Quanto è prezioso per Sinner il sostegno del mentore Cahill

Il dialogo con l’angolo “prezioso”: ne escono suggerimenti utili in caso di difficoltà

La notizia che al termine della stagione Darren Cahill lascerà il team di Jannik Sinner ha steso un velo di impalpabile malinconia su queste notti di Australian Open. Sinner sta procedendo come da pronostico, e ieri Holger Rune negli ottavi ha costituito il primo test probante: Jannik ha vinto malgrado un malessere l’abbia visibilmente condizionato, e nei momenti più delicati del match il dialogo a gesti e smorfie col suo angolo – a Melbourne anche a parole, vista l’adiacenza al campo – si è rivelato al solito prezioso. Il tennis è uno sport che le continue pause rendono instabile, prova ne sia la quantità di volte in cui un giocatore entra ed esce di partita, magari all’interno dello stesso set. Le liturgie che i giocatori adottano – ricordate le bottigliette di Nadal? – non sono altro che binari mentali lungo i quali muoversi, per evitare scostamenti nervosi troppo pronunciati. In questo senso, il dialogo con l’angolo è la più pratica di queste liturgie, anche perché ne escono i suggerimenti utili in caso di difficoltà. Proprio a Melbourne, nella finale dell’anno scorso, nel momento di massima emergenza Simone Vagnozzi disse a Sinner di rispondere più indietro anche alla seconda palla di Medvedev, e la partita svoltò per il meglio. Ma se Vagnozzi è il responsabile tecnico, ci siamo abituati a leggere in Cahill, il cosiddetto supercoach, un altro ruolo: quello meraviglioso del mentore.
Il dizionario ci spiega che il mentore è il consigliere saggio e fidato, cui viene riconosciuta una sorta di autorità paterna. Questo implica un magistero che alla professionalità aggiunge la dimensione affettiva. Esattamente ciò che abbiamo letto in questi anni, e anche ieri, negli sguardi che Sinner e Cahill si scambiano. Andato via di casa giovanissimo perché era la condizione per inseguire il suo sogno, Sinner ha trovato in Riccardo Piatti un primo “secondo padre” che l’ha aiutato a crescere non solo tennisticamente. La separazione tra loro non è mai stata granché indagata, ma è probabile che Sinner abbia avvertito la necessità di arricchire il suo bagaglio tecnico-tattico senza perdere un consigliere di vita, ed è andato da Cahill, che è stato un buon tennista e non un campione, ma come coach di Hewitt, Agassi e Halep aveva sufficienti referenze da… lo diciamo? Ma sì. Da Obi-Wan Kenobi. Non è un caso se la figura del mentore sia così frequentata dal cinema quando si tratta di disegnare un destino di gloria a un giovane molto dotato. Viene in mente Sean Connery in Highlander, quando deve istruire Christopher Lambert all’ambiguo dono dell’immortalità. O il maestro Miyagi di Karate Kid, “metti la cera, togli la cera”. Questo tipo di feeling continua a essere percepibile, quando Sinner dopo un bel colpo mostra a Cahill il pugnetto, e quello gli risponde con un blando applauso. Jannik passerà un anno cercando di convincerlo a continuare, Cahill è tutt’altro che vecchio, ha 59 anni. Ma se non fosse possibile, non mi stupirei se la successione andasse verso un ex-campione, tipo Murray con Djokovic, più che un terzo mentore. Sinner è un uomo, ormai.