Il presidente americano alterna minacce militari e aperture al dialogo con Teheran. Ma tra gli europei cresce il timore che la Casa Bianca si farà pilotare, ancora una volta, dal premier israeliano. A meno che gli ayatollah non accettino di trattare senza condizioni
GIUSEPPE SARCINA
Quanto valgono due settimane per Donald Trump? In realtà la domanda chiave è: fin dove si spingerà Benjamin Netanyahu nei prossimi 15 giorni?
Il presidente americano ha preso tempo, dopo numerose oscillazioni che, ancora una volta, hanno mandato in tilt la comunità internazionale. Negli ambienti diplomatici europei, si moltiplicano le interpretazioni delle sue parole e le previsioni sulle sue prossime mosse. Il punto di partenza è la frase: «Potrei bombardare l’Iran e potrei non farlo». Trump aggiunge che esiste ancora la possibilità di un negoziato sul nucleare con Teheran.
Ma, a questo punto – è l’opinione largamente condivisa tra i governi alleati – non è più sufficiente studiare gli equilibri interni all’Amministrazione di Washington. Anzi, probabilmente, serve a poco.
Sappiamo che il Segretario di Stato, Marco Rubio, è da sempre un fautore della linea dura nei confronti degli ayatollah. Il movimento «Maga», invece, spinge per evitare un qualsiasi intervento armato degli Usa nel Medio Oriente, come altrove. Quanto peseranno queste dinamiche? Rubio si è sempre adeguato agli umori di Trump, anche se contraddicevano vistosamente le sue convinzioni personali. Il caso più vistoso: le aperture a Vladimir Putin che Rubio, quando era ancora un Senatore, considerava «un gangster, un farabutto, un criminale di guerra». Quanto ai leader del movimento Maga, nessuno di loro, a cominciare da Steve Bannon, fa parte dell’Amministrazione. Sono personaggi in perenne ricerca di visibilità, ma la cui influenza sullo Studio Ovale è praticamente nulla. Trump non è un presidente in corsa per la rielezione e, in ogni caso, ha dimostrato di poter trascinare dove vuole anche lo zoccolo duro della sua base.
Stavolta, però, lo scenario è dominato da una figura esterna: Netanyahu, appunto. Negli ultimi mesi il premier israeliano è riuscito a mantenere l’iniziativa, mettendo costantemente Trump davanti a fatti compiuti. Si discute molto sulla dinamica che ha preceduto l’attacco dei jet israeliani contro i reattori nucleari iraniani, iniziato nella notte tra il 12 e il 13 giugno. Ebbene, solo tre giorni prima, lunedì 9 giugno, Trump diceva ai giornalisti che era fiducioso per l’esito dei negoziati sull’atomica e, anzi, annunciava che l’Iran era coinvolto persino nelle trattative su Gaza.
Il 12 giugno Trump si è trovato di fronte alla determinazione di Netanyahu. Non lo ha fermato, forse perché non sarebbe stato così facile. Non si è unito ai raid. Ha dato semaforo giallo, come dire, siete uno stato sovrano, procedete come ritenete opportuno e poi vedremo.
È la stessa condizione di «surplace» che è implicita nella scelta trumpiana di fissare, ora, questa scadenza di due settimane. Trump si aspetta un segnale dagli ayatollah: l’adesione a una trattativa senza condizioni preliminari.
Ma il rischio è che sia Netanyahu, ancora una volta, a determinare gli sviluppi della crisi, forzando Trump a decidere come cambiare il colore del semaforo: «rosso», che significherebbe bloccare, tra l’altro, il progettato rovesciamento del regime di Teheran; oppure «verde», cioè il via libera a un intervento militare, più o meno circoscritto, degli Usa. La luce «gialla» è una fase intermedia che non può durare a lungo, forse neanche due settimane.


