Oliviero Toscani

Addio a Oliviero Toscani, il fotografo provocatore aveva 82 anni

Si è spento nella mattina di oggi, 13 gennaio 2025: era ricoverato da venerdì 10 gennaio. L’annuncio della scomparsa è stato dato dalla famiglia con un comunicato. “Con immenso dolore diamo la notizia che oggi, 13 gennaio 2025, il nostro amatissimo Oliviero ha intrapreso il suo prossimo viaggio. Chiediamo cortesemente riservatezza e comprensione per questo momento che vorremmo affrontare nell’intimità della famiglia. Kirsti Toscani con Rocco, Lola e Ali”, si legge nel comunicato firmata dalla moglie Kirsti Moseng, ex modella norvegese e sua agente, che era legata a lui da 50 anni, e dai tre figli nati dal loro matrimonio. Due anni fa Toscani era diagnosticata una rara e incurabile malattia, l’amiloidosi, che gli ha minato lo spirito e il fisico, facendogli perdere in poco tempo 40 chili.

Fotografo irriverente e geniale che in cinquant’anni di carriera, con le sue campagne pubblicitarie (celebri e controverse quelle per Benetton), ha rivoluzionato il mondo della comunicazione, Toscani aveva rivelato il suo calvario l’estate scorsa: “Ho una malattia incurabile, non so quanto mi resta da vivere”, aveva detto in un’intervista al “Corriere della Sera” il 28 agosto.

Dai condannati a morte sulla sedia elettrica al malato terminale di Aids, dal bacio tra un prete e una suora alla modella anoressica, dai profilattici a un corpo crivellato dai killer mafiosi fino al primo piano di un sedere. In oltre mezzo secolo di carriera Toscani con le sue fotografie per il mondo della pubblicità e del marketing ha affrontato, con uno spirito di denuncia, temi come il razzismo, la violenza, la religione, i migranti, la disabilità, il sesso, la fame, la guerra, la pena di morte, l’anoressia, la violenza, l’Hiv, l’integrazione e l’inclusività.

 moda, pubblicità e provocazioni.

“Da fotografo, racconto il mio tempo”

La prima Leica regalata dal padre, l’immagine di Rachele Mussolini a Predappio, le campagne di promozione sociale e l’annuncio della malattia

Michele Smargiassi per

Papà Fedele (che è un bel nome, ammettetelo, per un fotografo) gli mise in mano una Leica e gli disse: “Se vedi qualcosa di interessante, scatta”. Oliviero Toscani aveva quattordici anni e per la prima volta accompagnava suo padre, grande fotoreporter dell’agenzia Publifoto (era stato lui a fotografare la “macelleria messicana” di piazzale Loreto, nel 1945) su un servizio, e che servizio: la tumulazione della salma di Mussolini a Predappio. Nel caos di quella giornata tesissima, mentre papà cercava la sua inquadratura generale e riassuntiva, il piccolo Oliviero intravvide il volto di una dolente avvolta in un velo nero, sorretta da due carabinieri. Era donna Rachele. In camera oscura, poche ore dopo, Fedele ammise: “Oggi la foto giusta l’hai fatta tu”.

Finì sul Corriere della sera e sui giornali internazionali. Eppure, il fotoreportage non era il destino del piccolo Oliviero dall’occhio acuto. La fotografia sì, andò a studiarla in Svizzera da Johannes Itten, maestro del Bauhaus. Ma la fotografia in una dimensione tanto estesa e dirompente da esplodere come un detonatore sul campo di battaglia della civiltà delle immagini. Fotografo? Sì, ha sempre rivendicato di esserlo, infuriandosi con chi voleva negarglielo. “Io sono un fotografo, perché racconto il mio tempo. Ma un fotografo non è un cameraman, è lo sceneggiatore, il soggettista, il direttore della fotografia, lo scenografo, il tecnico delle luci, il regista, e alla fine è anche il cameraman”.

Toscani è stato un fotografo invadente. Ha occupato tutti gli annessi e connessi. Ha spaccato i generi e ne ha creato uno tutto suo, sul confine fra immagine di impresa, pubblicità, campagna di promozione sociale. Qualcuno continua a chiamare “pubblicità” quelle immagini scandalose, il bacio fra la suorina e il pretino, l’anoressica scheletrica, l’angioletto bianco e il diavoletto nero, solo perché in alto a sinistra c’era il talloncino verde “United Colors of Benetton”. E lui, finto ingenuo beffardo: “Pubblicità? Non so nulla della pubblicità. E poi, credete sia semplice fare pubblicità con l’immagine di uno che muore di Aids?”.

Erano invece un nuovo genere di comunicazione emotiva, civile, politica, finanziata da un imprenditore e portata al pubblico saltando gli spazi dell’informazione e invadendo un canale improprio ma potentissimo: gli spazi della pubblicità, dalle doppie pagine patinate ai megaposter sulle strade. Era convinto, per la costernazione dei fotoreporter, che il secolo del fotogiornalismo fosse defunto: “Morì anni fa, quando Life ha chiuso. Se continui a fotografare come Cartier-Bresson oggi fai solo intrattenimento”. E che la foto di moda fosse politica: “Ha cambiato il costume, ha cambiato la testa della gente, altro che vendere minigonne”. Salvo poi smettere di fotografare la moda quando “le modelle hanno cominciato a guadagnare più di me”.

Contrariamente a quel che si può credere, intervistare Oliviero Toscani era semplicissimo. Non smetteva mai di parlare, spesso nel tono spavaldo e sarcastico con cui cercava, sforzandosi molto, di rimanere all’altezza della sua cattiva reputazione. “Picasso era simpatico? Ma dove siamo, nel bar o nella storia?”. Sì, Toscani è stato molto detestato, soprattutto dai suoi confratelli d’arte. L’accusa, sempre la stessa: è vergognoso usare la sofferenza per fare pubblicità ai maglioncini.

Certo, Luciano Benetton voleva vendere i suoi maglioncini: ma quando conobbe (attraverso Fiorucci) quell’irruente autocentrato, già celebre fotografo di moda (sognava Harper’s Bazaar, lavorò per Elle, e anche per Vogue con cui litigò), che aveva scoperto le future top model prima di tutti, da Monica Bellucci Naomi Campbell, quel fotografo “di spavalda intelligenza”, di fama internazionale, reduce da campagne pubblicitarie di enorme successo (della sua “blasfema” pubblicità per i Jeans Jesus, “Chi mi ama mi segua”, per la quale utilizzò il fondoschiena della sua compagna di allora, Donna Jordan, scrisse anche Pasolini), tutte fatte senza agenzie e senza teorie; bene, Benetton capì che poteva aiutarlo a identificare la propria immagine aziendale con alcuni valori: antirazzismo, mondialità, umanità.

Come per dire: “Noi vendiamo maglioncini, ma intanto vogliamo dirvi qualcosa sul mondo, come lo vediamo noi”. Se lo portò dalle sue parti e gli fece inventare negli anni Novanta quella fucina eterodossa di idee che è stata Fabrica (di cui Toscani offrì a Fidel Castro la direzione creativa), con il suo magazine fuori da ogni genere, Colors. Quella strana coppia, solo pochi la apprezzarono. Tra questi, Furio Colombo: “Non è un crimine attirare con forza l’attenzione della gente dove solitamente non si soffermerebbe. Mentre ci occupiamo del nostro benessere, irrompono delle immagini che ci portano verso altre persone e le loro tragedie. Dov’è l’immoralità?”.

Tra i fotografi, solo uno lo difese, ma un grandissimo, James Nacthwey: “Queste pubblicità possiedono più contenuti delle pagine editoriali dei magazine in cui vengono pubblicate”. Fu un momento di spaesamento assoluto, una rottura dei compartimenti della comunicazione secondo cui la pubblicità si occupa dei consumi e l’informazione dei drammi. Fu, a suo modo, una operazione di critica della civiltà delle immagini, dei suoi luoghi comuni, delle sue ipocrisie. Non andò così liscia: il sodalizio fra Toscani e Benetton si incrinò, si ruppe (la campagna contro la pena di morte rischiò di rovinare gli investimenti Benetton in Usa), si ricompose, si ruppe definitivamente.

Alla fine, l’equilibrio precario della grande provocazione crollò su sé stesso. Il sistema, dopo tutto, si dimostrò più resistente e reattivo di quanto Toscani si aspettava. Fa lo stesso. Lui, tra i suoi cavalli americani e i vini col suo nome sull’etichetta, eremita nel suo casolare in Maremma, ha fatto spallucce. Difficile sconvolgere uno come lui, un idealista disincantato, un teorico senza teorie. Un situazionista, convinto che le idee cercano te e non viceversa, uno che si è forse divertito di più a épater le bourgeois con i suoi “aforismi fotografici” che ad atteggiarsi a ideologo.

Per lui la fotografia non aveva vangeli, era “più laica che Leica”. Si identificava in Stavrogin, il personaggio dostoevskiano che crede di non credere. Nonostante tutti i libri aforistici e aneddotici che ha scritto, non è mai esistito un Toscani-pensiero. Umanista misantropo, coniò un motto e lo attribuì apocrifamente a Gramsci: “Per il popolo puoi morire ma non puoi viverci insieme”. Però volle fotografarlo, il popolo anonimo, montando una tenda nelle piazze italiane e ritraendo i passanti per il suo progetto Razza Umana. Vicino ai radicali, amico di Pannella, Toscani non è mai stato uomo di ideologie strutturate, piuttosto di grandi intuizioni, e questo lo ha portato a colpi geniali ma a volte lo ha cacciato in polemici vicoli ciechi. Del resto, qualcuno doveva pur fare la parte del bad boy. Un grande fotografo, William Klein, gli aveva insegnato che “non si può essere generosi ed essere timidi”. Il bizzoso antipatico irriverente Oliviero Toscani fece la sua scelta. “Non c’è distinzione: fotografare è etica, politica, commercio, morale, estetica. Chi fa solo una di queste cose non è un fotografo”.

Gli inizi, da Zurigo all’America, le campagne choc e gli incontri

«Non voglio essere ricordato per una foto, ma per l’insieme, per l’impegno»

Elvira Serra per

Quando la malattia gli presentò il conto, Oliviero Toscani – morto oggi nell’ospedale di Cecina, all’età di 82 anni – ammise di essere stato «particolarmente privilegiato e fortunato». Anzitutto ad esser nato dove era nato, in una famiglia «laica e libera». 

Suo padre, Fedele Toscani, fotografo del Corriere della Sera, aveva immortalato il Duce mentre faceva pipì sul lungomare di Rimini (lo scatto lo aveva venduto alla Keystone, per i giornali inglesi), ma, soprattutto, aveva filmato e fotografato i corpi di Benito Mussolini e di Claretta Petacci appesi a testa in giù in piazzale Loreto. Sua madre, Dolores Cantoni, aveva cominciato a lavorare a sei anni, spostando i capi nella camiceria dove la nonna cuciva. Raccontava sempre che gli aveva dato al massimo cinquanta baci in tutta la vita, e forse questo spiegava i suoi modi ruvidi e un po’ burberi. E poi c’erano le sorelle maggiori, Marirosa e Brunella, di 11 e 9 anni più grandi di lui. Due vicemamme, soprattutto la primogenita, che lo aveva introdotto all’architettura e alle arti, incoraggiandolo nella fotografia.

Era nato il 28 febbraio 1942. E rischiò di venire al mondo sui gradini del Tribunale di Milano, se i passanti non avessero accompagnato subito la madre alla clinica Mangiagalli. Lo stesso anno, durante i bombardamenti, finì in una scatola di cartone della pasta, dove lo aveva messo la mamma mentre correva per le scale per ripararsi in cantina. Frequentò il Parini per fare un dispetto all’insegnante che aveva suggerito ai suoi genitori di fargli imparare subito un mestiere, dopo la scuola dell’obbligo. In effetti la scuola la seguì a modo suo, preferendo passare le mattine al cinema, a imparare le lingue straniere guardando i film americani e francesi. Contro ogni previsione, dopo, riuscì a farsi ammettere all’Università delle Arti di Zurigo, con maestri come Karl Schmid, Franz Zeier, Serge Stauffer, dove imparò a guardare oltre e «a fare pipì in modo diverso», come scrisse nell’autobiografia pubblicata dalla Nave di Teseo, Ne ho fatte di tutti i colori.

Veniva da una generazione, quella di Bob Dylan, che si sentiva invincibile e per sempre giovane. Era stato così anche per lui, almeno fino all’ottantesimo compleanno, quando per la prima volta aveva sentito il peso di tutta la vita che aveva attraversato correndo. Da Andy Wharol a Lou Reed, da Fidel Castro a Muhammad Ali, da Patti Smith a Dylan Thomas, questi personaggi lui non li aveva solo fotografati, li aveva frequentati. E proprio in onore del pugile statunitense aveva chiamato l’ultimogenita Ali.

A noi disse che non voleva essere ricordato per una foto in particolare, «ma per l’insieme, per l’impegno: non è un’immagine che ti fa la storia, è una scelta etica, estetica, politica da fare con il proprio lavoro». E infatti non faceva distinzioni tra i giornali e la pubblicità. Il suo approccio era lo stesso: «Se ti metti a cercare un’idea non hai capito nulla di come funziona. O hai una prospettiva, la tua, o non ne hai nessuna». E dalla sua prospettiva nel 1965 fotografò le ragazzine indemoniate al concerto dei Beatles al Vigorelli di Milano (quando afferrò al volo un plettro saltato a John Lennon) o, negli stessi anni, le studentesse vestite da marinarette su una bicicletta per una campagna dell’Eni (quando strappò il compenso monstre di 300 mila lire a foto per dieci scatti, e ai tempi una Fiat 500 ne costava 540 mila).

A New York ci arrivò poco più che ventenne e per la Pan Am girò il mondo tre volte. Dalla metà degli anni Sessanta alla fine degli anni Ottanta fu il primo fotografo pendolare tra l’Europa e l’America. Perfino quando con Kirsti, l’ultima moglie, l’amore di una vita e la madre dei suoi tre figli più giovani, si trasferì in Maremma, agli inizi degli anni 80 – inseguendo forse la felicità sperimentata a Clusone dove la sua famiglia si era rifugiata per fuggire ai bombardamenti – dalla cabina telefonica di Casale Marittimo riusciva a organizzare trasferte in tutto il mondo.

Lavorò con Anna Wintour e, al colmo dell’esasperazione, le suggerì di cercarsi un bravo psichiatra (lei poi ne sposò uno, il matrimonio resse per quindici anni). I suoi scatti sono finiti su tutti i principali magazine del mondo: ElleVogueQueenHarper’s BazarLe top model, da Claudia Schiffer a Naomi Campbell a Cindy Crawford, le aveva fotografate tutte quando ancora non erano nessuno. E amava raccontare di essere stato lui a portare Monica Bellucci per la prima volta da Milano a Parigi.

Restano iconiche certe campagne di moda che portano la sua firma. «Chi mi ama mi segua», per Jesus Jeans (aveva suggerito lui il nome a Maurizio Vitale, guardando l’insegna del musical Jesus Christ Superstar a Time Square), scomodò perfino un commento di Pier Paolo Pasolini sul Corriere (l’episodio lo convinse che la pubblicità non era solo pubblicità). Per il progetto «Tutti i colori del mondo», che sarebbe poi diventato United Colors of Benetton, fece indossare i maglioni colorati dell’azienda tessile veneta a modelli eschimesi, bantu, scandinavi, asiatici e americani. Una rivoluzione nata dal sodalizio professionale che si trasformò in amicizia fraterna con Luciano Benetton. Mentre fecero il giro del mondo la foto scandalo della modella anoressica Isabelle Caro, ritratta nuda per la campagna «No Anorexia» dell’azienda padovana Nolita, come pure le campagne contro l’Aids fatte usando i preservativi per Benetton.
Ma se chiedevate a lui di quale fosse più orgoglioso, rispondeva con il lavoro fatto a Sant’Anna di Stazzema per i sessant’anni dell’eccidio: forse era un piccolo risarcimento al nonno materno, reduce di Caporetto, che sotto il regime pasteggiava a olio di ricino.

Provocatorio, contrario per principio al politicamente corretto, alcune uscite gli procurarono violenti critiche. Come quando a Un giorno da pecora, su Radio Uno, a proposito del Ponte Morandi, se ne uscì con: «A nessuno interessa che caschi un ponte». Intendeva dire: «Chi mai poteva guadagnarci da una tragedia simile?». Ma ormai il danno era fatto. E si inimicò tutta Salemi, dove nel 2008 era stato nominato assessore alla creatività da Vittorio Sgarbi, quando si dimise dopo due anni con una lettera che sanciva: «Salemi rimarrà terremotata per sempre. È così che i suoi cittadini la vogliono».

Ha avuto tre donne importantiBrigitte, la madre del primogenito Alexandre; Agneta, mamma di Olivia e Sabina; e Kirsti, la mamma di Rocco, Lola e Ali. Di lei scrisse: «È la persona che mi conosce di meno sulla faccia della terra, forse per questo penso che mi ami. Kirsti è la donna della mia vita, l’unico grande vero amore, così grande che non si può neppure nominare».

L’ultima intervista a Oliviero Toscani:

«Ho una malattia incurabile, l’amiloidosi: sta bloccando il mio corpo. Mi pento solo di ciò che non ho fatto»

Oliviero Toscani, come sta?
«In un modo come non sono mai stato prima. Sto vivendo un’altra vita. Vengo da una generazione, quella di Bob Dylan, dove eravamo forever young, il pensiero di invecchiare proprio non c’era. Fino al giorno prima di essere così, lavoravo come se avessi 30 anni. Poi una mattina mi sono svegliato e all’improvviso ne avevo 80».

Quando è successo?
«Un po’ prima di un anno fa. Alla fine di giugno mi sono svegliato con le gambe gonfie, ero in Val d’Orcia. Ho cominciato a fare fatica a camminare. All’ospedale mi hanno diagnosticato un problema al cuore. A fine agosto sono andato a Pisa al Santa Chiara e da lì al Cisanello, dove avevamo deciso la data dell’operazione al cuore, intorno al 20 settembre».

E invece?
«È venuto a trovarmi il mio amico Francesco Merlo con suo cugino, cardiologo al Giovanni XXIII di Bergamo: un medico incredibile. Mi ha fatto andare su da loro per altri esami e hanno subito chiamato il dottor Michele Emdin a Pisa, specializzato nella malattia che pensavano avessi: l’amiloidosi. In pratica le proteine si depositano su certi punti vitali e bloccano il corpo. E si muore. Non c’è cura».

Lei però si sta curando.
«È una cura sperimentale, faccio da cavia. A ottobre ho anche preso una polmonite virale e il Covid, mi hanno tirato per i capelli. Penso di essere stato anche morto, per qualche minuto: ricordo una cosa astratta di colori un po’ psichedelici. Quando sto male e ho la febbre riesco a immaginare cose fantastiche… In un anno ho perso 40 chili. Neppure il vino riesco più a bere: il sapore è alterato dai medicinali».

Ogni cosa è illuminata da una consapevolezza irrevocabile nella «tana del lupo», come Oliviero Toscani chiama questa dependance nella Maremma Toscana dove si trasferisce quando non c’è la moglie Kirsti, l’amore di una vita e la madre dei suoi tre figli più giovani, Rocco, Lola e Ali (come Muhammad Ali). In una stanza grandeggiano poster introvabili delle mostre di Duchamp e di Müller-Brockmann, sei bici da corsa che non usa più («le altre otto sono nel garage»), una sua foto di John Lennon e Paul McCartney al Vigorelli di Milano, lui con Andy Warhol, Fellini, Clinton e Fidel Castro, un orrendo orologio a cucù dono di un compagno di studi all’Università delle Arti di Zurigo («gli chiesi il più brutto»). Nell’altra ci sono un lettino per la fisioterapia, il tapis roulant, la cyclette, un attrezzo per il sollevamento pesi, una spalliera svedese e il letto, con alle spalle la Guernica di Picasso; oltre ai libri fotografici, immagini iconiche, il didietro di chi mi ama mi segua. Tra la mattina e il pomeriggio si alternano due sessioni di fisioterapia, prima con Doriano, poi con Alessandro. Toscani indossa una maglietta del Mit di Boston, dove ha insegnato comunicazione, e una collanina di perline nere e azzurre che gli ha fatto il nipote. Si muove con le stampelle, sul petto il pacemaker sporge come una medaglia al valore. Parla con fatica.

Nell’autobiografia «Ne ho fatte di tutti i colori» scrive che nella tragedia c’è la bellezza. Dove la trova, nella sua personale tragedia?
«Mi viene da ridere: la bellezza è che non avevo mai pensato di trovarmi in questa situazione, è una nuova situazione che va affrontata. La bellezza è che non ti interessano più patria, famiglia e proprietà, la rovina dell’uomo».

Per quale foto vuole essere ricordato?
«Per l’insieme, per l’impegno. Non è un’immagine che ti fa la storia, è una scelta etica, estetica, politica da fare con il proprio lavoro».

Di quale è più orgoglioso?
«Non sono orgoglioso di natura, perché tutto potrebbe essere fatto meglio. Forse tengo molto al lavoro a Sant’Anna di Stazzema».

Chi glielo commissionò?
«Mi chiamò il sindaco e disse: “Tra poco saranno i 60 anni dall’eccidio e non ci sono immagini”. E io: “Dopo 60 anni trovarne è dura”. Lui: “Se lei è davvero così bravo non dovrebbero esserci problemi”. E riattaccò, ’sto stronzo. Però mi intrigò. Andai nell’unico bar e l’oste mi suggerì di parlare con il signore che stava entrando. Era Enrico Pieri: nell’eccidio aveva perso tutta la famiglia, era un bambino. Lì ho capito che si poteva fare qualcosa. È l’unico servizio che ho fatto tutto in bianco e nero, a spese mie. È la fotografia applicata nel modo giusto ed è l’unico documento di Sant’Anna».

Ha ancora voglia di fotografare?
«No, mi sono liberato di tutto. È questa la bellezza».

Ha paura di morire?
«No, non ho paura. Basta che non faccia male. E poi ho vissuto troppo e troppo bene, sono viziatissimo. Non ho mai avuto un padrone, uno stipendio, sono sempre stato libero».

Ha sedici nipoti. Si ricorda i nomi?
«No. Se ci penso un po’, sì. Sono tutti di nazionalità diversa: francesi, americani, svedesi, norvegesi…».

E i nomi dei suoi figli?
«Il primo è Alexandre, francese, ha 4 figlie. Poi ci sono le due sorelle svedesi, Olivia e Sabina, che hanno tre figli ciascuno. Infine Rocco, Lola e Ali, che hanno due figli a testa».

Chi le somiglia di più?
«Rocco fisicamente. Come carattere forse Lola: non sta mai ferma».

Sanno che non sta bene?
«Sì».

Sono venuti a trovarla?
«Sì».

Anche Olivia, che in una lettera al «Corriere» scrisse cose molto dure su di lei?
«Quello è stato un imbroglio, Olivia è in rotta con tutta la famiglia: la sera ti dice ti voglio bene e il giorno dopo ti manda una mail feroce. Ci sono rimasto molto male quando l’ho letta perché ha detto cose non vere. Comunque anche lei è venuta a trovarmi all’ospedale, due volte».

Vede ancora le loro madri?
«Preferisco di no. Non è vero che si rimane amici, sono tutte balle».

Kirsti come ha preso la malattia?
«Male, è entrata in crisi. Adesso è partita per andare a trovare Ali a Santo Domingo».

Perché non le ha chiesto di restare?
«Io da solo sto bene. E poi non posso coinvolgere e condizionare tutti nella mia malattia. Kirsti è un “essere umano” molto buono, conciliante e positivo. È raro».

Perché ora ride?
«È John Lennon che disse che la vita è quello che ti succede mentre fai altro? Quando ho detto al mio amico Luciano Benetton che avevo una malattia rara lui mi ha risposto: “Oliviero, tu sei nato con una malattia rara!”».

È venuto a trovarla?
«Ci sentiamo due volte alla settimana, ma non voglio che venga. È impegnativa per me una roba così».

Più di un’intervista?
Resta in silenzio. Poi: «Quando lavoravo in Benetton i veri nemici erano i manager. All’infuori di Luciano, tutti gli altri mi odiavano. Ora mi ha detto: “Avevi ragione tu su di loro”».

Si riferisce al Ponte Morandi?
«Quella è stata una cosa schifosa. Quel Mion lì ha dichiarato di non aver detto niente per paura di perdere il lavoro! Lo prenderei a calci».

A chi si sente più grato?
«Ho imparato da tanta gente speciale. Sicuramente da Don Milani, da Muhammad Ali e da Bob Dylan. A volte una frase, anche di una canzone, è più importante di tanti libri. Oggi mi ha scritto uno studente inglese e mi ha chiesto se nella fotografia la parte artistica è stata alterata dal mio impegno etico. Ma la fotografia è impegno etico! A me non frega niente dell’estetica fotografica. La Guernica di Picasso ha un’incredibile estetica, ma ha soprattutto una forza sociale di memoria e impegno».

Cosa le dà piacere in queste giornate?
«Leggo, guardo in tv l’Inter e certe squadre inglesi. E poi c’è Sinner, che mi dà sollievo nella vita. Ora sono tutti gelosi e invidiosi di lui: tipico degli italiani. Imparerà presto chi sono i veri amici e chi no».

Come lo fotograferebbe?
«Non mentre gioca a tennis. Si vede dallo sguardo che è un ragazzo profondo. Devi fermare quell’attimo lì negli occhi, esprime onestà e capacità. Sinner non è italiano. L’italianità è Fabrizio Corona, è imbrogliona, mafiosa».

Non è troppo severo?
«Quando penso alla nostra reputazione storica… Siamo ricordati perché eravamo fascisti. Pensi agli americani e a cosa hanno fatto. Eppure hanno un’ottima reputazione fatta da cowboy e indiani. Noi siamo inaffidabili come Alberto Sordi».

Cosa c’è dopo, se lo chiede?
«Non mi interessa. Sono a posto con il padreterno, io».

Non spera nemmeno di incontrare sua madre Dolores?
«È una bella fantasia, ma io non ne ho abbastanza per coltivarla. Se la incontrassi adesso sarei più grande di lei. Non era espansiva, mi avrà dato 50 baci in tutta la vita. Mi diceva stai attento, e dal tono capivo cosa intendesse. Era figlia di uno che ha contestato il fascismo e ha bevuto non sa quanto olio di ricino. Sfortunatamente non ho conosciuto mio nonno».

Suo padre Fedele ha fotografato il Duce sia da vivo che da morto.
«A quei tempi non c’era la tv, c’era il Corriere della Sera, dove lui lavorava».

Lo ammirava?
«Sì, non mi sono mai sentito un artista o superiore per quello che facevo. Poi figuriamoci di mio padre. Quando ho finito la scuola, nel 1965, mi sono reso conto che la fotografia di reportage era finita e che ne stava nascendo una più raffinata, nei giornali di moda e di design».

Come le venne in mente di regalare una mountain bike a Fidel Castro?
«Era Benetton. Con Luciano andammo a trovarlo e suggerii di portargliene una. Lui ci chiese il perché e io risposi: “Per tornare in montagna a fare la rivoluzione”. Era carismatico».

Ad Anna Wintour, invece, suggerì di cercarsi un bravo psichiatra.
Ride. «Porina, faceva una pena. Ancora adesso me la fa. Poi un giorno mi chiamò e disse: “Sai che lo psichiatra l’ho trovato e me lo sposo?”. E mi invitò a cena con loro. Lavorava per il New York Magazine, abbiamo fatto tanti viaggi insieme. Poi lei è diventata famosissima e non saluta più nessuno, anche con me fa fatica».

Perché tiene un cartonato della Bellucci?
«Guardi dietro, c’è la sua dedica: è una mia foto. Mi è grata, la portai io a Parigi, aveva 17 anni. Ma lei era già la Bellucci, piena di energia».

Quando è stato al mare l’ultima volta?
«L’anno scorso, prima di ammalarmi».

Ha un mare del cuore?
«No. O forse sì: il lido dove andavo in colonia a Cesenatico. Ero il bambino numero 287, mamma me lo cuciva addosso. Lo uso ancora nei lucchetti delle valigie o dove serve».

In quella foto lei e Aldo Coppola avete un sorriso bellissimo.
«Eravamo amici fraterni, nati nello stesso quartiere a Milano, lui figlio del barbiere, io del fotografo. Giocavamo in corso Como: al 10 c’era il deposito della Coca Cola, noi andavamo a pulire le bottiglie e loro ce ne regalavano qualcuna. Era sfruttamento minorile». Ride.

Cosa la fa ancora arrabbiare?
«La Meloni con il suo vittimismo! Una che non sa dire “sono anti fascista” che cos’è? Non sono capaci di governare, non hanno nessuna scusa. Ma gli italiani sono fatti così. Guardi in America come si ribellano. In un mese viene fuori l’entusiasmo, la creatività…».

Il momento più bello della sua vita?
«Sono stato particolarmente privilegiato e fortunato, lo dico veramente. Già essere nato dove sono nato, con la famiglia che ho avuto, laica e libera. Poi ho avuto due sorelle maggiori super. Marirosa, in particolare, che è mancata lo scorso anno: aveva 11 anni più di me, è stato come avere una mamma giovanissima. Era un’artista, all’avanguardia, mi ha molto segnato. Anche Brunella, eh».

Si è pentito di qualcosa?
«Mi pento delle cose che non ho fatto, non di quelle che ho fatto. Potrei farmi incatenare, ma non perderei il senso di libertà. Ora sono come incatenato, ma sono libero di pensare come penso e di agire come penso dovrei».

Le dispiace che sia andata così?
«Mi domando se non sarebbe stato meglio un problema di demenza, ma con un corpo sano. Sarebbe stato peggio per gli altri».

I medici hanno detto quanto tempo le resta?
«Non si sa. Certo che vivere così non mi interessa. Bisogna che chiami il mio amico Cappato, lo conosco da quando era un ragazzo. Ogni tanto mi vien voglia. Gliel’ho detto già una volta e lui mi ha chiesto se sono scemo».

Ha davanti la lampada di Aladino: esprima tre desideri.
«Eliminare l’ingiustizia, che vuol dire le differenze sociali ed economiche. Eliminare la violenza. Eliminare tutto ciò che è tossico».

Non ne ha usato nessuno per guarire.
«Quello è egoismo totale».

È ateo?
«Non sono ateo. Solo, non partecipo a tutto questo, non mi interessa il tema».

Ha deciso come vuole essere salutato?
«Non voglio un funerale. Mi portino a bruciare e via. Sono sempre stato laico, neppure i miei figli ho battezzato. Vivere vuol dire anche morire, eppure nessuno parla della morte. Si vive come imbrogliandosi, perdendo tempo».

Lei ne ha perso tanto?
«Ho cercato il meno possibile. Non ho mai dormito fino alle 9, neppure la domenica».

Al Museum für Gestaltung di Zurigo c’è una sua mostra. È andato a vederla?
«Ha battuto tutti i record: doveva finire a metà settembre e invece la prolungano fino alla fine dell’anno. Pensare che ci passavo davanti, quando ero studente, ammirando chi riusciva a esporre lì. E adesso ci sono io. Non sono ancora andato. Magari, quando torna, mi ci accompagna Ali. E poi magari proseguo il viaggio con Cappato. Farebbe molto ridere».

Le foto delle campagne di Oliviero Toscani

Provocatorio, blasfemo, mai banale, sempre impegnato.

Toscani fotografo ha lasciato nella società la traccia indelebile delle sue idee

Valentina Santarpia per

Cavalli che si accoppiano, prelati che si baciano, preservativi come fiaccole volanti, abbracci nudi, cuori pulsanti, gay che spingono passeggini, malati di Aids: le campagne di Oliviero Toscani, fotografo che non temeva di scandalizzare, morto oggi a  82 anni, raccontano la storia del nostro Paese.  

Al Corriere disse: «Non voglio essere ricordato per una foto, ma per l’insieme, per l’impegno». Eppure il suo nome è legato a centinaia di scatti, molti di grande impatto emotivo, che testimoniano il suo lavoro, ma anche l’impegno civile, e che rimarranno nella storia della fotografia, della pubblicità, ma anche e soprattutto della nostra società, per aver rappresentato fenomeni e tendenze che la stessa società non voleva ammettere o includere. 

Le sue prime campagne celebri sono legate al nome di Benetton, suo grande amico, che avevano un chiaro intento di denuncia anti-razzista e anti-clericale. Ma col tempo il suo nome è stato associato a spot, realizzati non solo per fini commerciali, sempre legati ad un’idea, una spinta in avanti, una denuncia precisa. Senza sconti per nessuno, sfidando denunce e critiche mondiali. 

Nuova campagna Oliviero Toscani per Benetton, autunno-inverno 2018, "Nudi come"

Come la campagna improntata sui corpi, con modelli di tutte le nazionalità che nella loro nudità rappresentano l’eguaglianza dell’essere umano: una chiara campagna antirazzista. Lo spot fu di grande di impatto: nove ragazzi e ragazze, di diverse etnie, svestiti, che si abbracciano e una voce che cita il Cantico delle Creature di San Francesco. Un inno a spogliarsi delle ricchezze e delle convenzioni per immedesimarsi in una realtà di «gioiosa confusione». «C’è la rivoluzione che diventa confusione perché toglie l’identità certa all’Oriente e all’Occidente», dice il narratore, auspicando un mondo multiculturale. «Il Cantico avvicina al Cielo e sottomette il mondo» è la conclusione del video, diffuso nel 2018. 

Il fotografo Oliviero Toscani alla presentazione della sua mostra a Milano 'Oliviero Toscani. Professione fotografo', Milano, 23 giugno 2022. ANSA/DANIEL DAL ZENNARO

Il bacio tra il prete e la suora ha bisogno di pochissime spiegazioni. È una delle sue foto più note, con la quale Toscani tenta un esperimento, nel 1991: la reazione provocata dal guardare. La visione di due bellissimi giovani in un bacio tenero e per niente volgare è più forte di quella dettata dalla conoscenza, che ci dice che un prete e una suora non possono baciare? Ma venne considerato scandaloso, simbolo di una critica evidente al mondo cattolico da chi evidentemente aveva idee molto laiche. Il fotografo fu condannato in primo grado, per poi essere assolto in Appello, per vilipendio alla religione cattolica per alcune dichiarazioni: «Papa Bergoglio dice cose banali», «fanno santo Wojtyla che era contro il preservativo in Africa, un assassino».

Oliviero Toscani ad Otranto

Tre cuori assolutamente identici di tre individui con la pelle diversa: anche in questo caso l’immagine choc ricordava quanto possano essere ridicole le motivazioni che portano gli individui a discriminare gli essere umani per caratteristiche come il colore della pelle. 

Oliviero Toscani ad Otranto

Nel 1973 Oliviero Toscani firma, nel suo stile che diverrà iconico e inconfondibile, le pubblicità dei jeans a marchio italiano Jesus assieme ai copywriter Emanuele Pirella e Michael Goettsche. La campagna si compone di due immagini con relativo claim. La prima riprende il busto androgino di un modello con i jeans sbottonati che lasciano intravedere in penombra il pube senza biancheria e recita: «Non avrai alcun jeans all’infuori di me». La seconda pubblicità, mostra il lato B della modella Donna Jordan con un paio di pantaloncini cortissimi e lo slogan «Chi mi ama, mi segua»

Il 17 maggio 1973 il Vaticano, tramite il quotidiano L’Osservatore Romano, accusa gli ideatori della pubblicità di blasfemia. Il giorno seguente, alla sede dell’agenzia pubblicitaria si presenta un maresciallo della Buoncostume, su mandato di un pretore, per sequestrare i manifesti e le fotografie relative ai jeans Jesus.

L’immagine fu letta come l’emblema di una rivoluzione giovanile e sessuale in atto in quegli anni, ma non fu esente da polemiche. Lo scrittore e poeta Pier Paolo Pasolini scrisse un articolo sul Corriere della Sera, definendo profeticamente questa pubblicità come «il nuovo spirito della seconda rivoluzione industriale» anticipatore dei valori che andavano mutando.

La copertina della rivista "sanfrancesco" di dicembre 2016, dei frati della basilica di San Francesco d'Assisi, con una foto di Oliviero Toscani che ritrae un bambino adagiato su un elmetto militare. Perugia, 19 dicembre 2016. ANSA/UFFICIO STAMPA BASILICA SAN FRANCESCO  +++ ANSA PROVIDES ACCESS TO THIS HANDOUT PHOTO TO BE USED SOLELY TO ILLUSTRATE NEWS REPORTING OR COMMENTARY ON THE FACTS OR EVENTS DEPICTED IN THIS IMAGE; NO ARCHIVING; NO LICENSING +++

Uno scatto provocatorio, quello di Oliviero Toscani, che parla più di qualsiasi altro articolo. La foto in copertina, della rivista San Francesco di dicembre 2001, ritrae un bambino adagiato in un elmetto militare. «È una mia vecchia foto fatta mentre c’era la guerra nella ex Yugoslavia. Ma siccome le guerre non finiscono mai, i bambini continuano a nascere negli elmetti. Per fortuna – disse il fotografo – Giuseppe era un falegname, non un soldato». L’immagine proposta da Toscani è di forte impatto e mette a nudo la realtà mondiale: conflitti che falciano la vita tra i civili senza nessuna distinzione, uccidono bambini o li rendono orfani.

199904- ROMA- KOSOVO: UNA MACCHIA DI SANGUE, CAMPAGNA TOSCANI PER PROGUGHI- Una macchia di sangue, il logo della nuova campagna mondiale  di Oliviero Toscani per la Benetton a favore degli organismi che assistono i rifugiati del Kosovo, a partire dall'Alto Commissariato delle Nazioni Unite e , per l'Italia, della missione Arcobaleno , del Consorzio italiano di Solidarieta'  e  della Associazione per la Pace. ANSA/JI

Una macchia di sangue, il logo della campagna mondiale di Oliviero Toscani per la Benetton a favore degli organismi che assistono i rifugiati del Kosovo, a partire dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite e, per l’Italia, della missione Arcobaleno, del Consorzio italiano di Solidarietà e della Associazione per la Pace.

20050901 - MILANO - CRO - MODA: O. TOSCANI, DUE UOMINI CHE SI TOCCANO NON E' SCANDALOSO -   Una delle immagini realizzate da Oliviero Toscani per la griffe Ra-re. La campagna  pubblicitaria ritrae due uomini che 'scherzano simpaticamente sulla loro sessualita', non smentendo il carattere trasgressivo e provocatorio dello stile di Toscani, che afferma : 'Massima liberta' di comportamenti, d'interpretazione. Anche questo e' il senso della moda e del costume'. MATTEO BAZZI / ANSA / RED

Una delle immagini realizzate da Oliviero Toscani per la griffe Ra-re. La campagna pubblicitaria ritrae due uomini che «scherzano simpaticamente sulla loro sessualita», non smentendo il carattere trasgressivo e provocatorio dello stile di Toscani, che afferma : «Massima libertà di comportamenti, d’interpretazione. Anche questo è il senso della moda e del costume».

Persone visitano la mostra a Milano 'Oliviero Toscani. Professione fotografo' esposta a Palazzo Reale, Milano, 23 giugno 2022. ANSA/DANIEL DAL ZENNARO

È morta a soli 28 anni la modella e attrice francese Isabelle Caro, gravemente anoressica, che Toscani aveva fotografato, nuda, nel 2007, in una campagna realizzata per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla gravità di questo disturbo/malattia psicosomatica. L’immagine della Caro, solo 31 chili per 1 metro e 65, esibita senza veli nelle foto di Toscani su grandi cartelloni pubblicitari fece molto discutere – suscitando, all’epoca, scalpore e roventi polemiche.

Le foto delle campagne di Oliviero Toscani

Il manifesto di Oliviero Toscani commissionato da Donna Moderna nel 2008: su uno sfondo bianco compaiono, listati a lutto, i nomi di due bambini, Mario e Anna, nudi, il maschio con la scritta “carnefice” e la femmina con la scritta “vittima”. Un evidente richiamo alla violenza contro le donne e alla cultura maschilista e patriarcale che la provoca. 

19990709-ROMA-SPR: PUBBLICITA': VIERI, DA UOMO MERCATO A OGGETTO IN VETRINA.     Christian Vieri esposto in vetrina come oggetto di lusso, praticamente nudo e con il cartellino del prezzo (90 miliardi) bene in vista e con l' azzeccato slogan  " Nessun limite di spesa prefissato " , sul set della pubblicita' della Diners Club International, la carta di credito che ha scelto il centravanti di tutti i mondi come testimonial. Ideata da Armando Testa, la campagna pubblicitaria (quotidiani e poster murali) ha l' efficacia dello choc in stile Oliviero Toscani.    ANSA / PAL

Christian Vieri esposto in vetrina come oggetto di lusso, praticamente nudo e con il cartellino del prezzo (90 miliardi) bene in vista e con l’azzeccato slogan «Nessun limite di spesa prefissato», sul set della pubblicità della Diners Club International, la carta di credito che aveva scelto il centravanti di tutti i mondi come testimonial. Ideata da Armando Testa, la campagna pubblicitaria (quotidiani e poster murali) ha l’efficacia dello choc in stile Oliviero Toscani.

A15 - 19980911 - RUHPOLDING (BAVIERA) - CRO - PUBBLICITA': TOSCANI PER BENETTON ''SCOPRE'' L' HANDICAP - Una delle foto di Oliviero Toscani per la nuova campagna di comunicazione Benetton Autunno/Inverno 1998 impostata sui disabili. La campagna di stampa e il catalogo sono stati presentati oggi in un incontro con i giornalisti a Ruhpolding in Germania, nel quale sono intervenuti lo stesso Toscani e Susanna Tamaro. ANSA

Una delle foto di Oliviero Toscani per la campagna di comunicazione Benetton Autunno/Inverno 1998 impostata sui disabili. La campagna di stampa e il catalogo furono presentati insieme a Susanna Tamaro.

20071002 - ROMA - POL - Il premier Romano Prodi  tra il portavoce del governo Silvio Sircana e il ministro della Sanita' Livia Turco e con il fotografo Oliviero Toscani durante la conferenza stampa a Palazzo Chigi per presentare la campagna pubblicitaria sulla Sanita'.    MAURIZIO BRAMBATTI/ANSA/BT

Il premier Romano Prodi con l’allora ministra della Sanità Livia Turco e Toscani durante la conferenza stampa a Palazzo Chigi per presentare la campagna pubblicitaria sulla Sanità: correva l’anno 2007.

Oliviero Toscani morto, gli scatti celebri

Una banana e un pisello con due scritte contrapposte: uomo e bullo. Sono questi gli elementi fondamentali di una campagna contro il bullismo ideata dal fotografo Oliviero Toscani e finanziata dalla Provincia di Bolzano nel 2009. L’iniziativa si inseriva nel progetto altoatesino Fair Playcontro ogni forma di estremismo. 

Oliviero Toscani morto, gli scatti celebri

Spingono felici un passeggino e si baciano in bocca i due gay
protagonisti della seconda parte della campagna pubblicitaria ideata da Toscani per il marchio Rare. Questa volta il fotografo aveva inserito nei nuovi soggetti anche una coppia femminile in atteggiamento saffico. 

Oliviero Toscani morto, gli scatti celebri

Il manifesto della campagna di sensibilizzazione nazionale del ministero del
Welfare contro l’abbandono dei cani per la strada. Testimonial d’eccezione un jack russel che guarda l’obiettivo e che si rivolge direttamente agli uomini: «Tu di che razza sei? Umana o disumana?».  In basso un appello accorato che parla in prima persona: «Lasciami da un parente, da un amico, in una pensione, in un canile, ma non lasciarmi per strada. Pensaci: abbandonare un animale è un reato penale». 

Oliviero Toscani morto, gli scatti celebri

«Amore carrà» – Lo spot del nuovo programma di Raffaella Carrà
diretto da Oliviero Toscani, nel 2006. 

Oliviero Toscani morto, gli scatti celebri

Una delle tante immagini choc di Toscani sull’Aids: le sue campagne contribuirono ad ampliare il dibattito sulla malattia e a diffondere la cultura della prevenzione. 

Oliviero Toscani morto, gli scatti celebri
David Kirby, malato morente di AIDS, ritratto per la campagna pubblicitaria Benetton nella sua stanza dell’Ohio State University Hospital nel maggio del 1990.
Oliviero Toscani morto, gli scatti celebri
Preservativi come lanterne volanti: un’altra delle foto per la campagna anti-Aids 
19990928-ROMA-CRO: MOSTRE:  " OLIVIERO TOSCANI AL MURO " .       Luciano Benetton (S) e il fotografo Oliviero Toscani posano davanti a un' immagine pubblicitaria dello stesso Toscani durante la presentazione alla stampa della mostra  " Oliviero Toscani al muro - L' arte visiva della comunicazione pubblicitaria United Colors of Benetton " , che viene inaugurata oggi al Museo delle Arti e tradizioni popolari, a Roma.     DANILO SCHIAVELLA / ANSA / PAL

Luciano Benetton e il fotografo Oliviero Toscani posano davanti a un’immagine pubblicitaria dello stesso Toscani durante la presentazione alla stampa della mostra «Oliviero Toscani al muro – L’ arte visiva della comunicazione pubblicitaria United Colors of Benetton» che si tenne al Museo delle Arti e tradizioni popolari di Roma nel 1999: due cavalli che si accoppiano, un’altra delle provocazioni di Toscani per attirare l’attenzione del pubblico. 

Le foto delle campagne di Oliviero Toscani

Oliviero Toscani amava scherzare con le immagini «pornografiche», svestendo la sessualità dei connotati negativi: qui in posa davanti a una gigantografia del Calendario 2011 del Consorzio Vera Pelle Italiana Conciata
al Vegetale, con una sua fotografia nella quale appare in primissimo piano un pube femminile. Era il 13 gennaio 2011, a Pitti Uomo alla Stazione Leopolda di Firenze. 

Le foto delle campagne di Oliviero Toscani

Una sala del Museo Preistorico Etnografico Luigi Pigorini di Roma allestita
con grandi pannelli che riproducono fotografie di Oliviero Toscani in occasione della mostra, del 2001, «Osteoporosi: un’ indagine fotografica di Oliviero Toscani», organizzata in collaborazione con l’ International Osteroporosis Foundation (IOF) e con la Deutsches Gruenes Kreuz fur Gesundheit. L’obiettivo dell’esposizione era quello di presentare una visione «forte» ma informativa della malattia: venivano illustrati i dati relativi all’ osteoporosi, i suoi effetti deleteri e le speranze su cui
può contare chi ne soffre. Le immagini di grande impatto mostravano con molta forza che l’osteoporosi frequentemente è in grado di peggiorare la qualità della vita di una persona. Ancora una volta, il suo sguardo sulle cose che denunciava un problema sottovalutato, il suo dito puntato su un sistema che non accoglieva e non curava i mali della gente

“Toscani nelle ultime ore ascoltava ‘Forever young di Bob Dylan”

Il cardiologo Michele Emdin che lo curava: “Non temeva la morte e la sua testa era ancora giovane”

Michele Bocci per

“Possa tu essere sempre coraggioso rimanere eretto e forte e possa tu rimanere per sempre giovane”. Sono i versi di “Forever young”, la canzone che nel 1974 Bob Dylan dedicò al figlio e che la figlia di Oliviero Toscani ha fatto ascoltare al padre, insieme a brani di Lucio Dalla, quando il grande fotografo stava morendo, la scorsa notte. “Se ne è andato serenamente, questo lo posso assicurare”, dice Michele Emdin, il professore della cardiologia della Fondazione Monasterio di Pisa che ha seguito Toscani da quando si è ammalato di amiloidosi. Il medico è commosso, ha anche scritto una poesia dedicata al fotografo milanese.

Professore, quando è morto Oliviero Toscani?

“Alle 3.30 della scorsa notte (12 gennaio). E’ morto serenamente, circondato dai suoi affetti più importanti nella rianimazione dell’ospedale di Cecina. Ascoltando la sua musica preferita, che la figlia gli ha messo sul cuscino. Bob Dylan, Lucio Dalla”.

Lei lo aveva ricoverato prima di Natale.

“Sì, era stato a Pisa due mesi. Le sue condizioni erano in ripresa, la malattia si era stabilizzata, tanto che aveva ricominciato a prendere peso”.

Dopo le feste c’è stata una crisi?

“Il problema è stata una setticemia, un’infezione partita dalla colecisti. Non è una cosa direttamente legata alla sua malattia. Ma quando c’è una setticemia c’è uno shock, che in questo caso si inserita su un quadro generale di fragilità. Devo dire che all’ospedale di Cecina i colleghi che lo hanno seguito sono stati bravissimi. Sono stato a trovarlo sabato pomeriggio, ho parlato con i familiari”.

Che rapporto avevate?

“La nostra non era più una relazione medico-paziente. In questi due anni eravamo diventati amici, per me era una persona importante, avevo intrecciato anche rapporti con i suoi familiari. Ne parlo anche nella mia poesia, il nostro rapporto è diventato stretto, lo ascoltavo raccontare ‘sprazzi scintillanti di vite parallele’”.

Che paziente era Oliviero Toscani?

“Non temeva la morte ma, come diceva Dante, aveva ‘la malattia in gran dispetto’. Si sentiva prigioniero di un corpo malato ma la sua testa era ancora giovane, quella di un ragazzo. Era un paziente modello, seguiva tutte le indicazioni, ma era anche anche un filosofo, più che un fotografo”.