Più salario, non tagli alle accise

CARLO COTTARELLI

Ecco perché agire sul prezzo del carburante aiuta poco chi ha un reddito basso

Il governo ha prolungato fino al 5 settembre il taglio di 17 centesimi delle accise sul gasolio. Spero sia l’ultima volta. Riassumo le ragioni per cui tagliare le accise come reazione all’aumento del prezzo del greggio e dei suoi raffinati è sbagliato.
Primo, è un sussidio che va a tutti anche a chi potrebbe benissimo permettersi di pagare di più il prezzo dei carburanti. Anzi, va soprattutto a chi ha redditi relativamente alti, perché consuma più carburanti. Per il taglio delle accise del 2022, l’Ufficio Parlamentare di Bilancio ha calcolato che il 68% del sussidio è andato a cittadini con un reddito superiore a quello mediano. Non solo: al 10% più benestante è andato quasi il 18% del sussidio.

Secondo, riducendo l’impatto sul prezzo alla pompa attraverso il taglio delle accise, si riduce l’incentivo a contenere l’uso del carburante in un momento in cui il carburante diventa più scarso. In un’economia di mercato come la nostra, i prezzi segnalano la scarsità di un bene: se il petrolio e i suoi derivati diventano più scarsi, l’aumento di prezzo segnala che occorre ridurne l’uso. Negli Stati Uniti, per esempio, il consumo di carburante si è ridotto nei mesi scorsi per effetto dell’aumento dei prezzi. Se il consumo mondiale di carburante non si riducesse nonostante la minore disponibilità di materia prima, prima o poi si arriverebbe al razionamento, cosa che avrebbe conseguenze ben più serie di quelle finora osservate.

Il terzo punto richiede una premessa: lo Stato dovrebbe intervenire con denaro pubblico a sostegno delle famiglie in presenza di shock che una famiglia non è in grado di affrontare da sola. Ma non sembra questo il caso per l’aumento del prezzo dei carburanti, almeno per la famiglia media italiana.

Sono circolate stime dell’impatto complessivo dell’aumento dei prezzi del carburante, ma conviene guardare ai dati in termini di consumo per famiglia, confrontandoli a quelli del reddito familiare. Secondo l’Istat il reddito netto familiare medio era nel 2024 di 39.500 euro, 3.300 euro al mese. Nel 2026, aggiustando per gli aumenti di reddito avvenuti da allora, si arriva a 3.400 euro al mese. Tenendo conto di quanto carburante consuma la famiglia media italiana e dell’aumento del prezzo dei carburanti pre-imposte da fine febbraio scorso, in assenza di interventi governativi, una famiglia italiana che utilizza auto a benzina avrebbe speso 15 euro in più al mese (lo 0,4% del reddito mensile); per una famiglia con auto a gasolio il conto sarebbe stato di 41 euro in più al mese (1,2% del reddito mensile). Quest’ultimo dato è però gonfiato dal fatto che il chilometraggio delle auto diesel (spesso aziendali) è dell’80% più alto di quello delle auto a benzina.

Si tratta di aumenti spiacevoli, ma certo non proibitivi rispetto al reddito medio delle famiglie italiane (e le cose non cambiano molto usando il reddito mediano). Che non si tratti di aumenti proibitivi è confermato dal fatto che, nonostante gli aumenti di prezzo (moderati solo in parte dal taglio delle accise), il consumo di carburante in Italia è aumentato rispetto al 2025.
Parlare di crisi per le famiglie italiane causate dall’aumento del prezzo dei carburanti è quindi esagerato. Tutto bene dunque?
Non proprio. 
Per chi ha redditi significativamente più bassi della media, possono essere insorti problemi più seri. Da qui la necessità di intervenire, con un sostegno mirato, come sembrerebbe il governo sia intenzionato ora a fare. Inoltre, e questa è semmai la vera crisi, l’aumento generale dei prezzi da inizio 2021 ha causato una perdita del potere d’acquisto dei lavoratori dipendenti di circa l’8%.

Questo problema, però, va risolto non tagliando le accise, ma attraverso la concessione da parte delle imprese di aumenti salariali più consistenti nei prossimi rinnovi contrattuali, almeno nelle imprese (e non sono poche) dove i margini di profitto sono aumentati rispetto a un quinquennio fa.