Perché appiattire tutto ad una logica di schieramento pro o contro il presidente degli Stati Uniti, è una banalizzazione poco utile
Molti guru ed opinionisti europei ci descrivevano un’America ormai irrimediabilmente isolata, marginalizzata, esclusa dal nuovo ordine internazionale generato da «tutti gli altri», cioè dalla vasta coalizione degli anti-Trump. Europa, Cina, Grande Sud globale erano pronti a mettere nell’angolo gli Stati Uniti: in castigo, in punizione, condannati all’irrilevanza e all’impotenza per i disastri combinati dal loro presidente.
L’elezione del primo pontefice statunitense della storia sembra un po’ in contraddizione con quello scenario (e in una scala d’importanza molto inferiore, ma non del tutto insignificante, anche l’accordo commerciale fra l’Amministrazione Trump e il Regno Unito «disturba» la narrazione dominante sull’isolamento americano).
Però è già cominciata una manovra riparatoria per annullare la sorpresa clamorosa provocata dall’avvento di un pontefice nato a Chicago: «È uno dei nostri, è un anti-Trump». Consolatevi, non sto parlando di talk-show televisivi italiani… I primi a distinguersi in questa operazione sono gli opinionisti americani dell’opposizione democratica.
È molto rappresentativo di questa tendenza ad «arruolare» Leone XIV nei ranghi dell’opposizione a Trump, ciò che scrive Nate Silver sul New York Times. Silver, esperto di poker e di sondaggi, è un personaggio molto in vista ancorché protagonista di alcuni celebri infortuni: non seppe prevedere né l’elezione di Trump nel 2016 né quella del 2024. È dichiaratamente anti-Trump, così come il giornale che pubblica le sue analisi.
Ecco la prima reazione di Silver:
«L’elezione di Robert Francis Prevost è una notizia enorme, non solo per il cattolicesimo globale ma anche per la politica americana. Per la prima volta nella loro vita, molti americani non cattolici si trovano davanti a un Papa che potrebbero trovare estremamente affine — Prevost è persino un tifoso dei Chicago White Sox e del basket universitario.
Questo colpisce particolarmente se si conosce Chicago, dove ho vissuto dal 1996 (quando ho iniziato gli studi all’Università di Chicago) fino al 2009. Prevost sembra anche essere un swing voter (elettore moderato e fluttuante). … Su Twitter, Prevost ha occasionalmente espresso opinioni sulla politica americana, per lo più tramite retweet.
In particolare, oltre ad aver ritwittato … solidarietà per George Floyd (il nero ucciso da un poliziotto nel 2020), di recente ha condiviso o ritwittato diversi articoli critici nei confronti del vicepresidente JD Vance e della espulsione di Kilmar Abrego Garcia. Vance, un cattolico convertito che aveva incontrato Papa Francesco la domenica di Pasqua poco prima della sua morte, è stato tiepido nel lodare Prevost: ha affermato di essere “sicuro che milioni di cattolici americani” pregheranno per Prevost, senza però suggerire che lo avrebbe fatto lui stesso.
I media fanno fatica ad adeguarsi al cambiamento nei rapporti tra l’America e il mondo sotto Trump. Axios ha fatto meglio di molti altri mezzi di comunicazione, pubblicando almeno un articolo all’inizio della settimana che trattava il «clamore» che Prevost stava suscitando come candidato. Tuttavia, alla fine ha scartato la sua candidatura citando un accademico secondo cui la Chiesa non avrebbe voluto dare ancora più influenza all’America.
Un Papa statunitense è improbabile per diversi motivi, incluso il fatto che un papa americano darebbe agli Stati Uniti ancora più influenza di quella che già hanno, ha detto Michael Canaris della Loyola University ad Axios. Col senno di poi, questa logica sembra avere invertito la situazione reale.
È possibile che la Chiesa cattolica non voglia che gli Stati Uniti abbiano più influenza. Ma potrebbe desiderare di avere più influenza (sugli) Stati Uniti, cosa che presumibilmente ora potrà accadere, dato che c’è un Papa che finisce nei meme di Barstool Sports e le cui dichiarazioni verranno analizzate dai media americani parola per parola.
E, anche se non voglio speculare troppo, le posizioni anti-Trump di Prevost, pur espresse con una certa discrezione, non sono state quantomeno un ostacolo per il Collegio dei Cardinali. Il rapporto dell’America con il resto del mondo è profondamente cambiato durante il secondo mandato di Trump. Se Trump ha sconvolto le elezioni canadesi, forse ha polarizzato negativamente anche il Collegio cardinalizio?».
Fin qui l’analisi di Nate Silver. Ciascuno di voi è libero di farsi la sua opinione, giudicandola acuta o capziosa. A me colpisce quanto l’opposizione democratica Usa finisca per assomigliare al presidente che combatte: considerandolo l’ombelico del mondo. L’egomania di Trump, il suo narcisismo, finisce per contagiare gli avversari: convinti che qualunque cosa accada sul pianeta viene causata da lui, o dalle contro-reazioni verso di lui.
Nel caso di Leone XIV, poiché non mi improvviso vaticanologo, osservo solo a grande distanza e con la massima prudenza alcuni problemi «politici e geopolitici» che lui eredita.
Primo: nel suo paese d’origine vescovi e cardinali possono essere divisi fra trumpiani ed anti-trumpiani (secondo l’etichettatura molto sommaria di Nate Silver), ma la comunità dei fedeli si è spostata a destra, e alle ultime elezioni i cattolici hanno dato un margine di vittoria dell’11% a Trump (molto superiore alla media nazionale con cui lui ha sconfitto Kamala Harris).
Secondo: lo spostamento a destra dei cattolici si riflette anche in quelle minoranze etniche come gli ispanici, dove pure Trump ha segnato dei progressi. Fra le ragioni, è noto quanto abbia pesato l’appiattimento di Biden-Harris e del partito democratico sull’agenda delle componenti più radicali del movimento Lgbtq+, per esempio sull’educazione sessuale nelle scuole e la propaganda in favore del «gender fluid», del diritto-dovere di rimettere in discussione la propria identità fin dagli anni pre-pubertà, ed escludendo i genitori da quegli esami di autocoscienza pilotati nelle scuole.
Terzo: nella seconda patria, o patria adottiva di Robert Francis Prevost, che è il Perù, avanza il proselitismo dei protestanti evangelici o pentecostali, come in tutta l’America latina e come pure in Africa. È una delle grandi sfide che il papato di Francesco lascia in eredità al pontificato di Leone XIV. Fra le cause del successo di quella che in tono sprezzante viene definita (dai cattolici) la «Chiesa della prosperità», almeno due sono ben note.
Lungi dall’essere una volgare apologia dell’affarismo – come tale «organica» al trumpismo – l’etica dei pentecostali si ricollega all’analisi di Max Weber sul legame tra protestantesimo e capitalismo. I poveri sono incoraggiati ad affrancarsi dalla miseria usando il proprio talento, lo spirito d’intrapresa, l’etica del lavoro e del sacrificio, la meritocrazia.
I pentecostali vedono invece nel cattolicesimo un alleato di quell’assistenzialismo (o di quel socialismo) che non ha giovato ai paesi in via di sviluppo. Un’altra ragione del loro successo è – come negli Usa – la difesa di una visione tradizionale della famiglia e del ruolo dei genitori.
Questi non sono temi «trumpiani». Ma sono temi sui quali il cattolicesimo viene incalzato da fedi concorrenti, gli evangelici e l’Islam (quest’ultimo in Africa e in Asia).
Appiattire tutto – compresa la storia di un’istituzione millenaria come la Chiesa – ad una logica di schieramento pro o contro il 47esimo presidente degli Stati Uniti, è una banalizzazione poco utile.
Il paragone con le elezioni canadesi – che traccia Nate Silver – la dice lunga. Che in Canada sia stato decisivo il fattore Trump, che il progressista Carney abbia vinto le elezioni anche per un sussulto di orgoglio nazionale contro i propositi offensivi e arroganti di Trump sul «51esimo Stato Usa», è un fatto incontrovertibile. Ma i cardinali del Conclave avevano sicuramente preoccupazioni più antiche e più vaste nel guidare la loro scelta.



