ANTONIO POLITO
Il faccendiere e amico puntava sulla disponibilità delle masse a un nuovo leader populista
Sigfrido Ranucci era ignaro. Ignorava che il caro amico Lavitola progettasse una bomba per accrescerne la popolarità. Non ignorava però che volesse fare di lui un primo ministro, «nel giro di due anni». Né ignorava il sondaggio da lui a tal fine preparato, che anzi si premurava di integrare con altre domande («l’egemonia digitale, è un tema che rende»). Né ignorava, a quanto sembra di capire, gli «skill» professionali di Gomes Clesio Tavares, l’energumeno che avrebbe organizzato l’attentato; il conduttore di Report, in un momento di difficoltà in Rai, aveva risposto così a Lavitola che gli chiedeva come poteva aiutarlo: «Mi dovresti prestare Gomes».
«Ignaro» ha la stessa radice etimologica di «ignoranza». Il Foglio ha perciò scomodato il Candide di Voltaire per un sarcastico confronto con l’ingenuità del giornalista (più calzante — secondo noi — il «Bouvard e Pécuchet» di Flaubert). E il grado di «ignoranza» di Ranucci circa i propositi criminali dell’amico fa in effetti tutta la differenza del mondo in quanto al diritto penale: per il gip egli fu vittima, «vittima della manipolazione dell’indagato, in ragione della raffinata astuzia di quest’ultimo».
L’ignoranza è però un’esimente di minor valore, invece, al fine di valutare la capacità di giudizio professionale di chi è stato definito «il principe del giornalismo investigativo» o, più modestamente, «la figura più rilevante del giornalismo di inchiesta in Italia», come si è espresso il suo avvocato.
Farsi «manipolare» da Lavitola, un imbroglione patentato con una lunga storia di condanne a suo carico, non depone infatti bene in quel senso. Alla luce della relazione «speciale» che il giornalista intratteneva con una «fonte» di tal fatta, si sono anzi aperti interrogativi sulle stesse puntate di Report. Due domande in particolare attendono risposta e sono molto delicate: 1) c’era il modo di orientare le inchieste di Ranucci in una direzione o nell’altra, come si sospetta almeno per quelle su un cantiere navale, un parco eolico e sulla Cisl? 2) c’era il modo di «frenare» le inchieste di Ranucci, come ha dichiarato il suo dirigente in Rai, Paolo Corsini, dicendo al Corriere che «chi aveva problemi con Report andava da Lavitola»?
Ma se Ranucci era ignaro, almeno della bomba, l’inchiesta finora ci dice che l’amico Valter sapeva tutto. Secondo l’accusa (ovviamente da dimostrare in un processo), egli avrebbe cioè ritenuto credibile a) che il suo «assistito» potesse un giorno stracciare nelle urne gente come Meloni o Schlein: «Figurati tu quanto prenderesti. Minimo il 70%»; b) che mettergli una bomba sotto casa avrebbe favorito il suo progetto politico, consolidando il già ampio seguito popolare di cui lo stesso Ranucci gli dava quotidiana testimonianza, spedendogli le foto delle folle alle sue conferenze o i messaggi sui social che lo invitavano a scendere in campo.
Lavitola, dunque, avrebbe deciso che valeva la pena di investire soldi (qualcuno prima o poi doveva pur pagare i bombaroli assoldati) e di rischiare per l’ennesima volta il carcere (circostanza infine verificatasi) pur di provare a «costruire» un nuovo leader populista. Riconoscibile da larghe masse come un «cavaliere bianco» senza macchia né paura, in grado di fustigare potenti di ogni risma (anche se non proprio tutti i potenti: patetica la lettera speditagli dal dirigente Rai in cui lo invita, per favore, a fare inchieste anche su qualcuno non di destra).
La vera domanda, dunque, che questa storia ci consegna è se Valter Lavitola sia solo un pazzo che sognava l’impossibile, anche se non abbastanza impossibile da suscitare una reazione sdegnata di Ranucci, che anzi si dimostrava incuriosito dalla cosa; oppure se Valter Lavitola aveva capito un aspetto cruciale della formazione dell’opinione pubblica oggi in Italia: la disponibilità di massa all’esaltazione demagogica, al giustizialismo mediatico, alla gogna pubblica, anche quando i crismi della deontologia professionale (di sicuro prima o poi l’Ordine dei giornalisti ci darà autorevolmente qualche indicazione in merito) non sono impeccabilmente rispettati.
Aveva ragione Valter? L’Italia è pronta all’ennesima avventura politica? Poteva davvero il giornalista Ranucci diventare il leader di un nuovo populismo? E dunque lo potrebbe diventare domani chiunque, che so, anche un generale in pensione o un giustiziere della notte?
Se così fosse, alla fine dovremmo essere grati a Lavitola: forse ci è andata bene, potevamo anche ritrovarci Ranucci premier!



