

GIANLUCA NICOLETTI
Nel mio diversamente devoto errabondare mi sono portato dal Passetto di Borgo a Via della Conciliazione, sono così finito al centro di una selva di attrezzature audio video, con i brand delle tv di tutto il mondo. Si contendevano brandelli di vox populi, proprio come quei fotografi che girano per viale Ceccarini a Riccione.
I network più ricchi dispongono di attrezzature quasi cinematografiche, microfoni boom, luci sontuose, pannello riflettore. Quelli più scalcinati usano lo smartphone. Cambia forse la qualità della ripresa ma non cambia il contenuto. La domanda nell’assalto al passante è sempre la stessa: «Cosa significava per lei papa Francesco?».
Da ogni Paese provenisse la persona intervistata, fosse laico, religioso, pellegrino, turista, cittadino romano o viaggiatore dall’estremo oriente, risponde all’unisono: «Un padre, un amico, ora ho un vuoto incolmabile».
Quando anche io mi sono trovato sulla gradinata della Basilica mi sono reso conto che il passaggio rituale per la Porta Santa, che è il vero fine di ogni pellegrino nell’Anno Santo, slitta in second’ordine rispetto all’attrattiva di vedere il cadavere del Papa morto.
Qui le parti si invertono, chi è passato per le forche caudine delle tv in agguato ora impugna il telefono. Un apposito corpo di custodi ha il compito di ripetere «no foto, no video» a ognuno che sosta, nel nanosecondo concesso, davanti al feretro rosso avvolto in una nuvola di profumo. Nessuno obbedisce e tutti fotografano imperterriti quel corpo, che si immagina attraversato dalla Grazia. Tornare a casa con una personale reliquia digitale è rivendicato come un diritto non negoziabile, tanto per il pellegrino come per il semplice curioso.











