Il flop non illuda: il protezionismo non si fermerà. Con l’Europa la distanza resta netta. E i repubblicani pregano Donald di concentrarsi su un tema vincente: la riduzione delle tasse

Castigato dal primo dato economico negativo, il Pil in calo. Impopolare sia in patria che all’estero. Ma per ragioni diverse. Il bilancio di esordio della seconda presidenza Trump è negativo comunque lo si guardi.
Però la divaricazione dei giudizi tra l’America e l’Europa è ampia. Può alimentare malintesi, errori di calcolo, pericolose illusioni. Al giro di boa dei primi cento giorni – una soglia artificiale, «inventata» da un genio del marketing politico come Franklin Roosevelt nel 1933 — i sondaggi bocciano Trump. Non è un crollo così catastrofico come ci si potrebbe aspettare.
Andarono male quasi quanto lui secondo Gallup Jimmy Carter e Bush Junior. Peggio del Trump 2 fece il Trump 1, a quest’ora otto anni fa era ancora più giù nel gradimento degli elettori. Poiché i sondaggi hanno accumulato fallimenti, vale la pena guardare quel barometro in tempo reale che è la Borsa, dove «votano col portafoglio» miriadi di investitori e risparmiatori giorno per giorno. Anche il verdetto dei mercati è negativo però non privo di precedenti: cadute analoghe, o quasi, affondarono Wall Street nei primi cento giorni di Nixon 2 (crisi petrolifera del 1973), del primo Bush Junior (marzo 2001, si sgonfiò la prima bolla speculativa di Internet) e del primo mandato Obama (all’inizio del 2009 continuava la grande crisi finanziaria del 2008).
È in declino la fiducia dei consumatori americani, anche se per ora continuano a spendere come prima. Tuttavia, per cautelarsi in anticipo dagli effetti dei dazi, imprese e consumatori hanno comprato di più dall’estero: il calo del Pil dello 0,3% è la conseguenza di questo spostamento della domanda verso prodotti stranieri, di cui si fa incetta in previsione di rialzi. I suoi elettori sono delusi proprio sul fronte economico dove lo avevano giudicato più affidabile di Kamala Harris.
Qui si apre una prima divaricazione tra americani e resto del mondo. Sui dazi i ripetuti annunci e contro-annunci, dietrofront e ripensamenti, hanno generato un senso di incompetenza, improvvisazione, caos. Hanno aperto una tensione fra grandi multinazionali – inclusi i presunti «oligarchi», meno potenti della leggenda – e la Casa Bianca.
I cali delle Borse impoveriscono i fondi pensione quindi hanno un impatto di massa. Questo incide sugli elettori americani, e sulla credibilità dell’America nel mondo. L’elettorato di Trump, per quanto turbato dalla gestione disastrosa della prima fase dei dazi, non ripudia però il protezionismo. Questo rimane popolare, ivi compreso in una parte della base democratica. Trump è solo l’ultimo interprete di un rigetto della globalizzazione che ha una storia ben più antica, e padri nobili anche a sinistra.
Gli europei devono sperare che prevalga l’anima pragmatica dell’affarista-Trump, e che abbiamo effetto le proteste dei cosiddetti «oligarchi»: in tal caso sui dazi si negozierà e ci saranno compromessi, accordi, magari in parte a scapito della Cina. Ma nessuno deve illudersi che ritorni l’epoca aurea della globalizzazione, quella che dagli anni Novanta all’inizio del millennio fu segnata da grandi accordi di libero scambio.
I primi segnali di una ripresa dell’opposizione democratica in America sono affidati al successo dei comizi di un duo della sinistra radicale: Bernie Sanders e Alexandria Ocasio Cortez. Sono degli anti-Trump irriducibili. Sono anche gli eredi della sinistra no global che nel 1999 paralizzò Seattle contro l’ingresso della Cina nell’Organizzazione mondiale del commercio.
Anche su altri temi la divaricazione tra le sponde dell’Atlantico è netta. Sull’immigrazione, e sulla lotta alla «woke culture» che per anni aveva dominato nelle università di élite americane, Trump sta facendo quel che aveva promesso e i suoi elettori approvano; in Europa tutto questo viene vissuto come la conferma di un’involuzione autoritaria. Idem per il progetto di Elon Musk di tagliare drasticamente la spesa pubblica, descritto in Europa come una conferma del suo strapotere.
Il suo Department of Government Efficiency è popolare tra gli elettori, che non amano la burocrazia. Comunque si è ridimensionato, bloccato da miriadi di veti, soprattutto ad opera di quel formidabile contropotere che è la magistratura.
La politica estera non incide sulla caduta di popolarità di Trump nel suo paese. Ucraina, Medio Oriente, Cina, non erano stati temi forti in campagna elettorale e continuano a pesare poco. In un certo senso è meglio così. Anche se nel mondo intero Trump ha già rimediato delle figuracce — vedi la promessa di una «pace in 24 ore» in Ucraina — il fatto che i suoi elettori se ne disinteressino gli lascia un margine di manovra. È lo spazio che sperano di sfruttare i consiglieri più tradizionali, come il segretario di Stato Marco Rubio.
Nel partito repubblicano esistono sì delle antiche correnti isolazioniste, nonché i seguaci di una cinica realpolitik alla Nixon-Kissinger; ma a differenza delle destre europee il Grand Old Party non ha una solida tradizione russofila, tantomeno filocinese. I «falchi» tradizionali sperano che Trump, sentendosi beffato da Putin, rinunci a idee del tipo Nuova Yalta (spartizione del mondo in aree di influenza con Mosca e Pechino) e torni a concentrarsi sulla grande sfida economica, tecnologica, strategica, contro la Cina di Xi Jinping.
L’ultima parola l’avranno gli elettori. Nel novembre 2026 potranno riportare al Congresso una maggioranza democratica. In quel caso è verosimile un bis del 2019-2020, ostruzionismo sistematico e tentativi di impeachment del presidente. Il suo partito lo implora di focalizzarsi su un tema vincente: la riduzione delle tasse. Deve riuscirci presto, perché l’atmosfera dei sondaggi rende nervose anche quelle truppe parlamentari che devono approvare le sue leggi di bilancio.


