Lo spettacolo d’impotenza offerto dalla Cina e dalla Russia, due grandi alleati dell’Iran, e il ritorno del dollaro al suo status tradizionale di bene rifugio (cioè di rivalutarsi di fronte a una grave crisi geopolitica globale) sono alcuni dei «dettagli di contorno» di questa guerra iraniana
Fra i «dettagli di contorno», sullo sfondo di questa guerra iraniana, si segnalano due fatti non banali nell’attuale contesto storico. Uno è lo spettacolo d’impotenza offerto dai due grandi alleati e protettori dell’Iran, cioè la Cina e la Russia. Un altro è il ritorno del dollaro (per il momento assai discreto, forse temporaneo) al suo status tradizionale di bene rifugio, cioè la tendenza a rivalutarsi di fronte a una grave crisi geopolitica globale. Insieme con la «spettacolare» dimostrazione di forza militare offerta dagli Stati Uniti con i bombardamenti di sabato sull’Iran, questo induce a una osservazione: l’impero americano è duro a morire.
Le profezie sul suo declino ci appassionano da molti decenni – la stessa classe dirigente americana da un secolo scruta i segnali della propria decadenza, chiedendosi se e quando farà la fine dell’impero romano o di quello britannico – ed è perfettamente logico che l’America segua le parabole di ogni altra potenza del passato. Bisogna vedere quando questo accadrà, e quanto tempo ci vorrà perché emerga un’alternativa. La crisi attuale tende a ricordarci che la forza dell’America non nasce per caso, non è affidata a qualche fattore estemporaneo, ma poggia su solide basi strutturali, che non scompaiono facilmente né velocemente.
Storia, economia, e geopolitica, ci insegnano che gli Stati Uniti possiedono il «quadrilatero magico» su cui molti imperi del passato hanno basato le proprie fortune: primato tecnologico, moneta universale, sicurezza energetica, demografia positiva. Nei millenni passati questi quattro ingredienti hanno assunto forme ed evoluzioni molto diverse negli imperi antichi. Parlando del XXI secolo, è indiscutibile che l’America conservi un primato nell’innovazione tecnologica (ancorché conteso dalla Cina), e questo include le tecnologie belliche di cui abbiamo avuto una esibizione nei giorni scorsi. Il dollaro rimane l’unica moneta universale. L’America ha l’autosufficienza energetica che manca a Cina, Giappone, India, Europa, e questo fa sì che la sua robusta presenza militare in Medio Oriente possa influire su flussi di approvvigionamenti che sono vitali per tutti gli altri.
Nessun’altra delle superpotenze possiede il «quadrilatero magico». La Cina è in decrescita demografica ed è importatrice di energia: per quanto la crisi attuale possa spingere Xi Jinping ad accelerare ancor più la transizione verso l’auto elettrica, la dipendenza dagli idrocarburi affliggerà la Repubblica Popolare ancora per alcuni decenni (e comunque finché non si troveranno sostituti ai fertilizzanti chimici per l’agricoltura, per fare un solo esempio). La Russia è in uno spopolamento avanzato, ed è un nano economico e tecnologico. L’Europa non padroneggia compiutamente nessuno dei quattro angoli che danno la forza.
Naturalmente il «quadrilatero magico» è una semplificazione estrema, un’immagine evocativa ma tutt’altro che esauriente. Altri aspetti della situazione sono ben più problematici per l’America. In un mondo multipolare, tra i fattori di forza bisogna aggiungere le alleanze, la loro qualità e solidità. Gli Stati Uniti hanno sempre avuto
un vantaggio anche su questo fronte: è meglio avere come alleato il Giappone che la Corea del Nord; è meglio la Germania che la Bielorussia. Però alcuni di questi alleati oggi s’interrogano sull’affidabilità di Washington. C’è poi il caso particolare di un alleato, Israele: da un lato con la sua straordinaria efficienza militare rafforza la sensazione d’imbattibilità dell’impero americano; d’altro lato a Gaza e sulla questione palestinese sottrae consensi e simpatie al suo protettore Usa.
Un altro misuratore della salute di una superpotenza è la sua finanza pubblica: qui gli Stati Uniti soffrono di un peggioramento costante, da oltre un ventennio; mitigato dal fatto di essere in «buona compagnia» (la Cina ha livelli di indebitamento analoghi o superiori, a seconda delle misurazioni; il Giappone ed alcuni paesi europei non stanno molto meglio; la Russia è un caso clinico).
Infine, ma non certo ultimo in ordine d’importanza, c’è il consenso interno. Le lacerazioni della società americana, la polarizzazione politica, non promettono nulla di buono. Possono essere considerate come segnali precursori di un declino terminale, del resto è questa l’analisi che viene fatta a Pechino, Mosca, e in molte capitali europee. È difficile contestarlo. L’unica cautela però è che negli anni ’60, ’70, l’America era spaccata più di oggi, e con livelli di violenza politica interna superiore. Perfino guardando a un periodo più recente, il 2003, è onesto ricordare che nelle città americane le manifestazioni contro l’invasione dell’Iraq erano molto più massicce rispetto a quelle che si sono tenute ieri contro il bombardamento dell’Iran. La crisi di consenso verso la democrazia Usa e le sue istituzioni è reale, ma non è nuova.
C’è una visione alternativa in cui l’attuale attacco all’Iran può accelerare ulteriormente la decadenza finale dell’America. La riassumo così: Trump dopo essersi vigorosamente dissociato dagli errori dei suoi predecessori Bush e Obama, ricade nella stessa trappola mediorientale; quindi si lascia risucchiare in un vecchio scenario geopolitico e ne trascura altri ben più importanti. È sintomatico che abbia dovuto richiamare dall’Indo-Pacifico la portaerei Nimitz per spostarla a difesa delle basi militari Usa in Medio Oriente e nel Mediterraneo. In un’ottica di lungo periodo questo favorisce la Cina nei suoi disegni di espansionismo in Estremo Oriente e nel sud-est asiatico. Trump si sta comportando proprio come Obama, che aveva promesso di riorientare la strategia Usa mettendovi al centro l’Indo-Pacifico, e invece si era lasciato impelagare nel conflitto afgano, a cui aveva aggiunto la guerra in Libia. È possibile che la Cina, adottando un approccio di lungo periodo, veda qualche vantaggio nella situazione attuale.
Più in generale, è verosimile che l’attuale appoggio di Trump a Netanyahu vada ad alimentare ulteriormente le correnti dell’antiamericanismo – peraltro assai antiche – e questo provochi ulteriori problemi che indeboliranno ancora l’influenza degli Stati Uniti.
L’analisi geopolitica tende a non confondersi con i giudizi di valore, politici o morali. Questa analisi induce alla cautela: gli imperi si costruiscono nei secoli, non si demoliscono in pochi mesi. Gli Stati Uniti cominciarono a porre le premesse dei loro vari primati mondiali nell’Ottocento; prima di decretare il loro crollo terminale bisogna avere in mente i tempi lunghi della storia, le debolezze degli altri, i fattori fondamentali e strutturali di una superiorità.



