È stato più forte Messi o Maradona? Meglio Micheal Jordan o LeBron James?
Il modo in cui Tadej Pogacar ha vinto sabato le Strade Bianche, quella capacità strabiliante di lasciarsi alle spalle anche una brutta caduta a 50 chilometri dal traguardo, e di arrivare comunque da solo in piazza del Campo malgrado abrasioni, ematomi, tuta da gara strappata e sangue esposto, ha riacceso il dibattito se il corridore sloveno sia il Goat del ciclismo. L’acronimo di Greatest Of All Time – Goat – è un frutto della modernità.
Fino a vent’anni fa era soltanto la parola inglese per dire capra, e l’unico sportivo ad averci giocato un po’ sopra era stato Muhammad Alì. È stata l’esigenza di brevità connessa alla comunicazione social a portarla in auge, assieme al desiderio – questo non nuovo – di creare ovunque delle gerarchie.
Il punto è: quanto contano gli avversari nella misurazione della grandezza di un campione? Come si fa a capire se Pogacar sia davvero il migliore di sempre, o se semplicemente la resistenza dei Vingegaard e dei Pidcock sia troppo inferiore a quella che Bartali opponeva a Coppi, e Gimondi e Ocana a Merckx?
È stato più forte Michael Jordan o è meglio LeBron James? Dopo aver vinto il Mondiale è giusto considerare Leo Messi il più grande di sempre, o Diego Maradona gli sta ancora davanti? La bellezza di queste discussioni – specie quando vengono ben argomentate – è ciò che rende lo sport così interessante, e se vogliamo viscerale: perché se ci fate caso, in questi paragoni novanta volte su cento vi verrà da dire che il Goat sia il vostro coetaneo, o meglio quello che avete ammirato da giovane. Giovane lui, giovane voi. Succede perché siete affezionati al ricordo dei vostri anni migliori, e ai campioni che li popolavano. Federer, Nadal e Djokovic sono stati giocatori sublimi ma… non toccatemi John McEnroe.

