vuoi essere gratificato, accettato un po’ da tutti. Vuoi capire chi sei, vuoi avere risultati positivi, essere apprezzato, è un sentimento comune».
Umano?
«Esatto. Ma quando ero ragazzo non c’erano i social, non c’era neanche questo meccanismo contorto, di poteri occulti, di guadagni facili, di aumento della popolarità a scapito di qualcun altro. I social sono diventati terreno per mercenari che vogliono un ritorno mediatico ed economico, anche a costo di rovinare la reputazione di qualcun altro».
È un nuovo modo di vedere la vita e il lavoro?
«Sembra che non si pensi più agli studi universitari, alla dedizione e al sacrificio per ottenere risultati. L’esempio che abbiamo di fronte è chi dice “faccio qualcosa per avere soldi, non mi interessa acquisire un valore o una qualità”. Inoltre una volta un attore aveva i fan, chi lo amava lo seguiva. Non esistevano gli haters, gli odiatori: se non piacevi a qualcuno, semplicemente ti ignorava. Oggi ci sono le vendette, molti adolescenti si tolgono la vita, questi contesti sono vere e proprie armi».
Lei cosa farebbe?
«Con un’arma di questa portata, bisognerebbe muoversi come tanti altri paesi del mondo, soprattutto l’Australia, dove l’identità di ognuno è resa pubblica. Quando hai un nome e un cognome, se critichi una persona ti assumi le tue responsabilità».
Per lei è stato più difficile accettare la violazione della privacy o il giudizio delle persone?
«La violazione della privacy non è mai accettabile, e se devo dire la verità anche quando mia madre mi leggeva il diario, a 13 anni, mi arrabbiavo. Era una violenza, il fatto che un genitore leggesse i pensieri che scrivevo solo per me».
Poi i suoi pensieri li abbiamo letti tutti, in versione messaggi audio.
«Quando c’è un movimento sociale che segue un reato, trovo sia veramente un problema che riguarda la società intera».
Si spieghi meglio.
«Se c’è un reato (si riferisce al tentativo di estorsione subito, ndr), e qualcosa che può danneggiare una persona viene cavalcata dai giornali che pubblicano la notizia…».
Crede che i giornali non dovrebbero riportare quanto accade sui social?
«Se esiste un’etica, ci si deve accorgere che di fatto si sta promuovendo un reato commesso da altri. Per me questo è stato l’aspetto peggiore da vivere, perché se gli imbecilli continuano a esistere, persone valide culturalmente dovrebbero vederla diversamente».
Che impatto ha avuto su di lei la scelta di non cedere a un ricatto?
«Non mi aspettavo di vedere i miei messaggi diventare la cosa più importante da raccontare, a tutti i livelli sociali».
Lei ha sempre mostrato due volti, quello di Don Matteo e quello di un sex symbol dello schermo. Immagini opposte creano anche aspettative opposte, con cui fare i conti?
«Non nego che a volte ti danno dei ruoli e delle etichette che tu in qualche modo credi di dover rispettare. Se interpreti un sex symbol, poi ti devi comportare da sex symbol. Sei reciti Don Matteo, ti devi comportare da prete…».
Ma?
«Alla mia età credo che l’identità vada gestita al di fuori di quello che vedono gli altri: conta solo come ti relazioni alla tua vita e agli altri».
Tornando alle etichette.
«Non te le attribuisci da solo, lo fanno gli altri, con i pro e i contro del caso. Quindi hai il dovere di capire chi sei dentro di te, di accettarti con pregi e difetti, nel bene e nel male. Sei un essere umano, non un dio».
Si sta giustificando?
«È la realtà, non sono sovraumano, e non sono più di nessun altro».
Da personaggio popolare la preoccupa deludere il suo pubblico?
«Mi sembra di aver dato prova di quello che sono, di aver fatto anche cose di cui vado fiero. Se la gente crede che io sia in un modo piuttosto che in un altro, non posso farci niente. L’unica responsabilità che ho è verso le persone che amo».
C’è un suo personaggio a cui è più legato?
«Ho avuto una vera passione per Ultimo, ho cercato di interpretarlo in tutte le sue contraddizioni. Ma non mi prendo i suoi meriti, sono solo un tramite».
È cresciuto in saggezza?
«So che non si può più perdere tempo a litigare o cercare di salvare chi non vuole essere salvato, e che bisogna liberarsi della negatività. Anche la scienza ha dimostrato che le parole possono ferire profondamente, come curare e dare speranza. L’ho detto poche sere fa nel mio monologo su Rai 1, durante Vita! Il concerto».
Lei riesce a eliminare negatività, rancore e rabbia?
«È un work in progress, me lo richieda fra sei mesi».
Chi è Raul Bova oggi, quando si spengono le luci?
«Sono il risultato di tutto quello che ho vissuto in questi 54 anni. Il lavoro, la famiglia, i successi e gli errori. Mi sono preso una pausa da tutto. Fermarmi, vivere la vita e occuparmi davvero delle persone che amo, è una benedizione».





