Lo zar usa l’80esimo della sconfitta dei nazisti per mostrare le alleanze. Quella del 9 maggio 2005 fu la prima festa della Vittoria russa così come la conosciamo oggi.
Non è sempre stato così
Marco Imarisio
Era appena vent’anni fa. In prima fila c’erano il cancelliere tedesco Gerhard Schröder, il presidente francese Jacques Chirac e il presidente cinese Hu Jintao. Al posto d’onore, accanto a Vladimir Putin, sedeva il presidente americano George Bush. Nel terzo palco, riservato agli ospiti stranieri, il presidente del Consiglio dei ministri italiano, Silvio Berlusconi, in compagnia del collega spagnolo José Zapatero e di quello giapponese Junichiro Koizumi. Nelle retrovie c’era anche José Barroso, il presidente della Commissione europea con la quale proprio in quei giorni la Russia aveva cominciato a litigare, per questioni di dazi, pensa te i corsi e i ricorsi storici.
Nella Storia
Quella del 9 maggio 2005 fu la prima festa della Vittoria russa così come la conosciamo oggi. Non è sempre stato così, anzi. Se la prima celebrazione si tenne il 24 giugno 1945, con le truppe della Armata rossa reduci da Berlino che deposero le bandiere naziste davanti al mausoleo di Lenin, subito dopo Stalin scelse di non dare alcun peso al 9 maggio, e nel 1947 lo retrocesse a normale giorno lavorativo, senza parata militare, un po’ per gelosia della popolarità del maresciallo Zhukov eroe di guerra, un po’ perché nulla doveva fare ombra a un anniversario più importante, quello della Rivoluzione d’Ottobre.
A reintrodurre il giorno di festa fu Leonid Breznev nel 1965, stabilendo però che venisse celebrata ogni cinque anni. Ma fu il segretario dell’Urss della stagnazione a creare il culto della vittoria, destinato a lenire in parte «il trauma dalle proporzioni monumentali», ovvero l’enorme sacrificio e tributo di vite umane pagato dal popolo russo. Fin dal suo arrivo al potere, Putin capì che era quella l’intuizione giusta, perché ancora oggi tra i suoi concittadini la Grande Guerra Patriottica conserva un tratto identitario unico. Proprio nel 2005, il presidente russo decise quindi di trasformare l’anniversario nell’evento catartico che conosciamo, fondato sull’innegabile eroismo della società russa del 1941-1945.
Ma al tempo stesso il 9 maggio è anche il giorno in cui vengono confermati i legami internazionali della Russia e le sue visioni future. Vent’anni fa, su Mosca tirava un’aria ben diversa da quella odierna. Il Cremlino poteva ribadire una sua ritrovata centralità grazie alla collaborazione fornita agli Usa dopo l’11 settembre, e grazie a una predisposizione europea di Putin che molti fingono non sia mai esistita. Il presidente russo disse infatti che la vittoria nella Grande Guerra Patriottica era una lezione valida anche per le future lotte comuni «contro il terrorismo internazionale» e parlò della sua volontà di essere parte attiva «nell’assicurare la pace in Europa».
Lezione ai giovani
Come poi è andata a finire, lo sappiamo. Anche quest’anno non mancherà l’ormai consueta sovrapposizione del glorioso e tragico passato con l’attualità del conflitto in Ucraina. Lo ha anticipato lo stesso Putin tre giorni fa, durante la consueta «maratona educativa» con i più giovani. «La memoria storica e ciò che sta accadendo ora ci insegnano quello che può e deve essere in futuro. Solo capendo il prezzo pagato ieri e oggi per la difesa della Patria si può comprendere chi siamo. È molto importante che anche i nostri attuali eroi, i partecipanti all’Operazione speciale, lavorino direttamente con i giovani, e dicano apertamente come valutano quello che succede nel Paese e nel mondo». Ma il 9 maggio rimane per la Russia anche un’occasione per contare la propria sfera di influenza. Quest’anno Mosca riceverà i leader di diciannove Paesi, salvo defezioni dell’ultim’ora, come quella, dolorosa, del premier indiano Narendra Modi. A leggere le reazioni sui media, il suo forfait non è stato gradito dal Cremlino.
Accanto ai soliti nomi degli ultimi tre anni, ci sarà invece una presenza che pesa più delle altre. L’ultima visita a Mosca del presidente della Repubblica popolare cinese Xi Jinping risale al marzo 2023, l’ultima sua partecipazione alla Festa della vittoria al 2015, potenza degli anniversari tondi. Esserci è un modo evidente per ribadire che l’alleanza tra Russia e Cina, comprensiva di una collaborazione militare sulla quale vige un segreto inscalfibile, continua ad avere basi solide, per nulla intaccate dall’inedita amicizia tra Cremlino e Casa Bianca, che a tre mesi dalla nascita sembra già avere il fiato corto.
Ma davanti all’uomo che rappresenta l’architrave del mondo multipolare teorizzato dal Cremlino a partire dal 24 febbraio 2022 e ai suoi alleati del Brics, Putin dovrà scegliere come modulare la sua retorica antioccidentale. Negli ultimi tre anni, è stata all’insegna di un forte antiamericanismo, quasi parossistico come lo fu nel 2023, quando parlò degli Usa come del Paese che pur di nuocere alla Russia farebbe patti «anche con il Diavolo calvo», perifrasi russa che esprime il concetto di somma malvagità. Forse il prossimo 9 maggio servirà a Putin per mostrare il sostegno internazionale di cui gode la guerra in Ucraina. Di sicuro sarà utile al resto del mondo per capire se lui ha davvero intenzione di fare la pace.



