
PER UN PUGNO DI DOLLARI – TRUMP STA DANDO IL COLPO MORTALE AL BIGLIETTO VERDE: LA VALUTA AMERICANA È IN CADUTA LIBERA E SI ATTESTA AI MINIMI DAL 2024, MENTRE L’EURO SALE A 1,1282 PORTANDOSI AI MASSIMI DAL 2022 – L’ECONOMISTA BARRY EICHENGREEN: “IL DOLLARO SCONTA LE SCELTE CAOTICHE DELLA SUA PRESIDENZA. NON SI CAPISCE COSA VUOLE L’AMMINISTRAZIONE. HA DUE OBIETTIVI CHE CONFLIGGONO TRA DI LORO: RAFFORZARE IL DOLLARO COME MONETA DI RISERVA DEL MONDO O DEPREZZARLO. A UN CERTO PUNTO DOVRANNO SCEGLIERE…”
SPROFONDA LA BORSA DI TOKYO, IL NIKKEI PERDE IL 5%
(ANSA) – Sprofonda la Borsa di Tokyo per le preoccupazioni sui dazi e sulla scia del crollo di Wall Street. L’indice Nikkei è in forte calo: dopo l’apertura in negativo, nelle prime contrattazioni cede il 5,0%, dopo il rimbalzo fino al 9,1% di ieri seguito all’annuncio della sospensione per 90 giorni dei dazi in molti Paesi decisa dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump.
BORSA: SHANGHAI APRE A -0,13%, SHENZHEN A -0,76%
(ANSA) – Le Borse cinesi aprono la seduta in territorio negativo sulle perdite di Wall Street alimentate dalla paura di una guerra commerciale senza esclusioni di colpi fra Stati Uniti e Cina e dai timori sui danni che i dazi potrebbero causare all’economia mondiale con lo spettro di una lunga recessione: l’indice Composite di Shanghai cede lo 0,13%, a 3.219,51 punti, mentre quello di Shenzhen perde lo 0,76%, a quota 1.854,16.
BORSA DI SINGAPORE SALE, STI +5,4%
(ANSA) – Il 10 aprile l’amministrazione Truman ha annunciato la sospensione per 90 giorni dei recenti “dazi reciproci”, con l’eccezione della Cina, per la quale le tariffe sono state aumentate al 125%. La notizia ha spinto al rialzo la Borsa di Singapore, con l’indice ST (STI) in crescita del 5,4%. Il 2 aprile l’amministrazione aveva introdotto i nuovi dazi, prevedendo una tariffa del 10% su tutte le importazioni e aliquote più elevate per circa 60 paesi.
DOLLARO IN CADUTA LIBERA, L’EURO SALE AI MASSIMI DAL 2022
(ANSA) – Il dollaro è in caduta libera sulle principale valute, attestandosi ai minimi dal 2024. Sulla valuta americana pesano le decisioni della Casa Bianca sui dazi e l’incertezza sull’andamento della crescita economica. L’euro sale a 1,1282 sul biglietto verde, in aumento dello 0,8% e portandosi ai massimi da inizio 2022, dopo aver toccato anche 1,1376 nella notte. Sul dollaro si rafforzano anche la sterlina a 1,3015, in aumento dello 0,3%, e il franco svizzero a 1,2202, in crescita dello 0,6% ai massimi storici.
Dazi, l’economista Eichengreen: “Gli Usa puntano sul dollaro forte ma ora lo deprezzano”
Il docente dell’università californiana di Berkeley sulle mosse valutarie della Casa Bianca
Barry Eichengreen insegna a Berkeley ed è uno dei maggiori esperti di moneta al mondo. A Repubblica, il grande economista americano spiega quali sono stati gli effetti dei dazi sul dollaro e cosa rischierebbe l’Europa se l’America promuovesse massicciamente, come ha già annunciato, le stablecoin, monete private legate al dollaro.
Professore, i dazi di Trump hanno indebolito il dollaro. Normalmente dovrebbe accadere il contrario, ma probabilmente i mercati stanno scontando il rischio di una recessione e reagendo all’attuale fuga dai bond statunitensi. Che effetto fanno le politiche commerciali della Amministrazione americana sul biglietto verde?
«A dicembre ho scritto sul Financial Times che l’elezione di Trump avrebbe rafforzato il dollaro nel breve termine perché i mercati avrebbero reagito positivamente alle sue promesse del taglio delle tasse e di una deregulation finanziaria. Ma che nel lungo termine il dollaro avrebbe scontato le scelte caotiche della sua presidenza. Ed è esattamente ciò che sta accadendo».
La presidente della Bce Christine Lagarde si è detta preoccupata per l’eccessiva dipendenza dell’Europa dai sistemi di pagamento stradominati da circuiti americani. Pensa che Trump possa estendere la sua guerra commerciale anche a questo tipo di servizi?
«Non mi sembra che Trump lo abbia ancora minacciato. Ma appena si renderà conto della dipendenza europea da queste aziende americane, non escludo che cercherà di approfittarne».
Il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha dichiarato che “faremo in modo che il dollaro resti la valuta di riserva dominante nel mondo e useremo le stablecoin per farlo”. Cosa vuol dire, anche per il settore bancario?
«Non si capisce. Bessent ha due obiettivi che configgono tra di loro: rafforzare il dollaro come moneta di riserva del mondo e deprezzarlo. A un certo punto dovrà scegliere. E da questo punto di vista le stablecoin mi sembrano un diversivo».
Quanto sono stabili le stablecoin, anche se si usa il dollaro come collaterale?
«Se sono garantiti solo parzialmente, rischiano di suscitare una reazione tipo corsa agli sportelli. Mentre se il collaterale è eccessivo, non sono attraenti. Se ti devo dare più di un dollaro in cambio di una stablecoin ovviamente non è più conveniente per qualcuno impegnato a fare affari in modo legale».
Perché Trump sta investendo così tanto sulle stablecoin?
«Personalmente credo che la sua famiglia pensa di poter fare rapidamente profitti grazie alle stablecoin – ed è già accaduto. Dal punto di vista delle sue policy, perché dal settore delle valute cripto è arrivato e continua ad arrivargli un grande contributo finanziario».
Lei pensa che Amazon e Facebook possano essere tentate dall’emissione di stablecoin?
«Assolutamente. Hanno tentato di farlo in passato, perché non dovrebbero riprovarci».
Si riferisce alla “minaccia” di Facebook nel 2019 di lanciare Libra.
«Sì. E Amazon e X vogliono fondare delle banche. Vogliono essere i proprietari delle stablecoin più dominanti, nel caso che diventino un’alternativa seria alle banche. Non sto dicendo che lo faranno, ma sto cercando di far capire cosa motiva le aziende Big Tech».
Un euro digitale potrebbe essere una risposta?
«Un euro digitale sarebbe un modo, per le economie europee, di ridurre, almeno in parte, la loro dipendenza dal dollaro e dal sistema bancario americano sul fronte delle transazioni cross-border».
I piani di Trump sulle stablecoin sono una guerra delle valute?
«Secondo me si sbaglia a pensare che ci possa essere un qualsiasi metodo – o logica – dietro alle decisioni di Trump».
TRUMP, PROGRESSI PER FERMARE LA GUERRA RUSSO-UCRAINA
(ANSA) – WASHINGTON, 10 APR – “Stiamo facendo progressi per fermare la guerra russo-ucraina”: lo ha detto Donald Trump in una riunione di governo, dicendosi convinto che “alla fine troveremo qualcosa di buono per entrambi i Paesi”. Il presidente ha espresso inoltre il suo apprezzamento per la liberazione di Ksenia Karelina da parte di Mosca.
SI DIMETTE L’AMBASCIATRICE USA IN UCRAINA
(ANSA) – WASHINGTON, 10 APR – L’ambasciatrice americana in Ucraina, Bridget Brink, si è dimessa dall’incarico. La notizia anticipata da alcuni media è stata confermata dalla portavoce del dipartimento di Stato, Tammy Bruce, in un briefing con la stampa. Brink è stata nominata per l’incarico dall’ex presidente Joe Biden e ha prestato servizio come ambasciatrice a Kiev dal maggio 2022. “Le auguriamo ogni bene”, ha detto la portavoce del dipartimento di Stato. Secondo fonti informate sarebbe stata una decisione dell’ambasciatrice.
FT, AMBASCIATRICE USA A KIEV LASCIA PER DIVERGENZE CON TRUMP
(ANSA) – ROMA, 11 APR – L’ambasciatrice statunitense in Ucraina Bridget Brink lascerà l’incarico a causa delle crescenti divergenze politiche con l’amministrazione Trump. Lo scrive il Financial Time. Brink, scrive il FT, “era sottoposta a crescenti pressioni da parte di importanti esponenti dell’amministrazione Trump che dubitavano della sua volontà di sostenere la loro strategia sull’Ucraina”. Le sue dimissioni, spiegano fonti a Ft, è anche legato “al deterioramento del suo rapporto di lavoro con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, sebbene questo non sia stato il motivo della decisione”.
MEDIA, OGGI L’INVIATO USA WITKOFF INCONTRA PUTIN
(ANSA) – ROMA, 11 APR – L’inviato del presidente Trump Steve Witkoff è in Russia e dovrebbe incontrare oggi il presidente Vladimir Putin. Lo scrive Axios. Si tratterebbe del terzo incontro tra Witkoff e Putin mentre Trump spinge per un cessate il fuoco nella guerra tra Russia e Ucraina. Trump è frustrato dal fatto che i negoziati non abbiano fatto molti progressi nelle ultime settimane e la scorsa settimana ha affermato di essere “furioso” per i commenti fatti da Putin sull’Ucraina.
Un aereo americano dello stesso tipo normalmente usato da Witkoff è atterrato stamane all’aeroporto di San Pietroburgo, secondo quanto riferito dall’agenzia Ria Novosti. Secondo il servizio Flightradar24, il velivolo, un Gulfstream G650ER decollato dalla Florida, è arrivato allo scalo di Pulkovo della metropoli russa alle 09.20 ora locale (le 08.20 ora italiana).
LONDRA, ACCELERIAMO I PIANI PER KIEV MA RESTANO INCOGNITE
(ANSA) – BRUXELLES, 10 APR – “I nostri piani sono dettagliati, sostanziali e reali. Ma ci sono alcune incognite ben note che non possono essere risolte sino a che non saranno conclusi i negoziati di pace fra russi e americani”. Lo ha detto il ministro della Difesa britannico, John Healey, incontrando la stampa internazionale, tra cui l’ANSA. I volenterosi ora “accelereranno” il processo di pianificazione su 4 punti: “la sicurezza in cielo, mare e terra” nonché “la rigenerazione” delle forze ucraine.
“Gli Usa – ha aggiunto – si stanno assumendo la responsabilità di negoziare la pace e in questo senso avranno una certa responsabilità, e un ruolo, nel garantirla a lungo termine. Ciò che la Coalizione può fare è rafforzare la capacità di mettere in atto non solo una pace negoziata ma anche una pace duratura”. Il ministro ha poi sottolineato che in queste settimane sono stati coinvolti “200 esperti militari” provenienti dai 30 Paesi della Coalizione e che il “processo non è ancora concluso”. “Di significativo oggi c’è un maggiore slancio e unità dietro la determinazione a vedere una Coalizione che sia disposta a garantire la pace, a scoraggiare la Russia nel lungo termine e quindi a proteggere le nostre nazioni, perché la pace in Ucraina è un bene per la sicurezza europea”.
KALLAS, DALL’EUROPA GIÀ PROMESSI 23 MILIARDI DI AIUTI A KIEV
(ANSA) – BRUXELLES, 11 APR – Gli Stati membri dell’Unione Europea hanno già promesso per il 2025 23 miliardi di aiuti militari all’Ucraina, contro i 20 miliardi del 2024. “Stiamo facendo di più ma non basta, dobbiamo rafforzare i contributi ed è per questo che ci ritroviamo qui”, ha detto l’alto rappresentante Ue Kaja Kallas arrivando alla riunione del Gruppo di contatto per l’Ucraina, presieduto da Gran Bretagna e Germania. “Dobbiamo mettere pressione alla Russia, ne va anche della credibilità di chi ha detto che le morti devono finire”, ha aggiunto.
LAVROV, ‘CHIESTO AGLI USA LA RIPRESA DEI VOLI DIRETTI’
(ANSA) – MOSCA, 11 APR – La Russia ha chiesto agli Stati Uniti di revocare le sanzioni sulla Aeroflot per consentire la ripresa dei voli diretti tra i due Paesi, ma finora non ha avuto risposta. Lo ha detto il ministro degli Esteri Serghei Lavrov, citato dall’agenzia Ria Novosti. Lavrov ha precisato che la proposta è stata avanzata “oltre un mese fa”, prima di un incontro a Riad tra le parti. “Gli americani lo hanno accettato, ma finora non abbiamo visto alcun passo reciproco”, ha aggiunto.
HEGSETH E ZELENSKY COLLEGATI IN REMOTO AL GRUPPO DI CONTATTO
(ANSA) – BRUXELLES, 11 APR – Il segretario di Stato americano Pete Hegseth e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky partecipano entrambi in remoto alla 27esima riunione del Gruppo di contatto, questa volta presieduto da Gran Bretagna e Germania. Lo ha detto il ministro della Difesa britannico, John Healey, aprendo l’incontro.
Tesla ferma sul sito web cinese i nuovi ordini per Model S e X
(ANSA) – La Tesla di Elon Musk ha sospeso l’accettazione di nuovi ordini per i veicoli Model S e Model X sul suo sito web cinese. In base alle verifiche effettuate, lo stop per i due modelli importati nel Dragone della casa americana è esteso anche all’account ufficiale della piattaforma mandarina di messaggistica WeChat della società di e-car.
LA CINA RIALZA CONTRODAZI SUI BENI USA DALL’84% AL 125%
(ANSA) – PECHINO, 11 APR – La Cina ha rialzato i suoi controdazi sulle importazioni dei beni Usa dall’84% al 125%. Lo riferisce il ministero delle Finanze, precisando che le nuove misure entreranno in vigore il 12 aprile.
DAZI: XI, ‘NON ABBIAMO PAURA, NO VINCITORI IN GUERRE COMMERCIALI’
(Adnkronos) – La Cina “non ha paura” della guerra dei dazi scatenata dagli Stati Uniti. Nelle prime dichiarazioni pubbliche, da quando è iniziata l’escalation con l’annuncio del 2 aprile scorso delle tariffe di Donald Trump, Xi Jinping ha scandito: “Non ci sono vincitori nelle guerre commerciali e andare contro il mondo porterà solo all’autoisolamento”.
Citato dall’emittente Cctv con al fianco il premier spagnolo Pedro Sanchez in visita a Pechino, il presidente cinese ha detto ancora: “Per oltre 70 anni lo sviluppo cinese si è basato sull’autosufficienza e sul duro lavoro,, mai sull’elemosina da parte di altri, e non ha paura di alcuna ingiusta repressione”. ”Indipendentemente da come cambierà l’ambiente esterno, la Cina rimarrà fiduciosa, concentrata e si concentrerà sulla gestione dei propri affari”, ha assicurato infine Xi
«L’arma segreta della Cina contro i dazi di Trump è la svalutazione»: ecco perché fa paura a Wall Street
La Banca centrale cinese sta lasciando cadere la quotazione dello Yuan. Obiettivo: sostenere l’export e ridurre l’impatto dei dazi
Il rimbalzo eurofico di Wall Street è durato solo un giorno. La mattina di oggi, giovedì 10 aprile, si è aperta con gli indici principali della Borsa di New York in calo. Dow Jones giù dell’1,6%; Nasdaq, – 2,66%; S&P, – 2,04%. Il clima, quindi, non si è rasserenato , dopo la parziale marcia indietro di Donald Trump. Mercoledì 9 aprile il presidente americano ha concesso, bontà sua, una «moratoria» di 90 giorni ai Paesi travolti dall’ondata di «dazi reciproci». Ma il leader della Casa Bianca non ha cambiato idea sulla Cina. Anzi ha rilanciato, annunciando prelievi doganali pari al 125%. Pechino ha risposto immediatamente con tariffe fino all’84% sulle merci importate dagli Usa.
L’escalation dello scontro tra le due più grandi economie del pianeta mette ansia in prima battuta ai mercati finanziari. Dalle Borse l’allarme si propaga alle aziende e quindi ai governi. Chi si fermerà per primo?
Ora la finanza di Wall Street teme che il Paese guidato da Xi Jinping possa sfoderare un’arma micidiale: la svalutazione della moneta, lo Yuan. I segnali sono già visibili: lo Yuan ha toccato il valore più basso degli ultimi 17 anni nei confronti del dollaro. La Banca centrale cinese ha lasciato scivolare la quotazione della valuta nazionale per sei giorni consecutivi. Un’ulteriore drastica svalutazione avrebbe l’effetto di ridurre notevolmente, se non di azzerare l’impatto dei dazi.
Il rischio è che la guerra commerciale si allarghi a una collisione economica totale, con una corsa al ribasso di altre monete, riducendo il valore della produzione, con potenziali conseguenze su inflazione, investimenti, salari. In una parola sulla crescita. La manovra è rischiosa anche per la Cina: la svalutazione darebbe più sostegno alle esportazioni, ma potrebbe, tra l’altro, causare una fuga disordinata di capitali dal Paese. Per questo motivo finora gli investitori internazionali consideravano questa ipotesi improbabile. Adesso non più. Almeno fino a quando Trump procederà nella sua rotta di collisione con Pechino.
Cina, come replicherà ai dazi Usa e quanto può resistere? Ecco la strategia di Pechino
Il governo cinese non ha intenzione di cedere: «Combatteremo fino alla fine»
Nonostante il dirottamento dei flussi commerciali verso altri Paesi, a partire dalle economie emergenti del cosiddetto Sud Globale, l’interscambio con gli Stati Uniti è ancora solidissimo. Escludendo i blocchi dei Paesi ASEAN (Associazione delle Nazioni del Sud-Est asiatico) e dell’Unione Europea, nel 2024 gli Stati Uniti sono stati il primo partner commerciale della Cina, con un interscambio totale di 688,3 miliardi di dollari e un surplus di 361,1 miliardi. Nel 2024, Pechino ha persino aumentato del 2,7% le esportazioni verso gli Usa, dei quali rappresenta il quarto partner commerciale. Tradotto: Pechino ha molto da perdere.
Eppure, la Cina pare intenzionata a proseguire a rispondere in maniera simmetrica, convinta di non poter mostrare segni di debolezza e consapevole che in ogni caso è proprio lei il principale obiettivo della guerra commerciale lanciata dalla Casa Bianca.
«Vogliono soffocare le nostre esportazioni, è inutile trattare», si legge anche oggi sui media cinesi, che sostengono che i dazi diano a Pechino l’opportunità di investire nelle industrie manifatturiere dei Paesi del cosiddetto Sud globale.
La Cina poggia le sue apparenti sicurezza sulla centralità delle sue catene di approvvigionamento. Nonostante il processo di delocalizzazione avviato già durante il primo mandato di Trump, ancora circa quattro iPhone di Apple su 5 vengono assemblati in Cina.
Alla mezzanotte del 10 aprile di Pechino, le 18 del 9 aprile in Italia, entreranno in vigore le tasse aggiuntive del 34% sulle importazioni dagli Stati Uniti, annunciate prima dell’ultimo 50% imposto da Washington.
Ci si aspettano dunque altre ritorsioni. Tu Zhuxi, blog solitamente molto informato sulle politiche del Partito comunista, avanza diverse opzioni. Tra queste: nuove restrizioni all’import di prodotti agroalimentari statunitensi (che spesso hanno nel mercato cinese la loro prima destinazione), limitazioni al commercio Usa di servizi su consulenza e finanza, riduzione o addirittura messa al bando dei film di Hollywood nei cinema cinesi, stop a qualsiasi collaborazione sul fentanyl o al controllo dei flussi delle sostanze utili alla produzione dell’oppioide. Proprio il motivo originario dei primi due round di dazi imposti dalla Casa Bianca.
Il noto opinionista Min Jinwei prevede invece un ampio pacchetto di stimoli all’economia interna, contemporaneamente a una svalutazione della moneta. Stamattina, in effetti, lo yuan cinese è sceso ai minimi dal settembre 2023. Ma le borse hanno aperto in forte calo, soprattutto Hong Kong che ha iniziato le contrattazioni con un meno 3,14%.
Secondo Bloomberg, il governo avrebbe invece chiesto a una serie di aziende, tra cui il colosso della fast fashion Shein, di non spostare la produzione fuori dalla Cina.
Nel frattempo, Pechino prova a migliorare i rapporti coi vicini asiatici e l’Europa. Dopo la telefonata di ieri tra il premier Li Qiang e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, domani sarà in Cina il premier spagnolo Pedro Sanchez.
Subito dopo, il presidente Xi Jinping andrà in tour nei paesi del Sud-Est asiatico, per cercare sponde nella sua complicata prova di resistenza agli Stati Uniti. Un negoziato tra le due potenze potrebbe comunque partire, ma nessuno vuole mostrare di averne bisogno.
VON DER LEYEN, ‘SENZA INTESA PRONTI A TASSARE LE BIG TECH’
(ANSA) – L’Ue è pronta a introdurre “una tassa sui ricavi pubblicitari digitali” che colpirebbe le Big Tech, se i negoziati con Donald Trump per raggiungere un’intesa commerciale dovessero fallire.
Lo ha detto la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, in un’intervista al Financial Times. Durante la tregua di 90 giorni sui dazi, Bruxelles cercherà un accordo “pienamente equilibrato” con Washington. La leader tedesca ha escluso la possibilità di rivedere le norme chiave Ue sul digitale (il pacchetto Dsa-Dma) o il regime dell’Iva. “Questi aspetti non rientrano nel negoziato perché sono decisioni sovrane”, ha evidenziato.
UE, IN CONTATTO CON CINA SUL SUMMIT, SARÀ DOPO 15 LUGLIO
(ANSA) – “Ci stiamo coordinando con la Cina per stabilire una data dell’incontro, che è previsto tenersi in Cina, nella seconda metà di luglio”: lo spiega un portavoce del Consiglio europeo in merito alle indiscrezioni, circolate in questi giorni, su un summit dei vertici comunitari con Pechino. Il summit dovrebbe tenersi subito dopo il vertice tra Ue e Giappone, che dovrebbe avere luogo nel Paese asiatico.
XI A SANCHEZ, ‘CINA E UE CONTRO PREPOTENZE UNTILATERALI’
(ANSA) – La Cina è pronta a costruire un partenariato strategico completo con la Spagna più focalizzato e dinamico, utile a migliorare il benessere tra i due popoli e “a dare impeto alle relazioni tra Cina e Ue”. Il presidente Xi Jinping, nel mezzo delle tensioni sul commercio e sui dazi con gli Usa, ha detto, incontrando a Pechino il premier Pedro Sanchez, che Cina e Ue “dovrebbero farsi carico delle proprie responsabilità internazionali, mantenere insieme la tendenza della globalizzazione economica e l’ambiente del commercio internazionale, e resistere insieme alle prepotenze unilaterali”, nel resoconto dell’agenzia statale Xinhua.
PECHINO, CONGELAMENTO DEI DAZI USA IN PARTE PER PRESSIONI CINA
(ANSA) – La decisione di Donald Trump di congelare per 90 giorni i ‘dazi reciproci’ sulla generalità dei Paesi, ad eccezione però della Cina, è maturata in parte “grazie alle pressioni” esercitate da Pechino.
“Messi sotto pressione dalla Cina e da altre parti, gli Stati Uniti hanno temporaneamente sospeso l’imposizione delle tariffe reciproche su alcuni partner commerciali”, ha affermato un portavoce del ministero del Commercio, precisando che si tratta “solo di un piccolo e simbolico passo”.
CINA, ‘IGNOREREMO ULTERIORI RIALZI DEI DAZI USA’
(ANSA) – La Cina ha chiarito che “ignorerà ulteriori giochi sui numeri dei dazi statunitensi” che avranno “perso la loro giustificazione economica”. Lo riferisce il ministero delle Finanze, precisando che Pechino tutelerà comunque “con forza i suoi diritti’.
Dazi, l’Europa sospende la reazione ma teme nuove giravolte di Trump
Cambia il clima nei confronti degli Usa. Von der Leyen: condizioni chiare e prevedibili. Se i negoziati con la Casa Bianca dovessero fallire, scatteranno subito le contromisure
L’Unione europea sospende i contro-dazi ma non si fida di Donald Trump. La “pistola” la lascia sul tavolo e avvia il negoziato. Ma rispetto alle scorse settimane c’è un fattore che è venuto definitivamente meno: la fiducia. Nei tre Palazzi delle istituzioni europee è completamente cambiato il clima nei confronti della Casa Bianca.
«Il punto — spiega un alto funzionario della Commissione europea — è che nessuno più considera affidabile il presidente americano. Non sappiamo cosa aspettarci. Quale giravolta. E quindi il negoziato può essere fatto solo per atti formali». Una vera e propria “rivoluzione” rispetto alle relazioni storiche transatlantiche. Un aspetto che sta toccando anche i mercati finanziari e di cui l’Ue sta tenendo conto. Nel mandato alla trattativa ricevuto dal commissario al Commercio, Maros Sefcovic, il nuovo contesto rappresenta una clausola preliminare: discutere l’accordo ma con la certezza che venga rispettato.
Ieri lo stesso Sefcovic ha nuovamente sentito al telefono il collega statunitense, Howard Lutnick, e il rappresentante al Commercio, Jamieson Greer: «La comunicazione costante e gli aggiornamenti quotidiani ci permettono di andare avanti». Ma i negoziati devono essere «significativi». Così l’esponente dell’esecutivo europeo prepara un’altra missione a Washington per dopo Pasqua ma con un’agenda molto più rigida rispetto all’ultimo viaggio. Perché il tono dei colloqui non può più essere quello delle scorse settimane. La Ue vuole trovare un’intesa ma senza gli strappi e le vertigini di questi giorni.
L’Ue pronta al negoziato prepara le contromosse
Ieri mattina, allora, la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha accolto «con favore» l’annuncio di mercoledì sera fatto dal tycoon: «Un passo importante verso la stabilizzazione dell’economia globale». Ormai però ogni valutazione Ue sugli Usa è accompagnata da un “ma”: «Sono essenziali condizioni chiare e prevedibili». Ha poi rilanciato «un accordo tariffario zero a zero tra l’Unione Europea e gli Stati Uniti. L’Ue resta impegnata a condurre negoziati costruttivi con gli Usa, con l’obiettivo di raggiungere un commercio senza attriti e reciprocamente vantaggioso». E ancora un altro “ma”: «Vogliamo dare una possibilità ai negoziati. In attesa di ultimare l’adozione delle contromisure dell’Ue che hanno ottenuto il forte sostegno dei nostri Stati membri, le sospenderemo per 90 giorni. Se i negoziati non saranno soddisfacenti, entreranno in vigore le nostre contromisure. Come ho già detto, tutte le opzioni restano sul tavolo».
E quindi le tariffe, l’intervento sulle “Big Tech”, lo strumento anticoercizione. Persino i quasi due mila miliardi di dollari di debito pubblico americano detenuto nell’area euro. Perché la reazione dei mercati ha modificato gli atteggiamenti anche in questo campo. A Bruxelles sono sicuri che la tensione tra il capo della Fed Powell e Trump possa riflettersi sulla credibilità della Casa Bianca nelle piazze finanziarie.
L’Ue guarda altri mercati
La fiducia non è più quella di una volta. E allora la Commissione adotta ogni precauzione per evitare un futuro incerto costruendo relazioni commerciali anche con altri Paesi che rappresentano l’87% degli scambi mondiali: «Questa crisi ha chiarito una cosa. Il mercato unico è la nostra ancora di stabilità e resilienza». In questo quadro la porta è aperta verso la Cina, l’India, la Svizzera, il Sud Africa. Dopo il patto con il Mercosur, ieri è stato avviato un negoziato con gli Emirati Arabi Uniti «per un accordo di libero scambio». Un progetto che prevede la «cooperazione in settori strategici come le energie rinnovabili, l’idrogeno verde e le materie prime essenziali».
Ossia, le famose terre rare di cui gli Usa sono alla disperata ricerca. Anche rispetto a Pechino, dopo il recente colloquio telefonico tra la leader Ue e il premier cinese, la strategia non cambia: «Il nostro obiettivo — ha spiegato un portavoce di Palazzo Berlaymont — è chiaro, migliorare i rapporti. Vanno però affrontati dei punti, come la parità di condizioni o l’accesso al mercato cinese. Aspettiamo il summit quest’estate». Per Washington l’Ue è ormai un’altra Europa.
YOUTREND, PER GLI ITALIANI TRUMP NON INCARNA VALORI OCCIDENTALI
(ANSA) – ROMA, 10 APR – Presentata oggi a Roma nella sede della Luiss, l’indagine dal titolo “Gli italiani e l’Occidente. Appartenenza e valori” realizzata da Youtrend, con il commento affidato a Lorenzo Pregliasco, Founding Partner della società, in occasione della prima tappa della decima edizione del Festival del Sarà – Dialoghi sul futuro ideato e diretto da Antonello Barone, festival che ha la sua sede centrale a Termoli (Campobasso) e il cui tema è “Incognita Occidentale. Democrazia. Economia. Libertà”.
Questi i principali risultati della ricerca: per gli italiani Trump non incarna tutti i valori occidentali: più capitalismo e individualismo, meno democrazia, uguaglianza e stato di diritto; gli italiani si sentono più appartenenti alla cultura mediterranea (85%) ed europea (83%) che a quella occidentale (81%). Ancor meno alla Nato (67%); per gli elettori di centrosinistra l’Europa primo fattore identitario (83%); per gli italiani i valori dell’Occidente risiedono più nei grandi paesi europei (91%) che negli Usa (85%).
Inoltre ritengono che l’Ucraina è Occidente (66%); la Turchia (22%) e la Russia (24%) no. I giovani sono preoccupati: nella fascia 18-34 anni solo il 43% pensa che l’Italia faccia parte molto dell’Occidente. Inoltre gli italiani criticano le politiche di tutela sociale: poco garantiti poveri e lavoratori precari (83%), comunità Lgbtq+ (64%), migranti e stranieri (63%) e persone con disabilità (63%).
“La nostra ricerca per il Festival del Sarà – ha spiegato Lorenzo Pregliasco di Youtrend – conferma che siamo in una fase di ridefinizione e rimescolamento del concetto di Occidente; un termine che, nell’opinione pubblica italiana, è associato innanzitutto a libertà di parola (78%), democrazia (78%) e capitalismo (77%), più che a equità sociale (56%) e uguaglianza (65%)”. Il Festival del Sarà in questa prima tappa della decima edizione è promosso dalla Camera di Commercio del Molise e può contare sui patrocini della Luiss, dell’ASvIS, dell’Osservatorio economico e sociale Riparte l’Italia, di Motus-E e dell’Associazione Città dei Motori – Anci.
YOUTREND: 75% ITALIANI DICE NO A MUSK-ZUCKERBERG IN POLITICA
(ANSA) – ROMA, 10 APR – Per due italiani su tre è accettabile moderare i contenuti sui social se questo limita la disinformazione. Il dato emerge dall’indagine Youtrend ‘L’Occidente e i suoi valori’, diffusa in occasione della decima edizione del Festival del Sarà in corso a Roma alla Luiss. L’indagine analizza voci quali l’appartenenza identitaria dell’Italia, l’Occidente e i suoi valori e, appunto, il tema della libertà di parola. Emerge dunque che per gli italiani, temi come capitalismo, libertà di parola e democrazia sono i valori più vicini all’Occidente.
Dal focus sulla libertà di parola, risulta che è più vicina ai valori dell’Occidente per laureati e elettori del centrosinistra. Nello specifico: il 65% degli interpellati ritiene utile “moderare attivamente i contenuti pubblicati sui social, limitando fake news e disinformazione ma riducendo la libertà di parola”; il 23% ritiene utile “permettere completamente la libertà di parola sui social, anche a costo di lasciare spazio a disinformazione e fake news”. Gli under 35 e gli over 65 sono i più favorevoli a moderare i contenuti sui social per limitare la disinformazione.
Ancora, il 75% degli italiani vieterebbe ai proprietari di piattaforme di entrare in politica e che sarebbe quindi giusto vietare a Elon Musk e Mark Zuckemberg di ricoprire incarichi politici. Risponde “sicuramente sì” il 53% degli intervistati e “probabilmente sì” il 22%. Il Festival del Sarà è ideato e diretto da Antonello Barone, evento con la sua sede principale a Termoli (Campobasso) in questa prima tappa della decima edizione è promosso dalla Camera di Commercio del Molise.
SEFCOVIC DOMENICA NEGLI USA PER NUOVO ROUND SUI DAZI
(ANSA) – Il commissario Ue al Commercio Maros Sefcovic si recherà a Washington domenica per un nuovo round negoziale sui dazi. Lo ha annunciato il portavoce Ue per il Commercio alla tv irlandese Rte.
DOMBROVSKIS, BIG TECH? C’È SURPLUS USA, TUTTO È SUL TAVOLO
(ANSA) – “Se si considera una categoria con un surplus sostanziale nei beni e un deficit sostanziale nei servizi, quando discutiamo dei titoli di rischio della politica commerciale, ovviamente dobbiamo anche considerare cosa sta succedendo nel settore dei servizi, compresi i servizi digitali, e come è stato delineato dalla Commissione.
Quando discutiamo di contromisure tutte le opzioni sono sul tavolo”. Lo ha detto il commissario Ue all’Economia Valdis Dombrovkis interpellato nella conferenza stampa dopo l’Eurogruppo sui timori del ministro tedesco che ha invitato ad avere cautela nel valutare contro-misure ai dazi Usa sulle Big Tech.
UE, CON CONFERMA DAZI PESO SU PIL USA FINO 3,6%,SU UE 0,6%
(ANSA) – “Secondo le nostre ultime simulazioni con un modello sull’impatto dei dazi statunitensi, il Pil degli Stati Uniti si ridurrebbe dallo 0,8 all’1,4% entro il 2027. L’impatto negativo sull’Ue sarebbe inferiore a quello degli Stati Uniti, circa lo 0,2% del Pil.
Se i dazi fossero confermati permanentemente le conseguenze economiche saranno negative del 3,1-3,6% per gli Usa e 0,5%-0,6% per l’Ue, l’1,2% per il Pil mondiale, mentre il commercio globale diminuirà del 7,7% tra tre anni”. Lo ha detto il commissario Ue all’Economia Valdis Dombrovskis nella conferenza stampa al termine dell’Eurogruppo a Varsavia.

(ANSA-AFP) – COPENHAGEN, 11 APR – La responsabile dell’unica base americana in Groenlandia, il colonnello Susannah Meyers, è stata licenziata a causa della sua critica alla politica dell’amministrazione Trump nei confronti dell’isola artica: lo hanno annunciato ieri le autorità militari americane.
“I comandanti sono tenuti a rispettare gli standard più elevati di condotta, in particolare per quanto riguarda l’imparzialità nell’esercizio delle loro funzioni”, ha scritto in un comunicato lo staff della Forza spaziale degli Stati Uniti.
Su X, un portavoce del Pentagono, Sean Parnell, ha sottolineato che “le azioni volte a minare la catena di comando o a sabotare il programma del presidente Trump non saranno tollerate nel Dipartimento della Difesa”.
Secondo il sito military.com, Susannah Meyers aveva preso le distanze dalle critiche espresse dal vicepresidente JD Vance durante la sua visita alla base il 28 marzo. Vance aveva infatti denigrato l’azione della Danimarca in Groenlandia, accusandola di aver trascurato la sicurezza del suo territorio autonomo.
“Non pretendo di capire la politica attuale, ma quello che so è che le preoccupazioni dell’amministrazione americana discusse dal vicepresidente Vance non riflettono quelle della base aerea di Pituffik”, ha scritto Meyers in una e-mail a tutto il personale della base, civile e militare, rivelato da military.com.


Traduzione di un estratto dell’editoriale
«Sta andando tutto secondo i piani», assicura la Casa Bianca, e viene quasi da sorridere di fronte a questa lettura ottimistica, che tenta di vendere la parziale marcia indietro di Donald Trump sui dazi come un trionfo. In realtà, Trump sta improvvisando, e sarebbe utile se avesse una vera strategia, in particolare nei confronti della Cina.
[…] Il Segretario al Tesoro, Scott Bessent, ha dichiarato che l’obiettivo commerciale degli Stati Uniti è sempre stato isolare la Cina come principale trasgressore. Un approccio che ha le sue ragioni: le pratiche predatorie di Pechino includono attacchi informatici contro aziende e istituzioni americane, furto di proprietà intellettuale, trattamento discriminatorio delle imprese USA in Cina, e la disinformazione sul Covid-19.
Ma non è affatto chiaro cosa vogliano Trump e Bessent dalla Cina, né quale sia la strategia per ottenerlo. Vogliono davvero un disaccoppiamento completo delle due economie? Perché questo sembra suggerire un dazio del 145%. Ma ciò comporterebbe una massiccia discontinuità economica nel breve e medio periodo, considerando che si parla di circa 600 miliardi di dollari di scambi commerciali bilaterali che scomparirebbero o dovrebbero trovare nuove rotte. Un disaccoppiamento selettivo e mirato, limitato ai settori strategici, avrebbe più senso.
Eppure non è questo che dice Trump: mercoledì ha ribadito di sperare ancora in un accordo commerciale con la Cina. I dazi, in questa logica, sarebbero una leva negoziale per costringere il presidente Xi Jinping al tavolo. Il problema è che i dazi sono armi rozze, che colpiscono i consumatori americani tanto quanto gli esportatori cinesi. E i mercati stanno dicendo proprio questo: anche l’economia statunitense ne soffrirà.
C’è poi la contraddizione con cui Trump gestisce altre questioni legate alla Cina. Sta facendo un favore a Xi Jinping rifiutandosi di applicare una legge approvata dal Congresso che impone la vendita di TikTok, controllata dalla cinese ByteDance.
[…] Trump rifiuta anche di imporre sanzioni alle aziende cinesi che acquistano petrolio dalla Russia, contribuendo così a finanziare la macchina bellica di Mosca. Con queste scelte, Trump invia a Xi il messaggio che non è serio nel contrastare gli abusi della Cina.
Se Trump facesse sul serio, la strategia migliore sarebbe quella di coinvolgere gli alleati nella lotta contro il mercantilismo cinese. Ma non sembra interessato neppure a questo. Nella sua prima presidenza ha sprecato l’occasione migliore per isolare la Cina, uscendo dal Trans-Pacific Partnership, un accordo commerciale che escludeva Pechino. La Cina ha poi concluso un proprio accordo con molti dei Paesi abbandonati dagli Stati Uniti.
In questo mandato, Trump sta punendo apertamente quegli stessi alleati di cui avrebbe bisogno per costruire una strategia coerente. Ha imposto dazi al Canada e al Messico, insultando persino l’orgoglio nazionale canadese. Ha colpito il Giappone con il 24% di dazi, la Corea del Sud con il 25%, l’Europa con il 20%, il Vietnam con il 46% — quest’ultimo paradossalmente beneficiario del calo delle esportazioni cinesi verso gli USA dopo i dazi del primo mandato.
Ora questi dazi sono sospesi per 90 giorni, ma tutti questi Paesi sanno bene che Trump potrebbe ripristinarli in qualsiasi momento. Ha anche offeso il Giappone rifiutando che Nippon Steel acquistasse U.S. Steel, nonostante l’impegno a investire miliardi nella manifattura americana. Perché questi alleati dovrebbero fidarsi ora di Trump, se chiede loro di unirsi contro l’avanzata dell’intelligenza artificiale cinese? Se non possono accedere al mercato statunitense, potrebbero dover puntare su quello cinese.
Il problema ideologico di Trump — o almeno uno dei tanti — è la sua ossessione per il disavanzo commerciale degli Stati Uniti, sia con gli amici che con i rivali. Ma il disavanzo, dal punto di vista economico, non è un problema reale. E se esistono problemi commerciali con gli alleati, possono essere affrontati con accordi bilaterali o multilaterali.
Il vero grande problema del commercio globale è l’abuso delle regole del libero scambio da parte del regime autoritario cinese. Ma la politica tariffaria di Trump, disordinata e improvvisata, non risolverà questo problema. Finora, sta facendo più danni alla propria causa e al proprio Paese di quanti ne stia facendo al Partito Comunista Cinese.
COME È RIUSCITO PETER NAVARRO A DIVENTARE L’’’ARCHITETTO” DEI DAZI DELLA CASA BIANCA, CHE STANNO SCONQUASSANDO IL MONDO? UN TIPINO CHE ELON MUSK HA LIQUIDATO COME UN “IMBECILLE, PIÙ STUPIDO DI UN SACCO DI MATTONI”, FU ‘’SCOPERTO’’’ GIÀ NEL PRIMO MANDATO DEL 2016 DALLA COPPIA JARED KUSHNER E IVANKA TRUMP – IL SUO “MERITO” È LA FEDELTÀ ASSOLUTA: NEL 2024 NAVARRO SI È FATTO 4 MESI DI CARCERE RIFIUTANDOSI DI TESTIMONIARE CONTRO ”THE DONALD” DAVANTI ALLA COMMISSIONE D’INCHIESTA PER L’ASSALTO A CAPITOL HILL DEL 6 GENNAIO 2021…
DAGOREPORT
Come è riuscito Peter Navarro a diventare l’’’architetto” dei dazi della Casa Bianca? Un tipino che Elon Musk ha liquidato come un “imbecille, più stupido di un sacco di mattoni” e gli ha dato persino un soprannome chiamandolo “Peter Retarrdo”.
A scoprire le ‘’doti’’ di Navarro, economista che si auto-elogiava nei suoi libri citando se stesso con lo pseudonimo di “Ron Vara”, sono stati, già nel primo mandato del 2016, Jared Kushner e Ivanka Trump. Fu proprio il genero del presidente, navigando su Amazon, a scovare i volumetti anti-cinesi di Navarro.
Anche per il secondo mandato di Trump, è stata la coppia a caldeggiare la “promozione” dell’economista a consigliere con delega al commercio. Il suo “merito”, questa volta, non è l’ostilità a Pechino ma la fedeltà assoluta al capo: nel 2024 Navarro si è fatto 4 mesi di carcere rifiutandosi di testimoniare contro ”The Donald” davanti alla commissione d’inchiesta per l’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2021
La Cina apre, ‘basta prepotenze, veniamoci incontro’
Ma scarica Hollywood, svaluta lo yen e agita lo spettro del debito Usa
La Cina ha rinnovato l’invito agli Stati Uniti per avviare un dialogo, con l’obiettivo di “trovarsi a metà strada” nell’affrontare le crescenti tensioni commerciali.
Questo nel giorno dell’entrata in vigore dei suoi controdazi all’84% sui beni americani e della stretta su Hollywood con il proposito di acquistare un minor numero di film, il soft power a stelle e strisce nel mondo. Mentre i titoli del Tesoro americano mostrano ulteriori segnali di tensione e lo yuan continua la sua marcia al ribasso.
Le tariffe mandarine non sono state corrette al rialzo per pareggiare il 21% ulteriore deciso mercoledì dal presidente Donald Trump, fino al 125%. Anzi, la Casa Bianca ha riferito che l’aliquota totale sull’import del made in China è ora al 145%, includendo il 20% deciso per il fentanyl. Si tratta di livelli troppo elevati che cominciano ad assumere un significato oltre la guerra commerciale. I nuovi dazi sul Dragone, ha notato Alicia Garcia Herrero, capo economista per l’Asia Pacifico di Natixis, “non hanno più importanza. Sono già troppo alti e la Cina non potrà più esportare negli Usa. Dimostrano la determinazione di Trump, riflettono il fatto che la sua amministrazione vuole separarsi dalla Cina a tutti i costi”. In questo contesto rientrerebbero anche i visti revocati agli studenti cinesi negli Stati Uniti anche senza chiare spiegazioni, di cui ha dato conto il Wall Street Journal.
Comunque, la portavoce del ministero del Commercio cinese He Yongqian, ha ribadito che “il dialogo ha principi e la consultazione ha un risultato finale. Non accetteremo mai pressioni estreme e bullismo da parte degli Stati Uniti”, ma ha invitato Washington a “incontrarsi a metà strada”.
Difficile che almeno per ora possa accadere, visto il peggioramento del clima. La portavoce del ministero degli Esteri cinese Mao Ning ha postato su X spezzoni di un video anti-Usa di un intervento di Mao Zedong dell’epoca della Guerra di Corea, segnalando l’irrigidimento delle posizioni di Pechino. Il segretario americano al Commercio Howard Lutnick, per altro verso, ha detto candidamente di non avere alcun contatto con la Cina, né lo ha fatto il segretario al Tesoro Scott Bessent, perché Trump vuole negoziare solo con Xi Jinping. “Se riusciamo a ottenere un contatto, lo passeremo al presidente, e la questione riguarda davvero lui”, ha aggiunto Lutnick, parlando con i media Usa. Ma gli incontri tra leader, anche telefonici, sono preparati da Pechino con puntiglio, fin nei minimi dettagli. E non incoraggia la posizione del tycoon: “Xi è intelligente, faremo un buon accordo”.
Altre note preoccupanti emergono dai mercati. La Cina ha agevolato anche oggi la svalutazione del renminbi scivolato ai minimi dal 2007 sul dollaro, a 7,3518, prima di risalire sull’indiscrezione che i leader di Pechino valuteranno altre misure di stimolo in risposta ai dazi Trump. La Banca centrale cinese ha abbassato per sei giorni consecutivi, seppure moderatamente, il suo fixing, a dimostrazione di una graduale svalutazione della sua moneta per sostenere l’export.
Ma è sui T-bond che la questione si complica, con i rendimenti oscillati ieri in modo anomalo su una regia ignota, ufficialmente. “La Cina sembra disposta a vendere titoli del Tesoro Usa, anche se ciò significa assorbire perdite di capitale. E sembra che non serva molto per aumentare di parecchio il tasso decennale”, ha postato su X l’ex capo economista dell’Fmi Olivier Blanchard. “Detto questo, raddoppiare i dazi Usa sull’import cinese non sembra una strategia vincente. Dato il suo regime politico, in un gioco del pollo, l’autocrazia cinese può assorbire le cattive notizie più a lungo di quanto possa fare l’amministrazione Trump”.
Intanto, Goldman Sachs ha rivisto al ribasso dello 0,5% le stime del Pil cinese per il 2025 e il 2026, rispettivamente al 4% e al 3,5%. E gli economisti vedono ora, con il Dragone in piena deflazione, i rischi crescenti di stagflazione: uno yuan più debole, unito ai dazi, può far salire il prezzo del carburante e di altre importazioni, proprio mentre l’economia è in stallo, provocando una stagnazione.
L’Ufficio Statistiche senza statistiche
Non è chiaro se sia definitivamente scesa una cortina di ferro tra gli Stati Uniti e la Cina o fino a dove arriverà l’attuale fase di avvitamento delle relazioni bilaterali. È già chiaro però che diventerà più difficile capire cosa sta accadendo. Sarà un caso o più probabilmente no, ma l’Amministrazione delle Dogane di Pechino negli ultimi giorni ha operato in silenzio un’impercettibile eppure significativa modifica al suo sito: nella sezione «Statistiche», sono scomparse le statistiche. Non tutte. Solo quelle di cui le dogane di Pechino si occupano in prevalenza, sul commercio da e verso i confini della Repubblica popolare.
Anche in questo caso, la rimozione dei dati non è stata totale. È selettiva: sono scomparsi solo quelli mese per mese, relativi all’andamento delle esportazioni e delle importazioni della Cina durante il 2025 con quasi tutte le economie del pianeta. I dati relativi al 2024 o agli anni precedenti rimangono facilmente consultabili e del resto sono il passato ed erano noti da tempo. Anche quelli su quest’anno avevano iniziato a uscire, sicuramente per quanto riguarda i primi due mesi: da essi si notava, per esempio, un crollo del 10,9% delle esportazioni cinesi verso la Russia in gennaio e febbraio rispetto agli stessi mesi di un anno fa.
Poi tutto è stato rimosso. O almeno non è più consultabile dall’esterno. Non avremo dunque più facile accesso a informazioni sull’andamento dell’export della Cina verso gli Stati Uniti, la Germania, l’Italia, ma anche verso Paesi accusati (dall’amministrazione Trump) di essere usati da Pechino come piattaforme per aggirare i dati americani: Vietnam, ma soprattutto Cambogia, Laos, Thailandia o Malesia.
Inutile chiedere all’Amministrazione delle Dogane perché abbia smesso di pubblicare le sue statistiche mese per mese, privando gli analisti di tutto il mondo di uno strumento prezioso per capire un po’ meglio la Cina e l’economia internazionale. Di certo la coincidenza colpisce. I dati erano ancora disponibili quando Trump ha imposto il primo ciclo di dazi al 10% contro Pechino all’inizio di febbraio ed erano ancora lì quando è arrivato il secondo ciclo di un altro 10% a inizio marzo. Al momento dei dazi «reciproci» su 185 Paesi e dell’escalation contro Pechino, la trasparenza è scomparsa. Forse perché è così che si giocano le sfide geostrategiche, non tanto quelle puramente commerciali. Ed è anche in questi dettagli che tramonta la globalizzazione dell’ultimo trentennio.
Gli amici, la tv accesa su Fox e i bond: le folli 18 ore prima del dietrofront di Trump sui dazi
Il racconto di come e perché il presidente ha deciso di congelare le tariffe: una scelta che non era prevista e non è stata “di cuore”
Altro che decisione «presa di getto», frutto di un’ispirazione «arrivata dal cuore», come l’ha raccontata annunciando la moratoria di 90 giorni sui dazi Donald Trump. Secondo le ricostruzioni fatte ieri da siti e giornali americani, che si completano a vicenda, l’indietro tutta del presidente s’è consumata in 18 frenetiche ore. Durante le quali, il crollo dei mercati s’è tradotto in un coro di implorazioni e consigli: «Cambia strada». Ore scandite da telefonate con capi di Stato e senatori del suo stesso partito. E dall’andirivieni nervoso, dentro e fuori lo Studio Ovale, dei suoi principali consiglieri in materia, il ministro del Tesoro Scott Bessent e quello del commercio Howard Lutnik. Mentre l’architetto del piano, l’economista-falco Peter Navarro veniva isolato. Sullo sfondo, la tv sintonizzata su Fox, sempre accesa.
Proprio l’orecchio sempre teso verso il piccolo schermo ha d’altronde determinato la prima crepa nelle certezze del Commander-in-Chief. Martedì sera, rientrato dalla cena di gala dove aveva appena descritto i leader mondiali come «pronti a baciarmi il culo», avvertendo i repubblicani ribelli: «So quel che faccio», si è sintonizzato sul programma delle 21 condotto dall’amico Sean Hannity, conduttore e opinionista da lui molto rispettato. Fra gli ospiti c’erano diversi senatori del suo partito, compreso il leader della maggioranza John Thune e altri considerati ottimi alleati come Tim Scott, Tom Cotton, Ted Cruz e Lindsay Graham. E tutti esprimevano le loro preoccupazioni – e quelle degli elettori – per la guerra commerciale in atto e l’andamento dei mercati. Forse uno stratagemma di Graham, ben consapevole di quanto Trump sia un affezionato fan del programma. E infatti in chiusura si sono tutti rivolti direttamente al presidente, facendo appelli in diretta. Subito dopo lo hanno chiamato dallo studio televisivo. Ha parlato con Graham della Carolina del Sud, col texano Ted Cruz e Mike Lee dello Utah: «La gente è nauseata», l’hanno avvertito. Lui ha ammesso con loro che stava seguendo l’andamento negativo dei bond.
Di prima mattina ha accettato di parlare al telefono con la presidente svizzera Karin Keller-Sutter, che per 25 minuti l’ha arringato sull’impatto dei dazi su Rolex e cioccolata, invitandolo ad allentare le gabelle ricordandogli che il suo Paese già aveva già cancellato i dazi sulle importazioni statunitensi. Subito dopo – ormai le 8 del mattino, Trump ha guardato di nuovo Fox News dove la celebre giornalista finanziaria (e sua grande alleata) Maria Bartiromo intervistava Jamie Dimon, l’amministratore delegato di Jp Morgan che il giorno prima aveva lanciato l’allarme. Lo ha ascoltato ribadire i timori di recessione, notando pure che gli investitori si stavano allontanando dai bond del Tesoro statunitense, solitamente un solido bene rifugio: «Stiamo perdendo la loro fiducia». Lì, ricostruisce il Wall Street Journal, qualcosa ha fatto click: «Ha preso una decisione drastica». È più o meno allora che ha postato su Truth quel consiglio che qualcuno già legge come Insider Trading: «Comprate ora». A colazione ha incontrato l’investitore Charles Schwab e la governatrice democratica del Michigan Gretchen Whitmer: «L’industria automobilistica del Michigan sta già sentendo l’impatto dei dazi» s’è lamentata. Bessent e Lutnik lo hanno raggiunto a mezzogiorno: senza Navarro. «Abbiamo discusso il da farsi ed eravamo insieme quando ha composto uno dei post più straordinari della sua presidenza», ha ricostruito su X il segretario al Commercio. Hanno discusso in una riunione d’emergenza la strategia da seguire, presente pure Karoline Leavitt, portavoce della Casa Bianca. Affrontare i giornalisti è toccato a lei e al ministro del Tesoro: d’altronde già volato pure a Mar-a-Lago domenica, per far pressing raccontare i timori dei Ceo di Wall Street.
Molti, nello stesso gabinetto di Trump, sono stati colti alla sprovvista. Ma hanno recuperato in fretta. «È uno dei più grandi giorni della Storia americana» ha subito commentato Navarro, sposando la retorica dell’era tutto già deciso: «È andata come doveva andare». Pure Stephen Miller, vice capo dello staff ha sottolineato la «brillante pianificazione tattica» del capo.
LA DECADENZA AMERICANA SECONDO L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE – SUI SOCIAL SONO DIVENTATI VIRALI I VIDEO GENERATI DALL’IA IN CUI SI VEDONO TRUMP, MUSK E JD VANCE CUCIRE SCARPE DA GINNASTICA IN UNA FABBRICA – IN ALTRI FILMATI SONO MOSTRATI AMERICANI OBESI CHE SGOBBANO NELLE FABBRICHE DI TELEFONI, COME FANNO I CINESI ORA PER COSTRUIRE GLI IPHONE – I FILMATI SONO CONDIVISI DA ACCOUNT DI CITTADINI DEL “DRAGONE” E PRENDONO IN GIRO LA POLITICA PROTEZIONISTICA AMERICANA – LA MORALE DEL VIDEO È: VISTO CHE COMPRARE OGGETTI PRODOTTI IN CINA DIVENTERÀ TROPPO COSTOSO, TOCCHERÀ AGLI AMERICANI RIMBOCCARSI LE MANICHE…

Traduzione dell’articolo di Kumail Jaffer e James Reynolds
Video generati con l’IA che prendono in giro Donald Trump e il suo entourage continuano a diventare virali mentre si intensifica la guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina.
Nuove riprese mostrano Trump, il consigliere senior Elon Musk e JD Vance lavorare su una catena di montaggio a produrre scarpe da ginnastica, in una satira appena velata dei piani della Casa Bianca di riportare la manifattura negli Stati Uniti.
Account cinesi stanno promuovendo il video e foto che ridicolizzano il cosiddetto “Piano di Rinascita Manifatturiera degli USA” alla luce della promessa di Pechino di “combattere fino alla fine” nella guerra dei dazi.
Mao Ning, portavoce del ministero degli Esteri, ha condiviso un meme generato con l’IA raffigurante un cappello MAGA etichettato “made in China”, con il prezzo alzato da 50 a 77 dollari, per prendere in giro le conseguenze autoinflitte dei dazi che ricadranno sui consumatori americani.
Mao, secondo quanto riferito imparentata con l’ex presidente Mao Zedong, ha inoltre richiamato i tempi della prima repubblica cinese condividendo un video del 1953 di un rivoluzionario durante la guerra di Corea che affermava: “Non ci arrenderemo mai. Combatteremo finché non trionferemo completamente.”
“Siamo cinesi. Non temiamo le provocazioni. Non ci tiriamo indietro,” ha aggiunto in una nota condivisa dall’ambasciata cinese negli Stati Uniti. Nonostante una pausa di 90 giorni nell’applicazione di nuovi dazi ad altri Paesi, Trump ha continuato a concentrare i suoi attacchi su Pechino, aumentando ulteriormente il tasso sui prodotti importati dalla Cina fino al 125%.
Gli investitori internazionali hanno accolto con favore la riduzione di alcuni dazi al 10%. Le azioni globali sono salite alle stelle e il selloff obbligazionario si è calmato giovedì dopo giorni di turbolenze nei mercati, aprendo uno spiraglio di ripresa.
L’indice paneuropeo STOXX 600 è salito del 5,3% giovedì, in rotta verso il suo maggior guadagno giornaliero dal marzo 2020. I mercati hanno ritrovato fiducia dopo che la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha annunciato che l’UE avrebbe sospeso le prime contromisure contro i dazi americani.
In Asia, il Nikkei giapponese è avanzato di oltre il 9%, mentre un indice più ampio dei mercati Asia-Pacifico escluso il Giappone è salito del 4,5%. Tuttavia, Wall Street ha aperto in netto ribasso giovedì, restituendo parte dei guadagni del giorno precedente, dopo il parziale dietrofront di Trump su molti dazi.
Cresce la preoccupazione che, se lo stallo economico con la Cina dovesse proseguire, beni di consumo come le scarpe Nike mostrate nel video virale potrebbero subire un’impennata dei prezzi.
Attualmente, il 62% delle scarpe vendute negli Stati Uniti è importato dalla Cina, con altri Paesi come Vietnam, Indonesia, Cambogia e India che forniscono la restante parte. Solo l’1% delle scarpe è prodotto internamente, e gli operatori del settore – che vale 70 miliardi di dollari l’anno – sono frustrati.
Devlin Carter, fondatore del marchio di lusso SIA Collective – che produce principalmente in Cina – ha dichiarato alla NBC News: “Questi dazi sono ridicoli e senza senso.”
“Le piccole imprese come la mia devono pagarli, e non è una cosa da poco. È tanto. Quindi non c’è modo di vedere questo come qualcosa di positivo – per nessuno.”
I costi operativi per la maggior parte delle aziende aumenteranno, sia per coprire i dazi che per tentare di riportare la produzione negli Stati Uniti.
L’economista Peter Schiff ha dichiarato la scorsa settimana: “Nike non costruirà fabbriche negli USA per produrre scarpe da ginnastica. Costerebbe più del 40% dei dazi.”
“Inoltre, devono rimanere competitivi per vendere ai clienti di altri Paesi che non impongono dazi. Il risultato sarà meno scarpe vendute negli Stati Uniti a prezzi molto più alti.”
Pepper Harward, CEO di Oka Brands, che possiede una fabbrica in Georgia, ha dichiarato a *Footwear News*: “L’ecosistema della calzatura qui non esiste davvero.”
“Tutti sono interessati alla manifattura americana, ma pochissimi sono veramente impegnati o hanno motivazioni concrete per investire.”
Chris Rogers, capo della ricerca sulle catene di approvvigionamento di S&P Global Market Intelligence, ha affermato che potrebbero servire “almeno un paio d’anni” per riportare le catene produttive negli Stati Uniti.
Altri video generati dall’IA relativi alla guerra commerciale sono stati visti milioni di volte sia in Cina che in Occidente.
Uno particolarmente popolare ritrae una visione cupa della vita in un’America reindustrializzata, con operai obesi che cuciono vestiti a basso costo.
Il filmato di 32 secondi si concentra sui lavori manifatturieri stereotipati che negli ultimi decenni sono stati delocalizzati.
Gli americani appaiono lenti e stanchi mentre cuciono vestiti con macchine da cucire antiquate.
Nel frattempo, il Beijing Business Daily ha condiviso un meme con un pinguino che indossa un berretto rosso con scritto “Make America Go Away”, in un servizio trasmesso su Weibo.
Un video allegato mostrava il pinguino con un fumetto che in mandarino diceva: “Dobbiamo pagare le tasse anche noi?”
“Dietro i meme si nasconde un’assurdità più profonda.”
Il media statale cinese CGTN ha adottato un’altra strategia, pubblicando un video musicale di 2 minuti e 42 secondi intitolato: “Guarda cosa ci hai tassato (una canzone generata dall’IA. Una realtà soffocante).”
La canzone generata dall’intelligenza artificiale recita: “Giorno della Liberazione, ci avevi promesso le stelle. Ma i dazi hanno ucciso le nostre auto cinesi a basso costo.”
I testi, trascritti in inglese e cinese, sembrano criticare i dazi dal punto di vista del consumatore americano.
Il media ha aggiunto: “Per molti americani, il ‘Giorno della Liberazione’ proclamato dall’amministrazione Trump significherà stipendi più bassi e costi più alti.”
“I dazi colpiscono, i portafogli si svuotano: le famiglie a basso reddito sono le più colpite. Il mercato trattiene il respiro, ma il prezzo da pagare è già evidente.”
“I numeri non mentono. E nemmeno il costo di questa presunta ‘equità’.”
“Avviso: il brano è generato dall’IA. La crisi del debito? 100% opera dell’uomo.”
La Cina è un partner commerciale chiave con una grande industria manifatturiera che produce beni a basso costo per i consumatori americani.
I dazi di Trump arrivano in un momento delicato per l’economia cinese, già in affanno, con le aziende costrette a riorganizzare le catene di fornitura e i funzionari preoccupati che i profitti derivanti dalle esportazioni verso gli USA possano essere annullati.
Pechino mantiene comunque un atteggiamento pubblico di fermezza: il ministero degli Esteri ha dichiarato di non “temere” ulteriori minacce di dazi.
“La causa americana non ha il sostegno del popolo e finirà in fallimento,” ha dichiarato il portavoce Lin Jian in una conferenza stampa.
Il ministero del Commercio cinese ha ribadito il proprio impegno a “combattere fino alla fine” se Trump insisterà con dazi duri sulle importazioni.
He Yongqian, portavoce del ministero, ha dichiarato ai giornalisti che pressioni, minacce e ricatti non sono il modo corretto di affrontare la Cina.
Ha denunciato “l’imposizione indiscriminata di dazi” sui partner commerciali, inclusa la Cina, affermando che ciò “lede gravemente i diritti e gli interessi legittimi delle aziende cinesi e destabilizza l’ordine economico globale.”
“La porta del dialogo è aperta, ma deve basarsi sul rispetto reciproco e avvenire in modo paritario.”
Il ministero ha aggiunto: “Speriamo che gli Stati Uniti incontrino la Cina a metà strada e, sulla base dei principi di rispetto reciproco, coesistenza pacifica e cooperazione vantaggiosa per entrambi, risolvano adeguatamente le divergenze attraverso il dialogo e la consultazione.”
Ma Trump sembra determinato a non arretrare sulla sua strategia tariffaria nei confronti di Pechino.
“A un certo punto, speriamo presto, la Cina capirà che i tempi in cui poteva sfruttare gli USA e altri Paesi non sono più sostenibili né accettabili,” ha dichiarato. […]

Estratti da The New York Times
L’obiettivo del Presidente Trump di rivendicare la Groenlandia per l’America è passato dalla retorica alla politica ufficiale degli Stati Uniti, con la Casa Bianca che mette in campo un piano per acquisire l’isola artica dalla Danimarca.
Il piano mobilita diversi dipartimenti di gabinetto che sostengono da anni il desiderio di Trump di impossessarsi della Groenlandia, il cui valore economico e strategico è cresciuto con l’aumento delle temperature che sciolgono i ghiacci artici.
Le dimensioni della Groenlandia – 836.330 miglia quadrate – offrono inoltre a Trump, ex imprenditore edile di Manhattan, l’opportunità di concludere uno dei più grandi affari immobiliari della storia.
I funzionari danesi insistono sul fatto che l’isola scarsamente popolata non è in vendita e non può essere annessa. Ma Trump ha chiarito la sua determinazione a controllarla.
“Abbiamo bisogno della Groenlandia per la sicurezza nazionale e persino per la sicurezza internazionale, e stiamo lavorando con tutti i soggetti coinvolti per cercare di ottenerla”, ha dichiarato in un discorso al Congresso il mese scorso.
“In un modo o nell’altro, la otterremo”, ha aggiunto Trump.
Il Consiglio di Sicurezza Nazionale della Casa Bianca si è riunito diverse volte per mettere in pratica le parole di Trump e, secondo un funzionario statunitense, ha recentemente inviato istruzioni specifiche a diversi rami del governo.
I dettagli completi del piano non sono chiari. Tuttavia, nonostante le allusioni di Trump al possibile uso della forza, le deliberazioni guidate dal Consiglio di Sicurezza non hanno mai preso seriamente in considerazione opzioni militari, ha affermato il funzionario.
La politica punta invece sulla persuasione piuttosto che sulla coercizione e prevede un’azione di pubbliche relazioni volta a convincere i 57.000 abitanti della Groenlandia a chiedere di unirsi agli Stati Uniti.
I consiglieri di Trump hanno discusso l’utilizzo di campagne pubblicitarie e sui social media per influenzare l’opinione pubblica sull’isola, secondo un’altra persona informata sulla questione.
Potrebbe essere una battaglia in salita. Alle elezioni del mese scorso, un partito politico di opposizione favorevole a una rapida indipendenza e a legami più stretti con gli Stati Uniti si è classificato al secondo posto, ma con solo un quarto dei voti. La campagna di comunicazione statunitense includerà un insolito appello alla tradizione condivisa dei groenlandesi con gli Inuit nativi dell’Alaska, a quasi 4.000 chilometri di distanza, ha affermato il funzionario.
La popolazione Inuit della Groenlandia discende da popolazioni emigrate dall’Alaska centinaia di anni fa, e la lingua ufficiale dell’isola deriva dai dialetti Inuit originari del Canada artico.
(…)
Trump e i suoi alti funzionari non hanno ancora pubblicamente individuato alcun collegamento tra la popolazione Inuit della Groenlandia e gli Inuit americani in Alaska, come previsto dal piano approvato dal Consiglio per la Sicurezza Nazionale.
Ma questa dinamica è stata notata a dicembre da Robert O’Brien, che è stato uno dei consiglieri per la sicurezza nazionale del primo mandato di Trump.
La Danimarca, ha dichiarato O’Brien in un’intervista a Fox News, “può permetterci di acquistare la Groenlandia da essa, e la Groenlandia potrebbe diventare parte dell’Alaska. Voglio dire, i nativi della Groenlandia sono strettamente imparentati con gli abitanti dell’Alaska, e noi la renderemo parte dell’Alaska”.
Non è chiaro quanto questo messaggio avrà risonanza sull’isola. Mentre gli abitanti dell’Alaska partecipano ai profitti della ricchezza petrolifera del loro stato sotto forma di assegni annuali ai residenti, gli Inuit soffrono di povertà sproporzionata e di cattiva salute.
I leader danesi sostengono che la campagna di pressione statunitense stia già danneggiando l’alleanza tra l’America e la Danimarca risalente al secondo dopoguerra. “Vi abbiamo ammirati”, ha detto la signora Frederiksen riferendosi agli Stati Uniti durante la sua visita in Groenlandia questo mese. “Ci avete ispirato.
Avete vegliato sul mondo libero”. “Ma”, ha aggiunto, “quando pretendete di impossessarvi di una parte del territorio del regno – quando siamo sottoposti a pressioni e minacce – cosa dobbiamo pensare del Paese che ammiriamo da così tanti anni?”
TRUMP, CON LA NOSTRA POLITICA SUI DAZI STIAMO ANDANDO BENE
(ANSA) – “Stiamo andando davvero bene con la nostra politica sui dazi. Molto entusiasmante per l’America e per il mondo! Sta procedendo rapidamente. DJT”. Lo scrive Donald Trump su Truth.
TRUMP, ‘LA RUSSIA DEVE MUOVERSI, TROPPE PERSONE MUOIONO’
(ANSA) – “La Russia deve muoversi. Troppe persone stanno morendo, migliaia a settimana in una guerra terribile e senza senso. Una guerra che non sarebbe mai dovuta accadere e non sarebbe mai accaduta se io fossi stato presidente”. Lo afferma Donald Trump sul suo social Truth riferendosi alla guerra in Ucraina.
Estratto dell’articolo da www.independent.co.uk
Mentre i continui tira e molla del presidente Donald Trump sulle politiche commerciali creano caos nei mercati finanziari, alcuni gestori di fondi mettono in dubbio la razionalità delle sue decisioni.
“Negli ultimi giorni abbiamo avuto molte conversazioni con i gestori di fondi macroeconomici”, ha scritto mercoledì mattina Tom Lee, responsabile della ricerca presso la società di analisi finanziaria FSInsights, prima che Trump facesse marcia indietro sulla maggior parte dei dazi sui partner commerciali statunitensi.
“E la loro preoccupazione è che la Casa Bianca non stia agendo razionalmente, ma piuttosto in base a un’ideologia. E alcuni temono persino che questa possa non essere nemmeno ideologia”, ha aggiunto. “Alcuni si sono chiesti in silenzio se il presidente non fosse pazzo”.
I commenti di Lee sono stati evidenziati da The New Republic. Ha incolpato Trump per le conseguenze economiche, aggiungendo che “diversi funzionari hanno dichiarato di non volere né di aspettarsi una recessione. E ci sono abbastanza consulenti esperti in economia che ne sono consapevoli. Inoltre, lo stimolo fiscale del due-tre percento necessario per invertire la recessione vanificherebbe qualsiasi taglio promesso alla spesa pubblica”.
Mercoledì Trump ha indotto volatilità sui mercati dopo aver imposto dazi significativi su paesi in tutto il mondo, per poi fare marcia indietro nel pomeriggio, istituendo una sospensione di 90 giorni sui dazi superiori a una soglia minima del 10% su tutti i paesi, tranne la Cina. Dopo che la Cina ha annunciato l’imposizione di dazi dell’84% sugli Stati Uniti, Trump ha risposto aumentando i dazi sulla seconda economia mondiale al 125%.
Dopo l’annuncio della sospensione, i mercati sono saliti alle stelle: l’indice S&P 500 è salito del 7% in pochi minuti.
“Se le azioni iniziano a perdere terreno, questo indicherebbe la crescente probabilità di trovarci di fronte a un periodo prolungato di inasprimento delle condizioni finanziarie”, ha scritto Lee mercoledì mattina, prima che Trump facesse marcia indietro e imponesse una sospensione. “Quindi, più a lungo dura questa volatilità, maggiore è il rischio che gli Stati Uniti e il mondo vengano spinti in una recessione inutile”.
La revoca dei dazi da parte di Trump è arrivata dopo aver visto un’intervista su Fox Business con l’amministratore delegato di JP Morgan Chase, Jamie Dimon, durante la quale il capo della banca ha affermato che una recessione era un “probabile risultato” delle nuove politiche commerciali, secondo il Washington Post. Pur sottolineando che i dazi possono essere utilizzati per migliorare gli scambi commerciali, Dimon ha spinto il presidente a concedere un po’ di tempo al Segretario al Tesoro Scott Bessent per concludere accordi con altri Paesi. […]
Il gioco del pollo tra Stati Uniti e Cina
Alcuni analisti americani paragonano la guerra dei dazi tra Stati Uniti e Cina a un chicken game: due rivali in corsa verso lo scontro, ciascuno sperando che sia l’altro a frenare.
Tra Cina e Stati Uniti non si gioca a una semplice schermaglia negoziale, ma la sfida tra due visioni inconciliabili dell’ordine mondiale.
Trump vuole una vittoria netta: i dazi non solo uno strumento commerciale ma un’arma geopolitica per riorientare le catene del valore, rilanciare la manifattura americana e consolidare il consenso. La moratoria concessa ai Paesi che non hanno risposto con controdazi è una tattica per placare i mercati, ma anche un messaggio strategico: chi isola la Cina sarà premiato. Il vero rivale ideologico e sistemico resta Pechino.
Per la Cina, la sfida è esistenziale: mantenere un livello accettabile di sviluppo economico, per evitare tensioni sociali, difendere il proprio sistema industriale e il rango di potenza globale.
Di fronte a tariffe superiori al 100%, Xi ha scelto la resistenza paziente. Egli confida nella vulnerabilità di Trump alle pressioni dei mercati finanziari e nel vantaggio offerto dal tempo. Ma è un calcolo che richiede una narrazione di forza da parte del partito comunista, e una tenuta interna assoluta. Trump, dal canto suo, crede che una pressione incessante unita a lusinghe verso il “grande amico Xi” bastino a piegare Pechino. Ma per la Cina gli interessi strategici sono ben più profondi, e Trump non è considerato un interlocutore affidabile.
Il confronto è accentuato da una asimmetria strutturale delle due economie. La Cina ha, infatti, meno spazio per imporre dazi, ma dispone di un arsenale alternativo: restrizioni all’export di terre rare, ostacoli regolatori, svalutazione controllata del renminbi, sospensione selettiva di acquisti di prodotti agricoli, pressione su aziende americane operanti in Cina. E soprattutto la minaccia dell’ “arma nucleare finanziaria”: la vendita massiccia di Treasury bond. Anche solo evocata, può destabilizzare i mercati e colpire la fiducia globale nel dollaro.
Allo stesso tempo, la Cina è consapevole che non può più permettersi di dipendere da fornitori critici americani o da economie intermedie come Vietnam, Malesia o Filippine– i cosiddetti connector states– utilizzati finora per aggirare i dazi statunitensi e che gestiscono circa il 15% dell’export cinese indiretto. Se anche questi Paesi vengono colpiti da nuove tariffe, come accaduto negli ultimi giorni, si inaridisce l’intera rete logistica cinese.
La risposta non può limitarsi a ritorsioni. La Cina risponde con una riconfigurazione radicale: investimenti massicci, per 150 miliardi di dollari in semiconduttori e IA entro il 2030 e un riorientamento verso Sud globale ed Europa. L’interdipendenza, un tempo garanzia di stabilità, diventa vulnerabilità da superare.
Emergono anche contraddizioni ideologiche profonde. Gli Stati Uniti, patria del libero mercato, abbracciano un protezionismo muscolare per tutelare il “lavoratore americano”; la Cina comunista diventa baluardo del multilateralismo e della stabilità commerciale. Trump vuole resuscitare l’industria americana; Xi difendere l’ordine globale del commercio. Questo paradosso segnala uno spostamento tettonico: le categorie del XX secolo si dissolvono, sostituite da una lotta per la ridefinizione delle regole globali. Entrambi i contendenti rischiano quindi di puntare l’uno contro l’altro nella speranza che sia l’altro a frenare per primo.
La via d’uscita dovrebbe essere una soluzione che consenta a XI di salvare la faccia e a Trump di dichiararsi vincitore. Dunque, un negoziato credibile dovrà estendersi oltre ai dazi e includere concessioni bilaterali su questioni strategiche: una de-escalation simbolica degli Stati Uniti su Taiwan –magari con concessioni semantiche sullo status dell’isola– potrebbe indurre Pechino a cedere su commercio o tecnologia; rapporti con la Russia, controllo delle tecnologie dual-use; regolamentazione dell’IA.
Ma la strategia americana ha limiti strutturali. I dazi non risolvono il ritardo manifatturiero, e i grandi gruppi come Apple spostano la produzione dalla Cina in altri hub asiatici, non negli Stati Uniti. La blitzkrieg (guerra lampo) tariffaria di Trump cozza con un’industria globalizzata che non si piega a proclami.
La Cina risponde con una guerra di posizione basata su resilienza, pazienza strategica e un apparato statale non soggetto a vincoli elettorali. In questo scontro, vincere non significa annientare l’avversario, ma sopravvivere senza cedere terreno decisivo.
Il commercio è ormai divenuto un campo di battaglia geopolitico dove si ridisegnano le fondamenta dell’ordine globale. Il rischio è che il prezzo di questa prova di forza sia insostenibile non solo per i due contendenti ma per un sistema internazionale sospeso tra interdipendenza e frammentazione.
FINK (BLACKROCK), USA VICINI O GIÀ IN RECESSIONE
(ANSA) – Gli Stati Uniti sono “molto vicini se non addirittura già in recessione”. Lo ha detto l’a.d di BlackRock Larry Fink, sottolineando di essere rimasto sorpreso dai dazi di Donald Trump, che sono “andati al di là di qualsiasi cosa avrei mai potuto immaginare nei miei 49 anni in finanza”.
“Questa non è Wall Street contro Main Street”, ha spiegato Fink perché il calo dei mercati azionari “colpisce i risparmi di milioni di persone ordinarie”. “L’incertezza e l’ansia sul futuro andamento dei mercati dominano le conversazioni fra i clienti. Abbiamo già assistito a periodi come questo, caratterizzati da grandi cambiamenti strutturali, come la crisi finanziaria, il Covid e la corda dell’inflazione nel 2022”, ha aggiunto Fink.
BlackRock ha chiuso i primi tre mesi dell’anno con un utile in calo del 4% a 1,51 miliardi di dollari. Il calo è legato alle spese per le acquisizioni dello scorso anno. I ricavi sono saliti del 12% a 5,3 miliardi.
La grande finanza Usa fiuta la recessione e abbandona Trump: «I dazi? Mai visto niente di simile, intaccati i risparmi di milioni di persone»
Il ceo di BlackRock, che gestisce asset da 11,6 trilioni di dollari si scaglia contro Trump: «Intaccati i risparmi e le pensioni, mai visto in 49 anni di finanza». Il ceo di Jp Morgan: «Economia turbolenta»
Nel giorno in cui hanno presentato i conti, gli uomini più potenti della finanza globale hanno ricordato ancora una volta a Donald Trump che ha tra le mani il futuro degli americani. Da un lato Larry Fink, il ceo di BlackRock, il più grande gestore di patrimoni al mondo (controlla asset per 11,6 trilioni di dollari) ha dichiarato alla Cnbc: «Siamo molto vicini o addirittura già dentro alla recessione». Dall’altro Jamie Dimon, l’ad di Jp Morgan Chase, che ha sottolineato: «L’economia statunitense sta affrontando notevoli turbolenze», anche – ovviamente – a causa dei dazi. Eppure, nel mondo dei grandi capitali in molti hanno sostenuto l’elezione di Trump.
L’allarme di BlackRock
Nel primo trimestre BlackRock ha raccolto 83 miliardi di dollari, incassi altissimi ma a causa dei dazi inferiori alla media stimata dagli analisti, pari a 105 miliardi. «Gli annunci sui dazi degli Stati Uniti sono andati oltre qualsiasi cosa avrei potuto immaginare nei miei 49 anni di esperienza nella Finanza», ha detto Larry Fink, il ceo di BlackRock, annunciando i risultati. «Non si tratta di Wall Street contro Main Street – ha detto Fink citando la frase pronunciata dallo stesso presidente americano pochi giorni fa –. La flessione del mercato ha un impatto sui risparmi pensionistici di milioni di persone comuni».
Il commento di Jp Morgan
L’affondo arriva anche dal numero uno di Jp Morgan, Jamie Dimon, repubblicano, che già alcuni giorni fa aveva tuonato contro i dazi: «Fanno salire i prezzi e scendere il Pil, rallentano la crescita», aveva detto. Oggi il ceo ha presentato nei conti profitti per 14,64 miliardi di dollari, 5,07 dollari per azione, un risultato migliore dei 4,61 dollari previsti. Eppure è tornato a rincarare la dose: «L’economia si prepara anche a potenziali effetti positivi grazie alla riforma fiscale e alla deregolamentazione, ma anche con potenziali effetti negativi provocati da dazi, dalle guerre commerciali, dall’inflazione persistente, dagli elevati elevati deficit fiscali e dai prezzi degli asset e volatilità ancora elevati», ha detto Dimon. «Prepariamo lo società per un’ampia gamma di scenari». Il quadro economico non sembra così turbolento a Donald Trump, che ha parlato invece di «entusiasmo», scrivendo su Truth: «Stiamo andando bene con la nostra politica sui dazi».
Lamy, ex Wto: «La globalizzazione non si ferma. L’Europa si muova, può approfittarne»
L’ex direttore generale: i dazi? Non-soluzione a un non-problema
«La globalizzazione non si fermerà, il capitalismo troverà degli aggiustamenti e chi non fa più affari negli Stati Uniti li farà altrove. Il commercio è come l’acqua, trova sempre il modo di scorrere. E ad approfittarne potrebbe essere l’Europa», dice Pascal Lamy, che sull’argomento ha qualche esperienza: 78 anni, commissario europeo al Commercio (1999-2004), poi direttore generale dell’Organizzazione mondiale del commercio (2005-2013), oggi coordinatore dei think tank Jacques Delors di Parigi, Berlino e Bruxelles.
Che cosa pensa delle mosse di Trump?
«Sogno un mondo in cui le questioni legate al commercio torneranno noiose, come sono sempre state. Ma Donald Trump è un tale genio della comunicazione che ha infiammato tutto».
Lo definisce genio della comunicazione, non genio dell’economia.
«No, da quel punto di vista si tratta di decisioni totalmente insensate. Trump pone un non-problema per il quale offre non-soluzioni».
Perché la visione di Trump è sbagliata?
«Il deficit commerciale americano non dipende dal fatto che l’America è depredata da furfanti. Nessun economista serio può pensarlo. Il punto è che gli americani consumano molto più di quanto producano, al contrario dei cinesi. E non hanno alcun problema a finanziare il loro deficit commerciale perché hanno il dollaro. Funziona così da 50 anni».
E l’idea di proteggere i lavoratori americani?
«L’idea di riuscire a farlo con i dazi è una credenza voodoo, una cosa da stregoni, una follia. Ma penso che Trump ci creda davvero».
E la marcia indietro? Tutto calcolato, come adesso cercano di raccontare a Washington?
«Macché. Dopo l’annuncio dei dazi, c’erano due scuole di pensiero: secondo la prima, Trump stava facendo una rivoluzione, creando un nuovo mondo che tutti eravamo chiamati a immaginare e affrontare. In base alla seconda scuola, invece, quella realista alla quale appartengo, quei dazi erano talmente insensati che la realtà avrebbe finito con il prendere il sopravvento. E la mia tesi è sempre stata che il ritorno alla realtà si sarebbe prodotto proprio negli Stati Uniti».
Il ritorno alla realtà è arrivato prima del previsto?
«Sì ma non sono state le Borse, il punto sono i tassi di interesse a lungo termine. Le obbligazioni di Stato a 10, 20, 30 anni. Un segno che il credito americano è colpito, e questo credo sia un dato durevole. E non mi sorprenderebbe se i cinesi avessero contribuito a fare alzare volutamente i tassi, a costo di perdere un po’ di soldi».
La marcia indietro non riguarda la Cina, anzi lì il confronto diventa più duro.
«Di fatto Trump ha imposto un embargo sulla Cina, anche se non lo chiama tale. E i cinesi non lo stanno gestendo affatto come una questione commerciale, ma geopolitica. Sono pronti allo scontro».
Questa situazione può andare a vantaggio dell’Europa?
«Sì, anche quanto al credito perso dagli Stati Uniti. Dove andrà? Lo yuan rappresenta una piccola parte del sistema monetario internazionale, l’euro è più importante. Certo l’Europa dovrebbe muoversi».
Che pensa della reazione europea finora?
«Ursula von der Leyen avrebbe potuto essere più ferma, ma ha una formazione atlantica che le è difficile abbandonare. I dazi sono una competenza europea del 1957 e questo resta, anche se la missione della premier Giorgia Meloni può essere utile politicamente. Macron ha avuto il consueto riflesso gollista, ma la novità è la reazione della Germania, che non può tollerare che vengano colpite le sue automobili. Possiamo aspettarci un governo tedesco più reattivo e europeista».

INSIDER TRUMP – DIVENTA UN CASO POLITICO IL POST PUBBLICATO DA “THE DONALD” MERCOLEDÌ SCORSO, TRE ORE PRIMA DI ANNUNCIARE LA SOSPENSIONE DEI DAZI, IN CUI INVITAVA A INVESTIRE (“ADESSO È UN MOMENTO GRANDIOSO PER COMPRARE!”). I TRADER CHE HANNO SEGUITO IL CONSIGLIO HANNO PORTATO A CASA GUADAGNI FINO AL 2.100% – LE AZIONI DI TRUMP MEDIA & TECHNOLOGY GROUP SONO SALITE DEL 21% IN POCHE ORE, PORTANDO ALLA FAMIGLIA DEL TYCOON 250 MILIONI – IL SENATORE DEM, ADAM SCHIFF, HA CHIESTO UN’INDAGINE PER ACCERTARE SE MEMBRI DELLA CASA BIANCA O DELLA FAMIGLIA TRUMP SIANO STATI INFORMATI IN ANTICIPO: “STA PER SCOPPIARE UNO SCANDALO DI INSIDER TRADING” – QUALCHE RISPOSTA POTREBBE ARRIVARE QUANDO…
Trump e il tweet «Comprate»: c’è chi ha guadagnato fino al 2.100%. «È insider trading?», cosa rischia
Il consiglio del presidente Usa sul social Truth la mattina, dopo poche ore l’annuncio del congelamento dei dazi. E iniziano gli acquisti sul mercato azionario. Solo fortuna e tempismo o c’è altro? I democratici chiedono un’inchiesta
A New York sono le 9.37 di mattina. Wall Street è sveglia da pochi minuti ed è ancora stordita dalla raffica di dazi quando arriva il consiglio di Donald Trump. «Adesso è un momento grandioso per comprare!», scrive sul social Truth. Concludendo il messaggio con la sigla DJT: le sue iniziali ma anche il codice identificativo delle azioni del Trump Media & Technology Group. I più ignorano l’invito. È un tentativo del presidente di spezzare la spirale negativa delle Borse americane che ha inghiottito 6.000 miliardi di dollari in quattro giorni? Tre ore e mezzo più tardi, sempre via Truth, Trump annuncia il rinvio di 90 giorni dei dazi «reciproci» contro tutto il mondo (Cina esclusa) e gli investitori si precipitano davvero ad acquistare azioni. L’indice principale di Wall Street, l’S&P 500, chiude la seduta in rialzo del 9,5%, il miglior risultato dal 2008; il paniere dei titoli tecnologici Nasdaq guadagna il 12,2%, il balzo più alto dal 2001.

La previsione di Trump sulle Borse era insomma corretta e, d’altra parte, proveniva da chi aveva il potere di tradurla in realtà attraverso la tanto sospirata sospensione dei dazi. Chi ha accolto il suggerimento mattutino di The Donald è riuscito a cavalcare un rimbalzo da record di Wall Street. I trader che subito dopo il post su Truth hanno scommesso su un rialzo a fine giornata dell’S&P 500 tramite le «zero-day option», derivati a basso costo, hanno per esempio portato a casa guadagni fino al 2.100%. Hanno cioè trasformato 100 dollari in 2.100 dollari nel giro di poche ore. Ancor più ricco l’incasso per chi ha puntato sul rialzo di singole azioni. Sull’onda dell’entusiasmo per la pausa nei dazi, infatti, mercoledì Tesla ha guadagnato il 22,7%, Nvidia il 18,7%, Apple il 15%, Nike l’11,2%, United Airlines il 25,8%. Persino le azioni di Trump Media & Technology Group, la famosa DJT, hanno guadagnato il 21%, facendo salire di circa 250 milioni il valore della quota del 53% della famiglia Trump nella società.
Solo fortuna e tempismo? O c’è dell’altro? Di certo, pochi mercoledì avrebbero scommesso su una svolta tanto repentina di Trump sui dazi. Per giorni, il presidente aveva sottolineato la necessità che gli Stati Uniti assumessero un’amara medicina per curare la malattia del deficit commerciale. «Sono fiero di essere il presidente dei lavoratori, che difende Main Street, non Wall Street», scriveva il magnate repubblicano. Lunedì la Casa Bianca aveva persino smentito la notizia di una moratoria di 90 giorni delle tariffe che, diffusa sui social da un account anonimo, aveva dato il la a un violento ma breve rialzo di Wall Street. E invece l’indiscrezione di tal Walter Bloomberg (niente a che vedere con l’agenzia di stampa) era corretta nella sostanza, anche se non nei tempi. Quelli li poteva conoscere soltanto la persona con il potere di decidere il rinvio.
Se Trump fosse l’amministratore delegato di un’azienda, perciò, il suo «Buy» via Truth gli costerebbe probabilmente un’inchiesta per manipolazione del mercato. Poiché è invece il presidente degli Stati Uniti, la vicenda assume contorni giuridici inediti. Su cui i democratici intendono far luce. Il senatore della California Adam Schiff ha chiesto un’indagine per accertare se ufficiali della Casa Bianca e membri della famiglia Trump siano stati informati in anticipo del rinvio dei dazi e abbiano investito di conseguenza in Borsa. «Sta per scoppiare uno scandalo di insider trading», ha detto il senatore del Connecticut, Chris Murphy. «Il tweet delle 9.30 rende chiaro che Trump era impaziente che i suoi facessero soldi grazie a informazioni riservate che solo lui conosceva: chi era al corrente in anticipo e quanto ci ha guadagnato?».
Qualche risposta potrebbe arrivare tra circa un mese, quando i parlamentari Usa dovranno rivelare quali prodotti finanziari hanno comprato in questi ultimi mesi. «I membri del Congresso che hanno acquistato azioni nelle ultime 48 ore farebbero meglio a dichiararlo adesso», ha avvertito la deputata Alexandria Ocasio-Cortez. «Ho sentito delle chiacchiere interessanti in aula: la scadenza per la dichiarazione è il 15 maggio, stiamo per scoprire un paio di cosette». La Casa Bianca ha respinto i sospetti. «È responsabilità del presidente — ha detto il portavoce della Casa Bianca, Kush Desai — rassicurare i mercati e gli americani sulla loro sicurezza economica di fronte all’allarmismo incessante dei media».
“È l’ora di comprare”. Il post di Trump prima dello stop ai dazi e il caso insider trading
I democratici chiedono un’inchiesta: “Dalla Casa Bianca muove i mercati e i suoi amici lucrano grazie a informazioni privilegiate”
E se lo avesse fatto apposta, per intascare quattrini lui o regalarli agli amici? Nell’America ormai distopica del secondo mandato Trump gira pure questa voce, alimentata da diversi parlamentari democratici, che hanno chiesto di aprire un’inchiesta per insider trading sul capo della Casa Bianca. Il sospetto, che se non fosse sbalorditivo fornirebbe materiale per serie tv politiche, è che mercoledì il presidente degli Stati Uniti abbia lanciato l’avvertimento dell’imminente pausa dei dazi con qualche ora di anticipo, per dare tempo a chi doveva di raccattare azioni dal fondo dove lui le aveva precipitate, in modo da incassare profitti alle spalle dei cittadini ignari grazie al tira e molla prefabbricato delle tariffe.
Il primo a metterlo nero su bianco è stato il senatore della California Adam Schiff, che prima di dedicarsi alla politica faceva il procuratore e quindi di questi impicci se ne intende. Era anche la bestia nera legale di Trump, perché da deputato aveva guidato l’accusa per il suo primo impeachment.
Mercoledì mattina, pochi minuti prima che le borse aprissero, il capo della Casa Bianca ha pubblicato sul social Truth questo messaggio a caratteri cubitali: “This is a great time to buy!!!”. Firmato DJT, che vuol dire Donald John Trump, ma è anche la sigla della sua media company. In quelle stesse ore Jamieson Greer, rappresentante speciale dell’amministrazione per i commerci, stava parlando al Congresso per difendere a spada tratta la strategia delle tariffe all’infinito. Nel frattempo il suo presidente lo stava smentendo, annunciando la paura di 90 giorni. «Qui siamo a dilettanti allo sbaraglio», gli aveva urlato contro il deputato democratico del Nevada Steven Horsford, perché «qualcuno ti appena tirato il tappeto da sotto ai piedi». Perciò si era chiesto se non fosse una macchinazione premeditata, altrimenti nota nei mercati come insider trading: «Ma questo non è un gioco. È la vita reale». Nel giro di pochi minuti le azioni avevano guadagnato il 7%, per chiudere con un balzo del 9%, mentre i titoli di Stato calavano.
Schiff ha collegato i puntini e ieri mattina, insieme al collega dell’Arizona Ruben Gallego, ha inviato una lettera alla Casa Bianca per «richiedere un’inchiesta urgente sul fatto che il presidente Trump, la sua famiglia, o altri membri dell’amministrazione siano stati coinvolti in insider trading o altre transazioni finanziare illegali». Il testo sollecita l’esame delle operazioni compiute da ogni membro del governo che potesse essere a conoscenza dell’imminente pausa dei dazi: «Ad esempio le azioni della compagnia di Elon Musk, Tesla, sono salite del 18% immediatamente dopo l’annuncio del presidente riguardo al blocco delle tariffe, alle quali Musk si era pubblicamente opposto».
Le inchieste parlamentari le guida il partito di maggioranza, e quindi è assai improbabile che i senatori repubblicani Chuck Grassley e Mike Crapo, presidenti delle Commissioni Giustizia e Finanze, diano alcun seguito alla denuncia di Schiff. Il genio però è uscito dalla lampada, con allusioni anche alle «family meme coin e tutto il resto per arricchirsi». Gli stessi democratici potrebbero fare indagini con le loro forze, pur non avendo il potere di emettere “subpoena”, ossia mandati di comparizione a testimoniare.
Il sospetto del resto riguarda tutta l’amministrazione, dopo che il re degli hedge fund Bill Ackman ha accusato il segretario al Commercio Lutnick di volere il crollo dell’economia americana, perché così la sua compagnia finanziaria Cantor Fitzgerald ci guadagnerebbe speculando sui bond. Charlie McElligott di Nomura è arrivato a scrivere in una nota ai clienti che il presidente vuole provocare una recessione per costringere la Fed ad abbassare i tassi, indebolire il dollaro, arricchirsi e favorire il “rebalance” dell’economia americana dal pubblico dell’era Biden al privato di Trump.

PUTIN, ’98 MLD DOLLARI IN 10 ANNI PER NUOVE NAVI MARINA RUSSA’
(ANSA) – Vladimir Putin ha dichiarato che “per il prossimo decennio sono stati stanziati otto bilioni e 400 miliardi di rubli (oltre 98 miliardi di dollari) per la costruzione di nuove navi e imbarcazioni per la Marina” russa. Lo riporta la Tass.
“La Marina ha svolto e svolge un ruolo cruciale nel garantire la difesa e la sicurezza della Russia, nonché la protezione dei suoi interessi nazionali”, ha affermato Putin.
CASA BIANCA STUDIA OPZIONI GROENLANDIA, PUNTA SU PERSUASIONE’
(ANSA) – NEW YORK, 11 APR – Donald Trump intende persuadere e non invadere al Groenlandia. E’ quanto emerge dai piani al vaglio del consiglio per la sicurezza nazionale, che sta lavorando per tradurre in azioni la volontà del presidente di ottenere l’isola più grande del mondo.
I piani all’esame – riporta il New York Times – non sono chiari ma lo staff del presidente non ha mai seriamente considerato l’opzione militare per la Groenlandia, al di là delle parole di Trump che non l’ha mai esclusa.
Le politiche allo studio puntano sulla persuasione invece che sulla coercizione e promuovono uno sforzo di pubbliche relazioni volto a convincere la popolazione locale a unirsi agli Stati Uniti. Fra le opzioni c’è quella di campagne pubblicitarie e sui social per influenzare l’opinione pubblica.













