Qui Ginevra: abbiamo scherzato.

La breve stagione dei turbo-dazi è già finita?

Ma l’annuncio dell’accordo in Svizzera tra le delegazioni di Cina e Usa può essere interpretato in tanti modi. Le due narrazioni contrapposte:

pro e contro la globalizzazione

Qui Ginevra: abbiamo scherzato. La breve stagione dei super-turbo-iper-dazi è già finita? L’annuncio, per ora molto generico, di un accordo tra le delegazioni americana e cinese in Svizzera, può essere interpretato in tanti modi. 

Il primo è che Trump, sottoposto a pressioni molteplici (dalle proprie lobby economiche, dai mercati, dagli altri governi) sia stato costretto a battere in ritirata. La seconda è che la Cina stia concedendo molte cose anche se non lo ammette per non perdere la faccia: è una fase in cui Xi Jinping letteralmente cancella e censura la quasi totalità delle statistiche economiche sul suo paese, segnale non proprio rassicurante sullo stato di salute della seconda economia mondiale. 

La terza possibilità è che a questo ennesimo colpo di scena ne seguano altri, domani è un altro giorno e si vedrà: l’incertezza potrebbe rimanere come un dato permanente nell’era trumpiana che incorpora un alto tasso d’incompetenza e improvvisazione nel governo degli Stati Uniti (nonché un equilibrio instabile fra la Casa Bianca e i contropoteri che la assediano). 

Bisogna perciò tentare di guardare oltre i bollettini quotidiani, contraddittori e sconcertanti. Pensare che si torni indietro a un’età aurea della globalizzazione sarebbe ingenuo. L’ascesa dei protezionismi è ormai un aspetto del paesaggio politico-economico da circa un decennio. 

primi segnali di disaffezione dell’America dal principio delle frontiere aperte si verificarono verso la fine della seconda Amministrazione Obama. La politica industriale di Biden fu una tappa nell’escalation dei sovranismi economici.

Per capire il contesto, lo sfondo, il lungo periodo, bisogna partire da una constatazioneDue narrazioni si contrappongono sulla globalizzazione vista dall’America.

Narrazione virtuosa. Ha guidato l’azione bipartisan dell’establishment nell’era Bush padre-Clinton-Bush figlio-Obama. Ridotto ai minimi termini, ecco come raccontava la globalizzazione. Io, America, allargo i confini della liberalizzazione per includervi a pieno titolo alla fine degli anni 90 anche la Cina, la nazione più popolosa del pianeta. Acquisto così un vasto bacino di manodopera dai salari bassi, e anche un mercato per i miei prodotti. Le mie multinazionali vanno a produrre in Cina per rivendere in America e nel resto del mondo garantendosi alti margini di profitto. Il capitalismo americano si arricchisce. Il consumatore del ceto medio americano a sua volta beneficia dello «sconto cinese» quando va a fare la spesa da Walmart o, in epoca successiva, da Amazon. Viene sacrificata una parte della classe operaia, che non può reggere la concorrenza coi cinesi. Ma anche la sua distruzione può rientrare in uno scenario virtuoso: noi americani, il popolo più ricco della terra, non vogliamo che i nostri figli siano operai. Lasciamo questi mestieri ai cinesi – e lasciamogli pure l’inquinamento che deriva dalle fabbriche – così noi ci sposteremo velocemente verso attività a più alto valore aggiunto e professioni qualificate. I nostri figli saranno ingegneri informatici e disegnatori di software, progetteranno gli iPhone che gli operai cinesi dovranno assemblare; i nostri figli saranno avvocati, esperti di finanza, medici, professori, oppure impiegheranno le ricchezze dei genitori per dedicarsi alle belle arti. I cinesi diventeranno anche loro più meno poveri e gli venderemo sempre più roba. Inoltre i loro attivi commerciali li investiranno in America, contribuendo alla nostra ricchezza. I migliori di loro, attratti dal Sogno Americano, immigreranno nella nostra Silicon Valley dove contribuiranno al proliferare di start-up e renderanno ancora più fertile l’ecosistema delle innovazioni. Questo è stato lo scenario che – in buona fede o con qualche interessata esagerazione – le élite americane hanno raccontato a se stesse e agli altri, che non sempre ci hanno creduto (le rivolte no-global hanno una storia antica, già gli anni Novanta furono scossi da episodi memorabili: per esempio la candidatura del miliardario protezionista Ross Perot alla Casa Bianca nel 1992; la rivolta sindacale e ambientalista che paralizzò Seattle nel 1999 e fece fallire un vertice del Wto dove si discuteva l’ingresso della Cina; dopo la crisi finanziaria del 2008 il Tea Party Movement e Occupy Wall Street).

La narrazione protezionista ha origini antiche, non nasce certo con Trump (semmai lui la «assorbe» nella sua gioventù, segnata dall’invasione giapponese in America). Le prime grandi offensive contro il libero scambio vedono protagonisti due repubblicani, Nixon negli anni 70 e Reagan negli anni 80. Ma è nell’ultimo trentennio, con lo choc cinese, che la teoria sui danni della globalizzazione si fa più stringente. Ecco cosa controbatte.

Distruggere la classe operaia non significa elevarla verso mestieri più qualificati, meglio remunerati e gratificanti. Tanti lavoratori manuali non riescono a riqualificarsi, finiscono preda di disagi sociali e patologie. Oppure vengono riciclati, sì, ma in attività di servizio che pagano meno del lavoro operaio, come gli infermieri negli ospedali, i vigilantes dei centri commerciali o i fattorini delle consegne Amazon. Inoltre perdere intere attività manifatturiere è un errore strategico, sotto tanti profili: crea una dipendenza che può rivelarsi fatale come abbiamo visto nella pandemia; conservare sul proprio territorio le filiere integrate della produzione industriale è spesso la condizione per continuare a innovarecome ha capito bene la Cina, che mantiene uno spettro di attività larghissimo, spaziando dalla siderurgia ai cantieri fino alla robotica, ai microchip, all’intelligenza artificiale. Cioè, la Cina vuole spostarsi su attività sempre più avanzate e sofisticate – dove insidia il primato della Silicon Valley – e al tempo stesso coltiva e protegge tutti i settori cosiddetti «maturi» perché anche quelli sono importanti (per esempio, sei più veloce e flessibile nello sviluppare la robotica se ti trovi vicino alla fabbrica che userà i tuoi robot). 

È proprio in questo modo che la Cina ha cessato di essere un mercato interessante per le nostre aziende: ha imparato a sostituire quasi tutto ciò che le vendevamo, e da anni ormai non è più uno sbocco facile per le imprese occidentali

Un altro problema è culturale. Educando i nostri figli, o illudendoli, che il futuro sarà tutto post-industriale, abbiamo fatto tabula rasa di una cultura del saper fare, e molti di loro sono stati indirizzati verso mestieri poco produttivi, attività parassitarie. Infine l’immenso attivo commerciale che la Cina va accumulando da decenni ha avuto effetti finanziari nefasti. Lo reinveste in dollari, sì, ma questo ha almeno tre conseguenze negative

Primo, il costante flusso di acquisto di dollari da parte di stranieri rende la nostra moneta troppo forte e intacca ulteriormente la nostra competitività, tutto ciò che facciamo è carissimo anche per questa sopravvalutazione del cambio. Secondo, nella misura in cui quei capitali esteri sono investiti a Wall Street, noi stiamo cedendo la proprietà delle nostre aziende ad azionisti stranieri dopo averli arricchiti comprandogli i loro prodotti. Terzo, per la quota in cui quei capitali stranieri vanno a comprare i nostri buoni del Tesoro, finanziano il nostro indebitamento e così ci incoraggiano a vivere al di sopra dei nostri mezzi, in un clima d’irresponsabilità, con spese pubbliche di Welfare sempre più generose. I dazi, per quanto abbiano varie controindicazioni e degli effetti collaterali negativi, sono la «zeppa» che consente finalmente di bloccare un meccanismo infernale in atto da decenni.

Per molto tempo la prima narrazione è stata dominante, ha prevalso sulla seconda. Se negli ultimi anni è tornato in voga il protezionismo, e la seconda narrazione ha conquistato molti seguaci (non solo Trump e l’America MAGA), la spiegazione sta nello choc cinese. La Repubblica Popolare, all’inizio della sua ascesa, non fece altro che replicare ricette già seguite in molti altri miracoli economici. Germania, e soprattutto Giappone, Corea del Sud, avevano indicato la strada: all’inizio si erano conquistate clienti grazie ai bassi salari; in una fase successiva, al riparo di robuste barriere protezioniste (dazi, regole preferenziali di ogni genere per favorire il prodotto nazionale) e con politiche industriali aggressive a base di sussidi pubblici, avevano allevato dei campioni nazionali, industrie rese forti grazie all’aiuto dello Stato. Questi miracoli economici erano stati tutti trainati dalle esportazioni

Tutti i paesi menzionati – Giappone, Corea, Germania – hanno accumulato per decenni grossi attivi commerciali, il che implica un basso livello di consumi interni e un alto livello di risparmi. Un modello del genere non può essere universale. Non è possibile che sulla terra tutte le nazioni esportino molto più di quanto importano. A meno che possano vendere su Marte e allora la terra intera è in attivo. Il sistema si reggeva perché almeno una nazione, l’economia più grande e più ricca di tutte, faceva l’esatto contrario: comprava più di quanto vendeva, importava più di quanto esportava, consumava più di quanto risparmiava. Lo squilibrio permanente, che oppone l’America alle economie trainate dall’export, è stato «quasi» sopportabile finché gli altri erano di dimensioni contenute come Giappone e Germania

Dico «quasi» sopportabile perché in realtà sia Nixon sia Reagan ebbero reazioni di rigetto, anche violente, con dazi, chiusure del mercato, svalutazioni del dollaro. Ma da quelle crisi degli anni 70 e 80 si è usciti alla fine senza ribaltare completamente l’impatto originario. Il problema è diventato molto più serio con la CinaPer una ragione fondamentale che è la dimensione: il gioco che era riuscito a Germania e Giappone, una volta replicato da una nazione con 1,4 miliardi di abitanti, ha creato degli shock ben più gravi. Poi c’è una seconda ragione, geopolitica: la Cina ha un regime comunista che si considera un rivale degli Stati Uniti, mentre Giappone e Germania dal 1945 in poi hanno dovuto la loro sicurezza militare all’America. La classe dirigente americana sapeva che con Tokyo e Bonn o Berlino alla fine un accomodamento si sarebbe trovato, mentre questo non è scontato con Pechino.

Un altro problema cinese si può descrivere come la «mancanza di empatia», o un deficit di soft power. Da quando Franklin Roosevelt nel 1944 disegnò un nuovo ordine economico internazionale (quello fondato sugli accordi di Bretton Woods, la creazione del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale, il ruolo del dollaro negli scambi, gli accordi del Gatt poi del Wto sul commercio), l’America ha dimostrato di saper fare i suoi interessi economici ma senza trascurare completamente quelli degli altri. Se tutti quanti oggi sembrano nostalgici della globalizzazione che Trump prende a spallate, è anche perché quell’ordine economico americano-centrico non dava vantaggi a senso unico. 

L’egemonia degli Stati Uniti fu definita anche un «impero su invito» nel senso che molte nazioni hanno chiesto di essere invitate, cooptate, dentro quel sistema. La Cina invece sembra convinta di poter continuare le sue pratiche predatorie, di invadere i mercati altrui, di conquistare posizioni dominanti in tutti i settori industriali, di sostituire i prodotti stranieri con produzioni proprie, e pensa che il mondo intero debba accomodarsi. 

Il fatto che misure protezionistiche contro il made in China abbiano cominciato ad essere varate da paesi emergenti come l’India e il Brasile, prima ancora che arrivasse Trump, è un segnale di quella «mancanza di empatia». Sull’America stessa i dirigenti cinesi sembrano avere avuto un deficit di comprensione: i segnali di rigetto della globalizzazione, il disagio operaio, le correnti no-global di sinistra e di destra, sono fenomeni in corso da decenni. Pechino non ha avvertito i campanelli di allarme, oppure ha pensato che le contropartite («sconto cinese» per il consumatore Usa; finanziamento del debito Usa; i profitti per quanto decrescenti delle multinazionali Usa sul mercato cinese) fossero sufficienti a perpetuare a Washington una robusta lobby pro-Cina.

Non è affatto chiaro quale nuovo ordine – o disordine – economico mondiale possa sostituire quello vecchio. Nell’entourage trumpiano ogni tanto si affacciano delle idee, ma non fanno in tempo ad essere formulate che il capo le smentisce perché cambia orientamento. Però chi crede che la Cina possa sostituirsi agli Stati Uniti come perno dell’ordine globale, non capisce l’impatto distruttivo che l’approccio predatorio ha avuto e continuerebbe ad avere. Xi Jinping non è Franklin Roosevelt. 

Siamo in una di quelle fasi che sembra rispondere alla descrizione di Antonio Gramsci: un ordine vecchio sta morendo, non è pronto l’ordine che dovrebbe sostituirlo. La transizione da un paradigma all’altro può essere lunga, instabile, segnata dall’incertezza e da episodi di crisi. Limitarsi ad esprimere nostalgia per il mondo com’era, significa non capire che aveva esaurito le sue potenzialità. La figura di Trump in questo quadro è meno decisiva di quanto sembri. Se nel 2016 avesse vinto Hillary Clinton, aveva già promesso di abbandonare l’ultimo trattato di libero scambio di Obama. L’Amministrazione Biden stava copiando la politica industriale cinese (o giapponese, coreana, taiwanese).

Quelle che ho descritto come due narrazioni contrapposte pro e contro la globalizzazione, nel mondo reale conoscono numerose varianti. Di rado le alternative vengono presentate in modo così netto. Anche perché nel mondo non esistono solo l’America e la Cina, pullulano i modelli ibridi che condividono qualcosa dei due sistemi e si trovano in posizioni intermedie in quell’evoluzione dei ruoli. Nell’America stessa il vecchio paradigma continua ad avere fior di sostenitori, le lobby filo-cinesi resistono e lavorano ai fianchi di Trump. 

I cosiddetti oligarchi, da Musk a Bezos (Amazon) a Tim Cook (Apple) vorrebbero conservare il meglio dei due mondi, un po’ di trumpismo insieme a un buon rapporto con Xi Jinping. Di questo establishment fa parte anche un pezzo di élite tecnocratica e culturale – economisti, mondo accademico, media – che avendo abbracciato un paradigma globalista per decenni hanno interesse a difenderlo per proteggere il proprio status. Vivremo a lungo in una transizione «sporca», molto a lungo, con elementi del vecchio paradigma dotati di resilienza.

Le due narrazioni si contendono anche l’attenzione dei mercati

Mercati dei bond, Borse azionarie, mercati valutari, non sono luoghi dove «si fa politica» nel modo descritto dalle teorie del complotto. Raramente nella storia c’è stata una congiura di grandi investitori mobilitati in modo compatto per un fine politico. Però i mercati sono luoghi dove grandi investitori e operatori finanziari abbracciano delle teorie, delle dottrine, delle interpretazioni del mondo, delle mode di pensiero che stabiliscono quali sono i criteri per la buona gestione di un’economia, quali politiche economiche dettano fiducia, quali ricette generano stabilità. In questo senso anche i mercati sono terreni di una battaglia culturale, dove le due narrazioni si oppongono. 

I globalisti hanno ancora una forte influenza in questo campo, perciò chi si discosta dalla loro dottrina può affrontare un vento contrario. A volte però la bocciatura dei mercati può essere l’altra faccia di un successo: per esempio un calo del dollaro macchia l’immagine di Trump ma dà ai neoprotezionisti americani quel che vogliono, una valuta debole che aiuta l’export. Fra i teorici estremi della contro-globalizzazione, c’è chi auspica anche una fuga dai Treasury Bonds perché questa costringerebbe l’America a disintossicarsi finalmente dalla droga del debito facile.

La Cina ha problemi interni di cui abbiamo solo un vago sentore, potrebbe fare delle svolte come sulla Pandemia

Il deficit di empatia cinese, le lacune del soft power di Pechino, l’incapacità di immaginare un ordine globale in cui anche gli altri abbiano un tornaconto, possono essere caratteristiche innate del regime autoritario e della formazione della sua nomenclatura. È possibile che Xi sia davvero certo che l’Occidente è in un declino terminale, irreversibile, e che quindi non sia necessario fare concessioni. Però noi tendiamo a sottovalutare – per oggettiva penuria di informazioni – le difficoltà interne alla Cina, le sofferenze della sua economia, il disagio sociale, gli episodi di conflittualità

Il regime ha mostrato in passato di avere un istinto di sopravvivenza, per esempio quando reagì alle rivolte del 1989 evitando di fare la fine dell’Urss di Gorbacev. Più di recente, e sia pure su scala minore, ha fatto un dietrofront spettacolare e repentino quando ha percepito una ribellione contro i lockdown anti-Covid. Qualcosa di simile potrebbe accadere nel campo del commercio estero, se all’improvviso i cinesi percepiscono di aver tirato troppo la corda, di avere scatenato reazioni in America e altrove che sfuggono al loro controllo. Anche per questo lo scenario gramsciano – «la morte di un ordine, senza che l’ordine nuovo sia all’orizzonte» – è il più verosimile: come negli anni 70 e 80 all’epoca delle campagne protezioniste di Nixon e Reagan, avremo con ogni probabilità degli strappi, delle fughe in avanti, poi delle tregue e dei compromessi. Il vecchio ordine non verrà resuscitato, però la sua demolizione conoscerà lunghe pause, periodi di sospensione e chiusura dei cantieri.

Cultura del fare

Ricordo brevemente le obiezioni al nuovo paradigma neoprotezionista che vorrebbe reindustrializzare l’America, e magari l’Europa. Non abbiamo più la manodopera per farlo. I nostri giovani – oltre a scarseggiare – sono attratti da altre attività: c’è chi vuol fare l’influencer, chi l’insegnante di yoga, per fortuna anche tanti medici, ma pochi sognano la fabbrica

Il vero mestiere «operaio» del futuro sarà la badante, nelle nostre società. Se vogliamo davvero tanta manodopera industriale sul nostro territorio, allora dobbiamo spalancarlo a nuove ondate di migranti e abbiamo visto che questi comportano altri problemi; inoltre sono una soluzione solo temporanea perché alla seconda generazione i figli degli immigrati vogliono essere anche loro avvocati oppure cantanti. 

Vedo tutte le verità sgradevoli espresse in questa descrizione, ma non dimentichiamoci che è una semplificazione estrema. Non è vero che abbiamo perso una cultura del fare. Alcuni degli oggetti più influenti delle ultime rivoluzioni industriali, come il microchip, l’iPhone e la Tesla, sono stati creati in Occidente. Il resto del mondo, Cina in testa, ha copiato e alla fine di un lungo inseguimento la copia può perfino superare l’originale, però l’invenzione è nata qui. Anche il razzo multiuso con cui SpaceX fa crollare i costi della nostra espansione nello spazio, è stato creato qui. Questi sono oggetti, fisici e rivoluzionari, non sono concetti o servizi. Il fatto che non siamo più in grado di assemblarli dentro fabbriche situate sul nostro territorio, può anche essere superabile con nuovi balzi in avanti dell’automazione, robotica e intelligenza artificiale. Non a caso la stessa Cina investe molto nella robotica: anche per lei la questione della scarsità di operai verrà a manifestarsi in tempi non lunghissimi, e per le stesse ragioni nostre: decrescita demografica e nuovi modelli valoriali delle giovani generazioni. 

Se è vero il dato allucinante di una disoccupazione giovanile vicina al 50% in Cina, dietro ci sono tante concause ma una la conosciamo benissimo: i giovani neolaureati cinesi hanno aspettative elevate, piuttosto che declassarsi accettando un lavoro in fabbrica preferiscono restare «sdraiati» sul sofà del salotto dei genitori. 

Comunque la capacità d’invenzione dell’Occidente è ben lungi dall’essersi esaurita e nulla suggerisce che il tempo di gestazione delle innovazioni sia rallentato: dopotutto l’iPhone e la Tesla non hanno ancora compiuto vent’anni.