«Puntare alla soglia massima», il metodo a zig zag di Trump

perché l’era del libero scambio non tornerà più

La pausa nella guerra commerciale è temporanea e incerta. Le banche d’affari ora pensano che il livello medio dei dazi arriverà al 15%, poco rispetto alle minacce ma pur sempre il sestuplo di inizio 2025

FEDERICO RAMPINI

La tregua armata sul commercio fra America e Cina è provvisoria e piena di incertezze. Può sfociare verso un disarmo bilaterale controllato, rispetto alle punte massime dei dazi minacciati o già applicati. Contiene indicazioni utili anche all’Europa. Il neo-protezionismo trumpiano forse non sarà così brutale come nella prima versione. Grandi banche Usa scommettono che a fine anno si potrebbe attestare su una media di dazi del 15% (con eccezioni per qualche settore come l’acciaio). È molto meno delle “grida” lanciate nel Liberation Day del 2 aprile. Ma è pur sempre il sestuplo rispetto al livello di partenza che erano dazi medi del 2,5%. Non si torna a un’Età dell’Oro delle frontiere aperte, a cui è venuto meno il consenso sociale almeno negli Stati Uniti. Inoltre tregue e compromessi saranno determinati dai rapporti di forze e dalle contropartite che ciascuno mette sul tavolo.

Microchip e terrere rare

Emblematico è stato l’avvio del match fra i due colossi. America e Cina si sono “soppesate” a vicenda come due lottatori di sumo giapponese. Hanno preso la misura del danno che ciascuna può infliggere all’altra. L’embargo Usa sulle vendite di parti di ricambio dei jet civili è stato uno dei più dolorosi per Pechino; insieme con quello sulla vendita di etano, un componente del gas naturale indispensabile per l’industria cinese delle plastiche. Anche i microchip fanno parte delle armi Usa, ma non è chiaro se Trump abbia fatto concessioni come sulle altre esportazioni a cui ha tolto il veto. Xi Jinping a sua volta ha dimostrato quanto l’industria americana sia ancora dipendente dalle sue terre rare, minerali rari e magneti. Ha accettato di ripristinare le licenze per l’export, ma solo su base semestrale, in modo da tenere a disposizione quello strumento di rappresaglia. Valutati i punti deboli reciproci, la marcia indietro è stata razionale. Sui dazi Trump canta vittoria, sostiene che le sue tasse doganali sul “made in China” restano attestate sul 55% mentre quelle cinesi sul “made in Usa” scenderebbero al 10%. Ci vorrà tempo per diradare la nebbia della propaganda di ambo le parti, e la verità sul labirinto dei dazi sarà sempre approssimativa. In ogni caso non si torna indietro all’amorevole simbiosi che fece parlare di una “Chimerica”, il trentennio della complementarietà totale Usa-Cina.

Il cancelliere Merz

L’Unione europea parte da un contesto geopolitico più favorevole: neppure i trumpiani più estremisti la considerano un’antagonista pericolosa come la Cina. Ursula von der Leyen, così come i capi dei governi Ue, possono studiarsi l’esito felice del primo incontro fra Trump e il cancelliere tedesco Friedrich Merz nello Studio Ovale della Casa Bianca. I dettagli sono importanti. Merz ispira rispetto al presidente americano per almeno tre ragioni, dicono nella cerchia intima trumpiana: «è un businessman; parla un inglese perfetto; è molto alto di statura» (sic). Folclore a parte, c’è la sostanza. La Germania rimane un peso medio-massimo. Merz ha mostrato fermezza sull’Ucraina, però è andato a mettere sul tavolo la riforma costituzionale che gli consente un boom di spesa pubblica. Valutato fra i 500 e i mille miliardi di euro, prepara un cambio di paradigma: la Germania del futuro cesserà di farsi trainare dalle esportazioni e diventerà una locomotiva di crescita grazie alla domanda interna. È un presupposto per superare i macro-squilibri commerciali all’origine del protezionismo americano. Merz ha garantito che il 3,5% del Pil tedesco sarà destinato alla difesa, in futuro vede il 5%. C’è di che cambiare gli equilibri strategici europei. 

Il riarmo tedesco

Il riarmo tedesco sarà lento ma alla fine rappresenta una sconfitta storica per la Russia. E un guadagno netto per l’America. Dalla nascita la vocazione della Nato fu definita così dal suo primo segretario generale: «Tenere dentro l’Europa gli americani, fuori i russi; giù i tedeschi». La vasta presenza di truppe Usa e l’onere sopportato per 80 anni dal contribuente americano era legato alla minaccia russa ma anche al disarmo tedesco. Se viene meno quest’ultimo si allontana lo spettro che da sempre assilla le potenze imperiali: il collasso finanziario da iper-dilatazione delle spese militari. Merz ha indicato l’agenda del prossimo summit Nato all’Aia il 24 e 25 giugno. Qualcosa sembra maturare anche su un fronte comune verso la Cina. Infine la Germania, col Giappone e il Canada, fa parte del club dei mega-investitori sul suolo americano.