

La Biblioteca Nazionale di Sarajevo – considerata sacra, dagli abitanti della città – fu distrutta nella guerra che vide il suo inizio 33 anni fa. Questa è la storia di quell’edificio, ora rinato – e dell’incredibile concerto, tra le macerie, del 19 giugno 1994
Clara Valenzani per

Alzando lo sguardo si vedono vetrate verdi, rosse, blu. Lasciano filtrare il sole all’interno della Biblioteca Nazionale di Sarajevo mentre i passi risuonano nel silenzio quasi religioso sul pavimento di marmo. La sala è grande, il soffitto altissimo. Le colonne che ora sono lucide e integre, il 19 giugno 1994 erano crivellate, martoriate, ridotte all’osso.
Quella notte, un uomo in scarpe eleganti e pantaloni blu si fece strada tra calcinacci e pietre, salì gli scalini rovinati in mezzo alle macerie stando attendo a dove posava i piedi. Arrivò su una pedana in mezzo alla biblioteca sventrata, e si guardò intorno. Lui era Zubin Mehta, indiano, uno dei migliori direttori d’orchestra al mondo. Sollevò un braccio e la musica iniziò: Mozart, il Requiem in Re minore K 626. Gli unici spettatori erano la stessa Orchestra Filarmonica di Sarajevo e il coro del Teatro Nazionale. Pubblico e attore insieme, iniziarono a suonare e cantare in un atrio ormai devastato.
Erano passati oltre due anni dall’inizio della guerra in Bosnia Erzegovina, Sarajevo era sotto assedio serbo dall’aprile 1992, la città avrebbe dovuto attendere fino al 1996 per potersi fasciare le ferite: in totale, i bosniaci furono prigionieri della loro stessa capitale per 1425 giorni. «Forse a Sarajevo i giorni dovrebbero chiamarsi “orrore”, perché è questo che sono diventati», scriveva nel suo diario Zlata, 13 anni, l’Anna Frank balcanica.
Mattine in cui uscire a comprare il pane significava mettere a repentaglio la propria vita, in cui i ponti si attraversavano correndo, in cui ai funerali si andava per piangere un defunto, e si rischiava di tornare dovendo comprare un’altra bara. Non si aveva il diritto di morire, e nemmeno quello di nascere: il reparto maternità dell’ospedale fu uno dei primi bersagli. Un anello di ferro di 60 km stringeva la città in una morsa soffocante, sulle alture e sui tetti i cecchini appostati miravano a uomini, donne, anziani, bambini, animali.
E anche a edifici come la Vijećnica, la Biblioteca.
Una struttura imponente il cui esterno è ridipinto a righe orizzontali gialle e marroni, spesse e intervallate da balconcini. Oggi ha un aspetto fresco, pulito, ordinato. Non ci sono più le tracce di quell’incendio che l’ha divorata dal di dentro per tre giorni, causato da bombe nella notte tra il 25 e 26 agosto 1992. Oltre due milioni di libri, periodici, documenti mandati in fumo nonostante i tentativi disperati dei bibliotecari di salvare quel patrimonio senza prezzo. «Svaniti tra le fiamme a causa dei criminali serbi», recita la targa commemorativa sotto il portico. Nelle foto si possono ancora vedere enormi lingue di fuoco che escono dalle finestre, i pompieri, piccoli sul terreno, sembrano cavalieri con l’elmetto giallo che tentano di domare un drago impazzito alto tre piani.

In mezzo a questa distruzione l’orchestra suonò: il concerto venne trasmesso in diretta con la collaborazione dell’UNHCR, l’agenzia Onu per i rifugiati, e l’Opera di Venezia; sul montaggio scorrono nomi italiani. Un’invocazione di aiuto piena di dignità per la comunità internazionale, da parte di musicisti bosniaci e non: «È un grande privilegio mostrare alle persone di questa parte del mondo che siamo con loro», aveva commentato il tenore spagnolo José Carreras. «Non sono riuscita a dormire per due notti. Questo concerto ha ridato significato alla mia vita», disse la violoncellista Hidajeta Tankovic. Aveva dovuto usare uno strumento preso in prestito poiché durante un attacco di artiglieria le schegge avevano danneggiato il suo. Anche la storia di un altro violoncellista si intreccia a quella della biblioteca: Vedran Smailović suonò per 22 giorni, esposto e piangente, in onore dei 22 civili uccisi mentre erano in fila per acquistare il pane.


Quel Requiem intonato dall’orchestra fu un manifesto per chiedere di aprire gli occhi e al tempo stesso mostrare al mondo la resistenza dei bosniaci, la loro capacità di preservare l’arte seppur privati di ogni libertà basilare, di coltivare la bellezza nonostante tutto. Non solo nella musica: gli anni della guerra videro fiorire il teatro, il cinema (fu nel 1995 che venne inaugurato il Sarajevo Film Festival), le manifestazioni culturali e gli eventi come mai prima. «Non lasciamo che ci uccidano», recita uno striscione tenuto da donne ben curate a un concorso di bellezza. Sono immortalate nella foto come la bella, elegante signora che cammina sui tacchi passando accanto a un soldato con un mitra. È dritta, tiene la testa ben alta, ha due fili di pelle al collo, il trucco perfetto e i capelli vaporosi. Ricorda quasi una giovane Sophia Loren, ma lei si chiama Meliha Varešanović, e quell’immagine è diventata iconica: «Piena di dolore e tristezza, mi sono vestita e sono andata al lavoro. Mi ero persino messa le perle. Una granata mi è caduta vicino, le persone hanno iniziato a scappare. Io non volevo correre, mi sono fermata e ho atteso che tutto si calmasse, ho tirato su la testa e ho ripreso a camminare. Era l’aprile del 1994. Un fotografo straniero ha scattato la foto che è diventata famosa, l’ho vista molto dopo. E ne sono stata felice: il mondo credeva che non ci fosse rimasto più nulla di umano durante l’assedio, ma non era così». Sfilate, mostre, letture, c’era tutto un altro mondo che brulicava in quegli anni di paura. Sorprende, quindi, solo fino a un certo punto quel concerto in una notte in tempo di conflitto, per riportare alla luce la storia di un luogo carico di significato, che aveva visto avvicendarsi le fasi storiche più importanti di Sarajevo.
Nata come municipio, la Vijećnica era stata commissionata nel 1892 dagli austroungarici, che avevano richiesto fosse ispirata alle forme islamiche: la cultura ottomana aveva lasciato un segno troppo importante, la religione musulmana era quella predominante. Gli architetti si erano attenuti alle istruzioni, prendendo spunto dalle moschee del Cairo e dall’Alhambra di Granada, i cui echi sono ancora visibili nelle delicate sculture e negli archi, nei sinuosi arabeschi sulle cupole e sui soffitti. Uno dei progettisti, Alexander Witek, fu così ossessionato dalla realizzazione e dalla complessità dell’opera che alcuni dicono morì in un manicomio, altri suicida prima di terminare la costruzione. Nel 1947 il massiccio edificio in stile neo-moresco diventò Biblioteca Nazionale e Universitaria della Bosnia Erzegovina, ma il suo ruolo era così simbolico da risultare quasi al pari di una chiesa, o di una moschea. Azra Nuhefendić, giornalista e scrittrice bosniaca, descrive l’odore che si respirava all’interno: di polvere, di tempo, di grasso usato per conservare il legno. «Ci si entrava con cautela, in silenzio, con il fiato sospeso, cercando di attutire il rumore dei propri passi — ricorda ne La neve nera — L’importanza del posto proveniva dalla bellezza e grandiosità del palazzo e dal fatto che, da noi, il libro era considerato un oggetto sacro. Siamo stati educati, in famiglia, a scuola e nelle varie associazioni, a considerare il libro come “il migliore amico”. Le biblioteche erano ovunque, si facevano le gare per stabilire chi aveva letto di più. Per tutte queste ragioni, e per quelle intime mai pronunciate, la distruzione della Vijećnica fu vissuta come “la fine del mondo”». Fu un genocidio di cellulosa, i libri violati affidarono quel poco che ancora rimaneva di loro al vento, le parole fatte per durare nei secoli diventate mortali, evanescenti: «Tutta la città fu coperta da brandelli di carta bruciata. Le pagine fragili volavano in aria, cadendo giù come neve nera. Afferrandola, per un attimo era possibile leggere un frammento di testo, che un istante dopo si trasformava davanti ai tuoi occhi in cenere», disse Kemal Bakaršić, professore e bibliotecario riportato dalla Nuhefendić. E ancora lo scrittore Goran Simić, osservando orripilato la scena dalla sua finestra: «Liberàti dalla canna fumaria, i personaggi girovagavano per la città, mescolandosi con i passanti e le anime dei soldati morti».

Il 19 giugno il Requiem, la messa funebre, fu suonata per i bosniaci veri e per quelli fittizi, per quelli di carne e per quelli di carta. Come un corpo che aveva perso il suo cuore, la biblioteca attese paziente e apatica, giorno dopo giorno, per 18 lunghi anni, di tornare a governare le sponde della Miljackha con la sua sagoma fiera. La ricostruzione è terminata nel 2014, ma addentrandosi nelle sue viscere restano ancora libri strappati, bruciati, le copertine segnate da macchie nere, vittime di un maleficio, a memoria di quella tragedia.
Come la biblioteca, così anche la sua città non è fatta per dimenticare: il passato straziante di Sarajevo lo ricordano le colline punteggiate dal bianco dei cimiteri, con le lapidi appuntite sotto un cielo color ferro. E quando le nuvole non minacciano pioggia, lo ricorda un bimbo che salta sul cemento, calpestando allegro le cosiddette rose, i buchi lasciati dalle granate e colmati di resina rossa, fiori di sangue prestati a un gioco inconsapevole. Ma Sarajevo ricorda anche un’altra cosa: che può esserci vita dove sembra non ci sia, e che, se uno scheletro di libri è andato in fumo, se ne può sempre ricostruire uno fatto di musica.
