Marina Valensise: «Ferrara mi chiamò al Foglio, pensai: dureremo tre mesi. Io figlia di un fondatore dell’Msi andavo da Sofri in carcere»
Valerio Cappelli per
«Sono nata a Roma, da una famiglia di origine calabrese, negli Anni 70 non era facile, per una ragazza, andare in una scuola pubblica, per motivi politici, tra fascisti e comunisti. Così andai dalle suore del Sacro Cuore», racconta Marina Valensise, 68 anni, tre fratelli, Michele faceva il diplomatico, Herbert ginecologo primario al Casilino e Paolo avvocato e docente universitario. Il padre, Raffaele, fu tra i fondatori del Msi, Movimento sociale italiano. Famiglia benestante, di destra. E lei è in prima linea nella cultura, territorio della sinistra (tolta la tv). Giornalista, direttrice dell’Istituto di Cultura di Parigi, dal 2020 è a Siracusa a capo dell’Inda, l’Istituto del dramma antico. Era nella scialuppa de Il Foglio di Giuliano Ferrara fin dall’inizio, anno 1996.
Partiamo da Ferrara.
«Giuliano l’ho conosciuto nel 1983, faceva una vita bohèmien a Roma, girava a Campo de’ Fiori a bordo di una vespa col cane lupo che lo seguiva, e viveva con 50 mila lire al mese che gli dava suo padre, Maurizio, che era stato segretario di Togliatti al Pci. Giuliano aveva lasciato il Partito comunista, cercava la sua vita, era un giovane affabile e gentile, tutti sapevamo che avrebbe fatto qualcosa di straordinario».
La chiamò al «Foglio».
«Mi disse, sto fondando un giornale di una sola pagina, vieni anche tu. Pensai: bello, durerà tre mesi. C’era un piccolo ufficietto a Milano. Maurizio Crippa era già lì allora, e poi Ubaldo Casotto ex ciellino, il dandy Beppe Benvenuto, Andrea Marcenaro, Mattia Feltri, spiritoso, ironico, sempre con un libro in mano… Pochi mezzi e pochi soldi. Io unica donna, scrivevo di cultura, feci la recensione di Le leggende degli ebrei di Louis Ginzberg, Giuliano disse: le recensioni vanno scritte così, dirette, immediate».



Una scialuppa corsara.
«Una scialuppa di cani sciolti: ex comunisti, fascisti, socialisti, ciellini. Era il ’96 e si ridisegnava il paesaggio politico dopo l’avvento di Berlusconi. In quella piccola redazione di matti, legati dall’uniformità del libero pensiero, Giuliano riusciva a trasmettere un flusso di elettricità in un clima quasi mistico fatto di effervescenza intellettuale e atmosfera goliardica. Adriano Sofri dal carcere mandava la sua rubrichetta, io andai a trovarlo alla prigione di Pisa. Fu una palestra di attenzione, su chi la pensava in modo diverso, benché un giornalista, ex di Lotta Continua, mi spiegò che il giornalismo era di sinistra e quindi non era per me. Se poi lo è stato, è grazie alla latitudine mentale di Ferrara. La cultura non appartiene né alla destra né alla sinistra. Gli articoli non erano firmati per dare maggiore autorevolezza, solo gli editoriali di Giuliano avevano un elefantino sopra. Fummo salutati con simpatia, Indro Montanelli mi disse: è il giornale che avrei voluto fare e non ci sono riuscito».
Lei veniva dal rigore politico di destra di suo padre.
«Andò volontario in guerra. Fu fatto prigioniero dagli anglo-americani. Papà non fece la guerra civile e ne ebbe una visione poco cruenta perché non vi partecipò. Nel 1972, già avvocato penalista, fu eletto in Calabria nell’Msi alla Camera dei deputati. I miei fratelli pur non essendo militanti erano soggetti a scontri fisici e politici. Un clima di guerra civile latente. Si diceva: fasci, tornate nelle fogne».
Lei era l’unica femmina.
«Papà pensò di sottrarmi al clima di violenza. Feci le scuole dalle suore, che ci evitavano contatti con ciò che succedeva fuori. Ali scontri a Valle Giulia ci dicevano che erano le feste di Carnevale. Erano suore colte, conoscevano il greco perfettamente, mi diedero stabilità e amore, si studiava e basta, non si faceva politica. Lì nacque l’amore per la cultura umanistica».
La destra all’epoca era ai margini, bandita, isolata.
«C’erano i reduci legati al Fez, il copricapo fascista, però…Mio padre non era un fanatico del passato, diversamente da quello che ci si poteva aspettare, era rispettoso delle tradizioni e delle istituzioni, fanatico del Parlamento, cercò di far riconsiderare la destra non come forza eversiva di opposizione. A fine carriera fu eletto al Csm».
Suo fratello Michele è stato ambasciatore.
«A Sarajevo, Brasilia e Berlino. Entrò al ministero degli Esteri giovanissimo, a 23 anni, seguendo la sua passione. È un mestiere di tensione, paura e gioie. Nel 1984 partì per Beirut, c’era la guerra civile, le case residenziali blindate, comunicavamo con un ponte radio. Michele, aiutato da incoscienza e ironia, controllato, tira fuori il meglio nel pericolo. Mio padre incontrò Andreotti che gli disse: ho visto suo figlio a Beirut tra le bombe come se fosse al concorso ippico a piazza di Siena».



E lei immersa tra i libri.
«Mi sono laureata in Lettere con Giovanni Macchia, uno dei maggiori francesisti italiani. Andai in Francia con una borsa di studio».
Molti anni dopo, nel 2012, a Parigi, fu nominata dal governo Monti a capo dell’Istituto di Cultura italiano.
«In alcune aule trovai una situazione raccapricciante, scartoffie, disordine, fili elettrici penzolanti, residui di cibo ovunque. Uno stato di abbandono e incuria, sono luoghi fragili di cui bisogna sentirsi responsabili».
Gli Istituti di cultura spesso sono carrozzoni con poco denaro dove si esibiscono artisti a fine carriera.
«Questa è la percezione, io ho cercato di invertire la tendenza, organizzando una residenza per 52 artisti di ogni campo, tra i tanti c’era la pianista Beatrice Rana».
Ha scritto il libro «La cultura è come la marmellata».
«Era un motto del ’68 che proseguiva così: meno marmellata hai, più la metti in mostra e la spalmi. E’ la spiegazione a un paradosso italiano. Abbiamo così tanta cultura che non riusciamo a tirarla fuori dai vasetti, siamo inconsapevoli di essere la superpotenza culturale».
Con la cultura si mangia.
«È un vettore di promozione del benessere sociale che produce benefici anche economici. Lo dimostro a Siracusa, con la gestione del Dramma antico. Disponiamo dei più grandi drammaturghi. Il mio programma: fedeltà ai testi, Eschilo, Sofocle, Euripide, nuove traduzioni affidate a grecisti di fama per aderire alla contemporaneità. Abbiamo 5 milioni di ricavi propri,il 70 percento del bilancio».
Quando divampò l’amore per la letteratura francese?
«Alberto Ronchey, di cui ero segretaria particolare al ministero dei Beni Culturali, su un suo libro mi scrisse questa dedica: “Alla vestale dell’ordine mentale”. Quella letteratura mi ha dato una disciplina di chiarezza e potenza espressiva. Però alla sua razionalità coincide l’esatto contrario».
C’è altro nella sua vita?
Sorride: «Non mi sono sposata… ancora. Essendo di origine calabrese, cioè il Sud più dimenticato, mi sono presa piccole soddisfazioni di tipo etnico. Ho tre fratelli, cinque nipoti, tre pronipoti».
Lo dica a uno studente: perché va amata la cultura greca?
«Contiene un elemento fondamentale di equilibrio, misura, libertà; senza, la vita sarebbe in preda alla violenza, all’incomprensione e all’onnipotenza che danneggia tutti».
Le stavo chiedendo se Donald Trump dovrebbe studiare Eschilo ma mi sono ricordato che il fratello di Marina fa il diplomatico.


