Quella che è diventata la parola-chiave del nostro tempo evoca una fusione tra l’economia, la geopolitica e le dottrine militari
Oggi vi spiego perché «geoeconomia» è diventata la parola-chiave del nostro tempo, cosa significa, quali conseguenze ha per il nostro futuro, che importanza acquista nel mondo delle imprese. In cerca di una «teoria che spieghi il nostro tempo», questo termine ci dà una traccia utile. Sta diventando la nuova cornice interpretativa per capire quel che accade nel mondo, e guidare le nostre azioni.
Non è una novità assoluta, anzi. Poiché geoeconomia evoca – come spiegherò – una fusione tra l’economia, la geopolitica, le dottrine militari, è bene ricordare che negli anni 70/80 quando eravamo invasi dal Giappone, le business school occidentali si misero a insegnare ai manager l’etica dei samurai; nel 2000 con l’inizio del «secolo cinese» fu la volta di Sun Tzu, «L’arte della guerra»… Alcune aree del mondo hanno sempre pensato in termini di geoeconomia.
Premessa. Già durante il suo primo mandato presidenziale (2017-2020), Donald Trump aveva creato la sindrome del torero con il toro. Il torero sventola il drappo rosso. Il toro si avventa contro, a testa bassa, senza ragionare, come non vedesse altro, accecato dal furore. Qualsiasi cosa dica o faccia The Donald, molti di noi si comportano come il toro. L’opposizione, certi media, inseguono dalla mattina alla sera il drappo rosso. Perdono di vista tutto ciò che sta attorno. Il torero conduce questo gioco al massacro, il toro si lascia menare per il naso.
Non tutti per la verità accettano di fare la parte del toro. Fra i governi stranieri che devono gestire le conseguenze del trumpismo, colpisce la differenza tra i pragmatici (il cancelliere Merz, per fare l’esempio del numero uno europeo) e gli urlatori (Macron, intento a distogliere l’attenzione dai suoi problemi interni). I mercati finanziari, dove si incrociano decisioni prese da miriadi di investitori mondiali, dopo una fase iniziale di agitazione hanno smesso di inseguire il drappo rosso e sembrano tornati a una certa lucidità di fronte alle giravolte di questa Casa Bianca (nel caso dei mercati evito di usare la metafora del toro per ovvii motivi, the Bull lì ha un significato diverso: in effetti gli indici azionari Usa sono tornati in fase «toro», che significa un rialzo sostenuto).
Perfino nel mondo dei media osservo il ritorno a un atteggiamento più distaccato e freddo in un giornale molto importante, il Financial Times. Il quotidiano economico-finanziario di Londra per anni si era allineato con il New York Times, riecheggiando così le tesi dell’ala sinistra più radicale nel partito democratico Usa: cioè la demonizzazione sistematica del trumpismo, le teorie modaiole sul fascismo in arrivo, o sull’oligarchia dei plutocrati.
Questo allineamento era coerente col fatto che negli ultimi anni il FT, lungi dall’essere un giornale conservatore, aveva abbracciato i filoni ESG (Environmental, Social and Governance), DEI (Diversity, Equity, Inclusion), insomma la cultura «woke» nella sua versione più radical-chic, com’era stata adottata ai piani alti del capitalismo occidentale, grazie anche al supporto di miliardari come Bill Gates, George Soros, Michael Bloomberg (e anche Elon Musk, Mark Zuckerberg, Jeff Bezos, prima delle loro recenti «conversioni»).
Da qualche tempo invece sul Financial Times si fa strada una narrazione diversa. Sia pure tardivamente, firme importanti di questo giornale sembrano aver riscoperto la lezione di Henry Kissinger, il grande diplomatico e studioso di geopolitica scomparso di recente all’età di cent’anni. Kissinger era un conservatore ma non aveva nessuna stima per Trump. Diede però del 47esimo presidente una definizione di questo tenore: Trump è uno di quei personaggi che nella storia hanno una funzione, la loro apparizione serve a segnalare il passaggio da un’epoca a un’altra. Allora il compito per chi voglia capire dove stiamo andando – anziché fare il toro che si avventa sul drappo rosso – è indagare proprio questo: quale passaggio di epoca stiamo vivendo, quale sarà il nuovo paradigma che definirà il nostro futuro.
La nuova era sarà dominata dalla geoeconomia, appunto. Una raccolta di riflessioni su questo tema l’ho trovata sul Financial Times, a firma di Gillian Tett, una delle opinioniste più autorevoli del quotidiano. Gillian Tett nella sua lunga carriera è stata corrispondente a Mosca, a Tokyo, è stata la capa della redazione americana del FT e la direttrice delle pagine dei commenti. Oggi è tornata a Londra dove fa parte della direzione editoriale del quotidiano, oltre al suo incarico di Provost per il King’s College di Cambridge.
Nella sua rassegna di interviste e citazioni sul tema «il revival della geoeconomia», Gillian Tett parte dalla definizione data dallo stratega militare Edward Luttwak 35 anni fa: la geoeconomia è «l’intreccio della logica del conflitto con il metodo del commercio». Un’altra definizione classica è questa: «l’uso di strumenti economici per promuovere e difendere gli interessi nazionali». Tali strumenti comprendono dazi, politiche industriali, vincoli regolatori, svalutazioni aggressive della valuta, acquisizioni di asset esteri, il controllo sull’export di energia e terre rare. Jonathan Black, vice consigliere per la sicurezza nazionale del Regno Unito, ha recentemente osservato: «L’intersezione tra interessi economici e sicurezza, la geopolitica, è la sfida sistemica del nostro tempo. Essa domina sempre più l’agenda non solo dei vertici internazionali e dei governi, ma anche dei consigli di amministrazione aziendali».
La Cina impiega da anni politiche geoeconomiche e mercantilistiche. Si può affermare che il protezionismo di Trump sia solo l’ultimo effetto (e contro-reazione) dello «shock cinese»: l’irruzione dirompente nell’economia globale di un gigante che non rispetta le nostre regole.
La globalizzazione non è mai stata un «ordine naturale»: fu uno dei possibili paradigmi, già esistito all’inizio del XX secolo, poi sostituito da un paradigma diverso dopo il 1914 e fino al 1945. In seguito ci fu sotto la leadership Usa un ritorno di globalizzazione molto graduale e prudente dal 1945 al 1989 (in un mondo comunque spaccato in due dalla guerra fredda), infine il trentennio della iper-turbo-globalizzazione, entrata in crisi a partire della crisi finanziaria del 2008.
Le élite che prosperano in un certo periodo storico, abituate alle sue regole, o persino ricompensate per esaltarne le virtù, tendono a considerare quello stato di cose come normale, benefico e permanente. Donde il coro assordante e conformista che rimpiange l’età aurea della globalizzazione (1990-2008), ce la descrive come un’era felice, condanna Trump per averla distrutta, e auspica il ritorno allo status quo ante. Ma quell’età non fu mai felice. E indietro non si torna.
Gli Stati Uniti si stavano già allontanando dalla globalizzazione ben prima dell’arrivo di Trump alla Casa Bianca. Più volte ho scritto su quei forti segnali precursori di un rigetto no-global (a destra e a sinistra) che furono la candidatura di Ross Perot nel 1992, la protesta di Seattle nel 1999, Occupy Wall Street nel 2008, il Tea Party Movement. Risalendo ancora più indietro basta ricordare cosa fece Nixon nel 1971 (inconvertibilità del dollaro, un brutale tradimento degli alleati; più i dazi contro il Giappone), e cosa fece Reagan a metà degli anni ’80: protezionismo e guerre valutarie. A ciò si aggiungeva la spesa militare come potente strumento di politica industriale. Lo stesso Biden ha rilanciato la politica industriale, sia pure con una patina green (ma anche con un chiaro sapore anti-cinese). E la politica industriale è una delle tante forme del protezionismo, non ci sono solo i dazi.
Tutti questi precedenti servono a ricordarci che la geoeconomia – già studiata e applicata esattamente cento anni fa – non ha mai del tutto abbandonato l’arsenale delle nostre politiche economiche. Tutta la storia della Silicon Valley dal 1941 ad oggi s’intreccia con i vari capitoli delle strategie militari americane. Tutti i miracoli economici dell’Asia – Giappone, Hong Kong, Singapore, Corea, Taiwan, Cina, Vietnam in quest’ordine temporale – sono stati il risultato di politiche industriali molto aggressive, all’insegna della fusione tra Stato e capitalismo, direttive di sicurezza nazionale e comportamenti predatori sui mercati altrui. Pura geoeconomia.
Ricordo la teoria dell’impero solido basata sul «Quadrilatero Magico». Gli Stati Uniti ne sono l’esempio perfetto. L’America domina i quattro angoli del quadrilatero magico: una valuta universale; indipendenza energetica; potenza tecnologica (inclusa quella militare); dinamismo demografico.
La Cina è oggi una concorrente seria in una forma diversa di dominio: il controllo egemonico della manifattura (grazie alla sua supremazia su nodi cruciali delle catene di approvvigionamento come le terre rare e i minerali strategici). Sta anche cercando di sfidare il dominio egemonico degli Stati Uniti nella finanza e nella leadership tecnologica. Quanto alla dipendenza energetica, la Cina cerca di affrancarsene puntando sulle rinnovabili, sul nucleare e sui veicoli elettrici.
L’era della geoeconomia implica che tutti i Paesi debbano ragionare in termini strategici, utilizzando ogni leva dello Stato per tutelare la sicurezza economica oltre a quella nazionale e militare.
Quando a dominare era la «woke culture», le grandi aziende occidentali dovevano rispondere alle esigenze di vari «stakeholder» (portatori di interesse), come ambientalisti e minoranze etniche o di genere. Oggi devono invece orientarsi verso altri interessi: sicurezza nazionale, esigenze energetiche, valori culturali patriottici.
Sempre sul Financial Times un altro analista, Brendan Greeley, ci propone una lezione importante sul dollaro e «il morbo olandese». Ve la riassumo.
Alla fine degli anni ’60, dopo la scoperta dei giacimenti di gas naturale nel Mare del Nord, l’economia olandese cambiò radicalmente, diventando un’enorme esportatrice di gas.
Le esportazioni di gas fecero aumentare il valore del fiorino (la valuta locale prima dell’euro). Le entrate fiscali derivanti da quella manna permisero ai Paesi Bassi di aumentare la spesa sociale, dandosi un Welfare molto generoso, e costoso. Questo mise sotto pressione l’industria manifatturiera. I costi interni salirono e i tassi di cambio resero più difficile esportare. Entro il 1975, la produzione dell’industria dell’abbigliamento nei Paesi Bassi era scesa del 15%. Per il settore calzaturiero il calo superò il 50%. Questo fenomeno venne battezzato «malattia olandese»: l’espressione descrive quei paesi che esportano materie prime e faticano a trasformare la ricchezza derivante dalle esportazioni in economie diversificate e produttive sul piano interno.
Se prendiamo in considerazione gli Stati Uniti negli ultimi 25 anni, si può pensare al loro disavanzo delle partite correnti come alla loro esportazione più forte e duratura. In tutto il mondo, le persone hanno costantemente desiderato asset denominati in dollari, che gli americani creano quando si indebitano.
Gli Stati Uniti sono un Paese che ha scoperto il debito come risorsa naturale. Sono affetti dalla loro versione della «malattia olandese»: la loro esportazione di maggior successo è in assoluto il dollaro. Naturalmente, è stato un privilegio per gli Stati Uniti poter emettere 36.000 miliardi di debito. Però come insegna l’Olanda degli anni Sessanta, un privilegio può anche diventare un fardello.
Questo aiuta a capire perché una corrente di pensiero dentro la galassia MAGA (Make America Great Again) pensa che si debba sabotare la fiducia globale nel dollaro. Il ruolo universale della valuta americana in quest’ottica è come una maledizione. Dà dipendenza. Allenta i vincoli all’indebitamento. Gli investitori asiatici, europei, arabi, che continuano a volere asset in dollari, sono come degli spacciatori che forniscono droga all’America. Un dollaro meno amato dal resto del mondo, in quest’ottica farebbe un gran bene agli Stati Uniti (e per cominciare ne aiuterebbe la reindustrializzazione).
Concludo citando Oren Cass, uno degli economisti «MAGA» più autorevoli.
La sua ultima analisi sui dazi trumpiani parla di «Successi iniziali e rischi limitati». (Anche lui, guarda un po’, ha iniziato una collaborazione regolare con il Financial Times). In sintesi, eccola:
«Gli economisti avevano previsto che i dazi avrebbero solo rafforzato il dollaro, annullandone così l’effetto. Ma il dollaro si è indebolito. Avevano avvertito che i consumatori ne avrebbero pagato il prezzo. In realtà, pochi aumenti dei prezzi sono arrivati ai consumatori. L’Unione Europea e il Canada hanno fatto marcia indietro sulla tassa sui servizi digitali. Il Messico sta estromettendo la Cina dalla propria catena di approvvigionamento. La Taiwan Semiconductor Manufacturing Company sta spostando capitali dal Giappone agli Stati Uniti. (Fin qui un elenco di successi). Tuttavia, permangono timori legittimi riguardo ai costi futuri derivanti dall’approccio imprevedibile di Trump e all’incertezza sui benefici legati a investimenti di lungo periodo. Il successo dipende dalla certezza su come funzionerà il commercio globale in futuro. Se un dazio parte da zero ma le aziende sono certe che raggiungerà il 50% entro pochi anni, investiranno con la stessa rapidità che se il dazio iniziasse già al 50%. Ma se invece il dazio parte al 50%, lasciando alle aziende l’incertezza su quale sarà l’aliquota in futuro, si ottiene il massimo della discontinuità e il minimo incentivo a investire».



