Per i suoi giocatori è stato un po’ Ancelotti e un po’ Gasperini. Quando disse. «La gente come me vince una sola volta nella vita»
Nella seconda metà degli anni 90 il presidente del Verona, Alberto Mazzi, pensò di rilanciare il club — in bilico fra serie A e B — riportando in panchina Osvaldo Bagnoli. Il tecnico dello scudetto si era ritirato molto presto, a 58 anni appena, dopo un deludente esonero all’Inter, e da allora lo si vedeva scendere al mattino dalle colline di Valdonega, il rione al di là dell’Adige dove ha casa, per una passeggiata al mercato assieme alla moglie. Possibile che non avesse voglia di tornare al lavoro? Mazzi decise di passare per un amico imprenditore del quale conosceva il rapporto di antica data con l’allenatore, e così Giovanni Rana — sì, quel Giovanni Rana — incontrò Bagnoli in azienda e dopo una lunga mozione degli affetti gli propose di ricominciare sulla panchina a lui più cara. La risposta lo colpì, tanto che se la ricorda ancora, parola per parola. «Rana, la gente come me vince una volta sola nella vita, ed è già successo. Non roviniamo il ricordo».
Basterebbe questo pensiero a spiegare perché Gianni Brera, che tanto apprezzava Bagnoli, l’avesse soprannominato Schopenhauer, il più pessimista dei filosofi. In realtà c’era molta politica in quelle parole, un’elegia della gente comune così lontana dal glamour montante (all’epoca) dei vincenti, dei predestinati, degli uomini che non devono chiedere mai. Quando proprio Brera suggerì a Berlusconi di ingaggiare Bagnoli, la reazione di pelle «mai, è un comunista» non riguardava tanto un’appartenenza partitica mai confermata né tanto meno sbandierata, quanto una distanza culturale dalla nascente civiltà dell’immagine.



Oggi Osvaldo Bagnoli compie 90 anni, e in questo 2025 si è riparlato spesso di lui per il quarantennale di uno scudetto unico, straordinario e irripetibile. È possibile che alcuni dei suoi vecchi giocatori gli portino la crostata di frutta della quale è ghiotto, e passino con lui un po’ di tempo a sorridersi, per diradare la nebbia dalla memoria. I vecchi giocatori di Bagnoli provano per lui un affetto spiegabile con la capacità che il tecnico ebbe di tirare fuori il loro meglio, perché se la definizione giornalistica di «squadra di scarti» data all’epoca era inutilmente feroce, tecnicamente è vero che molti di loro vennero a Verona per rilanciarsi dopo esperienze infelici nei grandi club metropolitani.
«La sola vittoria della vita» ebbe bisogno di trovare tutte le tessere tecniche e umane del mosaico, e quindi ci volle del tempo: ma alla fine l’Hellas vinse l’unico campionato in cui giocarono sia Maradona che Zico, in cui la Juve era di Platini, l’Inter di Altobelli e Rummenigge, il Toro (secondo) di Junior e Serena, la Samp di Vialli e Mancini, la Roma di Falcao, e il Milan non ancora arricchito aveva comunque Nils Liedholm in panchina. Per intenderci, un torneo di livello tecnico superiore alla Premier League di oggi.
Se parli di Bagnoli con i suoi campioni d’Italia, i paragoni che autorizzano sono due: con Carlo Ancelotti per la superiore capacità umana di gestire un gruppo, e con Gian Piero Gasperini per la visione tattica verticale. Bagnoli voleva arrivare in porta col minor numero possibile di tocchi, considerava gli attaccanti (Elkjaer e Galderisi) gli uomini che col loro movimento facevano giocar bene i compagni, affidava a Tricella compiti di regia che avevamo già visto in Scirea (e in Beckenbauer, certo) e che Franco Baresi avrebbe ulteriormente esaltato. Un calcio semplice, per dirla con Allegri, molto basato sul mutuo soccorso e sulle comprensioni individuali di cosa fare o non fare in ogni momento per il bene della squadra. Fa sorridere che gli staff tecnici di oggi arrivino a superare i dieci elementi mentre Bagnoli poteva contare soltanto sul suo vice Lonardi, e forse il segno dei tempi è proprio questo. Quarant’anni dopo, galleggia ancora nell’aria la tenerezza di quell’avventura. E il ricordo è integro.





