Perché il mondo intero è nella «trappola del dollaro»?

Il dollaro ha perso valore: si chiama svalutazione competitiva, fa parte dell’arsenale delle guerre commerciali. Come mai neppure Trump riesce a distruggere davvero la nostra dipendenza dalla moneta Usa?

Fra le tante profezie smentite dai fatti, c’è quella sul tramonto del dollaro. Le azioni dell’Amministrazione Trump, a cominciare dalla guerra dei dazi, avrebbero dovuto distruggere la fiducia nella moneta americana, decretando la fine del suo ruolo internazionale. Il dollaro ha perso valore, sì, ma questa è un’altra cosa: si chiama svalutazione competitiva, fa parte dell’arsenale delle guerre commerciali. Un deprezzamento del dollaro verso le altre monete accadde in misura perfino superiore durante l’Amministrazione Nixon negli anni Settanta e l’Amministrazione Reagan negli anni Ottanta. Un dollaro più leggero non perde di per sé il suo ruolo come principale valuta utilizzata da tutti gli altri paesi, sia negli scambi commerciali sia negli investimenti.

«Lo status del dollaro come valuta di riserva globale resta intatto». Secondo gli analisti di Nomura, i dati del Fondo Monetario Internazionale sulle riserve valutarie del primo trimestre mostrano pochi segnali di un allontanamento significativo dal dollaro. La quota di riserve detenute in dollari è rimasta pressoché invariata al 57,73%. I dati si riferiscono al periodo precedente all’annuncio, avvenuto in aprile, dei vasti dazi reciproci voluti dal presidente Trump, ma secondo gli analisti indicano che lo status del dollaro come valuta di riserva rimane solido. «La quota del dollaro nelle riserve è in calo costante da alcuni anni, ma negli ultimi trimestri si è mantenuta stabile tra il 57% e il 58%».

Come mai neppure Trump riesce a distruggere davvero la nostra dipendenza dal dollaro? Per capirlo eccovi una prospettiva di lungo periodo molto interessante, secondo cui il mondo intero è prigioniero di una «trappola del dollaro». La formula un grande storico dell’economia, il britannico Adam Tooze. Una lettura istruttiva, che estraggo dalla sua newsletter Chartbook:

«Almeno dagli anni ’70, si parla di un imminente declino dell’egemonia finanziaria americana. Mezzo secolo di speculazioni sul futuro economico degli Stati Uniti ha dato vita a una forma di futurismo storico-economico che ho definito fanta-finanza. I discorsi sulla fine dell’egemonia del dollaro sono rimasti nel regno della speculazione perché, sebbene sembri predestinato che il dollaro debba cadere, le forze contrarie sono in realtà molto potenti. Tra queste forze contrarie spiccano gli effetti di rete, che rendono il dollaro più fungibile e utile di qualsiasi altra valuta internazionale. Né l’euro né il renminbi cinese (RMB) possiedono l’ampia accettazione del dollaro, né l’apertura, la profondità e la sofisticazione dei mercati finanziari statunitensi. Gli effetti di rete sono fondamentali per la fungibilità e l’ampio utilizzo di qualsiasi valuta, sia essa nazionale o internazionale, e sono la chiave per spiegare la resilienza del dollaro. Si tratta di ciò che potremmo definire fattori di flusso, ossia forze che vengono continuamente prodotte e riprodotte. Ogni volta che un barile di petrolio viene scambiato in dollari, ogni volta che viene emesso un nuovo prestito in dollari, ogni volta che viene negoziato un derivato in dollari, le forze che sostengono l’egemonia del dollaro si consolidano. Oltre a questi fattori di flusso, non dobbiamo sottovalutare quelli che potremmo chiamare effetti di stock. Me ne sono reso conto durante una conversazione affascinante con Eswar Prasad – celebre per il concetto di Trappola del Dollaro – alla Davos estiva di Tianjin in Cina. In un incontro ci siamo messi subito a parlare del futuro della valuta statunitense – un tema caldo del convegno. Eswar mi ha colpito con un dato che raramente emerge nelle discussioni, solitamente dominate dalla questione della quota americana nelle riserve globali: la posizione patrimoniale netta internazionale degli Stati Uniti. Nel primo trimestre del 2025, secondo i dati recentemente diffusi dal Bureau of Economic Analysis (BEA) degli Stati Uniti, la posizione patrimoniale netta internazionale americana è pari a meno 24,61 trilioni di dollari, ossia le passività statunitensi verso l’estero superano le attività statunitensi sul resto del mondo per un ammontare pari al 90% del PIL americano. Il punto centrale di Prasad, già espresso nel suo saggio *Dollar Trap*, è che gli Stati Uniti tengono il resto del mondo agganciato. Se il dollaro si deprezza, le esportazioni americane e gli asset appena acquistati diventano più economici, ma nel complesso sono gli investitori già esposti sugli asset denominati in dollari a subire la perdita. O, per dirla in altro modo, esiste una poderosa coalizione di investitori stranieri che ha un interesse diretto nel sostenere la forza del dollaro, per un valore di 24,61 trilioni di dollari».