Perché ho regalato dei libri alle pallavoliste? Per riconoscenza

«Il mio scopo non era invogliarle alla lettura. Non ci sono dietro messaggi. Ho regalato libri che io ho letto e amato. Tutto qui»

«Gli sportivi leggono, non sono “muscoli”. Basta con i pregiudizi (e con gli intellettuali che si mettono sul cavallo bianco)»

Agostino Gramigna

Ha regalato libri alle sue pallavoliste. Due per ognuna. La lista di Velasco. Una marea di testi: classici, narrativa contemporanea, racconti e autobiografie sportive. Ad Alessia Orro, ad esempio, è toccato Sándor Márai. A Paola Egonu, Le mille e una notte. A Ekaterina Antropova, Borges. La cosa ha fatto clamore. Non c’è stato sito o giornale che non ne abbiano parlato. 

Julio Velasco, come se lo spiega? 
«Già, come? Intanto non è la prima volta che lo faccio. Era già successo con i maschi della nazionale. E allora come oggi ho regalato libri per un solo motivo: riconoscenza. Mi hanno dato tanto». 

Perché proprio libri? Poteva regalare una maglietta. 
«Guardi che non è una cosa strana. O lo è e non me ne sono accorto?». 

Osservando la reazione dei media forse sì. È strano? 
«Non amo i pregiudizi. E uno di questi è che gli sportivi non leggano. Non è così. Questo è un motivo di contrasto con alcuni miei amici intellettuali». 

Cosa dicono i suoi amici intellettuali? 
«Cosa dico io: guardate che vi sbagliate. A qualcuno passerebbe per la testa di chiedere a un pianista se legge? No. Per contro, uno sportivo è solo un “muscolo”». 

Le ragazze hanno apprezzato? Qualcuna li ha già letti? 
«Non lo so. Il mio scopo non era invogliarle alla lettura. Non ci sono dietro messaggi. Ho regalato libri che io ho letto e amato. Tutto qui». 

Quando ha iniziato a leggere? 
«Da piccolo. Mia madre, vedova con tre figli, ci mandava a fare la pennichella. Ma noi non dormivamo. Così io leggevo Salgari. Poi sono arrivati i libri per adulti: Il Tunnel di Ernesto Sabato, i Racconti brevi di Julio Cortázar, che ho regalato a Ilaria Spirito. Borges alle superiori». 

Borges, lettura impegnativa. Lei ha regalato «Finzioni» alla Antropova. Avrà gradito? 
«Borges non è difficile. Poi dipende da cosa s’intende per difficile. “L’immortale”, ad esempio, è molto profondo ma come contenuto è semplice. L’immortalità agognata può essere una terribile condanna». 

Antropova ha gradito? 
«Ama i libri, studia psicologia. Non so se l’ha letto». 

Avrebbe regalato libri anche ai calciatori? 
«Certo. Perché, fa differenza?». 

Provengono in gran parte da ambienti popolari, da famiglie che…». 
«La interrompo. Ecco il pregiudizio. Amo il calcio per il suo carattere popolare che non credo difetti di cultura. Solo viene espressa diversamente. Anche i calciatori leggono. Vero che si esprimono in pubblico con mezze parole, la palla è rotonda… Temono di dire cose diverse. In un mondo con forti interessi. Tengono un basso profilo a costo di apparire banali. Devono gestire diversi problemi: rapporti con il procuratore, con i club, con la pressione dei media. I figli di intellettuali della loro età, saprebbero risolvere come loro le cose della vita?». 

Lei non teme che social e smartphone facciano apparire il libro come un fossile? 
«Borges diceva che la cultura è tutto quello che resta da ciò che dimentica l’informazione. La cultura non è avere informazioni. Ma su Internet ci sono le stesse polemiche scoppiate ai tempi della tv. Si diceva che avrebbe provocato la scomparsa del cinema. Non e andata così. Con Internet è uguale. La cultura non sparisce. Si leggeva più un tempo? Non credo. La letteratura per l’infanzia: al salone del libro di Francoforte non c’era 50 anni fa. Ora va molto forte. Prima c’erano solo gli intellettuali che avevano fatto il classico…». 

Ce l’ha proprio con gli intellettuali. 
«Con alcuni. Per esempio quelli che si mettono sopra un cavallo bianco. O come certi intellettuali di sinistra che spiegano al popolo che cosa deve o non deve fare». 

Le sue ragazze. Nessuna l’ha sorpresa? 
«Una sì. Una di quelle che uno pensa: questa leggerà solo romanzi d’amore. E invece legge thriller truculenti. A volte si giudica male e si pensa per stereotipi. E io odio gli stereotipi. Che si tratti di libri, di cultura o di stranieri». 

Il miglior libro? 
«Quello che non ho ancora letto». 

Non tutti libri si leggono. 
«Borges diceva che se non ti prende subito meglio lasciarlo stare. Memorie di Adriano l’ho lasciato». 

Va spesso in libreria? 
«Ora di regola evito. Vorrei più tempo per leggere». 

Forse quando andrà in pensione ne avrà. 
«Non ci voglio pensare alla pensione. Non ho intenzione di vedere gli altri che vivono». 

Tra i libri regalati alla ragazze ci sono molti classici. 
«Ho 74 anni e molti sono della mia età. Come Jorge Amado, Márai. Adesso sto leggendo Leila Guerriero che ha scritto “La chiamata”. Parla di una donna argentina scomparsa durante la dittatura. Una storia che leggendola aiuta a combattere la banalità. E dio sa quanta ce n’è in giro oggi».

Quando Velasco ti regala un libro

Un milione di anni fa sono stato un giovane cronista della Gazzetta dello Sport e il direttore di allora, l’indimenticabile Candido Cannavò, mi mandò un giorno a Modena – era il 1993 per la precisione – a conoscere Julio Velasco. Non ero un esperto di pallavolo, già all’epoca mi occupavo di calcio: ma siccome il Sudamerica era un’altra mia passione, e Velasco era già stato intervistato più e più volte dai miei colleghi specialisti, Cannavò pensò di cambiare mano, e magari di parlare anche d’altro visto che il personaggio si prestava. Non si trattò infatti di un’intervista, ma del racconto di una giornata trascorsa con lui. 
 Una giornata bellissima, perché passare del tempo con una mente così brillante, empatica e profonda fu un’autentica gioia, e da quel giorno considero Julio, assieme a Pep Guardiolala persona più intelligente con la quale abbia avuto a che fare per lavoro. Al culmine di quel giorno, al momento dei saluti, Velasco estrasse un volume dalla sua libreria e me lo regalò: «Così ti ricorderai di questa bella chiacchierata». 

L’altro giorno Julio ha fatto lo stesso con le ragazze della nazionale di pallavolo, quelle che sotto la sua guida hanno vinto Olimpiade e Mondiale: a ciascuna di loro di libri ne ha regalati due, perché il tempo che trascorreranno lontano da casa per il prossimo Europeo è tanto, e le azzurre sono un terreno fertile, Velasco ha notato come siano abituate a riempire i lunghi ritiri non solo leggendo i libri che portano in valigia, ma scambiandoseli poi con le compagne. Così, con la cura che gli è propria, ha scelto i romanzi – sono quasi tutti romanzi – in base al carattere e all’inclinazione di ogni giocatrice. Come aveva fatto con me 33 anni fa.
È superfluo dire quanto l’iniziativa di Julio con le nazionali di pallavolo mi abbia toccato, ricordandomi un giorno felice e soprattutto rinfrescando l’ammirazione che provo per lui e per il suo pensiero costruttivo, specie in questi tempi di odio trionfante ovunque, dalla politica in giù. Avrete già letto le scelte di Velasco, dalle Mille e una Notte per Paola Egonu al Libro della Giungla per Myriam Silla, cui ha così disegnato un destino visto che molti anni fa regalò lo stesso volume a Fefé De Giorgi, e sappiamo cos’è diventato una volta chiusa la carriera da atleta. 

In base alle scelte di Velasco l’atleta che mi incuriosisce di più è Eleonora Fersino, perché Fútbol di Osvaldo Soriano e soprattutto Il lungo addio di Raymond Chandler sono due libri che salverai da qualsiasi diluvio. La invidio molto, se come immagino li leggerà per la prima volta. Infine, se qualcuno di voi volesse saperlo, ecco il mio libro di Velasco: “Sopra eroi e tombe” di Ernesto Sabato, un romanzo fantastico, che parte come una bruciante storia d’amore e finisce con un compendio di storia argentina, passando per l’invenzione letteraria – il rapporto sui ciechi – che ha definito Sabato come un grande scrittore visionario. Anni dopo sarà affidato a lui il compito di dirigere la commissione d’inchiesta sui crimini della dittatura militare, e ne uscirà un rapporto, il “Nunca Mas”, mai più, che non sono riuscito a finire. Troppo tremendo, troppo tragico, troppo vergognoso. E proprio per questo, da non dimenticare.
“A Paolo…”. Grazie ancora, Julio.