



(ANSA) – ROMA 21:10, 16 AGO – È morto stasera a Roma all’età di 89 anni Pippo Baudo. Simbolo della tv italiana, ha condotto tredici festival di Sanremo e decine di programmi di grande successo, da Canzonissima a Domenica in. La notizia, appresa dall’ANSA da fonti vicine alla famiglia, è stata confermata dal suo storico legale e amico fraterno, l’avvocato Giorgio Assumma. (ANSA).
Pippo Baudo, gigante della tv italiana, è morto sabato 16 agosto: aveva 89 anni. Nato a Militello il 7 giugno 1936, il padre aveva sognato per lui un futuro da avvocato: lui non l’aveva contraddetto, ma si era dedicato anima e corpo al mondo dello spettacolo. I funerali si terranno il 20 agosto a Militello
Renato Franco
Schermo buio, se è ne andato l’uomo catodico che ha segnato 60 anni di storia della tv e dunque — volenti o no, abbonati o ex evasori del canone — anche della nostra storia. Presentatore e inventore, perché tanti di quelli che hanno avuto successo li ha scoperti lui (da Beppe Grillo a Tullio Solenghi, da Heather Parisi a Lorella Cuccarini), lui si era scoperto da solo. Il padre sogna un futuro da avvocato, Baudo (era nato a Militello il 7 giugno 1936) non lo contraddice, ma pensa solo al mondo dello spettacolo.
Il primo passo risale al 1959: «Debuttai in La conchiglia d’oro, un concorso musicale a Palermo: presentava Enzo Tortora. Io ero in veste di pianista, la mia prima apparizione in pubblico. Poi mi laureai in Legge, ma subito dopo arrivai a Roma per intraprendere la strada dello spettacolo». Ed ecco i primi test: «Feci il provino come pianista, cantante, imitatore e presentatore. Andò bene solo la quarta esibizione: era destino. Pino Procacci e Antonello Falqui mi chiesero: Immagina di trovarti al Festival di Sanremo e presentare Mina. Figuriamoci: sapevo tutto di Sanremo e di Mina. Fu un trionfo».
Baudo sognava il teatro: «Turi Ferro mi scritturò per spettacoli importanti. Ma, essendo alto e magrissimo, appena entravo in scena, la gente rideva. Ricordo un Tutto per bene di Pirandello: impersonavo un ruolo drammatico ma, prima di pronunciare la battuta, il pubblico si mise ad applaudire e a ridere. Turi era furioso e mi disse: Il teatro serio non fa per te». La sua carriera svolta domenica 6 febbraio 1966, quando diventa presentatore per caso: «Avevo proposto un nuovo programma. Il dirigente Rai, dopo aver visto le puntate di prova, sentenzia: È una vaccata. Ma un giorno non arrivò la copia doppiata del telefilm Rin Tin Tin e, non avendo nulla da trasmettere, mandarono in onda il mio Settevoci. Un successo».
Il quiz musicale con tanto di applausometro diventa un appuntamento fisso, le giacche sgargianti del conduttore di casa per lo spettatore che due anni dopo se lo ritrova sul palco del primo Sanremo (alla fine saranno 13). Baudo succede a Corrado come conduttore di Canzonissima (1972/73 e 73/74) e poi di Domenica in (dal 1979). Arriva il biennio (1984-86) da non scordare, che inizia con Fantastico 5 e Serata d’onore e si conclude con la settima edizione di Fantastico che ha punte di oltre 20 milioni di telespettatori.

Nel 1987, nel momento di massimo fulgore artistico, la prima crisi tra Baudo e la Rai: l’allora presidente, il socialista Enrico Manca, scomoda Gramsci e definisce «nazionalpopolare» la tv messa in onda da Baudo, accusato di solleticare i gusti più bassi degli spettatori. Baudo replica che allora farà «solo programmi regionali e impopolari», decide di lasciare il programma e l’azienda. Si aprono le porte di Mediaset: «Fu Berlusconi a farsi vivo. Mi offrì tantissimo, forse troppo. Ero diventato direttore artistico delle tre reti e i colleghi non gradivano: da Antonio Ricci a Costanzo, a Corrado».
Esperienza breve e infelice che gli costa dal punto di vista professionale ed economico: «Per pagare la penale, cedetti un bel palazzetto all’Aventino, poi diventato sede del Tg5. Lo stesso Berlusconi ammise che mi avevano messo in mutande. Non faccio più quella strada da allora. Oggi varrà 20 milioni di euro», ricordava nel 2005. Nel 1989 è di nuovo su Rai2 con Serata d’onore, ma il purgatorio dura poco e l’anno successivo torna sull’ammiraglia Rai con Gran Premio e Fantastico.

È di nuovo in auge: il 1992 è l’anno di un superSanremo, quello in cui blocca «Cavallo pazzo» che vuol buttarsi dalla galleria dicendo che il Festival è truccato. Su e giù. La metà degli anni Novanta è in chiaroscuro e arriva la seconda crisi con Viale Mazzini: nel 1996 prima un Sanremo poco felice (dà le dimissioni ma tutto finisce in un abbraccio con l’allora presidente Letizia Moratti), poi lascia la direzione artistica delle reti Rai assunta due anni prima e il video per un’inchiesta sulle telepromozioni. La vicenda si conclude patteggiando una condanna a un anno e 9 mesi e rimborsando 200 milioni: «Non è vero che facevo un sorrisetto in più per intascare mazzette. Erano le società a chiedermi consigli pubblicitari, ma niente mi faceva supporre di commettere un atto vietato. Ora il regolamento è chiaro».
Ancora peggio va quando decide di tornare a Mediaset, sei soli mesi a cavallo del 97-98: Una volta al mese, varietà a cadenza mensile, è un flop, così come poche tracce lasciano La canzone del secolo e Tiramisù.
Lui, il siciliano dal carattere di ferro, non si butta giù, il rilancio arriva grazie a Rai3 che lo ripesca con Giorno dopo giorno sugli eventi principali del XX secolo: il programma, pomeridiano, ha successo e viene spostato in prima serata con il nuovo titolo di Novecento.

Il peggio è passato: Baudo torna di nuovo alla gloria con Sanremo 2002, nel 2005 è per l’ennesima volta in sella a Domenica in (l’ultima volta era stato nel 1991), due anni dopo ancora un Sanremo su (con Michelle Hunziker) e poi uno giù (affiancato da Piero Chiambretti, e da Bianca Guaccero e Andrea Osvart): «Ho avuto molto dal Festival, ma ho anche dato molto. Non lo considero un dominio esclusivo, ma non escludo di tornarci».
Era il suo ultimo sogno. In compenso arriva un regalo: a 80 anni è di nuovo conduttore a Domenica In (anche qui sono 13), erede di se stesso. Non si sentiva ancora pronto per la pensione: «Se il vecchio Anchise riesce a scendere dalle spalle di Enea e riesce a camminare, lasciatelo camminare». Ora Enea se l’è ripreso.

Ripubblichiamo di seguito l’ultima intervista rilasciata al Corriere datata 13 giugno 2023 a firma di Renato Franco.
«Quella volta che Berlusconi mi “portò via” un palazzo perché avevo lasciato Mediaset»
Il conduttore ricordando Silvio Berlusconi e l’anno in cui passò dalla Rai a Canale 5: «In quella palazzina di fronte alla Fao ci mandarono il Tg5. Enrico Mentana la chiamava Palazzo Baudo»

Il primo incontro?
«Lo ricordo benissimo. Lui si era innamorato di me. Si innamorava spesso delle persone e quando si innamorava le corteggiava in modo incessante. Mi volle conoscere, andai a incontralo ad Arcore e mi disse che mi voleva come direttore artistico delle sue reti. Io tentennavo perché lui aveva Mike Bongiorno, ma mi tranquillizzò dicendomi che lo aveva fatto presidente. A quel punto accettai». Pippo Baudo ha conosciuto bene Silvio Berlusconi: nel 1987 lo convinse a lasciare la Rai e a firmare un contratto in esclusiva con l’allora Fininvest. La cifra era da capogiro: 50 miliardi di lire per 5 anni.
Quel ruolo così importante la mise in cattiva luce con chi già c’era? La percepirono come un intruso?
«Alla fine mi accettarono tutti, anche perché — e lo dissi a Berlusconi — non volevo fare il vero direttore artistico: non mi andava di fare il maestrino con la penna rossa che corregge i compiti agli alunni».
Qualcuno la prese di punta? Chi le fece la guerra?
«Ufficialmente nessuno si lamentò».
Ufficialmente no, ma tra le righe, magari Ricci…
«Beh Ricci sì. Lui ce l’aveva da sempre con me e quella diventò un’altra occasione per attaccarmi».
Su Canale 5 fece «Festival» con Lorella Cuccarini…
«Fu un successo enorme. Registravamo le puntate al Palatino, finivamo di montare alle 6 del mattino e poi partivano le cassette per le varie regioni italiane perché allora non c’era ancora la diretta. Ricordo che, quando arrivavano gli ascolti, la prima telefonata al mattino me la faceva lui».
In fondo però lei era un volto Rai e non riuscì a diventare veramente un uomo Mediaset. A gennaio del 1988 decise di rescindere l’esclusiva, anche a costo di una penale mostruosa (si parla di miliardi) e dell’inattività per un anno, come prevedevano le clausole del contratto.
«Andai da Berlusconi a dirgli che volevo andarmene e lui mi rispose che non poteva fare brutta figura nei confronti dei suoi, che dovevo pagargli una penale come risarcimento. Lui sapeva tutto di me, sapeva che non avevo tutti quei soldi e allora mi chiese di cedergli un palazzo di mia proprietà che gli stava molto a cuore. Io ormai mi ero fissato, volevo andarmene e gli dissi che andava bene, che ci saremo rivisti più avanti per firmare. Lui mi stoppò: firmiamo subito. Aprì una porta ed entrò un notaio. Aveva previsto tutto».
Insomma Berlusconi l’ha fregata, il palazzo valeva miliardi…
«Eh sì, mi ha fregato. Io volevo trattare, ma sull’atto c’era già scritto tutto, anche le particelle catastali. In quella palazzina di fronte alla Fao ci mandarono il Tg5. Enrico Mentana la chiamava Palazzo Baudo».
L’impatto di Berlusconi fu sottovalutato a Viale Mazzini?
«La Rai del monopolio si sentiva imbattibile, la vulgata era che il fenomeno sarebbe finito nel nulla. E invece poi la tv pubblica dovette misurarsi con la concorrenza e fu un bene. Le tv di Berlusconi hanno spronato la Rai a cambiare pelle, ad essere più attenta alle esigenze del pubblico».
Molti però sostengono che il suo modello di tv ha fatto danni…
«Berlusconi rappresentava il Paese di allora e quello che è venuto dopo. Tutto questo danno non penso assolutamente che l’abbia combinato».

Quando a Veltroni Baudo disse: «Non rimpiango niente (anzi, due cose). Partita doppia? L’unico aspetto positivo fu l’intervista a Moana Pozzi»
Pippo Baudo è morto il 16 agosto all’età di 89 anni: ripubblichiamo l’intervista che Walter Veltroni gli fece su 7 nel 2019. «Il passaggio a Mediaset? Fu un disastro»
Walter Veltroni
Pippo, la prima volta che tu hai visto la televisione è stata a Trieste. Ti ricordi che trasmissione era?
«La trasmissione era quello che io vedevo dal vivo: l’arrivo degli alpini e bersaglieri a Trieste quando, nel ‘54, tornò italiana. C’era il sindaco Bartoli che parlava dal Palazzo del Governo. Io sapevo tutto di Trieste perché Vola colomba, che conoscevo a memoria, era un inno al ritorno di Trieste all’Italia. Sono arrivato con un mio amico da Catania. Davano il biglietto di terza classe scontato se si andava a Redipuglia a vidimarlo, cosa che abbiamo fatto. Poi mi sono fermato appoggiato all’entrata della stazione ferroviaria di Trieste. Vedevo sulla destra la piazza dell’Unità gremitissima, i bersaglieri che passavano, tutti a piangere e accanto, sulla sinistra, c’era un negozio di televisori. E sui vari televisori c’erano, in bianco e nero, le stesse immagini che i miei occhi vedevano a colori. Quel giorno mi sono detto: porco Giuda io dentro questo televisore ci devo entrare. E prima o poi ci entrerò».
Quindi tu vedevi, in contemporanea, la realtà e la rappresentazione…
«Ecco, praticamente la realtà e la fantasia. Quella era realtà, Trieste tornava ad essere italiana. La fantasia era il sogno di un ragazzo di Militello che sognava di andare in televisione».
Fammi la telecronaca di quel giorno.
«Io non ho mai visto tanta gente piangere, i bersaglieri correvano come dei pazzi e poi si staccavano in due perché c’erano i più anziani che avevano strumenti più pesanti e non reggevano il ritmo degli altri. Però era tutta una festa. Il sindaco Bartoli è stato padre di un’attrice».
Marisa Bartoli…
«Esatto. Marisa Bartoli che recitava nel Maigret con Gino Cervi. Tutto fotografato».
Tu hai una memoria inossidabile. Una volta arrivammo insieme alla stazione di Torino, tu guardasti sotto i portici e mi dicesti «Qui aveva il negozio Tonina Torrielli».
«È memoria fotografica. Da ragazzo stavo in fondo allo Stivale e guardavo tutto con la testa per aria. Non volevo perdermi niente di quello che la vita mi offriva e fotografavo tutto nella mia testa. Sotto i portici sulla destra, uscendo da Porta Nuova, c’era un negozio di strumenti musicali del marito, tal Maschio. Era un musicista che suonava con Angelini e poi sposò Tonina Torrielli, la famosa caramellaia di Novi Ligure».
Tu hai conosciuto l’Italia delle piazze, non solo quella dell’arena televisiva…
«Io sono un seratante. Nella mia vita avrò fatto, non esagero, più di centomila serate. C’è stato un periodo, quello di Settevoci, in cui la gente non credeva che i personaggi in televisione fossero veri. Durante la settimana un giorno facevo Settevoci e nei restanti sei andavo a fare le serate in tutta Italia. L’obbligo era di arrivare alle due del pomeriggio, farmi il giro di tutti i bar per far capire che Pippo Baudo esisteva davvero. Ma in ogni bar era un caffè e arrivavo la sera allo spettacolo che ero completamente elettrico. Poi mi chiamavano per inaugurare i circhi. Quando un circo equestre si installava mi invitavano. Dovevo fare l’apertura dello spettacolo, poi c’era il circo, nell’intervallo facevo le foto con i bambini, con il pony. Mi pagavano molto bene, allora non c’era Iva, tutto in contante. Un giorno dissi: “Però mi date molti soldi”. E loro: “Ma a noi non costa niente”. “Come non vi costa niente?”. “Perché lei i soldi se li fa da solo”. “Come li faccio da solo?”. “Con il pony”. Perché accanto al pony c’erano otto clown con le Polaroid e avevano una velocità mostruosa, ogni bambino saliva, sorriso e via e pigliavano i soldi».
Gli antenati dei selfie…
«A me andava una parte di quell’incasso, era il mio cachet».
Il povero pony era l’unico che non ci guadagnava
«Poveraccio, l’unico, sopportava i bambini addosso. Ed i miei sorrisi di circostanza. Comunque la gente voleva essere sicura che fossimo veri e per questo voleva averci nelle piazze, nei dancing, nei circhi».
Adesso viviamo un tempo in cui viene richiesto, quasi come garanzia, di non avere nessuna esperienza, di non saper fare nulla. Tu invece sei arrivato dove sei arrivato faticando. Sordi, la Magnani, Totò, Banfi hanno calcato le tavole del palcoscenico, da quelle sbilenche delle recite scolastiche fino ai grandi teatri, sudando e imparando. Cosa è l’esperienza nella vita di uno che ha fatto il tuo mestiere?
«L’esperienza innanzi tutto è girare l’Italia. Io ho avuto modo di fare Scanzonatissimo, uno spettacolo di Dino Verde, Bruno Broccoli con Antonella Steni, Elio Pandolfi e Alighiero Noschese. Cambiare ogni sera piazza significa conoscere il Paese, perché le reazioni del pubblico sono ovunque diverse. Verde, che era molto spiritoso, quando arrivavamo in piazze importanti scriveva al volo una parodia sulla città. È un vecchio trucco dell’avanspettacolo. I vecchi comici dell’avanspettacolo quando andavano nei paesi si facevano dire il nome del parroco, del sindaco e la via dove c’erano le case di tolleranza. Al momento opportuno citavano queste tre cose e crollava il teatro».
Che ricordi hai dell’avanspettacolo?
«L’avanspettacolo l’ho anche fatto. A La Fenice, in via Salaria, presentavo Maria Paris. Nell’avanspettacolo la cosa più brutta era per i comici, perché normalmente il pubblico era costituito da militari che dovevano passare il pomeriggio e si vedevano lo spettacolo due o tre volte di seguito. Il gusto massimo del militare quale era? Anticipare le battute del comico. E il comico diceva: “Disgraziati, ora scendo e vi meno”. C’era un comico che si chiamava Trottolino, napoletano, che si imbestialiva. Gli rovinavano le battute perché la prima volta andava bene, ma la seconda lui la lanciava e il pubblico recitava, anticipandolo. La Fenice era uno dei teatri più importanti dell’avanspettacolo, film scadenti e ballerine stanche. Sembra una cosa felliniana, ma le ballerine, con le calze tutte rattoppate, non si struccavano, anzi con il trucco un po’ disfatto andavano fuori dal teatro a pigliarsi un caffè al bar. Tutti le vedevano, facevano da richiamo e poi rientravano a fare spettacolo. Non era fare lo spettacolo, era un mestiere durissimo».
Andiamo per oggetti: se ti dico radio cosa ti fa venire in mente?
«La radio è il mio contatto con il fuori paese. Io stavo ore ed ore a sentire la radio per un motivo anche personale: volevo imparare a parlare italiano bene. E siccome allora in radio c’erano radiocronisti e presentatori che parlavano un perfetto italiano, io lì ho imparato le “e” strette, le “e” larghe, la “o” chiusa, la “o” larga. Quindi quando ho fatto il provino a Roma e Falqui si è meravigliato che parlassi italiano e lo parlassi anche bene mi ha detto: “Ma lei ha fatto scuola di dizione?” “No, ho ascoltato la radio”».
Tu sembri amico di tutti, forse solo perché sei una persona gentile. Hai mai avuto dei litigi con ospiti?
«Sì, mi è capitato. Un piccolo contrasto l’ho avuto con Tognazzi in un programma a Milano, sì. Lui non rispondeva alle mie domande, volutamente, diceva: “Parliamo delle Brigate rosse”. E io dicevo: “Ma che c’entrano le Brigate Rosse?”. Siccome lo avevano accusato, su Il Male, di essere lui il capo delle Brigate rosse, giocava su questa cosa. “Perché io sono un rivoluzionario, io ho una bomba in tasca”. “Come una bomba in tasca?”. Io cercavo di cambiare argomento. Andavamo in diretta. Quindi non c’era niente da fare. Tognazzi era uno che si divertiva a mettere in imbarazzo. Mi ha molto addolorato la fine della sua carriera perché, dopo avere fatto Il vizietto e La tragedia di un uomo ridicolo con cui vinse il premio a Cannes, era convinto di essere a una svolta. Lui nasceva comico e il sogno di un comico è fare un film drammatico. C’era riuscito, aveva vinto la Palma d’oro e, pensò, mi chiameranno tutti. Non lo hanno cercato più. Aveva un appartamentino vicino a piazza del Popolo e mi telefonava. Andavo a trovarlo e lui si confidava piangendo: “Perché mi hanno abbandonato?”».
Spesso, per chi ha avuto immenso successo, l’ultimo tempo della vita è cupo, pieno di nero…
«Vittorio Gassmann mi diceva: “Ma che ci sto a fare qua stasera?”, eravamo ad un ricevimento, “Non vedi che sono morto?” “Come sei morto, Vittorio? Tu sei Vittorio Gassmann, stai scherzando?”. “No, io non sono più Vittorio Gassmann, non sono nessuno. Io sono morto”. Praticamente, lentamente, la depressione lo ha suicidato».
Chi ti manca di più?
«Sandra e Raimondo. Con Sandra e Raimondo era uno spasso. Stare con loro era vivere in una commedia tutto il giorno. Casa Vianello è tutta roba vera perché nasceva in casa. C’è l’episodio che io racconto della sera in cui eravamo ospiti di Renzo Puntoni…».
La sera in cui la Mondaini si ubriacò?
«Sì, poi voleva suicidarsi. Venne il medico, le fece una puntura, e si addormentò. Uscendo svegliammo il portiere del grattacielo, la casa era all’ultimo piano. Raimondo candido gli disse: “Se dovesse cadere qualcosa dall’alto è roba nostra, non si preoccupi”. Con Raimondo finiva tutto a ridere».
Cos’era per te via Teulada?
«Via Teulada per me era come il teatro cinese di Hollywood. Uguale. Nella mia fantasia l’avevo immaginata come se fosse un paradiso. Mi aspettavo tutte luci luminose. Quando sono arrivato da Catania a via Teulada mi sembrò un carcere, come è anche oggi, con quella specie di staccionata di ferro. Io sono entrato e ho detto: “Voglio fare un provino”. Me lo hanno fatto fare ma tutto il fascino di via Teulada mi è crollato. Poi però sono entrato dove facevano Studio Uno e ho visto le Kessler, Falqui che mi aveva fatto il provino qualche giorno prima, ho visto Panelli e Luttazzi, un grandissimo. Io ho assistito all’ultima serata che ha fatto a Trieste ed è stata la serata d’addio perché poi lui è morto proprio a Trieste. Tu pensa le cose della vita: lui aveva imparato a suonare il pianoforte in un bar di piazza dell’Unità frequentato dagli americani. Anni dopo la moglie Rossana, una donna veramente intelligente, cercò e trovò, di fronte a questo bar, un appartamentino. Quindi lui, ormai anziano, ogni mattina scendeva, andava a pigliarsi lo spritz lì e tornava indietro. È ritornato a quando aveva diciotto anni e faceva il jazz. La sera dell’ultimo concerto volle dare l’addio al mondo dello spettacolo con la sua musica, eseguita insieme a una grande orchestra. Quando ha fatto El can de Trieste la gente piangeva a dirotto. Il pezzo era comico ma, in quel momento, era diventato tragico. Come Calvero di Luci della ribalta, come Chaplin».
A proposito di figure tragiche, perché Noschese si uccise, secondo te?
«Si uccise perché Noschese negli ultimi tempi non era più Noschese. Non pigliava più le voci e poi soprattutto fece una cosa che non avrebbe dovuto fare: usava la Metredina per tirarsi su e poi per addormentarsi ingoiava otto Mogadon. Spaccandosi, completamente. Con Alighiero avevo fatto Scanzonatissimo per due anni. Imitavamo Franco Franchi e Ciccio Ingrassia ed avevamo un successo pazzesco. Pezzo scritto che doveva durare cinque minuti e durava trenta. Ho fatto i suoi ultimi due spettacoli, non era più lui. Un imitatore che non azzecca le voci è come un airone senza ali. Poi affittò un appartamentino di fronte alla clinica di Monte Mario, Villa Stuart. Il finale è tragico perché lui è andato in chiesa, si è inginocchiato, poi è andato a casa, ha preso la pistola e si è sparato in chiesa. Era ricoverato lì, è uscito e si è sparato nella chiesa dell’ospedale. Perché aveva capito che non era più lui».
Altro oggetto, il disco. Ti ricordi il primo disco che hai ascoltato?
« Il conte di Lussemburgo. Era un’operetta viennese. Papà comprava i dischi all’Upim che vendeva dei dischi piccolini a poco prezzo. E c’era questa operetta. Me lo ricordo sempre perché si bloccava ad un certo punto dell’ascolto, sempre lo stesso. Io mi alzavo e portavo avanti la puntina. Passavo intere giornate a sentirlo e poi a ripeterlo al pianoforte».
I dischi di plastica del «Musichiere» li ricordi?
«Come no? Il Musichiere fu una grande idea. Purtroppo finita tragicamente a Verona, con la morte di Mario Riva. Il Musichiere fu un’avventura pop e multimediale. Fecero il pupazzo e anche un giornale, Il Musichiere, di grande successo. Aveva i dischi di plastica colorata incorporati. Una grande idea di Garinei e Giovannini».
C’è una trasmissione che vorresti aver fatto e una che non vorresti aver fatto?
«Una di cui sono orgoglioso è Novecento. C’era cronaca, spettacolo, c’era storia, c’era cultura, ospitavo grandi artisti che si raccontavano. Ricordo l’ultima intervista con Delia Scala. Delia era a Livorno, morente. La chiamai e le dissi: “Delia, stasera parlo di te, però tu stai male. Te la dedico, ascoltala se puoi”. Venne all’apparecchio telefonico, io ad un certo momento ho detto: “Delia ci sei?”. E lei: “Sì, ci sono”. “Ciao come stai? Voglio dedicarti una canzone, che è il tuo ritratto”. Cominciai: “C’è qualche cosa in te che va diritto al cuore. Simpatica, sei tu”. E lei, al telefono: “Un certo non so che, un’onda di calore. Simpatico, sei tu”. E abbiamo fatto il duetto. Tre giorni dopo è morta».
E invece una che rimpiangi di aver fatto?
« Partita doppia. Non ha funzionato. Anche se a Partita doppia ho fatto l’unica intervista a Moana Pozzi. Non me la posso scordare, era di una bellezza clamorosa. Già malata, però non si vedeva niente, stava benissimo. Mi ha meravigliato il modo, la classe, con cui ha risposto alle domande. Ad un certo momento dissi: “Lei accetta che il pubblico faccia qualche domanda?”. E allora una del pubblico: “Lei vorrebbe avere un figlio?”. Moana, con il sorriso sulle labbra: “No, un figlio no, perché direbbero tutti che è un figlio di puttana”. La sera presi l’aereo per tornare a Milano e lei era con tutte le amiche del suo giro. Ha fatto finta di non conoscermi, per non mettermi in imbarazzo con loro. Donna di grande classe».
Tu per me sei il più pop dei presentatori televisivi. Perché sei colto, con te si può parlare di musica, di letteratura, di politica, di sport. Nonostante questo, nell’iconografia codificata, sei identificato come quello della televisione leggera…
«Questa è una cosa che un po’ mi dispiace perché io mi sono imposto tanto con me stesso perché mi piace essere informato. Io i libri che escono li leggo. Mi sforzo di capire il mondo, di usare la curiosità per farlo. E quello che cerco di fare è restituire la complessità con la semplicità. Perché ho rispetto per le persone, tutte. So che chi guarda la televisione non necessariamente è laureato alla Normale. Ma non per questo bisogna rinunciare a trasmettere a tutti contenuti di qualità. Non è quello che faceva la commedia all’italiana?».
C’è stata un’occasione nella quale non ti sei sentito adeguato all’intervistato?
«Sì, è capitato. Con Umberto Eco».
A proposito: ti fa un po’ impressione il clima di odio che c’è oggi anche per fesserie, per partite di calcio, per apparizioni televisive? La gente sui social si dice delle cose orrende…
«Sui social aveva ragione Eco: “Abbiamo dato con i social l’opportunità a qualunque cretino di esprimere quello che vuole e di imbastardire questo Paese”. L’apertura dei social, sì tecnologicamente è una cosa bella, tu puoi parlare, puoi dire quello che vuoi, ma devi saper dire delle cose. Ormai abbiamo il bar sport di tutto: dall’economia ai problemi istituzionali».
Qual è il momento della storia italiana che ti piace di più aver vissuto?
«Negli Anni ‘60 ero molto giovane, ma li ricordo come un tempo di grande energia. La prima fotografia che mi hanno fatto sul settimanale Grazia ero io che correvo e scavalcavo un ostacolo. L’Italia ha fatto così, ha scavalcato ostacoli, correndo. Gli Anni ‘60 sono stati un momento bellissimo. Roma è diventata più grande, è nata l’Olimpica, il Villaggio Olimpico. A proposito di Olimpiadi mi piace ricordare le prime del Dopoguerra. Ci invitarono, nazione sconfitta, e il nostro inno nazionale era poco conosciuto. Quando vinse Consolini, il lanciatore del disco, non trovarono il disco e lui sul podio, sotto la pioggia, iniziò a cantare O sole mio. Il pubblico inglese rispose in coro “sta in fronte a te”. L’Italia… Bellissimo, così siamo noi».
Il peggiore da vivere?
«Il periodo del terrorismo è stato bruttissimo. In quegli anni sono andato a fare uno spettacolo a Trento dove c’era l’università di sociologia creata da Flaminio Piccoli, in cui studiava Renato Curcio. Sono stato contestato in piazza, non mi volevano far fare lo spettacolo. Si rischiava. Mi ha salvato un brigatista di Agrigento, che ha detto loro: “Guardate che è un paesano mio, risparmiamolo”».
So che avesti un incidente con Gorbaciov…
«Premio Fiuggi. Cinquecento milioni di premio per la fondazione intestata a Raissa, la moglie. C’è Milva che canta, Astor Piazzolla che suona, una grande serata nel parco. Il premio è organizzato da Ciarrapico e quindi c’è Andreotti che fa un discorso rivolto a Gorbaciov, Gorbaciov con l’interprete risponde. Poi viene una valletta con un vassoio con la busta. Andreotti prende la busta e gliela dà. La mattina dopo alle sei, orario tipico delle telefonate di Andreotti, mi chiama e dice: “Baudo, ma ieri sera la busta l’hai vista, l’hai guardata?”. “No, solo sul vassoio, lei l’ha presa e l’ha consegnata”. “No, volevo dirti che dentro la busta non c’era niente”».
Si è mai saputo se poi ha avuto quei soldi?
«Secondo me no. Perché pochi giorni dopo, vicino a Sanremo, sono stato ospite di un famoso oleificio che aveva invitato come ospite Gorbaciov. Gorbaciov appena mi ha visto mi ha riconosciuto e mi ha detto: “Tu ladro!”. L’interprete gli ha spiegato che io non c’entravo niente. Questo mi fa pensare che i soldi non siano mai arrivati».
Che cosa è che non ti piace della televisione di oggi?
«Mi piace poco. Non c’è programmazione. Hanno ammazzato il pomeriggio. È tutta confusa, non c’è un palinsesto, è un’accozzaglia di cose quasi tutte uguali. Pettegolezzi e pettegolezzi. Non c’è più niente. Poi non c’è connotato culturale. La Rai ha perso la sua natura di servizio pubblico, questa è la verità».
C’è un giorno della tua vita che vorresti rivivere e uno che invece vorresti non aver vissuto?
«Quello che vorrei rivivere è la prima puntata del primo programma che ho fatto in televisione. Si intitolava Primo piano. Vorrei riviverlo perché ero talmente confuso dall’emozione che non mi ricordo niente. Vorrei vedere cosa provai in quel momento. Perché allora non pensavo che tre giorni dopo il mio arrivo a Roma sarei stato in televisione e avrei chiamato col telefono a gettoni per dire: “Papà, dopodomani sono in televisione”. Quello che non vorrei rivivere è il passaggio a Mediaset. Fu un grande errore».
Come nacque?
«Devi sapere che Silvio Berlusconi è un grande conquistatore. Non solo di donne, anche di uomini. Ha voluto farmi direttore artistico e io gli dicevo di non farlo. C’erano Bongiorno, Corrado, Costanzo. Come facevo con quei calibri a fare il direttore artistico? Infatti tutti si sono scatenati contro, tranne Mike. Andai a trovarlo e gli dissi: “Mike, mi hanno nominato direttore artistico”. E lui: “Lo so, lo so”. Io: “Non penserai che io faccia il tuo direttore artistico? Tu puoi fare tutto quello che vuoi”. “No mio caro, sei stato nominato direttore artistico e devi essere il mio direttore artistico”. Così era Mike Bongiorno».
Dei giovani c’è qualcuno che ti piace?
«Cattelan è il più colto di tutti. È molto intelligente, non ha le phisique … Però è preparato, parla un inglese correttissimo, è informato su tutto, veloce. E un altro che secondo me potrebbe fare grandi cose è Bonolis, ma spesso fa dei programmi non alla sua altezza. Perché? Lui è colto, legge tanto. È molto intelligente e spiritoso».
Ti sembra che Fazio sia un pericolo per la democrazia?
«Ma per carità, è una bravissima persona. Io sono spesso ospite suo e devo dire che è di una correttezza, di un rispetto esemplari. Sta subendo una specie di attacco concentrico veramente scorretto, eccessivo».
Come vedi il tuo futuro?
«Domanda difficilissima che, fortunatamente, non mi pongo perché, guardando l’età, guardando il calendario e i giorni che passano dico: “Che succede? Quando arriva?”».
La sorella nera?
«La sorella nera. Speriamo tardi ma non troppo. Speriamo arrivi quando ancora sono pensante, perché ho sofferto molto la morte di mia madre. Mamma è morta di Alzheimer e sono stati tre anni tremendi, distruttivi per lei e per tutta la nostra famiglia. Quando uno deve andare via è meglio che se ne vada via un’ora prima».
Vuoi tornare a fare televisione o no? Ci sarai il 7 giugno…
«Il 7 giugno, il giorno della mia nascita. Se mi offrono una cosa interessante sì. Che non sia molto stancante però. Perché, onestamente, il fisico ha le sue esigenze. Tornerei, volentieri. Per raccontare, la cosa che so fare meglio».

Inventò la conduzione: Baudo era il nuovo che avanza (anche stando fermo)
Fu il massimo esponente del sentimento nazional-popolare
Aldo Grasso
Sei anni fa, Raiuno ha giustamente celebrato con una serata speciale il genetliaco di uno dei suoi padri fondatori, festeggiando non l’età anagrafica ma quella professionale: 60 anni di carriera, un record! Dopo qualche incomprensione, era giusto che la Rai tributasse tanto onore a Pippo Baudo, morto oggi a Roma a 89 anni, uno che il mestiere della conduzione televisiva l’ha praticamente inventato sera dopo sera, con innumerevoli ore passate in video, programmi ideati, volti scoperti, tanto che elencare i suoi innumerevoli «figli d’arte» era diventato una specie di tormentone.
Gli ultimi anni gli hanno riservato qualche dispiacere professionale (compensato da molte interviste). Riteneva di avere ancora molte idee da condividere con il suo pubblico e non si sentiva valorizzato dalla «sua» azienda, la Rai.
Pippo è stato il conduttore per eccellenza, il presentatore che ha ideato la regia «sul campo», ultimo erede della grande tradizione del varietà. È stato lui a scandire il ritmo dei programmi mentre li metteva in scena, a suggerire gli stacchi, affrontando imperturbabile qualsiasi imprevisto. Infaticabile, ha interpretato come pochi il ruolo di talent-scout di giovani promesse (Lorella Cuccarini, Heather Parisi, Beppe Grillo e Barbara D’Urso sono i primi nomi che vengono in mente) più volte ha dimostrato di saper riempire i buchi del palinsesto.
Ci sono stati momenti in cui la Rai ha retto lo scontro con Mediaset grazie al continuo impegno di Pippo. La Rai aveva i magazzini vuoti e vuote erano le teste di alcuni centri decisionali: Pippo si è esposto, ha occupato tutti gli spazi possibili, forse troppi; ha fatto bene tutto quello gli hanno lasciato fare.
Era un intrattenitore di facile presa, il massimo esponente dell’ideologia nazional-popolare (il più bel elogio che gli potesse fare l’incauto ex presidente Enrico Manca), espressione di un mondo che conosceva il repertorio del teatro di rivista meglio della navigazione su Internet.
Pippo era un «uomo Rai». Quando nel 1987 abbandonò Viale Mazzini per passare in Fininvest riuscì a condurre un solo spettacolo, «Festival». Non trovava in quegli studi «l’aria», era questa la sua espressione, che è la condizione necessaria per la riuscita di uno spettacolo. Per circa dodici mesi, scomparve dai teleschermi e patì la lontananza. Si aggirava nei pressi di Viale Mazzini come un cane bastonato. A qualche prezioso cronista confidò il suo avvilimento: «Come sta? – gli chiese una volta Beniamino Placido. Come vuole che stia? Male. Non ho un lavoro». Poi rinacque, perché riammesso a corte, e Angelo Guglielmi lo sdoganò alla grande con «Uno su cento».
Baudo ha condotto i grandi varietà del sabato sera, da «Canzonissima» a «Fantastico», da «Senza rete» a «Serata d’onore». Ha battezzato più e più volte il Festival di Sanremo, ma il suo capolavoro resta «Domenica in»: in quei pomeriggi domenicali sei, sette milioni di persone restavano incollate al video, i discografici, i pubblicitari, i produttori lo imploravano per partecipare al suo programma, gli scrittori si presentavano con il libro sotto il braccio per mendicare un passaggio e un sicuro posto nella classifica delle vendite. La tv aveva raggiunto la dismisura del suo potere.
Baudo ha simboleggiato nel mondo della tv quello che la Democrazia cristiana ha rappresentato in politica: amico di De Mita, amico di Andreotti, ma nemico di Cossiga (sono arrivati al punto di scambiarsi epiteti ingiuriosi). Anche lui era un cavallo di razza, «un democristiano indistinto e quintessenziale» (Filippo Ceccarelli). Diffidava dei format, più per fede che per ragione.
Baudo era il nuovo che avanzava anche se stava sempre fermo (il famoso rinnovamento nella continuità); era una curiosa forma di eclettismo sociale, la capacità cioè di rivolgersi a tutti, di apparire interclassista, di promuovere l’innovazione e nello stesso tempo salvaguardare la tradizione.
Sapeva occupare la scena e far ruotare attorno a sé gli ospiti. Era un tramonto che non tramontava mai. Poi, fatalmente, è sopraggiunto il momento dove non vale più la magica formula «Signore e signori buonasera!».

Renzo Arbore e le lacrime per Baudo: «Era un caro amico. Andammo insieme da Padre Pio che lo cacciò via»
Il grande artista racconta il lungo rapporto con il conduttore scomparso: «Ricordo la sua sofferenza quando lasciò la Rai»
Maria Volpe
Manca un quarto d’ora alle 21. Una calda sera d’estate. «Pippo Baudo? Non sta benissimo lo so, ma l’ho sentito venti giorni fa, la situazione era stabile. Speriamo non sia vera la notizia di un suo serio peggioramento. Provo a sentire. Ora però vado a vedere in tv come è andato l’incontro Trump-Putin». Mezz’ora dopo, fatica a parlare: «Sono sopraffatto dal grande dolore. Eravamo rimasti noi».
Così Renzo Arbore commenta la scomparsa dell’amico e collega Pippo Baudo. È spaesato, confuso. Ha appena avuto la brutta notizia. È commosso non riesce a parlare.
Cosa le viene in mente in questo momento?
«Ho la mente affollata di ricordi. Voglio vedere come la televisione lo sta ricordando».
Voi, due giganti del piccolo schermo, che hanno davvero condiviso tanta parte di vita, televisiva e non.
«Pippo è stato un grande amico e un collega eccezionale, valoroso. Quante ospitate nei suoi programmi! Era sempre una festa da lui. E poi quante confidenze tra noi. Non ci posso ancora credere, è una perdita dolorosissima».
Lei e Baudo vi sentivate spesso, commentavate i programmi, vi scambiavate idee. Come è andata l’ultima telefonata?
«Ci siamo sentiti circa 20 giorni fa, e Pippo era stato sbrigativo. Ricordo che mi disse: “Ci vediamo presto sì”; e poi ha attaccato. So che non stava bene, certo, ma la morte è stata inaspettata. Io e altri amici gli abbiamo scritto gli auguri di Ferragosto, ma né lui né la sua assistente Dina ci hanno risposto».
In questo momento ha un ricordo particolare di Pippo?
«È ancora chiara nella mia mente la sua sofferenza quando ha lasciato la Rai, tanti anni fa. Si era subito pentito, ed è stato un momento molto duro per lui. Si sfogava tanto con me. Ma ora ho tanti ricordi di lui, belli, felici e tristi. Non riesco neppure a metterli in ordine».
Cosa vi accomunava davvero?
«Noi abbiamo fatto la tv di Biagio Agnes, Sergio Zavoli. Avevamo in comune la voglia di fare una televisione elegante e artistica. Una tv per tutti, ma tenendo in conto anche il pubblico esigente, la critica».
Baudo diceva sempre «Questo artista l’ho scoperto io..»
«È vero. Entrambi scoprivamo talenti».
Che amico era?
«Eravamo molto complici. Ci accomunavano le origini provinciali».
Come vi siete conosciuti?
«L’avevo conosciuto meglio a Foggia. Lui allora faceva propaganda per la Democrazia Cristiana».
Ricordi divertenti?
«Siamo andati insieme da Padre Pio, il quale chiese a Pippo: “Lei è venuto per fede o curiosità?”. Pippo: “Per curiosità”. E Padre Pio: “Allora vattenn’”».
Come lo definirebbe?
«Un amico caro, il protagonista della mia Rai».
La sua migliore qualità?
«La grande preparazione».
Il suo grande talento?
«Suonava benissimo il pianoforte ed era un fantastico creatore di programmi. Curava ogni dettaglio perché per lui una trasmissione doveva rimanere».
Un grande presentatore anche
«Sì, sapeva condurre bene serate difficili. Penso a Cavallo pazzo…».
Vi siete «sfiorati»: lei finiva «L’altra domenica», Pippo cominciava «Domenica In».
«Ci siamo scambiati spunti di riflessione. E io dissi a Pippo: “Ora tocca a te”. E cominciò l’avventura con i grandi ospiti, che dura ancora oggi».

GRAZIE PIPPO


La storia di Baudo, raccontata da Baudo: «Mike? In Fininvest fu l’unico a dimostrarsi amico. E Andreotti mi disse: “Mi hanno rovinato, mia moglie non parla più”»
Aldo Cazzullo
«All’anagrafe ero stato registrato con il pomposo nome di Giuseppe Raimondo Vittorio, ma da subito venni chiamato Pippo». Comincia così il racconto della vita di Pippo Baudo, affidato a Paolo Conti in «Ecco a voi: Pippo Baudo, una storia italiana» (Solferino).
La Sicilia liberata, i primi spettacoli in parrocchia, il viaggio a Trieste nel giorno in cui la città torna all’Italia: la scoperta della tv, le telecamere, i cameraman «con i guanti bianchi come chirurghi». «Fu una vera e propria vocazione. Mi dissi: “Voglio stare lì dentro, in televisione, lavorare per questo mezzo nuovissimo, affascinante. È il futuro. Lì, da adesso in poi, succederà tutto”».
Armstrong a Sanremo
È il 1968. L’anno prima si è suicidato Tenco. La Rai decide di cambiare tutto, anche il conduttore: non più Mike, ma Pippo. Ospiti: Paul Anka, Dionne Warwick, Roberto Carlos; e Louis Armstrong. «Un alto dirigente Rai mi disse: “Baudo, lei lo sa che stasera si gioca la carriera?”. Mi toccai ovunque e mi armai di amuleti». Va tutto bene, tranne l’incidente con Armstrong. Per convincerlo a venire, gli hanno parlato di un omaggio al pubblico italiano, non di una gara. Armstrong fa la sua canzone, poi tira fuori la tromba e comincia a improvvisare, convinto di dover fare serata. «Ravera, il patron del festival, mi gridò da dietro le quinte: “Pippo, togligli la tromba!”. Io presi il coraggio a quattro mani e afferrai un fazzoletto: Armstrong aveva l’abitudine di asciugarsi il sudore tra un brano e l’altro. Così mi avvicinai, gli massaggiai la faccia e lo portai via. Lui ci rimase malissimo. Io pensai: “Vabbè, non lo rivedrò mai più in tutta la mia vita”. Tre giorni dopo me lo ritrovo davanti al teatro della Fiera di Milano. Mi guardò negli occhi furioso e urlò: “Fuck you!”».
Ettore Bernabei
«Era un uomo durissimo ma con un’intelligenza anche politica molto raffinata. Spostano Settevoci a mezzogiorno. Vado da lui a protestare. Mi ascolta con pazienza e risponde: “Baudo, io devo lanciare l’edizione del Tg delle 13.30. Se non metto prima un programma che piace a tutti, come faccio?”. Non avevo capito niente».
Mike Bongiorno
«La stampa si divertì a creare una rivalità. Ovviamente era falsa, eravamo amici e ci stimavamo. Però stavamo al gioco. Quando Mike faceva gli spettacoli di piazza, e sapeva che dopo qualche giorno sarei passato io, diceva sempre: “Mi raccomando, quando arriva Pippo Baudo ditegli che ho parlato male di lui”. E io facevo lo stesso. Ma quando arrivai in Fininvest, fu l’unico a dimostrarsi mio amico».
Beppe Grillo
«Una sera del 1977, mentre cenavo, il proprietario del locale mi disse che più tardi si sarebbe esibito un comico genovese. Incuriosito, chiesi a un bel ragazzo che era davanti alle scale a che ora cominciasse lo spettacolo. Lui rispose: “Se scendi, cominciamo subito”. Era Beppe Grillo. Mi accomodai in sala: ero l’unico spettatore. Pensai che il ragazzo avrebbe sospeso lo spettacolo. Ma lui mi chiese di restare seduto: con la mia presenza avrei dovuto rappresentare tutti gli assenti. Fu una serata indimenticabile, in cui fui obbligato a ridere, applaudire, chiedere il bis. Tutto a comando di Grillo. Mai visto un talento così».
Franco e Ciccio
Litigavano di continuo. Avevano un successo strepitoso, ma entrambi — come ogni attore comico — sognavano un ruolo drammatico che ne segnasse la grandezza. Ciccio ebbe la grande occasione con Amarcord di Fellini; Franco scalpitava aspettando la sua chance. Che sembrò arrivare quando il produttore Cristaldi lo chiamò per Ilnome della rosa. Ma il regista Annaud ritenne che un attore così popolare avrebbe «sporcato» l’elenco di talenti in locandina. Racconta Baudo: «Per Franco fu un grandissimo dolore. Lo incontrai una sera davanti al portone di casa mia, mi raccontò il fatto e pianse come un bambino. Aveva perso la sua battaglia, mai dichiarata ufficialmente, con Ciccio».
Giulio Andreotti
L’ex premier ritorna più volte nel libro. Quando è al potere — strepitosa la storia del premio Fiuggi: Gorbaciov ricevette una busta vuota, l’assegno di 500 milioni era sparito e non fu mai ritrovato —, e quando è in disgrazia. «Mi chiese in tono rattristato se avessi visto il film Il divodi Paolo Sorrentino, con Toni Servillo che lo interpretava. Risposi di sì. E Andreotti, addoloratissimo: “Mi hanno rovinato. Mia moglie si è chiusa in un silenzio totale, mi preoccupa moltissimo”. Io replicai: “Presidente, non è la prima volta che lei si ritrova protagonista di battute e imitazioni, ricorderà quelle di Noschese o di Lionello al Bagaglino, a ben vedere il film di Sorrentino è una farsa, Servillo indossa una maschera come quelle del Carnevale di Viareggio, dove tante volte è apparsa la caricatura di Andreotti sui carri. Ci rida sopra, passerà anche questa…”. Lui mi guardò, sorrise con immensa amarezza, e concluse: “No, questa volta non è così”».
Villa e Berlinguer
Claudio Villa era comunista. Come testimoni di nozze aveva voluto Baudo e Berlinguer. Il segretario del Pci fa sapere che non può venire in Campidoglio, ma raggiungerà gli sposi al ristorante. Poi fa telefonare al ristorante per avvertire che impegni politici lo trattengono. Villa si infuria, frantuma la torna nuziale con un pugno, e annuncia che da quel momento non è più comunista. Si avvicina a Pannella. Ma un giorno Clemente Mastella chiede a Baudo di riportare Claudio Villa a Sanremo. «Scusa, ma che ti importa, non è radicale?». «Era radicale, adesso è con noi, è diventato democristiano…».
Silvio Berlusconi
Il presidente della Rai Manca rompe con Baudo, che accetta l’offerta di Berlusconi. Ma l’accoglienza in Fininvest è gelida. «Andai ad Arcore per un incontro chiarificatore. Mi accolse la mamma di Silvio, che si dichiarò mia grande ammiratrice…». Baudo propone di rescindere il contratto. «Dopo lunga meditazione, Berlusconi mi disse che avrei dovuto pagare una penale: “Tu sei proprietario di un palazzo sull’Aventino, di fronte ai miei stabilimenti”. In effetti era vero, avevo comprato quel palazzo con i miei risparmi, e ritenevo fosse un investimento giusto per il mio futuro. Era un palazzo di quattro piani più un attico con un terrazzo che si affacciava su tutta Roma. Non capii perché lo chiamasse in causa, ma Berlusconi me lo spiegò subito. “Come penale che devi pagare, anche per dare un esempio agli altri dipendenti della mia azienda, mi cedi il palazzo e anche il bar che sta accanto”. Chiesi tempo per riflettere, ma Silvio continuò: “Nella camera accanto c’è il notaio che ha già redatto il compromesso”. Si aprì la porta, entrò il notaio, lesse il compromesso e come un automa firmai. In pochi minuti avevo perso lavoro e patrimonio».
Biagio Agnes
«Ogni 2 novembre il direttore generale Agnes andava puntualmente a Serino, suo paese natio, per deporre i fiori sulla tomba di famiglia. Quell’anno fu avvicinato da un’anziana compaesana, che in dialetto lo apostrofò: “Tu sssi Biagio Agnes? Chillo ca cumanda in televisione? Tu addà fa turnà Pippo Baudo”. “Se no?”. “Se no muori”. Biagio, che era molto superstizioso, rimase sconvolto. Tornato a Roma mi chiamò immediatamente: “Ma tu, Pippo, hai parenti a Serino?”. Io risposi che non sapevo neanche dove fosse. La risposta lo tranquillizzò. Firmammo il contratto di rientro in Rai».
Mille volti
E poi Sandra Mondaini ubriaca di sangria, la sbronza triste di Liza Minnelli, il no di Raffaella Carrà che rifiuta un programma per non «tradire» Corrado, Sharon Stone che si presenta nuda davanti a Pippo in camera d’albergo, Vittorio Gassman che gli rompe la schiena in diretta tv e lo manda all’ospedale, Heather Parisi che balla sulla scrivania di un dirigente Rai per farsi scritturare…



Marco Giusti per Dagospia
Tutti, cioè tutti quelli che hanno lavorato in Rai, hanno una storia con Pippo Baudo da raccontare. La storia che vi racconto io è ambientata nella Rai Uno degli anni ’90 di Brando Giordani, direttore, e di Mario Maffucci, probabilmente il capo struttura dello spettacolo più significativo che la rete abbia mai avuto.
Stavo ancora a Rai Tre, che non era più quella di Angelo Guglielmi, quindi in tempi ormai berlusconiani, penso con Locatelli come direttore, cioè un non-direttore che cercava di sopravvivere in una rete che lo detestava, a montare Blob e il mio amico Tatti Sanguineti pensava che fosse arrivato il momento di farmi evadere dalla rete e dal rapporto ormai malato col mio socio storico Enrico Ghezzi, che non voleva arrendersi al fatto che la rete di Guglielmi era finita.
Devo dire che gli orfani e le vedove di Guglielmi ci metteranno anni a smaltire della vecchia Rai Tre. L’idea di Tatti era quella di sfruttare il mio monumentale libro e studio su Carosello per costruire una prima serata.
Su che rete? Ovviamente su Rai Uno. Fu Tatti a portarmi da Mario Maffucci a discutere di come poter fare il programma. Ma parlammo anche con Pippo Baudo, che al tempo aveva un ruolo di supervisore di tutto lo spettacolo Rai.
Un ruolo di tutto e di niente assolutamente inventato che lo aveva portato a occupare una stanza adiacente alla vecchia mensa di Viale Mazzini, accanto anche ai cessi della stessa mensa, da dove però si saliva solo con l’ascensore riservato ai dirigenti del settimo piano.
Io e Tatti aspettavamo Pippo rispettosamente ogni mattina in questo suo ufficetto, non aveva mai avuto un ufficio, e Tatti si era completamente invaghito di lui.
Esattamente come si era invaghito di Walter Chiari, che non poteva amare Pippo dopo che gli aveva rubato Alida Chelli, e come si invaghirà di Rodolfo Sonego, Tatti era partito proprio per Pippo.
Aveva finalmente trovato la sua divinità nella Rai. Come tanti giovani studiosi di cinema della mia generazione, divisi tra Hollywood e Nouvelle Vague, non avevo grandi idee in merito su Pippo Baudo.
Lo avevamo visto nascere nella tv dei primissimi anni ’60, più moderno certo di Mike o di Mario Riva, ma anche meno cool di Corrado, vero padrone di “Domenica In”. Non lo avevo molto amato come presentatore del Festival di Sanremo e metà degli anni ’60, si muoveva troppo, si agitava troppo, era nervoso.
Mike e Corrado erano un’altra cosa. Ma Pippo sembrava più moderno. E “Settevoci” fece il resto. Ma la vera modernità di Pippo, che arrivò all’epoca dei socialisti, fu stravolgere la prima serata democristiana di Rai Uno, il Palazzo d’Inverno, con comici scatenati e politici come Beppe Grillo, Roberto Benigni e Massimo Troisi.
Pippo capì che la rivoluzione in Rai doveva e poteva passare solo lì. Un’ombra di questa rivoluzione, ma ahimé decisamente più addomesticata, la ritroveremo nei Sanremo con le apparizioni di Benigni o di Fiorello in questi ultimi anni. Ma non possono essere paragonati a quello che fece Pippo, facendo esplodere dall’interno la prima serata di Rai Uno.
Pippo, in quell’ufficetto tra i cessi e la mensa, ci apparve immenso, monumentale. Già monumento a se stesso, già la Televisione, anzi Rai Uno fatta carne e capello, ma assolutamente mobile e intelligente nel capire lo spettacolo.
Tatti era impazzito per Pippo e parlava solo di lui come fa quando perde la testa per una star dello spettacolo o del cinema, fosse Fellini o Walter.
Maffucci e Giordani ci proposero in un primo tempo di far condurre due-tre puntate dedicate a Carosello da Enrico Montesano con Enrico Vaime come autore, cosa che ci sembrò un po’ antiquata.
Avevamo idee più moderne. Poi, non mi ricordo esattamente come, Pippo si liberò e decise che avrebbe presentato lui due-tre puntate dedicate a Carosello costruite come una gara tra caroselli storici. Non ci sembrò una grande idea, ma lavorare con Pippo ci sembrò a tutti e due il massimo che potessimo chiedere dalla vita.
Per tre giorni lavorammo con Pippo. Anzi, lasciai in gran parte Tatti a lavorare con Pippo e con una serie di autori che stavano facendo un altro programma con lui.
Tatti già mi spiegava il metodo Pippo Baudo per controllare la scena a grandi falcate, per non lasciare mai spazi vuoti.
Il mio spettacolo personale, confesso, era vedere Tatti studiare Pippo. Inoltre Pippo non era il Chiambretti ragazzino ignorantone dei primi anni di Rai Tre che dipendeva da Tatti.
Pippo aveva una padronanza della scena e della narrazione che non ho mai rivisto in nessun presentatore con cui abbia lavorato.
Che lavoro si doveva fare con lui? Si metteva in scena da solo e controllava tutto personalmente. Gli autori servivano a poco. Quella era stata la sua idea da quando aveva iniziato a fare il presentatore in Rai lasciando la professione di attore a teatro, dove non brillava particolarmente.
“Pippo Baudo, questo lungo e dinoccolato ragazzo, che sprizza simpatia da tutti i pori, si è rivelato inesauribile”, scrive un inviato del “Corriere della Sera” nell’agosto del 1961 dal Festival della canzone calabrese di Vibo Valentia, che verrà trasmesso dalla Rai.
Da lì Pippo sarebbe passato a presentare il Festival della canzone di Assisi. Ma si era messo molto in luce nel giugno dello stesso anno, il 1961, nell’antifestival di Napoli, cioè l’infuocato “Giugno musicale napoletano”, ideato da Michele Galdieri, già funestato da mille problemi (alle mitiche Maria Paris e Gloria Christian viene vietato di cantare “O lione”, che verrà eseguita dal solo Nino Taranto), quando un “clarinettista dal tono di voce settentrionale”, cito ancora il Corriere, inveisce contro il direttore d’orchestra, Berto Pisano, per una richiesta di note per lui assurde.
Pisano se ne va e Pippo trova giusto e necessario, come farà per tutta la vita, coprire il buco del direttore d’orchestra sul palco e esibirsi lui con la bacchetta. E’ alto, dinoccolato, un macigno, lo può fare. A questo punto, leggo, gli orchestrali inveiscono tutti contro di lui.
Non si fa. Ma Pippo non solo cercherà di farlo per tutta la vita. Se da presentatore deve cantare o recitare al posto di chiunque altro lo farà sempre. Prenderà il posto di Ciccio con Franco Franchi per cantare “Tre compari e tre somari”, un’esibizione che gli costerà una torta in faccia, ricordate?
Farà coppia con chiunque. E può essere un meraviglioso ospite in tv, in una puntata di Stracult lo avevo sistemato accanto al palermitano ugualmente lungo alto e dinoccolato Luca Guadagnino e funzionavano benissimo.
Insomma. Dopo tre giorni, che io e Tatti passammo come i migliori della nostra vita, non so perché il progetto Pippo Baudo presenta Carosello saltò. Per me e Tatti fu una bella mazzata.
Fu allora che, complice Maffucci, chiamammo Fabio Fazio, che si dichiarò disponibile e gentile.
Ma i tempi, politici, che da sempre governano il panorama della Rai, stavano cambiando. Con l’arrivo del governo Prodi e il ritorno di Carlo Freccero in Rai come direttore di Rai Due, io e Tatti alla fine facemmo il programma in prima serata su Carosello su Rai Due con Ambra Angiolini presentatrice.
Pieno di idee, di trovate e di presenze, da Elio e le storie tese a Giorgio Bracardi, da Vince Tempera ai balletti di Luca Tommasini. Ma non fu il successo sperato. “Chi vi credevate di essere, Garinei&Giovannini?”, ci disse beffardo il decano dei cinephiles italiano, Piero Tortolina. Aveva ragione. Pippo non avrebbe sbagliato.

Il saluto dal mondo dello spettacolo





