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BOOM: L’ANNUNCIO DI TRUMP SULLO STOP AI DAZI FA VOLARE WALL STREET! IL NASDAQ GUADAGNA IL 10%, LA CRESCITA PIÙ ALTA IN UN GIORNO DALL’OTTOBRE 2008 – A FAR CAGARE SOTTO TRUMP, COSTRINGENDOLO A UNA CLAMOROSA FIGURA DI MERDA CHE GLI HA FATTO PERDERE OGNI CREDIBILITÀ, SONO STATI I TITOLI DI STATO AMERICANI: GLI USA HANNO UN DEBITO COLOSSALE (36MILA MILIARDI DI DOLLARI) E UN INNALZAMENTO DEI RENDIMENTI RISCHIEREBBE DI RENDERLO INSOSTENIBILE…

Traduzione di un estratto

Le azioni statunitensi sono volate verso l’alto mercoledì, dopo che il presidente Trump ha annunciato in un post sui social media di aver autorizzato una pausa di 90 giorni su alcuni dazi imposti alla maggior parte dei Paesi.

La volatilità è tornata sui mercati, con le azioni che hanno recuperato dopo almeno un falso avvio nelle prime contrattazioni. Ma poco dopo le 13:00 a New York, il post del presidente su Truth Social ha spinto i tre principali indici verso una delle migliori giornate mai registrate.

[…]

In precedenza, Trump aveva esortato a mantenere la calma, e il segretario al Tesoro Scott Bessent aveva detto ai banchieri che “siamo in una situazione economica abbastanza buona.” In precedenza, Jamie Dimon, CEO di JPMorgan, aveva dichiarato che l’economia probabilmente stava andando verso una recessione.

I dazi reciproci di Trump su quasi 100 nazioni sono entrati in vigore durante la notte, compreso un dazio del 104% sulle importazioni cinesi. Mercoledì, Pechino ha dichiarato che avrebbe aumentato le tariffe sulle importazioni statunitensi al 84%, rispetto al 34%. Nel suo post sui social media nel primo pomeriggio, Trump ha scritto di aver aumentato il dazio imposto alla Cina al 125%, “effettivo immediatamente.”

Un altro aspetto sotto osservazione è stata la vendita di titoli di stato americani. Il rendimento del titolo a 10 anni, punto di riferimento per trilioni di dollari in prestiti e titoli, è salito fino al 4,47% mercoledì, prima di ritirarsi leggermente dopo che l’asta del Treasury a 10 anni ha registrato una forte domanda.

Tuttavia, gli investitori affermano che c’è una generale preoccupazione per il mantenimento di titoli di stato a lungo termine in vista delle aste governative di mercoledì e giovedì. Questa ansia ha contribuito a una vendita globale di azioni, con le azioni giapponesi in calo del 3,9% e il principale indice europeo che ha perso quasi il 3%.

Trump ha detto martedì che i dazi sulle importazioni farmaceutiche saranno annunciati “molto presto.” Le azioni delle farmaceutiche come Merck e Pfizer sono scese del 3% all’inizio di mercoledì.

CHE FARÀ IL PRESIDENTE DELLA BANCA CENTRALE AMERICANA, JEROME POWELL? AL GROTTESCO RINCULO TRUMPIANO DI 90 GIORNI SUI DAZI AVRA’ CONTRIBUITO, OLTRE AI MERCATI IN RIVOLTA, L’AVANZARE DI UNA FRONDA REPUBBLICANA  CONTRO IL TYCOON GUIDATA DAL SENATORE RAND PAUL (ORA SONO NOVE) – UNA FRONDA CHE, AGGIUNTA AL VOTO DEI DEM, POTREBBE ANCHE METTERE TRUMP IN MINORANZA AL CONGRESSO – SE IL TRACOLLO DELL’ECONOMIA A STELLE E STRISCE DIVENTERA’ INGESTIBILE, L’ARMA FINALE E’ L’IMPEACHMENT DEL CALIGOLA PER MALGOVERNO AI DANNI DEGLI STATI UNITI…

DAGOREPORT

I poteri forti americani hanno lo sguardo rivolto alla conferenza stampa, prevista la prossima settimana, del gran capo della Federal Reserve, Jerome Powell.

Il gran custode del dollaro, avversario delle crytovalute amate da Musk e Thiel, non vive giorni facili: il presidente gli chiede un drastico taglio dei tassi per salvare l’economia americana dalle ripercussioni dei dazi, ma ciò potrebbe causare una nuova fiammata dell’inflazione che, unita alla recessione, diventerebbe “stagflazione”. Una tragedia.

Che farà Powell? Chinerà il capo e cederà alle pressioni della Casa Bianca, accontentando chi l’ha nominato al vertice della Banca centrale americana (fu Trump a sceglierlo nel 2017)? Oppure rispetterà l’indipendenza dell’istituto? Questa seconda opzione pone un’altra domanda: davanti a un riottoso rifiuto, Trump lo caccerà?

L’ipotesi preoccupa gli investitori statunitensi, che considerano Powell l’ultimo baluardo prima della catastrofe sui mercati: finché c’è lui alla guida della Fed, c’è un argine di ragionevolezza a contenere la furia protezionista del tycoon.

Sui siti americani, la preoccupazione è ben espressa da editoriali e interviste con cui molti analisti, economisti, politologi, si chiedono: Trump può ravvedersi e fare marcia indietro sui dazi se si scatenasse il caos sui mercati? La pervicacia quasi ottusa con cui il Presidente ha marciato in una direzione ostinata e contraria rispetto a quanto gli veniva consigliato dai massimi esperti di economia, è finita come è finita: con l’annuncio di sospendere i dazi per 90 giorni (Cina esclusa). 

Una inversione a U dello psico-demente al quale avrà di sicuro contribuito la fronda all’interno del partito repubblicano che si oppone al movimento “Maga”: il senatore del Gop, Rand Paul, ha già creato intorno a sé una minoranza critica che conta nove parlamentari, parlando di “sussurri silenziosi” da parte degli altri “vecchi” repubblicani (“mi dicono all’orecchio che il libero scambio è buono, continuate così”).

La “rivolta” degli anti-Trump del GOP, insieme al voto dei Dem, può diventare decisiva qualora il Congresso decidesse di sfilare al Presidente l’autorità sui dazi, mettendolo in minoranza.

Come scriveva ieri Matteo Persivale sul “Corriere della Sera”, “la Costituzione degli Stati Uniti conferisce al Congresso, non al presidente” il potere di imporre tariffe: “per una serie di motivi, è stato delegato al presidente attraverso due leggi. Il Trade Expansion Act del 1962 (alla Casa Bianca c’era Kennedy) […] e il Trade Act del 1974 (alla Casa Bianca c’era Ford).

In entrambi i casi si tratta di deleghe, non di mandati costituzionali: il che significa che sono semplici leggi approvate dal Congresso, e che il Congresso può modificare quando vuole, a maggioranza semplice. Il Congresso potrebbe, oggi stesso, privare Trump di questo potere a lui delegato riprendendosi il pieno controllo in materia”.

E ancora: “Trump ovviamente porrebbe il veto, ma il veto può essere scavalcato da una maggioranza di due terzi in entrambe le Camere […]. Il calcolo è semplice: basterebbero i democratici, all’unanimità, insieme con 75 deputati repubblicani e 20 senatori repubblicani, per togliere a Trump il potere di decidere dazi, tariffe, oneri doganali e così via”.

Nel caso in cui il Presidente si dimostrasse insensibile alla fronda e ai “sussurri” del suo partito e alle iniziative del Congresso, i due rami del Parlamento potrebbero in estrema ratio valutare l’impeachment.

Bill Clinton fu sottoposto alla procedura per aver mentito al Congresso sulla relazione extraconiugale con Monica Lewinsky. Allo stesso modo, a Trump potrebbe essere mossa l’accusa di governare contro gli interessi americani. Di danneggiare, cioè, il Paese con provvedimenti economici boomerang.

Si tratta, ovviamente, di un’ipotesi molto remota, per il momento, ma davanti al crollo delle borse, alla fuga degli investitori e a dolorose ripercussioni sulla ricchezza dei cittadini americani, nulla può essere escluso

Jerome Powell

IL DILEMMA DI POWELL

Estratto dell’articolo di Claire Jones, Stephanie Stacey e Kate Duguid per “Financial Times”

I dazi di Donald Trump hanno scioccato i mercati globali — e lasciato alla Federal Reserve statunitense un problema spinoso: tagliare i tassi d’interesse per cercare di prevenire un brusco rallentamento economico, oppure mantenerli elevati per prevenire un nuovo scoppio dell’inflazione.

L’orientamento dei mercati è verso i tagli. In seguito al crollo delle Borse dopo l’annuncio da parte del presidente dei dazi del “giorno della liberazione”, i trader ora scommettono che la Fed ridurrà i tassi d’interesse quattro o cinque volte quest’anno, contro le tre previste prima del grande annuncio di Trump.

Il messaggio del presidente della Fed Jay Powell, tuttavia, è stato più aggressivo in tema di tassi. I dazi avranno un impatto “persistente” sull’inflazione negli Stati Uniti, ha dichiarato venerdì, il che renderebbe più difficile per la banca centrale avviare un allentamento.

È una divergenza che potrebbe in parte definire l’andamento dell’economia americana per quest’anno. Le banche di Wall Street stanno già facendo i conti con il problema: stanno alzando le previsioni per l’inflazione, ma tagliando quelle sulla crescita — arrivando persino ad avvertire che gli Stati Uniti potrebbero cadere in recessione se Trump non farà un passo indietro sui dazi.

Questo implicherebbe un intervento della Fed per abbassare i tassi. Trump è d’accordo. Poco prima che Powell parlasse venerdì — mentre l’S&P era nel pieno di una rapida discesa — il presidente ha scritto su Truth Social che sarebbe “il momento PERFETTO” per il presidente della Fed di tagliare il costo del denaro. “È sempre ‘in ritardo’, ma ora potrebbe cambiare la sua immagine, e in fretta,” ha dichiarato Trump. “TAGLIA I TASSI, JEROME, E SMETTILA DI FARE POLITICA!”

Molti economisti ritengono però che il problema non sia così semplice. Con un’inflazione sui consumi personali al 2,5%, ancora al di sopra dell’obiettivo del 2% della Fed, e con le aspettative che i dazi accelerino ulteriormente il ritmo, la banca centrale è in una posizione eccezionalmente difficile, ha dichiarato Sarah House, economista senior presso Wells Fargo. Si aspetta che la Fed mantenga i tassi tra il 4,25% e il 4,5% “il più a lungo possibile”.

[…] Anche Larry Fink, amministratore delegato di BlackRock, ha dichiarato lunedì di essere più preoccupato per l’inflazione e ha affermato di vedere “zero possibilità” di tagli nel breve termine. “Sono preoccupato per l’inflazione se davvero entreranno in vigore tutti i dazi proposti,” ha detto.

Anche i funzionari della Fed hanno segnalato che, finché non ci saranno segnali chiari che questa spinta economica si è invertita e che l’effetto dello shock commerciale di Trump sui prezzi è svanito, la banca centrale rimarrà in una posizione di “attesa e osservazione”.

[…] I mercati, però, pensano che accadrà molto prima, con un taglio di 0,25 o 0,5 punti percentuali già nella riunione di giugno della Fed — un calendario accelerato rispetto alla riduzione di un quarto di punto attesa solo la settimana scorsa per luglio.

Gli economisti sostengono comunque che la banca centrale darà priorità alle pressioni sui prezzi rispetto al rischio di recessione — soprattutto dopo aver combattuto negli ultimi due anni una delle peggiori fiammate inflazionistiche della memoria recente.

[…] Molto dipende innanzitutto da Trump e da quanto duramente vorrà insistere con i dazi. Lunedì, ha proposto di aumentare ancora i prelievi sull’esportatore più grande al mondo, la Cina, pur segnalando la sua apertura a negoziati commerciali con Paesi come il Giappone.

Se insisterà con i dazi più duri, l’impatto sulla domanda dei consumatori potrebbe essere abbastanza grave da cancellare ogni preoccupazione per i prezzi e spostare tutta l’attenzione sulla salute dell’economia.

MINISTRO TRUMP, CI ASPETTIAMO CHE ANCHE L’UE RINVII I DAZI

(ANSA) – WASHINGTON, 09 APR – Gli Stati Uniti si aspettano che anche l’Unione europea rinvierà i suoi dazi di 90 giorni. Lo ha detto il segretario al Commercio Howard Lutnick. “L’Europa ha imposto dei dazi di ritorsione, ma ha detto che non entreranno in vigore prima di un paio di settimane. Penso che quello che succederà è che saranno rinviati di 90 giorni, così avranno il tempo di negoziare con il presidente senza avere nulla in sospeso”, ha sottolineato.

MINISTRO USA, I DAZI SU ACCIAIO, ALLUMINIO E AUTO RESTANO

(ANSA) – WASHINGTON, 09 APR – “I dazi settoriali, quelli su acciaio e alluminio e sulle auto, rimarranno invariati”. Lo ha detto il ministro del Commercio americano Howard Lutnick sottolineando che “il presidente Trump è stato molto chiaro su questo”.

‘SEGRETARIO TESORO HA CONVINTO TRUMP SUI DAZI CON CRISI TITOLI’

 (ANSA) – WASHINGTON, 09 APR – Il segretario al Tesoro americano, Scott Bessent, è riuscito a far ragionare Donald Trump sui dazi, convincendolo ad una pausa, focalizzandosi sulla crisi dei titoli. Lo riferisce la Cnn citando fonti informate. Il segretario e il suo dipartimento erano, in particolare, preoccupati per l’impennati dei rendimenti che comporta costi più elevati per i consumatori americani sui tassi dei mutui per le case e i costi di finanziamento per le imprese. I ;;titoli del Tesoro americano sono considerati l’investimento più sicuro del mercato. È il luogo in cui gli investitori di tutto il mondo si rifugiano, certi che il ruolo dominante degli Stati Uniti nel sistema finanziario globale garantirà la sicurezza degli asset. Ma l’ondata di dazi imposti da Trump ha provocato la rapida svendita di asset rifugio e questo ha suscitato il timore di nuove turbolenze sui mercati.

SEGRETARIO AL COMMERCIO USA, TRUMP SI ASPETTA DI PARLARE CON XI

 (ANSA) – WASHINGTON, 09 APR – Il segretario al Commercio americano, Howard Lutnick, ha dichiarato di non essere in contatto con i funzionari cinesi sui dazi, tuttavia Donald Trump “si aspetta di avere un colloquio” con il presidente cinese Xi Jinping. “È una questione tra loro”, ha detto Lutnick alla Cnn. “Si tratta di una telefonata tra i leader di questi due grandi Paesi, e possono trovare una soluzione insieme”, ha aggiunto.

CINA, IN VIGORE I DAZI CONTRO GLI USA MA RESTANO ALL’84%

(ANSA) – PECHINO, 10 APR – I dazi di ritorsione dell’84% imposti dalla Cina sugli Stati Uniti sono entrati in vigore poco dopo le 12 locali (le 6 in Italia) nel mezzo dell’inasprimento della guerra commerciale bilaterale. Pur senza mostrare intenzione di fare marcia, Pechino non ha corretto al rialzo le sue aliquote in modo speculare alle mosse del presidente Usa Donald Trump che mercoledì, congelando le tariffe reciproche per 90 giorni su decine di Paesi, ha invece mantenuto la pressione sul Dragone con i dazi mantenuti in piedi e portati all’ultimo istante dal 104% al 125%.

LE BORSE ASIATICHE IN RALLY ANCHE DOPO I CONTRODAZI CINESI

 (ANSA) – PECHINO, 10 APR – Le Borse asiatiche proseguono il rally e rimbalzano in scia ai guadagni di Wall Street alimentati dallo stop di 90 giorni annunciato mercoledì dal presidente Usa Donald Trump dei ‘dazi reciproci’ su decine di Paesi, tranne la Cina verso cui il tycoon ha inasprito l’aliquota con effetto immediato dal 104% al 125%. L’umore degli investitori non è stato rovinato dall’entrata in vigore dei controdazi all’84% di Pechino sui beni made in Usa, perlatro non ritoccati al 105% come era ipotizzabile data la postura di reazioni speculari decisa dal presidente Xi Jinping in base alla legge del taglione. I listini di Tokyo e di Taiwan, i più penalizzati nelle ultime sedute, guidano la riscossa registrando, rispettivamente, rialzi dell’8,46% e del 9,22%. A Taipei, in particolare, il colosso del microprocessori Tsmc vola del 9,94%. Bene anche Singapore (+5,53%) e Seul (+5,46%), seguite da Jakarta (+4,47%) e da Bangkok (+3,44%). Più misurati i progressi di Shenzhen (+2,47%), Hong Kong (+1,8%) e Shanghai (+0,93%) per la nuova stretta tariffaria di Trump sul Dragone.

TRUMP, IL DELIRIO DI UN UOMO RIDICOLO: “CI VUOLE CORAGGIO A FARE QUANTO HO FATTO SUI DAZI” – DOPO AVER RINCULATO E SOSPESO LE TARIFFE PER 90 GIORNI DOPO IL CROLLO DEI MERCATI MONDIALI, IL COWBOY COATTO DELLA CASA BIANCA SI ARRAMPICA SUGLI SPECCHI: “HO NOTATO CHE LE PERSONE ERANO UN PO’ PERPLESSE, MA ANDRÀ TUTTO BENE. LA GENTE ERA UN PO’ SPAVENTATA – NON CREDO CHE DOVRÒ AUMENTARE LE TARIFFE ALLA CINA. E POI PECHINO VUOLE UN ACCORDO ANCHE SE NON SA COME FARE. MA IL PRESIDENTE XI È UN UOMO ORGOGLIOSO E INTELLIGENTE, FAREMO UN BUON ACCORDO. UN’INTESA E’ POSSIBILE ANCHE CON L’UNIONE EUROPEA”

CASA BIANCA, ‘TRUMP PREMIERÀ I PAESI CHE NON FANNO RITORSIONI’

(ANSA) – WASHINGTON, 09 APR – La Casa Bianca afferma che Donald Trump “premierà” la mancanza di “ritorsioni” ai dazi. “Non fate ritorsioni e sarete ricompensati”, ha scritto l’amministrazione su X.

CASA BIANCA RIBADISCE, PER L’UE SOLO DAZI BASE DEL 10%

 (ANSA) – WASHINGTON, 09 APR – Nell’ambito dello stop ai dazi di 90 giorni annunciato da Donald Trump all’Ue sarà applicata solo la tariffa di base del 10%, entrata in vigore il 5 aprile, nonostante le misure di ritorsione preparate da Bruxelles. Lo ha detto un funzionario della Casa Bianca alla Bbc.

CASA BIANCA, CANADA E MESSICO ESCLUSI DALLA PAUSA SUI DAZI

(ANSA) – WASHINGTON, 09 APR – Messico e Canada e la Cina non beneficeranno della pausa sui dazi di 90 giorni annunciata da Donald Trump. Lo ha detto un funzionario della Casa Bianca alla Bbc.

TRUMP, CI VUOLE CORAGGIO A FARE QUANTO HO FATTO SUI DAZI

 (ANSA) – WASHINGTON, 09 APR – “Ci vuole coraggio a fare quello che ho fatto”. Lo ha detto Donald Trump, parlando alla Casa Bianca della decisione sui dazi.

TRUMP, IL MERCATO AZIONARIO ADESSO È BELLISSIMO

 (ANSA) – WASHINGTON, 09 APR – “Se lo guardi adesso il mercato azionario è bellissimo”. Lo ha detto Donald Trump alla Casa Bianca commentando la ripresa di Wall Street dopo il crollo dei giorni scorsi. “Ieri ho notato che le persone erano un po’ perplesse ma andrà tutto bene”, ha aggiunto il presidente.

TRUMP, ‘TREGUA? HO VISTO LA GENTE UN PÒ SPAVENTATA’

 (ANSA) – WASHINGTON, 09 APR – “Ho visto che la gente era un pò spaventata”. Lo ha detto Donald Trump, alla Casa Bianca a proposito della decisione di annunciare una tregua di 90 giorni sui dazi.

TRUMP, NON CREDO CHE DOVRÒ AUMENTARE I DAZI ALLA CINA

 (ANSA) – WASHINGTON, 09 APR – Donald Trump non crede che alzerà ulteriormente i dazi alla Cina. “Non penso che dovrò farlo, no”, ha detto rispondendo ad una domanda alla Casa Bianca.

TRUMP, ‘XI INTELLIGENTE, FAREMO UN BUON ACCORDO’

(ANSA) – WASHINGTON, 09 APR – Xi Jinping è “un uomo intelligente, faremo un buon accordo”. Lo ha detto Donald Trump alla Casa Bianca aggiungendo che il leader cinese “ama il suo Paese”. “Xi sa benissimo cosa deve fare, ci faremo una telefonata e sarà tutto risolto”, ha aggiunto.

TRUMP, L’ACCORDO SUI DAZI POSSIBILE ANCHE CON L’UE

(ANSA) – WASHINGTON, 09 APR – Donald Trump è convinto che riuscirà a trovare un accordo sui dazi anche con l’Unione europea. “Certo, è possibile anche con loro”, ha detto il presidente americano alla Casa Bianca.

TRUMP, FAREMO ACCORDI EQUI CON TUTTI I PAESI

(ANSA) – WASHINGTON, 09 APR – “Faremo accordi equi con tutti i Paesi” sui dazi. Lo ha detto Donald Trump alla Casa Bianca.

TRUMP, CINA VUOLE L’ACCORDO SUI DAZI MA NON SA COME FARE

(ANSA) – WASHINGTON, 09 APR – Donald Trump ribadisce di essere convinto che “la Cina voglia un accordo sui dazi”. “Lo vuole ma non sa da che parte iniziare”, ha detto il presidente americano parlando alla Casa Bianca. “Sono persone orgogliose”, ha detto Trump parlando dei cinesi. “Il presidente Xi è un uomo orgoglioso. Lo conosco molto bene, e non sanno bene come procedere. Ma troveranno una soluzione. Stanno cercando di capirci qualcosa, ma vogliono raggiungere un accordo”. “È stata una decisione del presidente aspettare fino a oggi…”, ha aggiunto il tycoon.

TRUMP, CINA ORA NON MOLTO FELICE DI FIRMARE ACCORDO TIKTOK

(ANSA) – WASHINGTON, 09 APR – “L’accordo per la vendita di TikTok procede ma è chiaro che al momento la Cina non è molto felice di firmarlo”. Lo ha detto Donald Trump nello Studio Ovale riferendosi alle reazione di Pechino all’imposizione di durissimi dazi americani.

TRUMP INSISTE, BIDEN HA LASCIATO FAR QUELLO CHE VOLEVA ALLA CINA

 (ANSA) – WASHINGTON, 09 APR – “Il paziente è molto malato. Biden ha lasciato fare alla Cina ciò che voleva”. Lo ha detto Donald Trump alla Casa Bianca parlando del deficit commerciale degli Stati Uniti verso Pechino.

CORRONO I TREASURY AMERICANI, IL DECENNALE SCENDE AL 4,29%

(ANSA) – MILANO, 10 APR – Forte calo dei rendimenti dei Treasury americani, la cui impennata è stata secondo molti il vero campanello d’allarme che ha spinto il presidente Usa Donald Trump a cambiare rotta sui dazi. Il rendimento dei titoli di Stato decennali statunitensi, che era salito ieri fin al 4,5%, si è ridimensionato al 4,29%, mentre quello del trentennale, spintosi fino al 5%, è ridisceso al 4,69%.

Perché Trump ha messo in pausa i dazi: grande fuga dal dollaro, titoli di Stato sotto tiro e 14.500 miliardi volatilizzati in cinque giorni

Xi si è convinto di poter piegare Washington anche grazie al debito Usa nelle sue casse

Federico Fubini

Dopo 18 mila miliardi di dollari di valore azionario spazzato via dal suo ingresso alla Casa Bianca, dopo 14.500 miliardi volatilizzati dalle borse mondiali solo nei cinque giorni lavorativi dall’annuncio dei dazi «reciproci» — perdite medie per oltre 50 mila dollari per ogni americano sul risparmio in azioni — Donald Trump tenta la prima marcia indietro.

Quando ne ha dato l’annuncio lui stesso ieri, la capitalizzazione di mercato sparita nelle prime undici settimane della sua presidenza era simile al prodotto lordo della Cina: la prima (di gran lunga) economia al mondo per volumi di produzione. 

Forse però non è esattamente per i dolori di qualcuno a Wall Street che Trump è arretrato senza aver ancora messo al sicuro concessioni commerciali da alcun Paese. O non solo per quei dolori. Certo avrà pesato il rischio concreto di una recessione americana autoinflitta e targata Trump. Ma dev’essere stata un’occhiata più ampia alla situazione, a far capire al presidente che non poteva tenere. 

Perché a differenza di tante altre fasi di tensione finanziaria dell’ultimo trentennio, stavolta c’era un’anomalia in più a segnalare alla Casa Bianca — per dirla nel linguaggio di Trump stesso — che «non ha le carte». Di solito nelle tempeste gli investitori comprano prodotti americani quali beni rifugio sicuri: i titoli del Tesoro e dunque il dollaro. Entrambi tradizionalmente salgono di valore e scendono dunque in modo speculare i costi del crescente debito del governo americano. In questa crisi, stranamente, accadeva al contrario. E poteva anche essere un sintomo della debolezza finanziaria dalla quale gli Stati Uniti stanno dichiarando la loro «guerra economica» al resto del mondo, nella definizione dell’investitore Warren Buffett. 

Dal Liberation Day dei dazi alla parziale ritirata di ieri, il dollaro aveva già perso il 2% sulla media delle altre principali valute: un’immensità, per il valore più liquido al mondo. Quanto ai titoli di Stato Usa a dieci anni, i loro rendimenti si sono impennati da meno del 4% a un picco di quasi il 4,5%. Qualcuno stava vendendo pesantemente la carta sovrana dell’America, il cui costo del debito saliva. Potevano essere fondi a caccia di denaro dopo le perdite di borsa. O poteva essere la prima, minima comparsa del virus della sfiducia verso l’immenso debito americano e verso una moneta di riserva mondiale nelle mani di Donald Trump: quello status del biglietto verde non è più semplicemente scontato per il futuro. E poteva anche essere, in parte, la Cina. 

Il debito pubblico americano detenuto nelle riserve di Pechino è sceso da 1.300 miliardi nel 2013 a 761 agli ultimi dati; la sua quota è più che dimezzata. Ora la banca centrale cinese sta limitando i rinnovi dei titoli Usa in scadenza e semmai indica agli operatori di accumulare oro. Le misure della Casa Bianca di ieri — relativa clemenza per tutti, escalation su Pechino — puntano a isolare la Cina. Ma Xi Jinping dev’essersi convinto che ha le leve per piegare Trump e non solo grazie al debito Usa ancora nelle sue mani o per le potenziali ritorsioni contro gli impianti di Tesla e della Apple nella Repubblica popolare. 

C’è anche altro: Trump vuole smaniosamente il controllo (tramite capitalisti amici) della rete americana della cinese TikTok, a fini di propaganda politica, ma il negoziato per la sua vendita è bloccato. E ora Xi è anche pronto a rinunciare a quel 14,6% di export della Cina che va negli Stati Uniti pur di segnare un punto nella rivalità fra potenze. Conta sul fatto che la società americana oggi non sia capace di affrontare coesa una recessione prodotta dalle tensioni geopolitiche; ma sa che i cinesi accetterebbero questo ed altri sacrifici, in nome dell’onore della nazione.

Sull’ottovolante di Donald Trump, dagli insulti al dietrofront

“Tutti i Paesi mi chiamano per baciarmi il culo. Fanno di tutto per firmare un accordo”, aveva detto il presidente Usa. Poi pressato più dagli influencer della destra che da Wall Street, fa marcia indietro sui dazi

Gianni Riotta

«Ma chi c… è al governo qua?»: il grido, con tanto di parolaccia, del deputato democratico Steven Horsford, eletto nel Nevada, interrompe in diretta, alla Camera Usa, il compunto discorso di Jamieson Greer, l’ex capitano dell’Aviazione messo a capo del Commercio americano dal presidente Donald Trump. Greer si arrabattava a spiegare ai parlamentari come i dazi della Casa Bianca repubblicana fossero manna dal cielo, malgrado i 6.700 miliardi bruciati dalle Borse, lo spettro della recessione temuta dal presidente Powell alla Federal Reserve, Pechino sul piede di guerra e la buona fede europea scossa per una generazione, quando le notifiche di Whatsapp accendono gli iPhone, totem digitale della globalizzazione assemblato in 40 paesi: il presidente fa imprevista, rassegnata, disordinata e umiliante inversione a U.

Horsford smania contro il malcapitato Greer, «Lei sapeva dunque?», per capire come sia possibile che si presenti agli onorevoli deputati a predicare le virtù dei dazi, mentre il suo capo li azzera. Greer si affida al virtuosismo degli eufemismi, («Sapevo che se ne parlava ma…»), mentre poche ore prima, senza troppo galateo, Trump assicurava sicuro di sé: «Le nazioni mi baceranno il culo». E con vocina petulante mutuata dai Simpsons irrideva europei e cinesi: «Vengono a dirmi Signor presidente la preghiamo faccia un accordo, le daremo tutto».

All’ex gemello Elon Musk che lo invitava a ripensarci, definendo il consigliere trumpiano Peter Navarro “Mister Ritardato, più cretino di un sacco di mattoni”, a Bill Ackman, miliardario del fondo Pershing, agli amici del golf in Florida che lamentavano il bagno di sangue degli investimenti, Trump rispondeva tetragono: «Io sono il campione di Main Street, la strada della gente qualunque, non di Wall Street di voi ricchi», concentrandosi sulla crociata contro le università d’élite, Harvard, Cornell, Princeton, Columbia.

Non è durata, come aveva previsto su Repubblica il vicepresidente esecutivo di Pirelli Marco Tronchetti Provera. Stretto fra la risposta articolata degli europei di Ursula von der Leyen, prime misure ma via via incremento graduale, e il muro contro muro senza appello del presidente cinese Xi Jinping, Trump abbozza: goodbye Main Street, rieccomi Wall Street. Milioni di americani, dai ricchi del club di Manhattan, ai lavoratori che comprano titoli di Stato e azioni per mandare i figli al college, acquistare la casa o integrare la magra pensione Social Security, stavano perdendo troppi soldi, il 62% dei cittadini, 162 milioni di persone, hanno visto i risparmi liquefarsi, poi cedere anche i titoli di Stato dello zio Sam, più fedeli dei marines, e infine Re Dollaro umiliato, cedendo a 0,91 contro l’euro dell’arcaica Bruxelles.

Eppure a persuadere Donald Trump alla resa, precaria, provvisoria, limitata ma pur sempre resa, non sono i soloni dei mercati, le telefonate imploranti degli elettori, i sermoni dell’ex ministro del Tesoro Summers, i moniti del governatore Powell e neppure i fondi del costernato Wall Street Journal («Guerra cretina sui dazi… abbiamo perso il Canada alleato fedele… i mercati rovinati… impossibile ricostruire la manifattura Usa, non abbiamo operai né ingegneri, la spesa al supermercato raddoppierà entra Natale»), con i Quattro Cavalieri dell’Apocalisse economica nei titoli: «Inflazione, recessione, disoccupazione, protezionismo!».

Contro la gente comune, che fino al novembre del 2027 — cioè alle elezioni di midterm — non tornerà alle urne, contro i patrizi delle borse, contro i “Pundit”, i commentatori famosi, Trump avrebbe tenuto duro, con la grinta sfrontata appresa dal suo mentore Roy Cohn. Ma, invisibili ai media d’Europa, sono scesi in campo i compagni di strada che venera, il conduttore radio di destra Joe Rogan, patrono dei maschi bianchi senza laurea, che lo critica sulle tariffe al Canada; Dave Portnoy, influencer dalla tribuna online “Sgabello del bar”, nata per parlare di sport e scommesse e finita in politica, che urla di «aver perso tra 7 e 15 milioni in criptovalute»; lo youtuber con 7 milioni di followers Ben Shapiro, a denunciare «tariffe mal pensate che mai ci arricchiranno». Sono i fratelli trumpiani del “Bromance”, comunità macho del pensiero chiuso, economia chiusa, anima chiusa, a far alzare bandiera bianca a Donald Trump.

Troppo tardi. I mercati si aggiusteranno, i governi tratteranno, i guru muteranno narrativa, ma Xi Jinping, duro formatosi da deportato nei campi di rieducazione di Mao, gli amici del Pacifico e dell’Atlantico, i paesi terzi, hanno mangiato la foglia, Trump è imprevedibile ma indeciso, capace di citare il cannibale Hannibal Lecter ma incapace di portarci alle promesse tregue da Gaza a Kiev, nemico friabile e alleato inaffidabile. La mano va dunque a Pechino che aprirà in ogni continente un’offensiva economica, militare e diplomatica per rispondere, a modo suo, all’irrituale domanda del deputato Horsford del Nevada, regno del gioco d’azzardo a Las Vegas: «Chi c… governa qua?».

Il consiglio sospetto di Trump tre ore prima del maxi-rialzo di Wall Street:

«Adesso è un gran momento per comprare»

Il post su Truth del presidente, poi l’annuncio del rinvio dei dazi di 90 giorni e il boom delle Borse americane. Il caso del misterioso acronimo DJT

«Adesso è un momento grandioso per comprare!»

L’invito di Donald Trump arriva alle 0re 9,37 di lunedì 9 aprile, ovviamente, attraverso il suo social Truth. Tre ore e mezzo più tardi il presidente statunitense annuncia il rinvio di 90 giorni dei dazi «reciproci» contro tutto il mondo che hanno sconvolto le Borse globali per cinque sedute, abbattendone il valore di oltre 10 mila miliardi di dollari. La notizia della sospensione delle tariffe e delle trattative per evitarne l’entrata in vigore è un nuovo choc, ma di segno contrario, per gli investitori che si precipitano ad acquistare azioni a piene mani, spingendo l’S&P 500, il Dow Jones e il Nasdaq a rialzi senza precedenti.

La manipolazione del mercato

La previsione di Trump era insomma corretta e, d’altra parte, proveniva da chi aveva il potere di tradurla in realtà. Se si trattasse dell’amministratore delegato di un’azienda si tratterebbe di manipolazione del mercato; provenendo dal presidente degli Stati Uniti non è chiaro se il consiglio di comprare azioni violi qualche norma né chi, nel caso, potrebbe sanzionarlo. 

Sta di fatto che chi ha accolto il suggerimento di Trump è riuscito ad anticipare un  rimbalzo da record che ha portato l’S&P 500 a guadagnare 5400 miliardi di capitalizzazione nel giro di poche ore

Chi, la maggior parte degli investitori, ha invece continuato a vendere sino all’annuncio ufficiale del rinvio dei dazi presterà sicuramente d’ora in poi maggior attenzione ai segnali provenienti dall’account Truth presidenziale.

Pochi, del resto, scommettevano su un svolta a 360 gradi tanto repentina dopo che per giorni il presidente Usa e gli altri rappresentanti dell’amministrazione avevano detto e ribadito che non vi era alcuna possibilità di rinvio dei dazi. 

Il presidente aveva sottolineato anzi la necessità che gli Stati Uniti assumessero un’amara medicina per curare la malattia del deficit, mentre – pur provenendo dal settore finanziario come altri esponenti dell’amministrazione Usa – il segretario al Tesoro, Scott Bessent, aveva rimarcato la priorità assegnata dalla Casa Bianca al sostegno di Main Street, l’economia reale «dell’uomo della strada», anche a costo di sacrificare Wall Street, la finanza. 

La smentita Walter Bloomberg

Lunedì la Casa Bianca aveva persino smentito la notizia di una moratoria di 90 giorni dei dazi che, diffusa sui social da un tal Walter Bloomberg, aveva dato il la a un violento ma breve rialzo di Wall Street. E invece l’indiscrezione dell’account anonimo di Bloomberg (niente a che vedere con l’agenzia di stampa) era corretta nella sostanza, anche se non nei tempi dell’annuncio. Quelli li poteva conoscere soltanto la persona con il potere di decidere il rinvio, il presidente degli Stati Uniti. Che nel messaggio via social ha concluso il consiglio per gli acquisti con una sigla criptica: DJT.

Il caso dell’acronimo DJT

L’acronimo individua le azioni di Trump Media & Technology Group, l’azienda proprietaria della piattaforma Truth e controllata al 53% proprio dalla trust del presidente degli Stati Uniti. Ieri la società ha guadagnato il 21% a Wall Street dopo il rinvio dei dazi, arrivando a 4,5 miliardi di capitalizzazione. Pochi giorni prima, l’1 Aprile, in un documento l’azienda ha comunicato al mercato che Trump e la sua famiglia potranno in futuro vendere gradualmente sul mercato gli oltre 114 milioni di azioni in loro possesso. Un tesoretto che dopo il boom di Wall Street di ieri vale oltre 2,2 miliardi di dollari. 

Horsford dopo la revoca dei dazi: «È manipolazione dei mercati. Quale miliardario è appena diventato più ricco?»

Donald Trump ha annunciato uno stop di 90 giorni sulle tariffe commerciali

(LaPresse) Steven Horsford, membro democratico della Camera dei rappresentanti Usa, si scaglia durante contro il rappresentante commerciale degli Stati Uniti Jamieson Greer dopo la revoca delle tariffe da parte di Donald Trump: «È una manipolazione del mercato? Se non lo è, che cos’è? Chi ne trae vantaggio? Quale miliardario è appena diventato più ricco?» ha tuonato Horsford in aula.

Andriy Yermak

Yermak: «L’America sta capendo che il problema è Putin. Presto nuovi negoziati»

L’intervista del Corriere al braccio destro di Zelensky: «Il voto in estate? Una stupidaggine»

Lorenzo Cremonesi

L’Ucraina ha ancora fiducia negli Stati Uniti, nonostante tutto. Lo ribadisce Andriy Yermak. Il 53enne capo dell’ufficio presidenziale e consigliere più ascoltato da Volodymyr Zelensky ci ha parlato ieri per un’ora e mezzo nel suo ufficio.

Zelensky sostiene che ci sono 155 cinesi che combattono coi russi…

«Sono decine e decine su più punti del fronte. Non so quanti, ma tanti. È una cosa seria di ampia scala che stiamo investigando».

Scusi, ma lei sa bene che con i vostri soldati combattono migliaia di volontari e mercenari americani, tedeschi, francesi, italiani e tanti altri. Non è la stessa cosa per i mercenari cinesi dei russi?

«No, perché la Cina ci ha sempre detto che è neutrale. I nostri volontari vengono da Paesi che ci sostengono come il vostro. Pechino ci deve chiarimenti».

L’«Economist» scrive che state preparando le elezioni per l’estate, cosa risponde?

«Stupidaggini assolute. Impossibile pianificare le elezioni mentre ancora si combatte. Prima occorre finire la guerra, soltanto dopo potremo votare».

L’amministrazione Trump sta sconvolgendo l’economia mondiale e anche la sua diplomazia sembra fare acqua da tutte le parti. Crede ancora sia un mediatore efficace tra voi e la Russia?

«Nell’emergenza della guerra noi ucraini ci fidiamo dei fatti. E la realtà prova che gli americani sono stati fondamentali contro i russi. Senza il loro aiuto in questi tre anni non saremmo dove siamo oggi. Ho guidato la nostra delegazione ai negoziati in Arabia Saudita pochi giorni fa e posso dire con certezza che l’atteggiamento americano è stato ottimo e costruttivo. Nessuno ha messo in dubbio le responsabilità russe della guerra e la necessità di fare chiarezza per un accordo di cessate il fuoco comprensivo e senza alcuna precondizione. Trump ci ha dimostrato che vuole finire questa guerra e ha la forza di costringere la Russia a farlo. Io credo nel nostro presidente e nella nostra causa, che ora non è per la difesa di qualche territorio specifico, ma una vera lotta di sopravvivenza. Noi vogliamo il cessate il fuoco totale e un sistema concreto di monitoraggio. E solo gli Stati Uniti hanno gli strumenti per monitorare seriamente».

Ma intanto tutto è bloccato…

«Non lo credo. Prima di tutto si devono fare scambi rilevanti di prigionieri di guerra, liberare i nostri civili e riportare a casa i nostri bambini deportati. E poi sarà possibile pensare ai prossimi negoziati. Noi non abbiamo alcuna fiducia nei russi. Lo provano i continui attacchi di terra, i nostri 20 civili uccisi a Kryvyi Rih, i bombardamenti quotidiani».

Lei era presente allo scontro frontale di Zelensky con Trump e Vance a Washington. Non crede che da allora la vostra strategia sia dire sempre sì agli americani, nella speranza che sia Putin adesso a litigare con Trump?

«Certo noi speriamo che gli Usa siano con noi. Intanto continuiamo a ricevere aiuto militare e dell’intelligence Usa. È vero che adesso per noi è più difficile dell’anno scorso, ma sappiamo anche che gli Stati Uniti sono fondamentalmente dalla nostra parte. Zelensky agli americani quel giorno nell’Ufficio Ovale ha detto onestamente ciò che pensava e ritengo che alla fine sia stato vincente».

Ma voi credete ancora nella mediazione americana?

«Siamo certi che nei momenti cruciali concordiamo sull’essenza delle cose. Anche prima della guerra aveva chiesto armi e ricordo che fu Trump a darci i missili Javelin, che poi sono stati importanti per bloccare le prime ondate di attacco russe nel 2022. Nel primo mandato era contrario al Nord Stream. Oggi sappiamo che occorre fare di più per parlare con Trump».

Come vede i prossimi negoziati?

«Non abbiamo informazioni. Non c’è nulla di preciso. Avverranno presto, ma non ci sono date fissate».

Intanto voi e i russi continuate ad accusarvi a vicenda di rompere una tregua che nei fatti non c’è…

«Siamo come nella fase dei falliti accordi di Minsk prima dell’invasione russa. Dobbiamo rimetterci al tavolo e lavorare e voi europei lo avete capito».

Valuta che Trump sia adesso più duro con Putin?

«Penso che stia capendo che il problema sia Putin. E spero che alla fine si convinca che l’unico modo per arrivare alla pace sia darci la forza di resistere agli attacchi russi».

Crede che Putin sia oggi più flessibile?

«Non vedo alcuna flessibilità. Putin non può imporre condizioni al cessate il fuoco».

Dunque la mediazione Usa sta fallendo?

«Trump non accetterà mai alcun fallimento. Continuerà a provare e lo apprezzo. È troppo presto per giudicare».

Sareste pronti a cedere i territori occupati dai russi in cambio di una pace certa e sicura?

«Noi non riconosceremo mai la legittimità dell’occupazione russa delle nostre regioni con la forza. Per noi è una linea rossa. In secondo luogo necessitiamo comunque di garanzie di sicurezza serie. E la Russia deve pensare alle riparazioni di guerra».

Zelensky una volta era pronto a congelare lo status dei territori occupati per 15 anni: vale ancora?

«Troppo presto per parlarne. Andiamo per gradi: primo il cessate il fuoco totale».

Può l’Europa darvi gli aiuti che forniva l’America?

«Non nel corto o medio periodo. Vediamo che gli europei stanno armandosi a una velocità che solo poco fa era impensabile. Noi comunque stiamo armandoci. Le nostre industrie militari sono all’avanguardia oggi. I russi mirano a dividerci e noi dobbiamo restare uniti. L’Europa è la nostra casa e dobbiamo difenderla assieme».

La premier Meloni andrà a Washington…

«Avete una grande primo ministro che resta in Europa, sostiene l’Ucraina e sa parlare con Trump. Ha un ruolo fondamentale. Con L’Italia abbiamo un rapporto di grande amicizia e pazienza se Totti va a Mosca. Vorrà dire che dovremo avere più scambi anche culturali tra noi». 

L’arma migliore data dagli italiani?

«Le batterie di missili Samp-T».

MEDIA, COALIZIONE VOLENTEROSI BLOCCATA DA MANCATO OK USA

(ANSA) – ROMA, 10 APR – La coalizione dei volenterosi, guidata da Gran Bretagna e Francia con l’obiettivo di contribuire a garantire la sicurezza in Ucraina dopo il cessate il fuoco, rischia di arenarsi perché non è riuscita a ottenere dalla Casa Bianca alcun impegno concreto a fornire garanzie di sicurezza. Oggi i ministri della Difesa del gruppo si incontrano presso la Nato. Ma secondo fonti di Bloomberg, la Gran Bretagna e la Francia hanno cercato di convincere Donald Trump a offrire potenza aerea, sorveglianza delle frontiere e intelligence al posto delle truppe, ma il presidente degli Usa si è rifiutato per ora di prendere tali impegni.

COMINCIATI A ISTANBUL NUOVI COLLOQUI RUSSIA-USA

 (ANSA) – MOSCA, 10 APR – Una delegazione americana è arrivata al consolato generale russo di Istanbul per nuovi colloqui con i rappresentanti di Mosca sul ripristino degli staff nelle rispettive sedi diplomatiche, dopo le riduzioni avvenute con le sanzioni introdotte in seguito all’attacco russo all’Ucraina. Lo riferisce la Tass.

I negoziatori russi sono guidati dall’ambasciatore russo a Washington, Alexander Darchiev, quelli americani da Sonata Coulter, vice assistente segretario di Stato per gli affari europei ed euroasiatici. Una prima tornata di colloqui sul ripristino delle attività delle ambasciate e dei servizi consolari si era tenuta sempre a Istanbul il 27 febbraio scorso.

MEDIA, SCAMBIO DI PRIGIONIERI TRA RUSSIA E USA

(ANSA) – ROMA, 10 APR – La Russia e gli Usa hanno effettuato uno scambio di prigionieri ad Abu Dhabi. Lo scrive il Wsj. Mosca ha rilasciato Ksenia Karelina, una donna con doppia cittadinanza russa e statunitense, condannata l’anno scorso a 12 anni di carcere dopo essere stata riconosciuta colpevole in Russia di tradimento per aver donato meno di 100 dollari a un ente benefico ucraino con sede negli Usa. Gli Usa hanno liberato Arthur Petrov, cittadino russo e tedesco, arrestato nel 2023 a Cipro su richiesta degli Stati Uniti per presunta esportazione di dispositivi microelettronici sensibili.

Telefonate e offerte, scatta la corsa per trovare l’intesa sui dazi con gli Stati Uniti e ottenere «accordi cuciti su misura»

Il politologo Charles Kupchan: «Trump segue i suoi impulsi e i suoi istinti, ma non ha una strategia»

Giuseppe Sarcina

Alla Casa Bianca avranno aperto un «call center», visto che Donald Trump si è vantato, alla sua maniera, che si sono fatti vivi, in poche ore, oltre 75 leader stranieri. Tutti disposti a baciargli il deretano, cioè a fare un grosso sacrificio, pur di raggiungere un accordo che metta fine alla guerra commerciale. Nella lista degli Stati manca la Cina, vale a dire il partner economico più importante

A Wall Street prevale una cauta speranza. Peter Cardillo, capo economista del fondo «Spartan Capital», si aspetta ora «intense trattative» con il Canada, il Messico, l’Unione europea. E, aggiunge, «se le cose andranno bene con questi Paesi, presto o tardi si troverà il modo di negoziare anche con Pechino». Più pessimista il politologo Charles Kupchan, già consigliere di Barack Obama: «Trump segue i suoi impulsi e i suoi istinti, ma non ha una strategia. Credo l’unica ragione per cui abbia deciso questa moratoria è perché stava distruggendo la Borsa».

Code e blitz

In ogni caso la coda dei capi di Stato e di governo si sta allungando. Come procederà Trump? Se vogliamo prendere per buona la dichiarazione della sua portavoce, Karoline Leavitt, concluderà «accordi cuciti su misura con ogni singolo Paese». L’eccezione dovrebbe essere l’Unione europea. Stando alle regole dovrebbe toccare alla Commissione di Bruxelles trattare per tutti i 27 soci. 

I singoli leader, come Giorgia Meloni attesa a Washington il 17 aprile, si muoveranno per promuovere una causa comune. Sarà davvero così? Il 30 marzo scorso è passato quasi inosservato il blitz nella capitale americana del presidente finlandese Alexander Stubb. Trump non aveva ancora mostrato il tabellone dei dazi, ma l’ansia dilagava già ovunque. Stubb ha cercato di posizionare al meglio la Finlandia, uno Stato della Ue, arrivando a offrire anche delle navi rompighiaccio agli Stati Uniti.

Seul e Tokyo

Al momento, comunque, la trattativa con la Ue non è ancora iniziata. La Corea del Sud, invece, si è portata molto avanti. Il presidente a interim, Han Duck-soo, ha parlato a lungo con Trump, proponendo, tra l’altro, di destinare più risorse alla protezione militare del suo Paese, oggi assicurata da un massiccio schieramento di soldati Usa. Come si vede il «grande accordo», che Trump scrive sempre in maiuscolo sul suo social «Truth», non comprende solo i commerci

Anzi siamo di fronte a un unico tavolo dalle dimensioni indefinite, su cui planano dossier che finora sono rimasti distinti. Un altro esempio è il Giappone. Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha fatto sapere che il premier nipponico, Shigeru Ishiba, dopo aver conversato con Trump, ha deciso di inviare a Washington «un team» con «un pacchetto» che comprenderà un maggior acquisto di gas liquefatto americano, facilitazioni per le auto made in Usa, nonché per i prodotti agricoli.

Anche in questo caso il Giappone si impegnerà a coprire una quota dei costi per il mantenimento delle basi militari statunitensi. Il premier britannico, Keir Starmer, è sicuro di poter convincere Trump a ridurre se non ad azzerare i nuovi dazi del 10% «entro poche settimane». Certo, in nome della solida «alleanza speciale» tra i due Paesi. Ma anche mettendo sul piatto uno sostanzioso sconto fiscale per le società americane attive in Gran Bretagna. L’India, almeno per ora, resta in attesa. Il primo ministro Narendra Modi ha deciso di non rispondere alla mossa trumpiana con ulteriori prelievi alla dogana. È un segnale politico importante: a differenza della Cina, l’altra grande nazione asiatica vuole evitare una pericolosa escalation. Il governo vietnamita, invece, sabato 5 aprile ha inviato una lettera alla Casa Bianca, offrendo di abolire tutti i prelievi oggi esistenti sulle merci Usa, pur di scampare alla sentenza trumpiana. Una delle più pesanti: dazi al 46%.

Ricchezze e miserie

Ma ciò che colpisce di più è la corsa affannosa anche delle realtà più marginali del mondo. Il Bangladesh, uno degli Stati con sacche enormi di povertà, è stato colpito con un dazio del 37%. Il governo aveva chiesto una tregua di tre mesi, impegnandosi ad «aumentare in modo sostanziale» le importazioni dagli Usa. Il caso del Lesotho è il più surreale. Trump vuole punire la piccola enclave sudafricana con un prelievo 50%, di fatto sull’unico bene importato: il tessuto di cotone denim usato per confezionare i jeans, a cominciare da quelli con il marchio Levi’s. Il mondo di Trump non fa differenza tra amici e nemici, tra ricchezze e miserie. Ora, al netto di altre sorprese, si prepara a una stagione di trattative. Non è detto che tutte quante si concludano con un vantaggio per gli interessi americani. Intanto restano i danni, non solo finanziari, di questa inaudita offensiva.

«Potrebbe andare peggio», le telefonate dei senatori e le 18 ore che hanno convinto Trump sui dazi: «Ho deciso col cuore»

La svolta di Trump. A convincerlo sono stati i senatori repubblicani, la presidente svizzera, i ministri Bessent e Lutnick. Mentre Navarro, l’ideologo dei dazi, è sembrato restare isolato

Andrea Marinelli

È stata una decisione arrivata «dal cuore», di getto, ha sostenuto Donald Trump dopo aver annunciato la moratoria di novanta giorni per i dazi ai 75 Paesi che non ne avevano imposti di reciproci, applicando solo un 10%, e aver contestualmente alzato quelli cinesi al 125%Dopo l’annuncio, arrivato all’improvviso con un post sul suo social Truth, Trump ha ammesso di averci pensato «negli ultimi giorni», aggiungendo ai giornalisti presenti mercoledì nello Studio ovale che la decisione finale «è arrivata probabilmente questa mattina presto, molto presto. Non abbiamo utilizzato avvocati, l’abbiamo scritta col cuore: ne parlavamo da un po’, abbiamo deciso di premere il grilletto e lo abbiamo fatto oggi. E ne siamo felici».

Le voci che filtrano dall’amministrazione americana raccontano però di 18 ore convulse, accompagnate dal crollo dei mercati finanziari e quindi da un rimbalzo repentino. Fra martedì sera e mercoledì pomeriggio, il presidente degli Stati Uniti e i suoi consiglieri per il commercio hanno parlato con numerosi parlamentari repubblicani e leader stranieri, che hanno tutti espresso la propria preoccupazione per l’andamento dei mercati e per l’incubo di una recessione globale, invitandolo a fare qualcosa.

La svolta sarebbe arrivata martedì, dopo le 21, durante il programma televisivo di Sean Hannity su Fox News. Il conduttore, molto ascoltato da Trump, aveva invitato diversi senatori repubblicani che hanno espresso la propria preoccupazione per i dazi e invitato il presidente a negoziare con i Paesi che intendono sedersi al tavolo: in studio c’erano il leader di maggioranza John Thune del South Dakota, l’influente Lindsey Graham e Tim Scott della South Carolina, John Neely Kennedy della Louisiana, Katie Boyd Britt dell’Alabama, Tom Cotton dell’Arkansas, Ted Cruz del Texas e Markwayne Mullin dell’Oklahoma.

Il senatore Graham aveva confidato ai colleghi che Trump avrebbe guardato il programma e, durante l’ultima pausa pubblicitaria, il senatore Kennedy ha chiesto a Hannity «quindici secondi per rivolgersi direttamente al presidente». Quasi tutti hanno espresso preoccupazione per i dazi, invitando il presidente a trovare una strada alternativa. Una volta terminata la diretta, diversi dei senatori presenti hanno quindi parlato al telefono con Trump, che — ha rivelato lui stesso, parlando di gente «nauseta» — stava seguendo l’andamento incerto del mercato dei bond. «Lascerò a te decidere cosa è abbastanza e cosa non lo è», gli avrebbe confidato il decano Graham, «ma penso che vedi che la gente ha bisogno di ottenere qualche risultato».

Il senatore Cruz gli avrebbe invece detto che ora l’amministrazione si trovava davanti due strade: usare i dazi come leva per convincere gli altri Paesi ad abbassare i propri, oppure mantenere quelli annunciati e spingere gli altri Paesi ad adottarne di reciproci. «Quest’ultimo, ho detto al presidente, sarebbe un esito terribile e pericoloso per il Paese e per il Texas», ha rivelato Cruz al Washington Post. «L’ho anche incoraggiato, come avevo già fatto durante lo show di Hannity, a negoziare rapidamente uno o più accordi commerciali». Il presidente sarebbe quindi andato a letto con queste parole nella testa.

Mercoledì mattina, Trump ha incontrato molto preso il senatore Thune alla Casa Bianca — fonti vicine al leader di maggioranza ritengono però che non abbiano discusso di dazi — e ha parlato con la presidente svizzera Karin Keller-Sutter, il cui Paese aveva visto aumentare nella notte i dazi al 31% sugli orologi Rolex e sulla cioccolata. La telefonata è durata 25 minuti e la presidente Keller-Sutter lo ha invitato ad allentare misure che avrebbero danneggiato l’economia della confederazione, puntando sul ruolo che le imprese svizzere svolgono nel generare posti di lavoro in America e ricordando che il suo Paese lo scorso anno ha abolito i dazi sulle importazioni industriali americane.

Alle 8 del mattino, il presidente si è quindi risintonizzato su Fox News, ascoltando l’intervista di Maria Bartiromo all’amministratore delegato di JPMorgan Chase, Jamie Dimon, che da giorni criticava la politica commerciale trumpiana e che ha ribadito le alte probabilità di una recessione imminente. «Ho una visione calma, ma penso che le cose potrebbero peggiorare se non facciamo progressi», ha affermato Dimon in tv. Il presidente, ha rivelato il Wall Street Journal, era ormai entrato in «modalità di ascolto» e chiedeva ad amici e consiglieri notizie sull’andamento dei mercati.

A quel punto, Trump ha cominciato a pensare di invertire davvero la marcia — «Ha preso una decisione drastica, ha osservato attentamente le reazioni che ha innescato, ha lasciato consiglieri e alleati nel dubbio e infine «si è affidato all’istinto per cambiare direzione», ha sintetizzato il Wall Street Journal, definendolo un comportamento tipico del presidente — e ha postato sul suo social Truth: «Siate freddi», ha scritto. Per poi aggiungere, qualche minuto: «È un ottimo momento per comprare (azioni, ndr)».  A pranzo, Trump ha ricevuto l’investitore Charles Schwab e la governatrice democratica del Michigan Gretchen Whitmer che lo ha messo in guardia: «L’industria automobilistica del Michigan — gli ha detto — sta già sentendo l’impatto dei dazi».

Nel frattempo il segretario al Commercio Howard Lutnick era al telefono con il commissario europeo Maros Sefcovic. A mezzogiorno Lutnick e il segretario al Tesoro Scott Bessent si sono recati nello Studio ovale per conferire con Trump — ma non c’era il consigliere Peter Navarro, ideologo dei dazi: un indizio che la sua influenza potrebbe aver perso slancio — e hanno discusso di una marcia indietro che avrebbe colto di sorpresa anche qualcuno all’interno dell’amministrazione. Erano ancora insieme quando il presidente ha composto «uno dei post su Truth più straordinari della sua presidenza», come l’ha definito Lutnick con un post su X dodici minuti più tardi: quello in cui annunciava la «pausa» di novanta giorni.

Bessent, che aveva passato il weekend al telefono con i leader di Wall Street e domenica era volato a Mar-a-Lago ottenendo il permesso di rilasciare dichiarazioni pubbliche sui negoziati commerciali, ha sostenuto che questa fosse la strategia di Trump dal principio. Fonti vicine all’amministrazione hanno però rivelato al Wall Street Journal che il segretario al Tesoro aveva ricevuto negli ultimi giorni l’investitura di Trump e che, forte di una maggiore autorità, abbia giocato un ruolo fondamentale nel convincerlo.

L’annuncio ha risuonato in tutto il mondo, a cominciare dalla Casa Bianca. Alcuni consiglieri — come il falco Stephen Miller, vice capo dello staff — si sono precipitati a lodare le «capacità strategiche» e la «brillante pianificazione tattica» di Trump, che «in pochi giorni ha fatto più per riformare il commercio internazionale di quanto sia stato fatto in decenni, al tempo stesso isolando politicamente ed economicamente l’architetto dell’aggressione economica, ovvero la Cina».

Altri, fra cui diversi funzionari di alto livello, sono stati presi alla sprovvista dalla marcia indietro e hanno avuto un meeting d’emergenza per capire come procedere, convocando poi una conferenza stampa con Bessent e la portavoce di Trump, Karoline Leavitt. I dettagli del nuovo piano non erano chiari a nessuno, ma per lo meno i mercati sono ripartiti con un rimbalzo da record. Nel frattempo, davanti alla Casa Bianca, Navarro intervistato da Fox Business negava di essere stato isolato. «Lavoriamo bene insieme, io e Scottie (Bessent, ndr) siamo ottimi amici», ha detto il consigliere in tv. «Una band, una musica, fratello».

Così la «colomba» Scott Bessent ha fatto ragionare Trump sui dazi

Ma il segretario al Tesoro «copre» il capo: «Era tutto pianificato»

Viviana Mazza

Molti a Wall Street speravano che Scott Bessent sarebbe stato la voce della ragione nell’amministrazione Trump. Ovviamente il segretario al Tesoro respinge questa etichetta. Ieri ha detto ai giornalisti che il piano di una pausa di 90 giorni nei dazi reciproci è stato concepito sin dall’inizio da Trump: è «l’arte di fare affari».

Miliardario, nato in South Carolina e discendente di ugonotti francesi, fondatore del fondo di investimenti Key Square, gay dichiarato, Bessent è stato dal 1991 al 2015 (con un breve intervallo) il braccio destro di George Soros, il finanziere democratico più odiato dalla destra. Era considerato una scelta pragmatica e rassicurante per il Tesoro sia da Wall Street che dalla classe politica di Washington (ma piace anche a Steve Bannon), a differenza di un altro miliardario amico di Trump, Howard Lutnick, che mirava alla stessa poltrona ed è diventato ministro del Commercio. Bessent è un esperto di turbolenze finanziarie: il suo hedge fund nel 2022 scommise (ed ebbe la ragione) contro la Fed che l’inflazione Usa sarebbe durata più a lungo del previsto.

Sui daziBessent ha abbracciato l’argomentazione di Trump sulla necessità dei dazi per riequilibrare la bilancia commerciale, ma aveva suggerito un approccio incrementale, a partire dal 2,5% contro i 19 Paesi con il peggiore surplus della bilancia commerciale, con aumenti ogni mese della stessa percentuale fino a un massimo del 20% (come aveva promesso Trump in campagna elettorale), per dare tempo al mondo del business di adattarsi e ai Paesi stranieri colpiti dalle tariffe di negoziare con l’amministrazione Usa. Ma Trump voleva molto di più del 2,5%. Il segretario al Tesoro sembrava aver perso quella battaglia.

Il 2 aprile, nel Giardino delle Rose, il ministro del Commercio Howard Lutnick porgeva il tabellone con i numeri a Trump e il consigliere Peter Navarro, il più strenuo sostenitore dei dazi in questa amministrazione, spiegava i dati ai giornalisti. Ma c’era anche Bessent che aveva fissato interviste con la Cnn e con Bloomberg News dove, diplomaticamente, consigliava di non rispondere con controdazi e di aspettare: le tariffe — diceva — erano al punto più alto possibile e senza sbilanciarsi a chi gli chiedeva se fossero permanenti rispondeva: «Vedremo che cosa succede e come la pensa il presidente».

Con le Borse che crollavano e le critiche (anche da sostenitori di Trump) che aumentavano, il senatore repubblicano Ted Cruz ha suggerito che c’erano «angeli e demoni» che sussurravano nell’orecchio del presidente (i demoni sono quelli che vogliono «dazi alti per sempre»). Domenica scorsa, a due giorni dall’entrata in vigore dei dazi, Bessent è andato a parlare con Trump a Mar-a-Lago ed è tornato in volo con lui a Washington. Lunedì, lo stesso Bessent ha annunciato sui social di aver preso, insieme al rappresentante Usa al Commercio Jamieson Greer, il timone dei negoziati sui dazi. «Bessent e Greer sono più qualificati a trattare senza infiammare, sono i migliori poliziotti per gestire il traffico verso la descalation e verso risultati significativi», ha detto una fonte della Casa Bianca al Financial Times. Martedì il «poliziotto buono» ha suggerito che i colloqui con Giappone e Corea del Sud avrebbero rapidamente portato ad accordi che avrebbero allentato i dazi, mettendo ai margini — per ora —Lutnick e Navarro.

Scott Bessent

Ieri mattina Bessent era atteso al Congresso per un’audizione, ma ha mandato il suo vice spiegando che doveva andare da Trump.Il segretario al Tesoro era nella stanza quando il presidente ha dato (via social) l’annuncio della pausa di 90 giorni ed è stato lui a spiegare la decisione ai giornalisti. Bessent avrebbe convinto il presidente mostrandogli i segnali di sofferenza nel mercato dei titoli di Stato statunitensi. Lutnick, comunque, sottolineava sui social che nella stanza c’era anche lui e, secondo le ricostruzioni, stavolta avrebbe fatto fronte comune con Bessent. 

«Difendo Main Street, non Wall Street»: la frase (populista) usata da Trump per spiegare i dazi

«Sono fiero di essere il presidente dei lavoratori, che difende Main Street, non Wall Street», ha detto il presidente americano. Ecco dove nasce questa frase

«Sono fiero di essere il presidente dei lavoratori, che difende Main Street, non Wall Street», ha detto Donald Trump nel mezzo di una bufera politico-finanziaria, finita ieri con l’annuncio di una pausa di 90 giorni sull’applicazione dei dazi. Ma che cosa intendeva il presidente americano quando si è riferito a Main Street?

Il significato del termine

Main Street è un termine colloquiale, molto popolare negli Usa, usato dagli economisti per indicare le piccole imprese indipendenti. Deriva dal nome dato alle vie principali dei piccoli centri cittadini, piene di negozi e ristoranti: di Main Street, in America, ce sono oltre diecimila. In Inghilterra il termine equivalente è High Street.

Nel contesto finanziario, Wall Street è utilizzato proprio in contrapposizione a Main Street, e qui si spiega la frase di Trump. È il cavallo di battaglia populista del tycoon (peraltro uno che ha fatto fortuna come immobiliarista): le grandi imprese e l’alta finanza da una parte, il Paese del popolo, delle persone «normali», degli imprenditori locali dall’altra, quella fetta di America che ha creduto ancora una volta in Trump e che il presidente non vuole deludere. 

Ma Main Street e Wall Street sono legate a doppio filo. Chi lavora nel mondo degli affari e dell’alta finanza dedica molto tempo a cercare di capire quali prodotti, mode, marchi e tendenze hanno successo o meno tra gli acquirenti di Main Street.

Secondo la U.S. Small Business Association, a marzo 2020, negli Stati Uniti erano presenti 31,7 milioni di piccole imprese: la spina dorsale delle principali vie commerciali locali americane. Numeri colpiti duramente dalla pandemia.

Il concetto di Main Street nel capolavoro di Sinclair Lewis

Main Street è anche il racconto graffiante della commedia umana di provincia, firmato dal Nobel Sinclair Lewis nel 1920. È uno dei miti fondativi delle lettere americane. Per Sinclair Lewis la piccola cittadina di Gopher Prairie, in Minnesota, è microcosmo di storie, di tradimenti e di ipocrisie, nel quale la nazione si riflette.

La Main Street a Springfield, Massachusetts, nel 1905

I voltafaccia di Trump e le lezioni per noi

Anche il presidente Usa può cambiare idea. In questo momento di incertezza si naviga a vista con la pressione che si sposta sulla Cina. In futuro potrebbe succedere tutto e il contrario

Un’altra giornata folle ci ha regalato una prima conferma: Donald Trump può cambiare idea, lo fece spesso in passato, lo farà ancora. La sua suprema arroganza ha almeno questo piccolo vantaggio: non si considera legato a un dovere di coerenza, è convinto che la propria immagine e reputazione sia talmente eccelsa da sopravvivere agli incidenti di percorso.

Nella fattispecie, gli incidenti che lo hanno infine costretto a sospendere la maggior parte dei dazi includono il crollo delle Borse, un inizio di ripensamento nell’elettorato americano sulla sua competenza economica, la disperazione di molti capitalisti e top manager americani che lo esortavano a ripensarci, e anche una fronda sempre più visibile nel partito repubblicano.

Fare bilanci, e a maggior ragione previsioni sul futuro, sarebbe incauto. Si naviga a vista, a un ripensamento anti-dazi potrebbero seguirne altri nella direzione opposta. Per adesso – ma “per adesso” significa per qualche ora o per qualche giorno… – sappiamo alcune cose.

Il verdetto dei mercati ha ancora qualche influenza su Trump, malgrado il suo tentativo di ridimensionarlo come fosse una “medicina amara” da ingoiare per meritarsi un futuro migliore. L’establishment capitalistico non è succube della Casa Bianca e in questo frangente rappresenta la voce della ragione, del pragmatismo: i migliori alleati degli europei sono quei presunti “oligarchi” che nei mesi scorsi venivano demonizzati.

Per adesso – ma sottolineo ancora la precarietà di quanto sto per scrivere – la pressione si sposta e si concentra quasi esclusivamente sulla Cina, l’unica nazione sulla quale rimangono i superdazi. La quale ha reagito promettendo una guerra a tutto campo. Il tema è centrale e tornerò a esaminarlo in tutti i suoi aspetti. Xi Jinping si stava preparando da tempo a una situazione difficile: il protezionismo (che lui ha praticato per primo) è in una fase di escalation già dal primo Trump, poi confermata e accentuata durante l’Amministrazione Biden.

Ma una prima conseguenza del pandemonio accaduto dal Liberation Day al voltafaccia di ieri riguarda la credibilità di questa Casa Bianca. Se ciò che annuncia e promette può essere revocato così repentinamente, chiunque abbia a fare con questa Amministrazione deve incorporare nei propri scenari una dose di incertezza stratosferica. Vale per i governi, vale per le imprese.

TRUMP, ‘NON C’È MOLTO TEMPO PER FARE L’ACCORDO CON L’IRAN’

(ANSA) – “Non c’è molto tempo per fare l’accordo con l’Iran. Non possiamo permettere che abbiano l’arma nucleare”. Lo ha detto Donald Trump a due giorni dall’inizio dei colloqui con Teheran in Oman sabato.

TRUMP, AZIONE MILITARE CONTRO L’IRAN POSSIBILE SENZA ACCORDO

 (ANSA) – Donald Trump ritiene “possibile” un’azione militare contro l’Iran se non si troverà l’accordo sul nucleare. “Assolutamente possibile”, ha risposto ad una domanda sull’argomento alla Casa Bianca. “Se necessario l’intervento militare lo faremo assolutamente”, ha detto Trump ai giornalisti. “Israele sarà ovviamente molto coinvolta, sarà leader”, ha aggiunto.

GLI USA IMPONGONO NUOVE SANZIONI CONTRO L’IRAN

(ANSA) – Gli Usa hanno imposto nuove sanzioni contro l’Iran, due giorni dopo che il presidente americano Donald Trump ha annunciato per sabato in Oman colloqui diretti programmati con Teheran sul suo programma nucleare mentre l’Iran ha chiarito che si tratta di colloqui indiretti. Il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha affermato di aver imposto sanzioni a cinque entità con sede in Iran e a una persona con sede in Iran per il loro sostegno al programma nucleare iraniano.

L’UE SOSPENDE PER 90 GIORNI I DAZI CONTRO GLI USA

(ANSA) – L’Ue ha deciso di sospendere per novanta giorni i dazi decisi ieri contro i prodotti americani. Lo ha annunciato la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen. Con la decisione di oggi, ha spiegato il portavoce dell’esecutivo Ue per il Commercio, Olof Gill, la Commissione europea ha deciso di rinviare l’intera lista di controdazi approvata ieri in risposta alle tariffe ordinate da Donald Trump su acciaio e alluminio.

“Gli Stati membri ci hanno dato il mandato per procedere, ma questo non significa un’attivazione automatica delle misure”, ha precisato il portavoce, indicando che – fino all’annuncio di Trump sulla pausa di 90 giorni – l’intenzione di Bruxelles era “di pubblicare l’atto legale che avrebbe fatto scattare i dazi la prossima settimana” in tre fasi: 15 aprile, 16 maggio e primo dicembre. “Ora abbiamo premuto sul pulsante pausa: il lavoro di preparazione” per rispondere invece ai dazi reciproci di Trump “prosegue, ma finché siamo in pausa non annunceremo né presenteremo nulla”, ha evidenziato il portavoce Ue.

VON DER LEYEN, PAUSA DAZI ‘PASSO IMPORTANTE’: ‘UE RESTA IMPEGNATA PER NEGOZIATI COSTRUTTIVI CON GLI USA’

(ANSA-AFP) – BRUXELLES, 10 APR – La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha accolto con favore la decisione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump di sospendere gli aumenti tariffari previsti, definendola un “passo importante verso la stabilizzazione dell’economia globale”.

“Condizioni chiare e prevedibili sono essenziali affinché il commercio e le catene di approvvigionamento funzionino”, ha affermato von der Leyen in una nota. “L’Unione Europea resta impegnata a condurre negoziati costruttivi con gli Stati Uniti”, ha affermato.

No, quella di Trump non era «una strategia pensata dall’inizio»:

il dietrofront sui dazi, punto per punto

La versione ufficiale è che era «tutto previsto, tutta una strategia», ma la realtà è che il presidente ha cambiato gioco prima ancora di cominciare a giocare

Gianluca Mercuri

La giornata era iniziata con la frase che campeggiava su tutti i siti, quel kissing my ass che era sembrato l’apogeo del trumpismo sul piano sia lessicale sia ideologico – «Tutti i Paesi mi stanno chiamando e baciando il culo per negoziare le tariffe», “per favore, per favore, signore, facciamo un accordo, farò qualsiasi cosa…”» – ma alla fine il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha restituito il bacio – sì, immaginare un mappamondo con quella forma lì e lui chi ci poggia le labbra rende l’idea di quello che è successo – e ha fatto un clamoroso dietrofront: tariffe congelate per 90 giorni, a parte un simbolico 10%. Per tutti, tranne che per la Cina. Che è (sempre) un discorso a parte.

La strategia

Il Trump che diceva che non avrebbe ceduto, insomma, alla fine l’ha fatto, dopo una settimana in cui ha messo sottosopra il mondo, con costi enormi per tutti, qualcosa come 15 mila miliardi bruciati sui mercati dal «Liberation Day» del 2 aprile. Ora la versione ufficiale è che era tutto previsto, tutta una strategia, ma la realtà è che il grande negoziatore ha cambiato gioco prima ancora di cominciare a giocare/negoziare: perché ha visto che le Borse crollavano, che non solo i cinesi ma anche gli europei preparavano contromosse – si vis pacem, para dationem -, che perfino tra i repubblicani cominciavano a serpeggiare malumori e a drizzarsi schiene, che i derelitti democratici rialzavano la testa, che il dollaro e il debito americano risentivano vistosamente dell’assurda guerra scatenata dal capo. Non è sempre una buona idea reagire al bullo. Ma non lo è nemmeno dargli la certezza che non reagirai mai. I mercati hanno reagito, l’Europa ha annunciato che reagirà, la Cina era pronta a reagire da un pezzo. Il bullo ha fatto marcia indietro.

Il dietrofront di Trump

Le spacconate, la virata, il sollievo, le incognite: punto per punto.

• Il bacio della morte: La frase del presidente sui Paesi pronti a baciarlo lì, pronunciata nella notte italiana tra martedì e ieri, aveva gettato il mondo nel più cupo pessimismo. L’immediata e prevista reazione cinese – aumento dei dazi sui prodotti Usa fino all’84% – è suonata come il gong della guerra commerciale globale. I mercati sono crollati. Fino al contrordine serale dalla Casa Bianca.

• Il ripensamento di Donald: Erano le 15.30 americane East Time, due ore e mezza prima che chiudesse la Borsa di New York. Su Truth, il suo social, Trump ha postato queste frasi che storci e biografi menzioneranno in tutti i libri su di lui: «Sulla base della mancanza di rispetto che la Cina ha mostrato per le Borse mondiali, dichiaro un aumento dei dazi al 125% con effetto immediato. A un certo punto, speriamo, nel prossimo futuro, la Cina capirà che non è più sostenibile né accettabile fregare gli Stati Uniti e gli altri Paesi. Al contrario, sulla base del fatto che oltre 75 Paesi hanno chiamato gli Stati Uniti per negoziare e che su mio suggerimento non hanno risposto in alcuna forma e modo contro gli Stati Uniti, ho autorizzato una pausa di 90 giorni, durante la quale dazi fortemente ridotti al 10% saranno applicati immediatamente».

• La vittoria di Bessent: Ovvero Scott Bessent, il segretario al Tesoro che Wall Street considera l’adulto nella stanza, il volto ragionevole del trumpismo (qui il suo ritratto, di Viviana Mazza). È lui che ha convinto il leader al passo indietro, e infatti è lui, insieme al segretario al Commercio Howard Lutnick, che il presidente ha citato per spiegare la sua mossa a sorpresa. Nessuna menzione per Peter Navarro, Il consigliere falco che lo invitava alla linea dura e che si era beccato dell’«idiota» da Elon Musk. Bessent ha provato a far credere che anche la contromossa fosse stata architettata in anticipo da Trump. Non è così: Trump è stato tirato per i capelli, o per il parrucchino, quand’era sull’orlo dell’abisso.

• Come hanno reagito i mercati? Il fuso orario ha tagliato fuori le Borse europee: a Milano il Ftse Mib ha perso il 2,75%. Ma a Wall Street, tutti i titoli sono schizzati verso l’alto: il Dow Jones del 7,87% , l’S&P500 del 9,5% e il Nasdaq addirittura del 12,16%. Tra i titoli-simbolo Apple, che nei giorni scorsi ha bruciato 250 miliardi di dollari, è risalita del 15,33%, Tesla del 22,69%. Racconta Marco Sabella: «La reazione di giubilo degli investitori Usa, quasi la risposta a una sorta di bollettino della vittoria, si giustifica con il fatto che l’ipotesi di una pesante recessione – che ormai i prezzi dei titoli e delle materie prime stavano incorporando – si allontana improvvisamente e prende invece corpo l’ipotesi che il negoziato diventerà la forma predominante per risolvere il contenzioso commerciale tra Stati Uniti e resto del mondo nei prossimi mesi». Nella notte, prevedibilmente, c’è stato il boom delle borse asiatiche.

• Ma cosa ha convinto Trump? Intanto vediamo «chi». Oltre a Bessent, il santo-subito dei mercati si chiama Jamie Dimon ed è il ceo di JP Morgan. Parlando a Fox Business, ha definito «probabile» la recessione: «Ho una visione pacata, ma credo che la situazione potrebbe peggiorare se non facciamo qualche passo avanti». Parole che hanno molto colpito Trump. Al timore di questa recessione auto-inflitta, Federico Fubini aggiunge un dato: «Stavolta c’era un’anomalia in più a segnalare alla Casa Bianca – per dirla nel linguaggio di Trump stesso – che “non ha le carte”. Di solito nelle tempeste gli investitori comprano prodotti americani quali beni rifugio sicuri: i titoli del Tesoro e dunque il dollaro. Entrambi tradizionalmente salgono di valore e scendono dunque in modo speculare i costi del crescente debito del governo americano. In questa crisi, stranamente, accadeva al contrario. Dal Liberation Day dei dazi alla parziale ritirata di ieri, il dollaro aveva già perso il 2% sulla media delle altre principali valute: un’immensità, per il valore più liquido al mondo. Quanto ai titoli di Stato Usa a 10 anni, i loro rendimenti si sono impennati da meno del 4% a un picco di quasi il 4,5%. Qualcuno stava vendendo pesantemente la carta sovrana dell’America, il cui costo del debito saliva».

E qui veniamo alla Cina

• La risposta di Pechino: La Cina, dunque, non solo non ha tolto il 34% di contro-dazi inflitto ai prodotti Usa, come esigeva Trump, ma ci ha aggiunto un 50%. E tutto fa pensare che sia pronta a una guerra commerciale aspra e lunga. Ad andare fino in fondo.

• Che altre carte ha la Cina? Ne ha molte (qui un’analisi di Luca Angelini straletta ieri sul sito), e sono in grado di procurare danni enormi agli Usa. Potrebbe smettere di collaborare per frenare l’export dei precursori chimici che servono a produrre il Fentanyl, l’oppiaceo che uccide per overdose decine di migliaia di americani all’anno. Potrebbe bloccare le licenze dell’export per le terre rare, i minerali vitali per la tecnologia Usa, o limitare l’import di fagioli di soia e sorgo, colpendo a morte gli agricoltori americani, o imporre restrizioni sui servizi, dalle consulenze agli studi legali, un settore con cui – ha ricordato ieri Pechino – gli Usa compensano gran parte del disavanzo commerciale (come avviene del resto con l’Europa). Chiaramente, muovere queste leve danneggerebbe anche la Cina. Con una differenza.

• Xi Jinping non ha il midterm: C’è questo dettaglio della democrazia: nella sfida agli Usa il leader cinese si gioca tutta la sua parabola, il posto stesso nella storia, perché ha giurato che il sorpasso ci sarà, la Cina sarà il Paese guida del mondo. E per riuscirci può stressare il suo popolo molto più di Trump, che già tra un anno e mezzo potrebbe rispondere ai suoi elettori di promesse mancate e disastri evitabili, tra cui il ritorno dell’inflazione. È la scommessa di Xi.

• E poi c’è il nazionalismo: Un fattore sottovalutato da Trump: se li tocchi nell’orgoglio, i cinesi si arrabbiano e fanno di tutto per fartela pagare. È l’errore commesso dal vicepresidente JD Vance, che doveva essere un Trump con più cervello e per ora sembra un gaffeur invasato. Lunedì ha deriso i cinesi chiamandoli «contadini», lui che incarnava il bifolco bistrattato dalle élite, e la risposta cinese è stata un diluvio social tra indignazione e satira, come questo video inesorabile sull’impossibile ritorno degli americani nelle fabbriche che vorrebbe Trump. I cinesi nelle fabbriche ci vanno, e sono leader in settori chiave come energia pulita e veicoli elettrici. E i più veloci con l’Intelligenza artificiale.

• Ma Trump ha del tutto torto? Certo che no. La devastazione dell’industria americana, la perdita di posti di lavoro, il risentimento della working class bianca l’hanno fatto vincere due volte non per caso. I cinesi hanno goduto del libero scambio ma l’hanno inquinato con trucchi come i furti di proprietà intellettuale, la manipolazione della valuta, lo spionaggio industriale. E la necessità di fermarli è un punto condiviso, bipartisan, infatti anche Joe Biden ha usato i dazi.

• E allora? E allora, il punto è che Trump sta giocando troppo pesante. Non ha badato ai rischi. Ha colpito tutti. Ha sottovalutato le conseguenze dello scontro frontale. Forse proprio lui, il re delle carte e dei deal, ha bluffato in modo scomposto. E gli altri l’hanno capito.

Dall’alto in senso orario: Belloni, Šefcovic, Weyand, Seibert, Margherita, Baert, Jørgensen, Rubinacci

La squadra di von der Leyen in difesa di Bruxelles dai dazi: il «capo», la stratega e il mediatore

Nel team che mette a punto la strategia per rispondere ai dazi statunitensi ci sono la tedesca Weyand a capo della Dg Trade e il belga Baert del gabinetto von der Leyen. Belloni è capo consigliere diplomatico, con anche la delega alle relazioni con gli Usa

Francesca Basso

Ogni crisi ha i suoi protagonisti. Durante quella finanziaria nel 2015, finì sotto i riflettori l’irlandese Declan Costello, che era a capo della missione della Commissione in Grecia, faceva parte dell’odiata troika. Durante la pandemia l’attenzione si concentrò su Sandra Gallina, alla guida della Direzione generale Salute, che negoziò i vaccini per conto della Commissione e degli Stati.

Adesso sotto i riflettori c’è il team che deve proteggere gli interessi europei trattando con gli Stati Uniti per fermare la guerra dei dazi intrapresa dal presidente Trump. Il cuore è la Direzione generale Trade che fa capo al commissario Ue al Commercio, il ceco Maroš Šefcovic. Chi lavora con lui lo descrive «portato alla trattativa, con un particolare istinto a entrare in sintonia con l’interlocutore ma anche molto fermo e determinato». Ovviamente Šefcovic si muove in stretto contatto con la presidente della Commissione Ursula von der Leyen e con il suo braccio destro, il potentissimo capo di gabinetto Björn Seibert. Nel team della presidente è entrata di recente Elisabetta Belloni come capo consigliere diplomatico, che tra le sue funzioni ha anche le relazioni con gli Usa.

I rapporti con la nuova amministrazione Trump sono stati difficili fin dall’inizio. Seibert e Šefcovic si sono recati a Washington due volte nel tentativo di mediare. Il braccio destro di von der Leyen è andato da solo a inizio febbraio per cercare di allentare la tensione ed evitare i dazi su acciaio e alluminio, poi annunciati l’11 febbraio. Meno di dieci giorni dopo è stata la volta di Šefcovic, accolto nella «suggestiva» Sala Roosevelt della Casa Bianca dal segretario al Commercio Usa Howard Lutnickil rappresentante del Commercio Jameson Greer e il direttore del Consiglio economico nazionale Kevin Hasset. Ci sono stati diversi contatti telefonici, di cui è stato dato conto il 14 marzo e il 4 aprile. Il canale di comunicazione è aperto ma restava difficile. Insieme Šefcovic e Seibert sono tornati a Washington il 25 marzo. Nel frattempo Trump aveva già introdotto i dazi su acciaio e alluminio, annunciato quelli sulle auto e promesso dal 2 aprile le «tariffe reciproche».

Una delle menti della strategia Ue di reazione ai dazi statunitensi è Sabine Weyand, attuale direttore generale della Dg Trade, che in passato ha svolto un ruolo di primo piano nelle trattative sulla Brexit, come vicecapo negoziatore della task force dell’Ue. L’esperienza però inizia prima come conegoziatrice dell’Unione per gli accordi Ttip (l’intesa con gli Usa poi fallita) e Ceta con il Canada. Laurea a Friburgo, studi al Collegio d’Europa e dottorato a Tubinga, Weyand non è il classico «burocrate» anche se dal curriculum potrebbe sembrarlo. Secondo l’ex commissario Ue per lo Sviluppo Louis Michel, con cui Weyand ha lavorato, citato da Politico, «non è una funzionaria. È un’esperta tecnica, una manager, conosce tutti i dossier. Ma ha anche una forte prospettiva politica». Per l’ex presidente della Wto Pascal Lamy, che l’ha reclutata quando era commissario Ue per il Commercio, «Sabine lavora molto, è intelligente, può essere molto affascinante e può essere molto cattiva».

Uno dei tre vice di Weyand è l’italiano Leopoldo Rubinacci, che nel suo team ha Matthias Jørgensen, capo unità per il commercio con gli Stati Uniti e il Canada. Sempre della Dg Trade fa parte Michelangelo Margherita che è distaccato a Washington dove si occupa del commercio con gli Stati Uniti nella delegazione della Commissione europea. Un incarico che è stato occupato dal 2018 al 2022 dal belga Tomas Baert, poi passato nel gabinetto von der Leyen come responsabile Trade. È lui che segue ora la partita per la presidente insieme a Seibert. Studi a Lovanio, master alla London School e a Harvard, è un appassionato di commercio e di politica dell’Unione.
Vista la natura delle contromisure, che riguardano beni, servizi, industria, agricoltura, la Dg trade è in costante contatto con le altre direzioni.

L’UE SOSPENDE PER 90 GIORNI I DAZI CONTRO GLI USA

(ANSA) – L’Ue ha deciso di sospendere per novanta giorni i dazi decisi ieri contro i prodotti americani.

Lo ha annunciato la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen. Con la decisione di oggi, ha spiegato il portavoce dell’esecutivo Ue per il Commercio, Olof Gill, la Commissione europea ha deciso di rinviare l’intera lista di controdazi approvata ieri in risposta alle tariffe ordinate da Donald Trump su acciaio e alluminio.

“Gli Stati membri ci hanno dato il mandato per procedere, ma questo non significa un’attivazione automatica delle misure”, ha precisato il portavoce, indicando che – fino all’annuncio di Trump sulla pausa di 90 giorni – l’intenzione di Bruxelles era “di pubblicare l’atto legale che avrebbe fatto scattare i dazi la prossima settimana” in tre fasi: 15 aprile, 16 maggio e primo dicembre.

“Ora abbiamo premuto sul pulsante pausa: il lavoro di preparazione” per rispondere invece ai dazi reciproci di Trump “prosegue, ma finché siamo in pausa non annunceremo né presenteremo nulla”, ha evidenziato il portavoce Ue.

VON DER LEYEN,’ORA CHANCE AI NEGOZIATI, MISURE SUL TAVOLO’

(ANSA) –  “Vogliamo dare una possibilità ai negoziati. Mentre completiamo l’adozione delle contromisure dell’Ue, che hanno ricevuto un forte sostegno da parte dei nostri Stati membri, le sospendiamo per 90 giorni. Se i negoziati non saranno soddisfacenti, scatteranno le nostre contromisure. Il lavoro di preparazione di ulteriori contromisure continua”. Lo ha annunciato la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen sottolineando che, nel frattempo, “tutte le opzioni restano sul tavolo”.

UE, ‘IL POST-PAUSA? CI PREOCCUPANO I PROSSIMI 90 MINUTI…’

(ANSA) – “La situazione evolve di giorno in giorno, quindi preferiamo affrontarla passo a passo. Non voglio fare ipotesi su cosa potrebbe o non potrebbe accadere tra 90 giorni: al momento sono molto più preoccupato di più cosa potrebbe succedere tra 90 minuti…”.

Lo ha detto – non senza un filo di ironia – il portavoce della Commissione europea per il Commercio, Olof Gill, rispondendo a una domanda sui possibili sviluppi legati ai dazi allo scadere della pausa di 90 giorni delle contromisure Ue appena decisa in risposta alle mosse di Donald Trump.

PORTAVOCE UE, ‘AL MOMENTO INCONTRI CON GLI USA NON IN AGENDA’

(ANSA) – “Al momento non abbiamo notizia di incontri in agenda”. Lo ha detto un portavoce della Commissione Ue in merito a possibili contatti, dopo la sospensione reciproca dei dazi, tra il commissario Ue al Commercio Maros Sefcovic e la controparte statunitense. “Vedremo cosa accade ora”, ha aggiunto.

UE, ‘IN CONTATTO CON I LEADER, TUTTE LE OPZIONI RESTANO APERTE’

(ANSA) – “Il nostro approccio non è cambiato, ci stiamo preparando per tutti gli esiti possibili” nelle trattative con gli Stati Uniti, “tutti i nostri strumenti restano sul tavolo”. Lo ha detto il portavoce della Commissione europea per il Commercio, Olof Gill, durante il briefing quotidiano con la stampa, ribadendo a più riprese che i preparativi “continuano” così come “il confronto” tra la presidente Ursula von der Leyen e i leader degli Stati membri, nonché “il dialogo con l’industria”.

“Vogliamo parlare con gli americani e trovare intese vantaggiose per entrambi. Abbiamo offerto dazi zero reciproci sui beni industriali e crediamo sia possibile arrivare a soluzioni che evitino tariffe che riteniamo dannose e controproducenti”, ha sottolineato il portavoce.

UE, ‘STRATEGIA CON CINA NON CAMBIA, VOGLIAMO MILIORARE RAPPORTI’

(ANSA) – “Sull’approccio dell’Ue alla Cina, non è cambiato molto. Il nostro obiettivo è molto chiaro, è migliorare il rapporto con la Cina e per questo però vanno affrontate dei punti, come la parità di condizioni o l’accesso al mercato cinese da parte delle imprese europee. Aspettiamo il summit quest’estate”. Lo ha detto un portavoce della Commissione Ue in merito al possibile cambio di strategia commerciale nei confronti di Pechino.

UE, ‘DIALOGO CON I PAESI SUL MERCOSUR, ALLEANZE ORA PREZIOSE’

(ANSA) – “Contatteremo tutti i nostri Paesi membri per discutere con loro quelli che, a nostro avviso, sono i meriti più evidenti dell’accordo Mercosur-Ue, sia sul piano economico che geopolitico.

Ascolteremo le loro preoccupazioni e cercheremo di rassicurarli sul fatto che riteniamo di aver messo in atto tutte le garanzie necessarie e crediamo che, in un mondo instabile, le partnership con alleati fidati in tutto il mondo siano più preziose che mai. Crediamo che gli Stati saranno molto ricettivi a questa visione, soprattutto data la turbolenza attuale”.

Lo ha detto il portavoce della Commissione europea per il Commercio, Olof Gill, rispondendo a una domanda sulla finalizzazione dell’intesa commerciale con il Mercosur, il mercato comune del Sud America. “La revisione legale è in corso, vogliamo assicurarci che venga svolta in modo approfondito e preciso. L’intenzione è di presentare una proposta ai colegislatori”, vale a dire i governi Ue e il Parlamento europeo, “entro la fine dell’estate”, ha precisato.

CINA A USA, ‘DIALOGO HA PRINCIPI, INCONTRO A METÀ STRADA’: ‘NON ACCETTEREMO MAI PRESSIONI E BULLISMO DI WASHINGTON’

(ANSA) – “Il dialogo ha principi e la consultazione ha un risultato finale. Non accetteremo mai pressioni estreme e bullismo da parte degli Stati Uniti”.

La portavoce del ministero del Commercio cinese He Yongqian, sugli ultimi sviluppi della guerra commerciale con gli Usa, ha messo in guardia dalle conseguenze su scala globale della postura americana e ha invitato Washington a “incontrarsi a metà strada”.

Tuttavia, “se gli Stati Uniti insistono nel seguire la propria strada, la Cina li seguirà fino alla fine. Non c’è vincitore in una guerra commerciale e il protezionismo è una strada a senso unico”, ha proseguito He nel briefing settimanale.

La Cina “ha finora adottato, e continuerà a farlo, contromisure risolute per salvaguardare la sua sovranità, la sua sicurezza e i suoi interessi di sviluppo”, ha proseguito He, ribadendo che la Cina “è aperta al dialogo con gli Stati Uniti”, ma che questo deve avvenire “sulla base del rispetto reciproco e dell’uguaglianza”.

In altri termini, come già ribadito da Pechino nei giorni scorsi, “le pressioni, le minacce e i ricatti non sono il modo giusto per trattare con la Cina”, ha replicato la portavoce quando le è stato chiesto se Pechino e Washington avessero avviato negoziati sul corposo dossier dei dazi.

Pechino risponde alla sfida Usa: “Pronti alla guerra delle tariffe”

Prima della mossa del tycoon, aveva annunciato controdazi all’84%: “Così perdiamo tutti, da un accordo benefici reciproci”

Rosaria Amato

Le tariffe sulle importazioni da Pechino salgono al 125%, annuncia il presidente Usa Trump, poco dopo l’entrata in vigore dei controdazi cinesi all’84%. E ora tutto il mondo aspetta la nuova risposta cinese. Trump sembra sicuro di un passo indietro, lo aspetta da giorni, l’ha detto in più occasioni, ma Pechino sembra sicuro del fatto suo, e potrebbe smentirlo ancora una volta.

La mossa americana arriva dopo una settimana in cui i dazi si sono mossi con la stessa velocità degli indici di Borsa. Il 2 aprile Trump annuncia un rialzo che porta i dazi sull’import cinese al 42,1%. La Cina accusa il presidente di «bullismo unilaterale» e parla di contromisure. Il 4 Pechino annuncia dazi aggiuntivi del 34% sull’import dagli Usa. E presenta ricorso all’Organizzazione Mondiale del Commercio (Wto). Trump sembra non prendersela: afferma che «la Cina si è fatta prendere dal panico», e che in realtà non vede l’ora di negoziare. Minaccia un nuovo rialzo del 50% per i dazi sulla Cina, se non c’è un passo indietro.

La chiamata che Trump aspetta però non arriva, e così l’8 aprile il presidente Usa decide di essere più convincente, alzando i dazi sull’import cinese al 104%. La Cina risponde con un passaggio delle tariffe doganali dal 34 all’84%, a partire dal 10 aprile. Stavolta Pechino non “pareggia”, forse come segno di buona volontà, per mostrare al mondo che l’arroganza viene tutta dagli Stati Uniti.

È la tesi di fondo di un corposo “libro bianco” pubblicato ieri dall’Ufficio d’informazione del Consiglio di Stato cinese (un organo del Partito Comunista). Un testo che fa capire perché è ben difficile che ci sia nelle prossime ore il passo indietro tanto atteso da Trump. In sei capitoli Pechino spiega perché dalle relazioni commerciali con gli Stati Uniti entrambi i Paesi traggono importanti vantaggi, sottolinea la propria correttezza, sottolineando la scorrettezza degli avversari, ricorda le regole del Wto, accusando gli americani di averle calpestate, spiega perché i dazi unilaterali e il protezionismo minano le economie dei due Paesi.

Giustifica il robusto surplus commerciale nei confronti degli Usa (che ammonta a quasi 300 miliardi di dollari) assicurando di «non averlo mai perseguito deliberatamente»: piuttosto, si legge nel documento, «è il risultato di problemi strutturali dell’economia Usa, e della divisione internazionale del lavoro tra i due Paesi». E ribadisce che «la storia insegna che la cooperazione tra Usa e Cina porta reciproci benefici» mentre «lo scontro non porta nient’altro che danni per entrambe le parti».

Le dichiarazioni politiche delle ultime ore sono molto meno pacate: prima ancora che Trump annunciasse i dazi al 125% sull’account su X dell’Ambasciata cinese a Washington si leggeva che «se gli Usa vogliono la guerra, tariffaria, commerciale, o di altro tipo, noi siamo pronti a combattere fino alla fine». Tirarsi indietro in questo momento significherebbe “perdere la faccia”: in cinese si dice “diu mienzi”, nessuno può permettersi di perderla, tantomeno Xi Jinping. A giudicare da quello che in queste ore circola sui social cinesi nel Paese l’orgoglio nazionale è in rapido rialzo, come i dazi: «Se vivi in quest’epoca, devi assumertene le responsabilità. Se questa generazione deve fare sacrifici, allora si spera che la prossima generazione avrà vita più facile», si legge tra i commenti di un articolo sull’inasprimento dei dazi. «Sono estremamente orgoglioso di poter dare il mio modesto contributo al Paese», approva un altro commentatore.

La domanda è: la Cina può permettersi di resistere a Trump? Gli osservatori internazionali sono scettici: Goldman Sachs calcola un impatto di almeno uno 0,7% di riduzione di crescita del Pil per la Cina nel 2025, per effetto dei dazi Usa. Un calcolo che tra l’altro non include l’escalation delle ultime ore. Eppure la Cina sembra convinta di potercela fare, pur non sottovalutando l’impatto dannoso della guerra delle tariffe, intanto perché negli ultimi anni la quota dell’export verso gli Usa è calato. Inoltre da tempo Pechino sta cercando di tagliare la dipendenza dagli Usa sull’import di prodotti di vitale importanza per l’industria, come i chip. Per trovare nuovi mercati di sbocco la Cina conta molto sulle buone relazioni sviluppate con “La Via della Seta”. Una strategia che potrebbe avere danni collaterali per i Paesi importatori, che si troveranno inondati da merci con costi che non potranno che essere fino troppo concorrenziali.

ELON, GIÙ LA MUSK-ERA! – LA SENATRICE DEM AMERICANA JEANNE SHAHEEN PRESENTA UN DISEGNO DI LEGGE “ANTI-MUSK” PER EVITARE EVENTUALI CONFLITTI DI INTERESSE PER IL “DOGE” DI TRUMP – LA PROPOSTA PREVEDE IL DIVIETO DI ASSEGNARE CONTRATTI E FONDI FEDERALI A COMPAGNIE DI PROPRIETÀ DI DIPENDENTI GOVERNATIVI SPECIALI: “CHI SI METTE AL SERVIZIO DEL NOSTRO PAESE DOVREBBE FARLO PERCHÉ DESIDERA CONTRIBUIRE AL MIGLIORAMENTO DELLA NAZIONE, NON PER TRARRE BENEFICIO DAL PROPRIO SERVIZIO PUBBLICO A SPESE DEI CONTRIBUENTI…”

(ANSA) – La senatrice democratica Jeanne Shaheen ha presentato un disegno anti-Musk nel tentativo di prevenire eventuali conflitti di interesse per il miliardario nominato da Donald Trump “dipendente governativo speciale”. Lo riporta il Guardian. Ed è proprio su questo ruolo che si concentra la proposta della 78enne del New Hampshire che prevede il divieto di assegnare contratti e fondi federali a compagnie di proprietà di dipendenti governativi speciali.

“Chi si mette al servizio del nostro Paese dovrebbe farlo perché desidera contribuire al miglioramento della nazione, non per trarre beneficio dal proprio servizio pubblico a spese dei contribuenti.”, ha dichiarato Shaheen. I democratici e i gruppi di controllo etico hanno spesso contestato i numerosi conflitti di interesse dell’uomo più ricco del mondo, in quanto capo del Doge e consigliere del presidente, allo stesso tempo boss di aziende, in particolare SpaceX e il servizio di comunicazioni satellitari Starlink, che hanno contratti da milioni di dollari con il governo.

“SE ASSUMI DEI PAGLIACCI, DEVI ASPETTARTI UN CIRCO” – IL DURISSIMO EDITORIALE DI THOMAS FRIEDMAN CONTRO IL TIRA E MOLLA DI TRUMP SUI DAZI: “NON È STATO PERSO SOLO DEL DENARO. ANCHE UNA GRANDE QUANTITÀ DI FIDUCIA, BENE INESTIMABILE, È ANDATA IN FUMO” – “PER GIORNI ABBIAMO DETTO AI NOSTRI AMICI PIÙ STRETTI CHE PER NOI NON ERANO DIVERSI DALLA CINA O DALLA RUSSIA. PENSATE CHE QUESTI EX ALLEATI SI FIDERANNO MAI PIÙ DI METTERSI IN TRINCEA CON QUESTA AMMINISTRAZIONE?”

Traduzione dell’articolo di Thomas L. Friedman per il “New York Times”

Thomas L. Friedman

Ho molte reazioni all’aver visto il presidente Trump sostanzialmente cedere sul suo piano scriteriato di imporre dazi al mondo intero, ma una, in particolare, continua a tornarmi in mente: se assumi dei pagliacci, devi aspettarti un circo. E, miei cari americani, noi abbiamo assunto un gruppo di pagliacci.

Pensate a ciò che Trump, il suo capo buffone Howard Lutnick (il segretario al Commercio), il suo vice buffone Scott Bessent (il segretario al Tesoro) e il suo vice assistente buffone Peter Navarro (il principale consigliere per il commercio) ci hanno ripetuto per settimane:

Trump non avrebbe fatto marcia indietro su questi dazi perché — scegliete voi — gli servono per impedire che il fentanyl uccida i nostri figli, per raccogliere entrate da destinare a futuri tagli fiscali e per fare pressione sul mondo affinché compri più roba da noi. E non gli importa nulla di ciò che dicono i suoi ricchi amici di Wall Street sulle perdite in borsa.

Dopo aver creato scompiglio nei mercati sostenendo questi “principi” incrollabili […] Trump ha fatto marcia indietro mercoledì, annunciando una pausa di 90 giorni su alcuni dazi per la maggior parte dei Paesi, tranne la Cina.

Messaggio al mondo — e ai cinesi: “Non ho retto la pressione.” Se fosse un libro, si intitolerebbe L’arte dello strillo.

Ma non pensate neanche per un momento che si sia perso solo del denaro. Anche una grande quantità di fiducia — bene inestimabile — è andata in fumo. Negli ultimi giorni abbiamo detto ai nostri amici più stretti […] che per noi non erano diversi dalla Cina o dalla Russia. Tutti sarebbero stati colpiti dai dazi secondo la stessa formula, senza sconti per “amici e parenti”.

Pensate che questi ex alleati si fideranno mai più di mettersi in trincea con questa amministrazione?

È stato l’equivalente commerciale del caotico ritiro dall’Afghanistan da parte dell’amministrazione Biden, un errore da cui non si è mai del tutto ripresa. Ma almeno Joe Biden ci ha tirati fuori da una guerra costosa e senza via d’uscita […]. Trump, invece, ci ha appena trascinati dentro una guerra senza via d’uscita.

[…] È vero che abbiamo un disavanzo commerciale con la Cina che va affrontato. Trump ha ragione su questo. La Cina controlla ormai un terzo della manifattura globale e ha gli strumenti industriali per produrre praticamente tutto per tutti, un giorno, se le sarà permesso. Non è positivo né per noi, né per l’Europa, né per molti Paesi in via di sviluppo. E nemmeno per la stessa Cina […]

Ma quando ti confronti con un Paese grande come la Cina — 1,4 miliardi di persone — con il talento, l’infrastruttura e i risparmi che ha, puoi negoziare solo se hai leva. E il modo migliore per ottenerla sarebbe stato che Trump avesse coinvolto i nostri alleati: Unione Europea, Giappone, Corea del Sud, Singapore, Brasile, Vietnam, Canada, Messico, India, Australia e Indonesia, in un fronte comune. Trasformare la trattativa in un negoziato del mondo intero contro la Cina.

Allora si dice a Pechino: Tutti noi alzeremo gradualmente i dazi sulle vostre esportazioni nei prossimi due anni per spingervi a passare da un’economia basata sull’export a una più orientata al mercato interno.

Ma vi invitiamo anche a costruire fabbriche e catene di fornitura nei nostri Paesi — in joint venture al 50% — per restituirci quel know-how che voi ci avete costretto a trasferirvi. […]

Invece, Trump ha trasformato tutto ciò in un’America contro il mondo industrializzato — e contro la Cina.

Ora Pechino sa che Trump non solo ha battuto in ritirata, ma ha anche alienato i nostri alleati a tal punto, e dimostrato di essere talmente inaffidabile, che molti di loro forse non si schiereranno mai più con noi contro la Cina nello stesso modo. Potrebbero, invece, vedere nella Cina un partner più stabile e affidabile sul lungo termine rispetto a noi.

Che spettacolo patetico e vergognoso. Buona Giornata della Liberazione.

QUALCUNO DICA A TRUMP CHE SE “WALL STREET” PIANGE, “MAIN STREET” NON RIDE – IL TYCOON E I SUOI SI VOLEVANO SPACCIARE PER MODERNI ROBIN HOOD CHE RUBAVANO AI RICCHI FINANZIERI PER DARE AI POVERI CITTADINI AMERICANI. MA È UNA EVIDENTE STRONZATA: NEGLI USA IL 60% DELLE PERSONE POSSIEDE AZIONI, DIRETTAMENTE O INDIRETTAMENTE, TRAMITE FONDI PENSIONE. INOLTRE IL SETTORE FINANZIARIO È QUELLO CHE SOSTIENE LE IMPRESE, CHE DANNO LAVORO AL “PROLETARIATO” TANTO CARO AL CALIGOLA DI MAR-A-LAGO

LA BUFALA DI MAIN STREET CONTRO WALL STREET

Traduzione di un estratto dell’articolo del “Wall Street Journal”

[…] Tutti vogliono che Main Street (l’economia reale) prosperi, ma mettere Wall Street contro il resto del Paese è uno dei cliché più vecchi del manuale del falso populismo. […] È un espediente narrativo molto amato dalla sinistra politica, con la sua tesi secondo cui i ricchi finanzieri sfruttano il proletariato […]

È anche una sciocchezza. Wall Street, intesa come i mercati azionari e finanziari, è parte integrante della prosperità della Main Street.

Circa il 60% degli americani possiede azioni, direttamente o indirettamente tramite fondi pensione o piani 401(k). Quando le azioni crollano, come è avvenuto da quando Trump ha svelato la sua agenda tariffaria, questi investitori soffrono più dei partner di Goldman Sachs, perché il margine di sicurezza per la loro pensione è molto più ridotto.

Il settore finanziario è inoltre cruciale per la crescita delle imprese che danno lavoro ai lavoratori. È un concetto economico elementare: gli investitori con capitale si assumono rischi per sostenere la crescita delle aziende. Quando queste hanno successo, i finanziatori ottengono un rendimento.

Quando falliscono, possono perdere il loro investimento o il prestito. Uno dei problemi degli ultimi anni, da quando è stata approvata la legge Sarbanes-Oxley nel 2002, è che le normative hanno impedito a troppe aziende di quotarsi in borsa, impedendo così a cittadini comuni di partecipare ai guadagni.

I repubblicani un tempo capivano tutto questo, ma oggi si aggrappano ai luoghi comuni della sinistra per giustificare gli errori di politica economica che stanno prendendo in prestito proprio dalla sinistra. Poche figure nella politica contemporanea sono più assurde di quella del miliardario che si atteggia a Bernie Sanders mancato.

LA MOSSA DEI DAZI DI TRUMP: UN BOOMERANG CHE L’HA SBATTUTO CON IL CULONE PER TERRA – DIETRO LA LEVA DELLE TARIFFE, IL TRUMPONE SI ERA ILLUSO DI POTER RIAFFERMARE IL POTERE GLOBALE DELL’IMPERO AMERICANO. IN PRIMIS, SOGGIOGANDO IL DRAGONE CINESE, L’UNICA POTENZA CHE PUÒ METTERE ALLE CORDE GLI USA. SECONDO BERSAGLIO: METTERE IL GUINZAGLIO AI “PARASSITI” EUROPEI. TERZO: RALLENTARE LO SVILUPPO TECNOLOGICO DI POTENZE EMERGENTI COME L’INDIA – LA RISPOSTA DEL NUOVO ASSE TRA EUROPA E CINA E INDIA, È STATA DURA E CHIARISSIMA. È BASTATO IL TRACOLLO GLOBALE DEI MERCATI E IL MEZZO FALLIMENTO DELL’ASTA DEI TITOLI DEL TESORO USA. SE I MERCATI TROVANO ANCORA LINFA PER LE MATTANE DI TRUMP, PER GLI STATI UNITI IL DISINVESTIMENTO DEL SUO ENORME DEBITO PUBBLICO SAREBBE UNO SCONQUASSO DA FAR IMPALLIDIRE LA CRISI DEL ’29 – CERTO, VISTO LO STATO PSICOLABILE DEL CALIGOLA AMERICANO, CHISSÀ SE FRA 90 GIORNI, QUANDO TERMINERÀ LA MESSA IN PAUSA DEI DAZI, L’IDIOTA DELLA CASA BIANCA RIUSCIRÀ A RICORDARLO? AH, SAPERLO…

DAGOREPORT

L’unica certezza, con Trump, è che non ci si annoia mai. La mattina tuitta una minchiata, il pomeriggio la smentisce, la sera ne spara un’altra.

Uno psico-demente che ha ormai ha perso qualsiasi facoltà cognitiva, al cui confronto quel Rimbam-Biden che ha scalzato lo scorso 20 gennaio, ci appare più scaltro di Kissinger e Andreotti messi insieme.

Così, a una settimana esatta dal reboante annuncio in mondovisione dei ‘’dazi reciproci’’ contro tutti i Paesi del mondo (San Marino compreso), il Caligola di Mar-a-Lago ha rinculato come un somaro: stop alle tariffe per 90 giorni per tutti, tranne che per la Cina, a cui Washington aumenta ancora le barriere doganali al 125%.

Il presidente americano si è evidentemente cagato sotto di fronte alla reazione dei mercati, che hanno bruciato qualcosa come 10mila miliardi di dollari in pochi giorni.

Persino i suoi più stretti alleati, come Elon Musk, una volta ben mazzolato da miliardi di perdite, gli hanno consigliato di fare un passo indietro. E così è stato.

A essere fatale, e decisiva, è stata la tensione sui titoli di Stato a stelle e strisce. Se l’asta di ieri di 39 miliardi di titoli a 10 anni è “andata bene”, dicono dalla Casa Bianca, pur con rendimenti oltre il 4%, quella a 30 anni di due giorni fa è stata un mezzo fallimento, al punto che il “Wall Street Journal” ha parlato di accoglienza “tiepida”.

E con nuove aste all’orizzonte, se lo scetticismo degli investitori verso i Bond Usa trova ancora linfa per le mattane protezioniste di Trump, per gli Stati Uniti sarebbe stato uno sconquasso economico da far impallidire la crisi del ’29.

Del resto, in Italia, ricordiamo bene come fu fatto sloggiare nel 2011 da Palazzo Chigi l’inaffidabile Silvio Berlusconi.

Bastò che Angela Merkel desse il via libera alla Deutsche Bank di gettare sul mercato 20 miliardi di titoli del Tesoro italiani BTP, per far impennare lo spread come un cavallo imbizzarrito. Quando supero 500 punti, Berlusconi si convinse che era finita e lasciò il governo nelle mani, queste sì affidabili per i poteri forti, di Mario Monti.

Dietro alla tensione sui titoli del Tesoro Usa, come racconta oggi Gianluca Paolucci sulla “Stampa”, c’è un classico schema “basis trade”: “Si tratta di una scommessa fatta da alcuni hedge fund (fondi speculativi) sulle differenze di allineamento tra i futures sul T-bond e il T- bond stesso, differenze che riflettono sbilanciamenti del mercato o limitazioni regolatorie che limitano gli arbitraggi.

Si tratta di differenze molto piccole, che per produrre grandi guadagni hanno bisogno di volumi molto elevati. E qui arriva la parte più divertente e più pericolosa. Perché il basis trade per garantire grandi guadagni viene fatto con una leva molto elevata, fino a 100 volte.

[…] Ma in presenza di choc di esterni al mercato – come le tariffe annunciate da Trump, la scommessa non sta più in piedi e dunque i fondi hedge devono o dare nuove garanzie per coprire la loro esposizione o liquidare bruscamente le posizioni lunghe.

[…] questo gioco redditizio ma pericoloso vale fino a 800 miliardi di dollari. Abbastanza da far tremare i mercati. E forse, abbastanza da far cambiare idea a Trump e ai suoi consiglieri”.

Con i dazi in pausa per 90 giorni per tutti ma non per il Dragone, l’Idiota della Casa Bianca pensava di isolare il suo nemico più intimo dal ritorno di fiamma dell’Unione europea verso Pechino. Ma il pensiero strategico cinese ha chiaro l’orizzonte da perseguire sul lungo periodo (diventare la potenza egemone a livello mondiale) e i metodi per realizzarlo (usando il soft power).

Così non avrà fatto alcun piacere al Caligola americano la notizia di un interminabile colloquio telefonico, avvenuto appena due giorni fa, tra Ursula von der Leyen e il premier cinese Li Qiang disponibilissimo a riaprire il dialogo con l’Ue. Un avvicinamento confermato dall’incontro di ieri tra la presidente della Bce, Christine Lagarde, e un alto funzionario della Banca centrale cinese.

E non va dimenticata la notizia che due settimane fa Pechino stava valutando l’ipotesi di unirsi alla ‘’coalizione dei volenterosi’’ di Starmer-Macron in vista di una potenziale missione di mantenimento della pace in Ucraina. Un sorprendente cambio di posizione rispetto a inizio marzo, quando il Dragone aveva bocciato l’idea sottolineando di “non essere parte della crisi” in Ucraina.

Ed è già di per sé un segnale verso Mosca, che finora si è detta contraria a qualunque contingente europeo di pace aprendosi invece soltanto alla possibilità di “osservatori” disarmati per una missione civile. Pechino potrebbe infatti essere il tassello necessario a dare corpo all’iniziativa di peacekeeping delineata dalla “coalizione dei volenterosi.

Dopo l’armageddon economico messo in moto dallo svalvolato Trump, calzato l’elmetto, Ursula ha capito di dover diversificare gli sbocchi commerciali dell’Unione.

A settembre-ottobre del 2025, potrebbe definitivamente andare in porto anche l’accordo di libero scambio tra l’Unione europea e l’India, che ha già ricevuto l’ok del Consiglio europeo.

Destino simile avrà l’accordo Ue-Mercosur, con i paesi dell’America latina, che non avendo bisogno di un voto all’unanimità andrà presto in porto.

Oggi, dopo aver annunciato lo stop ai contro-dazi europei, la Commissione non a caso ha rilanciato proprio l’accordo con il Mercosur, con una postilla significativa: “in un mondo instabile, le partnership con alleati fidati in tutto il mondo siano più preziose che mai. Crediamo che gli Stati saranno molto ricettivi a questa visione, soprattutto data la turbolenza attuale”.

Con queste mosse la presidente della Commissione europea è convinta di potersi gradualmente sganciare dal mercato americano: tra Cina, India e America latina, le imprese europee dovrebbero poter continuare a esportare senza troppi drammi (in fondo, l’export negli Stati Uniti conta solo il 27% del totale per l’Ue).

Ma l’unico paese che può mettere alle corde l’America di Trump, fino al punto di far saltare in aria, è il Dragone. E non solo perché ha la forza per esercitare una vera “ritorsione” alle minchiate sparata dallo Studio Ovale. Altro che dazi sulle Harley Davidson e la soia.

Pechino, con i suoi 759 miliardi di dollari in bond statunitensi in pancia è il secondo detentore di debito americano dopo il Giappone (Tokyo ha in portafoglio mille miliardi di dollari), e come si è visto con l’ultima asta dei Bond Usa finita in mezzo fallimento, può esercitare una pressione finanziaria ben più rilevante del gioco al rialzo sulle tariffe e contro-tariffe (le barriere doganali impennate da Xi Jinping all’84%, in risposta al 125 trumpiano).

È anche per questo che il regime comunista, in questi giorni, sta mostrando i muscoli a Trump: “No ai ricatti, combatteremo fino alla fine”. Una totale fermezza unita a una inusitata calma, ben confortata da un dato da “non ci posso credere!”: all’annuncio dei dazi da Washington, tutte le borse sono sprofondate, eccetto una: quella di Shanghai. E oggi, la borsa di Shanghai segna a fine seduta +1,16%, mentre il Composite di Shenzhen si attesta al +2,46%.

Come mai, nonostante la conferma dei dazi al 125% da parte di King Donald sull’import cinese negli Stati Uniti, Shangai non è crollata? Secondo analisti e politologi, la Cina possiede, intanto, tutte le capacità industriali per trasformarsi in un’economia autarchica. A differenza dell’Occidente, ha una capacità produttiva smisurata, un mercato interno passato dalla ciotola di riso a un menù completo e il vantaggio di un’opinione pubblica “sotto controllo”.

A Xi Jinping occorrono solo importanti rifornimenti di petrolio e gas, ben garantiti dai suoi alleati Iran e Russia. I gasdotti di Putin, infatti, hanno pompato risorse naturali a basso costo verso la Cina nel corso degli ultimi tre anni di guerra: acquisti realizzati da Xi Jinping che hanno depotenziato le sanzioni occidentali a Mosca.

Dall’alto della sua storia (“L’Arte della Guerra” di Sun Tzu, scritto oltre 3.000 anni fa, resta ancora oggi un manuale per capire come Pechino affronta ogni sfida: con pazienza, visione e calcolo), la Cina riesce a interpretare più ruoli in commedia: da una parte rinsalda l’amicizia “senza limiti” con la Russia, dall’altra propone affari, investimenti e partnership in vari campi con l’Unione europea, oltre al suo ruolo dominante tra i cinque paesi che fanno parte del  BRICS (India, Brasile, Sudafrica, Cina, Russia) che rappresenta il 40% della popolazione e il 32% del PIL globale.

Anche prima del ritorno alla Casa Bianca di Trump, l’obiettivo dei BRICS è sempre stato quello di rompere il monopolio statunitense, abbandonando il dollaro come unica valuta di riferimento e andando a definire un nuovo assetto economico e politico mondiale istituendo una nuova moneta, chiamata ‘’R5’’ dalle iniziali delle valute in vigore nei cinque paesi: Real, Rublo, Rupia, Renminbi e Rand.

È probabile che la valuta sarà legata al valore dell’oro e si tratterebbe così di un clamoroso ritorno al Gold Standard. La sfida per una visione alternativa del vecchio ordine mondiale si è rafforzata quando nel 2024, il gruppo dei BRICS si è allargato includendo Iran, Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi e Etiopia. Mentre chiariscono che “BRICS non è anti-occidentale e non siamo neanche contrari al dollaro, aggiungono: ‘’Ciò che combattiamo è il continuo dominio del dollaro in termini di interazioni finanziarie globali”.

Ecco: non siamo davanti solo a una cruenta e globale guerra commerciale per proteggere e riportare in patria le imprese, come blatera il Trumpone. La sua scervellata mossa mirava piuttosto a colpire settori strategici del nemico numero uno degli Usa, la Cina. A seguire, puntava a mettere il guinzaglio ai “parassiti” europei. Terzo punto: rallentare lo sviluppo tecnologico di potenze emergenti, come l’India.

La leva dei dazi è stata usata dall’incauto Trump per ribadire in mondovisione che il potere globale è sempre dettato da Washington. E la risposta del nuovo asse geopolitico che si sta formando è stata pronta e chiarissima. E il Caligola a stelle strisce ha sbattuto il culone per terra.

Certo, visto lo stato psicolabile del presidente americano, chissà se fra 90 giorni, quando terminerà la messa in pausa delle tariffe, riuscirà a ricordarlo? Ah, saperlo…

MEDIA, ‘I DAZI USA ALLA CINA SONO IN TOTALE AL 145%’

(ANSA) –  I dazi di Donald Trump contro la Cina sono complessivamente al 145%. Lo riporta Cnbc citando fonti della Casa Bianca, secondo le quali il 125% di tariffe reciproche annunciato dal presidente si va a sommare al 20% di dazi imposti in precedenza per il fentanyl.++

WALL STREET PEGGIORA, DJ -2,16%, NASDAQ -3,04%

(ANSA) – Wall Street peggiora. Il Dow Jones perde il 2,16% a 39.713,73 punti, il Nasdaq cede il 3,04% a 16.221,50 punti mentre lo S&P 500 cede il 2,52% a 5.319,12 punti. L’euforia seguita alla pausa sui dazi di Donald Trump ha lasciato il posto ai timori sui danni che le tariffe potrebbero causare all’economia. Il dato sull’inflazione non ha rassicurato perché relativo al mese di marzo, prima quindi del ‘giorno della liberazione’ quando il presidente americano ha annunciato i dazi.

‘I TREASURY E L’ALLARME RECESSIONE, LA SVOLTA DI TRUMP SUI DAZI’

(ANSA) – Il crollo del mercato dei Treasury e l’allarme recessione dell’amministratore delegato di JPMorgan, Jamie Dimon, hanno contribuito alla decisione di Donald Trump su una pausa di 90 giorni dei dazi.

Secondo le ricostruzioni dei media americani, nelle 18 ore precedenti alla svolta il presidente ha ascoltato le preoccupazioni di molti repubblicani e del suo segretario al Tesoro Scott Bessent, travolto durante lo scorso fine settimane da telefonate dei manager di Wall Street.

In privato Trump aveva ammesso che la stretta sulle tariffe avrebbe potuto creare una recessione e si era detto disposto a sopportarla, a patto che non divenisse una depressione.

Ma martedì l’andamento del mercato dei Treasury ha iniziato a innervosire profondamente il Tesoro americano, preoccupato dalla possibilità che la situazione finisse fuori controllo. Bessent quindi ha parlato con Trump e lo ha convinto, anche se poi nella conferenza stampa improvvisata fuori dalla Casa Bianca dopo l’annuncio ha riferito che la pausa era stata una “decisione del presidente” e che la decisione era la “strategia fin dall’inizio”.

Cosa si nasconde dietro il sell-off delle obbligazioni?

Traduzione di un estratto dell’articolo di Gillian Tett per il “Financial Times”

Gillian Tett

Dopo il crollo dei mercati azionari della scorsa settimana, il segretario al Tesoro degli Stati Uniti, Scott Bessent, ha cercato di rassicurare gli investitori nervosi. “La maggior parte degli americani con un piano pensionistico 401(k) ha quello che viene chiamato un portafoglio 60/40… sono [solo] in calo del 5-6% quest’anno”, ha dichiarato.

In parole povere, poiché i gestori di fondi tendono a collocare il 40% di un portafoglio in obbligazioni, la caduta dei prezzi azionari dovrebbe essere parzialmente compensata dall’aumento dei prezzi delle obbligazioni, dato che questi di norma si muovono in direzioni opposte — almeno secondo i manuali di finanza.

Non è più così, però. Questa settimana i prezzi obbligazionari sono crollati, tra segnali di scarsa domanda nelle aste del Tesoro. Si tratta di un fatto altamente insolito, come sottolineano analisti di mercato come Larry McDonald: durante i crolli del mercato azionario del 2008, 2001, 1997 o 1987, i prezzi delle obbligazioni in genere salivano.

In effetti, questa “doppia mazzata” si è vista recentemente solo durante il panico da Covid-19. Quindi, se i prezzi obbligazionari continuano a scendere insieme a quelli azionari, si pongono almeno tre interrogativi: i mercati riusciranno a tollerare questo dolore? La Federal Reserve interverrà, come fece nel 2020? E cosa sta guidando il sell-off delle obbligazioni?

Potremmo non avere risposte alle prime due domande per alcuni giorni. Ma abbondano gli indizi sulla terza. Una possibilità è che gli investitori temano un aumento dell’inflazione […]. Un’altra è che alcuni fondi probabilmente stiano liquidando i propri asset più liquidi […].

Ma un’altra — più inquietante — spiegazione è che la volatilità stia esplodendo perché gli hedge fund sono costretti a smontare i cosiddetti “basis trade”. Si tratta di una strategia […] che consiste nel fare “scommesse con leva, a volte fino a 100 volte, con l’obiettivo di trarre profitto dalla convergenza tra il prezzo dei future e il prezzo delle obbligazioni”, come afferma Torsten Slok di Apollo.

Negli ultimi anni, queste operazioni sono esplose. L’FMI ha recentemente stimato che valgono 1.000 miliardi di dollari. E, con il crollo dei mercati obbligazionari, sembra probabile che alcuni fondi siano costretti a smontare le loro posizioni.

Poi c’è l’elefante nella stanza del mercato obbligazionario: il rischio che la guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina si trasformi in una guerra di capitali, spingendo Pechino — uno dei principali detentori di Treasury — a fuggire dagli asset in dollari.

Per ora ci sono poche prove che ciò stia accadendo. Ma Pechino ha fatto una mossa significativa questa settimana lasciando indebolire lo yuan rispetto al dollaro, aumentando così il rischio di guerre valutarie. Il che rende più facile immaginare altri scenari.

Ecco perché Ed Yardeni, macro-stratega, afferma che il team di Trump sta “giocando con nitroglicerina liquida” sui mercati obbligazionari.

La pausa di 90 giorni sulle tariffe […] potrebbe aver dato sollievo ieri ai mercati azionari. Ma i Treasury si sono mossi a malapena. Potremmo ancora essere in scivolamento verso uno stress di mercato maggiore.

La scommessa dei fondi speculativi che fa tremare il debito degli Stati Uniti

L’operazione che punta sulle differenze tra futures e T-bond, all’origine del tonfo dei titoli

Gianluca Paolucci

All’alba di ieri sui mercati del debito americano è successo qualcosa che ha allarmato molti osservatori: in poche ore, il rendimento del T-bond Usa – l’equivalente del nostro Btp – è salito di oltre 20 punti base per la scadenza decennale. Un movimento repentino, per un titolo che di solito si muove di pochi «tick» (centesimi percentuali) durante una normale sessione di scambi. E controintuitivo, perché solitamente quando i mercati azionari scendono, i titoli di debito si apprezzano facendo quindi calare i rendimenti. Anche perché i titoli del debito pubblico Usa sono ritenuti il «safe harbor», il porto sicuro della finanza globale.

Dopo il 2 aprile, questa che è stata una certezza per decenni ha iniziato a vacillare. Subito dopo l’annuncio di Trump sui dazi in realtà il rendimento è calato, fino a scendere sotto il 4%. Cosa che è stata salutata con entusiasmo dai sostenitori del presidente Usa e guardata con un certo favore anche dagli scettici. Forse le «tariffe reproche», calcolate su una base quantomeno strampalata, a qualcosa servono: ad abbassare il costo dell’enorme debito Usa, uno degli obiettivi annunciati da Trump in campagna elettorale.

Dazi: il timelapse degli indici di Wall Street dopo l’annuncio di Trump

Da lì in poi però il rendimento dei titoli del Tesoro Usa ha ripreso a salire. E nella notte tra martedì e mercoledì il T-bond a 10 anni ha superato il 4,5%. Un movimento che probabilmente ha avuto un suo peso anche nella decisione della Casa Bianca di tornare indietro sui dazi e congelare gli aumenti delle tariffe per 90 giorni. Qualcuno, in cerca di spiegazioni, ha anche avanzato l’ipotesi che fosse una sorta di avvertimento della Cina o degli europei, i maggiori detentori del debito americano. Una sorta di bomba atomica sganciata nella guerra dei dazi.

E qui arriviamo ai Basis trades. Prima nella chat degli operatori, poi nei social e infine nella stampa specializzata è questo tipo di scommessa ad essere indicata come la principale indiziata del brusco movimento dei T-bondSi tratta di una scommessa fatta da alcuni hedge fund (fondi speculativi) sulle differenze di allineamento tra i futures sul T-bond e il T- bond stesso, differenze che riflettono sbilanciamenti del mercato o limitazioni regolatorie che limitano gli arbitraggi. Si tratta di differenze molto piccole, che per produrre grandi guadagni hanno bisogno di volumi molto elevati. E qui arriva la parte più divertente e più pericolosa. Perché il basis trade per garantire grandi guadagni viene fatto con una leva molto elevata, fino a 100 volte. Per renderlo comprensibile, significa che con 10 milioni d’investimento si prende una posizione fino a 1 miliardo. Da una parte una posizione corta sul futures, dall’altra una posizione lunga sul T-bond. Ma in presenza di choc di esterni al mercato – come le tariffe annunciate da Trump, la scommessa non sta più in piedi e dunque i fondi hedge devono o dare nuove garanzie per coprire la loro esposizione o liquidare bruscamente le posizioni lunghe. Per questo, il basis trade è ritenuto da molti osservatori una fonte di forte instabilità sui mercati. Anche perché, secondo stime attendibili come quella di Ft Alphaville, questo gioco redditizio ma pericoloso vale fino a 800 miliardi di dollari. Abbastanza da far tremare i mercati. E forse, abbastanza da far cambiare idea a Trump e ai suoi consiglieri.

DIRETTORE DELL’FBI LASCIA GUIDA DELL’AUTHORITY PER ALCOL E ARMI

 (ANSA) – Il direttore dell’Fbi Kash Patel, trumpiano di ferro e dal presidente voluto alla guida dell’importante agenzia, è stato rimosso dall’incarico di direttore dell’Autorità per l’alcol, il tabacco, le armi e gli esplosivi e sostituito dal Segretario per l’esercito Daniel Driscoll. Lo hanno dichiarato alla Reuters sette persone informate senza spiegare il motivo del cambiamento.

Patel ha prestato giuramento come direttore del Bureau of Alcohol, Tobacco, Firearms and Explosives a fine febbraio, pochi giorni dopo aver prestato giuramento anche come capo dell’Fbi. Il brusco cambio di leadership arriva in un momento in cui alti funzionari del Dipartimento di Giustizia stanno valutando se fondere l’ATF con la Drug Enforcement Administration statunitense nell’ambito del piano di Trump per ridurre i costi.

TRUMP FA INDAGARE I FUNZIONARI CHE LO AVEVANO CRITICATO NEL 2020

 (ANSA) – Donald Trump non dimentica e oggi ha firmato una serie di ordini esecutivi contro gli ex funzionari federali che lo avevano criticato durante il suo primo mandato: uno del dipartimento per la Sicurezza Interna, Miles Taylor, e l’ex direttore della Cybersecurity and Infrastructure Security Agency Chris Krebs.

Taylor è salito alla ribalta dopo aver scritto un duro editoriale sul New York Times nel 2018 e poi un libro molto critico nei confronti di Trump mentre era capo dello staff dell’allora Segretaria per la sicurezza interna Kirstjen Nielsen. Krebs è stato licenziato dal tycoon poche settimane dopo le elezioni del 2020 dopo aver smentito le illazioni dell’allora presidente sul voto truccato.

Gli ordini esecutivi di oggi privano Taylor e Krebs di qualsiasi accesso a documenti top secret e ordinano al dipartimento di Giustizia di indagare su entrambi gli ex funzionari. “Penso che possa essere accusato di alto tradimento e spionaggio. Lo scopriremo”, ha detto Trump a proposito di Taylor. E di Krebs: “E’ un truffatore. È una vergogna, avrà un prezzo altissimo da pagare”.

DIRETTORE DELL’FBI LASCIA GUIDA DELL’AUTHORITY PER ALCOL E ARMI

 (ANSA) – Il direttore dell’Fbi Kash Patel, trumpiano di ferro e dal presidente voluto alla guida dell’importante agenzia, è stato rimosso dall’incarico di direttore dell’Autorità per l’alcol, il tabacco, le armi e gli esplosivi e sostituito dal Segretario per l’esercito Daniel Driscoll. Lo hanno dichiarato alla Reuters sette persone informate senza spiegare il motivo del cambiamento.

Patel ha prestato giuramento come direttore del Bureau of Alcohol, Tobacco, Firearms and Explosives a fine febbraio, pochi giorni dopo aver prestato giuramento anche come capo dell’Fbi. Il brusco cambio di leadership arriva in un momento in cui alti funzionari del Dipartimento di Giustizia stanno valutando se fondere l’ATF con la Drug Enforcement Administration statunitense nell’ambito del piano di Trump per ridurre i costi.

IL TURPILOQUIO COME METODO POLITICO – “I LEADER DEI PAESI STRANIERI MI BACIANO IL CULO, MUOIONO DALLA VOGLIA DI FARE UN ACCORDO” È L’ULTIMA DI UNA LUNGA SERIE DI SPARATE DI TRUMP – SEMPRE IN MERITO AI DAZI IMPOSTI, AVEVA DETTO: “MOLTI PAESI CI HANNO FREGATO, E ADESSO È IL NOSTRO TURNO DI FREGARLI” – ANCHE I SUOI FEDELISSIMI NON USANO LA LINGUA DI LEGNO: JD VANCE HA DEFINITO GLI EUROPEI “PARASSITI” E MUSK HA DATO DELLO “STUPIDO” AL CONSIGLIERE AL COMMERCIO DELLA CASA BIANCA…

LA CINA HA PRONTO UN ARSENALE PER LA GUERRA COMMERCIALE CHE PRENDE DI MIRA LE AZIENDE STATUNITENSI

Traduzione di un estratto dell’articolo di Lingling Wei per il “Wall Street Journal”

Lingling Wei

Negli anni successivi alla prima guerra commerciale del presidente Trump con la Cina, Pechino ha costruito un arsenale di strumenti per colpire gli Stati Uniti nei punti più vulnerabili. Ora si prepara a utilizzarli pienamente.

[…] Mentre Trump ha fatto delle tariffe la sua arma commerciale prediletta, la strategia cinese va ben oltre, puntando sulla forza di attrazione del mercato interno per colpire le aziende americane. L’idea di fondo è infliggere sofferenze a quelle imprese che fanno affidamento sui legami con la seconda economia mondiale.

Gli strumenti già utilizzati da Pechino […] includono controlli all’esportazione di materiali critici per la produzione di chip e componenti per la difesa, indagini regolatorie con l’obiettivo di intimidire e penalizzare aziende USA, nonché liste nere pensate per escluderle dal mercato cinese. Le autorità si stanno inoltre preparando a fare pressione sulle imprese statunitensi affinché cedano proprietà intellettuale strategica come condizione per continuare a operare in Cina.

Questo arsenale evidenzia la capacità del presidente Xi Jinping di impegnarsi in un conflitto economico prolungato con gli Stati Uniti. Mentre entrambe le capitali si muovono verso un processo di disaccoppiamento economico, aumentano i rischi per le aziende statunitensi che operano, investono o commerciano con la Cina.

«La Cina ha assemblato sistematicamente un nuovo arsenale pensato per minimizzare i costi per sé stessa e massimizzare il dolore per gli Stati Uniti», ha detto Evan Medeiros, ex alto funzionario per la sicurezza nazionale sotto l’amministrazione Obama e ora professore alla Georgetown University. «Sono preparati in modo da godere di un vantaggio asimmetrico nella guerra commerciale».

[…] La Cina esporta molto più di quanto importi dagli Stati Uniti, ma è comunque il terzo maggiore acquirente di beni americani, tra cui soia, aeromobili e prodotti petroliferi.

Alcune opzioni rimangono poco probabili per ora, poiché avrebbero un impatto negativo anche sulla Cina stessa: ad esempio, una drastica svalutazione dello yuan o la vendita massiccia di titoli del Tesoro USA. Entrambe le mosse potrebbero destabilizzare i mercati finanziari cinesi e compromettere l’obiettivo strategico di rafforzare i rapporti commerciali con altri paesi.

Negli ultimi tempi, funzionari cinesi hanno avviato contatti con paesi del Sud-est asiatico come Cambogia, Laos e Thailandia per rafforzare il commercio e promuovere l’utilizzo dello yuan per le transazioni internazionali, secondo fonti informate. Durante questi colloqui, è emersa la volontà di mantenere stabile la valuta nazionale per favorire la «de-dollarizzazione» e aumentare l’uso internazionale dello yuan.

[…]  Le più recenti contromisure cinesi evidenziano il crescente focus nel colpire le aziende americane, soprattutto quelle coinvolte nelle tecnologie avanzate. In questo braccio di ferro con Washington, Pechino continua a usare l’accesso al proprio mercato come leva, anche a fronte di una crescita economica interna rallentata.

Nonostante gli investimenti diretti esteri siano crollati negli ultimi due anni, sondaggi recenti mostrano che molte multinazionali — dalle case automobilistiche alle aziende farmaceutiche, fino ai produttori di semiconduttori — continuano a mantenere una presenza attiva in Cina.

Tuttavia, queste aziende risultano sempre più esposte ai rischi geopolitici legati al Paese. Un nuovo rapporto commissionato dalla U.S. Chamber of Commerce Foundation ha rilevato che la maggior parte delle circa 200 aziende statunitensi intervistate negli ultimi anni considera la Cina la principale fonte di rischio geopolitico.

Uno degli strumenti usati da Pechino per perseguire i suoi obiettivi è la normativa antimonopolio. Ad esempio, alcune acquisizioni da parte di imprese statunitensi — come la proposta di Intel di acquisire la israeliana Tower Semiconductor — sono naufragate a causa dei ritardi nell’approvazione da parte delle autorità cinesi.

In risposta agli ultimi dazi di Trump, la Cina ha avviato la scorsa settimana un’indagine antitrust sulle operazioni di DuPont nel paese, che nel 2023 ha generato il 19% del proprio fatturato dalla Cina continentale e Hong Kong, senza fornire spiegazioni ufficiali.

Il regolatore cinese sta inoltre valutando un accordo per il passaggio di controllo su due porti di Panama dal gruppo CK Hutchison — controllato dalla famiglia del magnate di Hong Kong Li Ka-shing — a un consorzio guidato da BlackRock. Anche se nessuna delle aziende coinvolte ha sede in Cina continentale, l’indagine cinese minaccia di bloccare l’intesa, già oggetto di tensioni geopolitiche tra Pechino e Washington. L’accordo ora rischia di saltare dopo che l’autorità di vigilanza di Panama ha accusato CK Hutchison di mancati pagamenti e irregolarità nei permessi.

Un’altra arma commerciale di Pechino è la cosiddetta «lista delle entità inaffidabili», equivalente alla lista nera statunitense che vieta rapporti commerciali con aziende o individui stranieri ritenuti una minaccia alla sicurezza nazionale.

La Cina ha creato questa lista nel 2019 dopo che gli Stati Uniti avevano inserito Huawei tra le entità soggette a restrizioni. Le imprese considerate «inaffidabili» vengono escluse da investimenti e scambi con aziende cinesi e possono subire anche restrizioni all’ingresso per i loro dirigenti.

Un nuovo studio di Evan Medeiros e Andrew Polk — cofondatore della società di analisi Trivium China — pubblicato sul Washington Quarterly mostra che la Cina ha finora adottato un approccio cauto nell’uso di questo strumento, ma sta cambiando rotta.

Ha iniziato a usarlo nel 2023, includendo Lockheed Martin e Raytheon Missiles & Defense per le loro vendite di armi a Taiwan. La mossa ha avuto un impatto limitato, poiché nessuna delle due ha un forte legame commerciale con la Cina continentale, e le filiali commerciali di Raytheon nel paese non sono state colpite.

Ma tra l’autunno 2024 e l’inizio del 2025, le autorità cinesi hanno intensificato l’uso di questa lista, sia in termini di frequenza che di ampiezza.

Più recentemente, […] Pechino ha esteso la lista a includere aziende americane non legate alla difesa, come PVH (la casa madre di Calvin Klein e Tommy Hilfiger) e la società biotecnologica Illumina. PVH è finita nel mirino dopo aver dichiarato che avrebbe escluso il cotone proveniente dallo Xinjiang per conformarsi alle leggi statunitensi; Illumina, invece, è sospettata di aver fatto pressioni per escludere i concorrenti cinesi dal mercato USA.

Fino all’inizio di questa settimana, secondo lo studio di Medeiros e Polk, la Cina ha inserito 38 entità statunitensi nella propria blacklist — e si prevede che ne aggiungerà altre nel quadro della sua competizione strategica con Washington.

WALL STREET AFFONDA, DJ -5,43%, NASDAQ -6,07%

(ANSA) – Wall Street accentua le perdite. Il Dow Jones perde il 4,43% a 38.799,70 punti, il Nasdaq cede il 6,07% a 16.085,71 punti mentre lo S&P 500 lascia sul terreno il 5,20% a 5.172,94 punti.

DOLLARO SOTTO PRESSIONE, CALA AI MINIMI DALL’OTTOBRE 2024

(ANSA) – Il dollaro sotto pressione cala ai minimi dall’ottobre del 2024. L’indice che misura il biglietto verde nei confronti di sei valute è in calo del 2,1%, confermando – secondo gli analisti – che il primato del dollaro nel sistema finanziario globale è messo in discussione in seguito ai dazi di Donald Trump. La debolezza del biglietto verde – osservano – riflette infatti l’attesa che i paesi diversificheranno i loro asset di riserva.

BORSA: EUROPA BRILLANTE IN CHIUSURA, PARIGI +3,83%

(ANSA) – MILANO, 10 APR – Borse europee brillanti in chiusura di seduta. Parigi ha guadagnato il 3,83% a 7.126 punti, Francoforte il 4,53% a 20.562 punti, Madrid il 4,02% a 12.299 punti e Londra il 3,04% a 7.913 punti.

BORSA: MILANO CHIUDE IN FORTE RIALZO, +4,73%

(ANSA) – MILANO, 10 APR – Chiusura in forte rialzo per Piazza Affari. L’indice Ftse Mib ha guadagnato il 4,73% a 34.277 punti

MEDIA, ‘NAVARRO SCONFITTO SUI DAZI MA NON È FUORI’

(ANSA) –  Peter Navarro, il consigliere di Donald Trump architetto dei dazi, perde quota nell’entourage del presidente ma non è ancora fuori gioco. Detestato da Wall Street, criticato dai repubblicani e ritenuto un “cretino” da Elon Musk, Navarro è colui che si è più speso per l’imposizione delle tariffe con il presidente, che da tempo ne apprezza la lealtà.

Navarro è infatti finito in carcere per Trump: lo scorso anno ha scontato quattro mesi dietro le sbarre per oltraggio al Congresso dopo aver rifiutato di essere sentito dalla commissione di inchiesta della Camera sul 6 gennaio. La pausa sui dazi, osserva il Wall Street Journal, è una bocciatura della strategia di Navarro: Trump ha rinnegato le sue teorie riuscendo a calmare così Washington e Wall Street.

A difendere il consigliere dalle critiche è Steve Bannon, l’ex controverso stratega di Trump. “Navarro ha resistito perché crede nelle stesse cose in cui crede il presidente, ovvero che l’America è un paese che vale la pena salvare, che i lavoratori americani sono i migliori al mondo e che i globalisti si sono sbagliati”, ha detto Bannon, definendo le critiche a Navarro come “attacchi velati al presidente Trump”.

ACKMAN SUI DAZI, ‘GRAZIE A NOME DEGLI AMERICANI, BESSENT GRANDE’

(ANSA) – “Grazie da parte di tutti gli americani. Esecuzione brillante. Come il libro di testo ‘Art of the Deal'”. Sono le parole di Bill Ackman, il miliardario di hedge fund sostenitore di Donald Trump che aveva chiesto a gran voce un pausa di 90 giorni sui dazi. Ackman non solo fa riferimento al libro del presidente ma loda anche il segretario al Tesoro Scott Bessent, ritenuto una figura chiave nella decisione del presidente di sospendere i dazi. “E’ un grande”, ha detto Ackman su X.

LA DOMANDA DA UN TRILIONE DI DOLLARI: TRUMP CI È O CI FA? SUI DAZI AVEVA UNA STRATEGIA O È STATA SOLO FOLLIA? – IL “WALL STREET JOURNAL”: “UNA DELLE DOMANDE CHE I FUNZIONARI DEGLI ALTRI STATI SI PONGONO È SE QUESTO CAMBIO DI ROTTA DI TRUMP SIA IL SEGNO DI UNA REALE DEBOLEZZA, SFRUTTABILE NEI NEGOZIATI, OPPURE SE DIMOSTRI LA SUA DISPONIBILITÀ A PORTARE IL CONFLITTO COMMERCIALE FINO AL LIMITE PER STRAPPARE CONDIZIONI MIGLIORI PER GLI STATI UNITI” – GLI ECONOMISTI SI SBILANCIANO: “INTIMORITO DALLA REAZIONE DEI MERCATI, TRUMP CONTINUERÀ A ESTENDERE LA ‘PAUSA’, FINENDO PER TRASFORMARLA IN UNA TARIFFA UNIVERSALE DEL 10%”

Traduzione di un estratto dell’articolo di Bertrand Benoit e Kim Mackrael per il “Wall Street Journal”

Il sollievo si è diffuso in tutto il mondo giovedì, dopo che il presidente Trump ha sospeso l’applicazione di parte dei suoi dazi globali, ma questa inversione di marcia ha lasciato i governi alle prese con una domanda spinosa: come rapportarsi con un’America ormai quasi impossibile da prevedere.

Decifrare le ragioni del repentino passo indietro […] potrebbe rivelarsi cruciale per determinare come i leader mondiali si approcceranno alla Casa Bianca nei prossimi negoziati. Capire meglio qual è la soglia di sopportazione di Trump potrebbe spingere alcuni a mettere sul tavolo concessioni minime all’avvio delle trattative.

“Probabilmente tutti concluderanno che la sua credibilità come negoziatore si è ridotta,” ha dichiarato Moritz Schularick, direttore del Kiel Institute for the World Economy, un think tank indipendente. “La prossima volta gli crederanno ancora meno e valuteranno a quale punto potrebbe di nuovo cedere. Sicuramente non è diventato più facile per gli Stati Uniti negoziare.”

Il ministro delle Finanze francese Éric Lombard ha adottato un tono di sfida giovedì, affermando che i dazi dovrebbero rimanere a un livello molto basso e che c’è poco margine di manovra per negoziare sulle barriere non tariffarie — ovvero quelle regole come le norme di sicurezza che limitano ciò che può essere importato — poiché molte sono il risultato di decisioni democratiche.

[…] Dopo aver imposto dazi su specifici settori e regioni, Trump aveva annunciato il 2 aprile dazi globali – alcuni estremamente punitivi – su quasi tutti i Paesi, dichiarando quel giorno “giorno della liberazione”. La mossa aveva scatenato il caos sui mercati mondiali, facendo crollare i prezzi azionari e provocando una vendita massiccia di titoli di Stato americani, in un fenomeno che ha sorpreso e allarmato gli analisti.

I costi del debito pubblico, che erano aumentati bruscamente anche al di fuori degli Stati Uniti, sono rientrati tra mercoledì sera e giovedì, ma sono rimasti elevati per il timore che i dazi possano restare in vigore e portare a un’accelerazione dell’inflazione.

[…]  Gli economisti sottolineano che nonostante la tregua di 90 giorni, l’incertezza resta elevata, con effetti negativi su investimenti, crescita e aspettative d’inflazione.

“La disciplina dei mercati obbligazionari si è ancora una volta rivelata uno strumento potente per spingere i governi a cambiare rotta,” ha scritto Nichola James, direttrice di Global Sovereign Ratings presso l’agenzia di rating Morningstar DBRS, in una nota giovedì.

“Quello che stiamo vedendo non è un abbandono della politica statunitense, ma un percorso alternativo per raggiungerne gli obiettivi. In questo contesto, l’incertezza continua a danneggiare le imprese.”

Una delle domande che i funzionari si pongono nelle strategie per i prossimi tre mesi è se questo cambio di rotta di Trump sia il segno di una reale debolezza, sfruttabile nei negoziati, oppure se dimostri piuttosto la sua disponibilità a portare il conflitto commerciale fino al limite per strappare condizioni migliori per gli Stati Uniti.

I collaboratori del presidente hanno dichiarato pubblicamente che il voltafaccia era pianificato fin dall’inizio. Tuttavia, le turbolenze nei mercati obbligazionari e un’ondata di pressioni da parte di dirigenti aziendali, lobbisti e leader stranieri hanno giocato un ruolo chiave nel fargli cambiare idea.

“La nostra ipotesi di lavoro ora è che, intimorito dalla reazione dei mercati, Trump continuerà a estendere la ‘pausa’, finendo per trasformarla in una tariffa universale del 10%, come quella proposta durante la campagna elettorale,” ha scritto Paul Ashworth, capo economista per il Nord America di Capital Economics, in una nota di mercoledì. “In cambio, altri Paesi offriranno piccole concessioni sui propri dazi e pratiche commerciali.”

Che si sia trattato di una strategia calcolata o di pura follia, i Paesi presi di mira dai dazi più alti di Trump hanno colto la pausa come un’occasione per avviare trattative finalizzate a eliminare definitivamente la minaccia dei dazi.

Il vice primo ministro del Vietnam si trovava già a Washington mercoledì per incontrare il rappresentante commerciale statunitense e membri del Congresso quando è arrivata la notizia del dietrofront.

Il Paese, che è diventato un hub manifatturiero alternativo alla Cina, era stato colpito da una tariffa del 46% la scorsa settimana, ma ora sarà soggetto a un dazio del 10% come la maggior parte degli altri Paesi. L’indice VN della Borsa vietnamita ha chiuso in rialzo di quasi il 7% giovedì.

[…]

Mentre dialogano con Washington, i governi e le imprese probabilmente useranno questa pausa per rafforzare le proprie difese, in previsione di una possibile riaccensione della guerra commerciale.

“L’Europa continua a concentrarsi sulla diversificazione delle sue partnership commerciali, collaborando con Paesi che rappresentano l’87% del commercio globale,” ha detto von der Leyen nella sua dichiarazione, aggiungendo che il blocco intende anche eliminare gli ostacoli ancora presenti al commercio interno.

L’Australia intende rafforzare i legami commerciali con UE, Regno Unito e India, ha dichiarato il vicepremier Richard Marles a Sky News. Ma ha respinto l’invito dell’ambasciatore cinese a unirsi a Pechino contro gli Stati Uniti: “Non ci prenderemo per mano con la Cina,” ha detto.

(ANSA) – NEW YORK, 10 APR – Gli immigrati come i pacchi di Amazon. Il paragone scioccante arriva dal direttore ad interim dell’Immigration and Customs Enforcement (Ice) Todd Lyons, il quale ha dichiarato di voler trasformare le deportazioni dei migranti in un sistema “simile ad Amazon Prime”, con camion che raccolgono i clandestini per essere espulsi dal Paese con la stessa efficienza delle consegne del colosso dell’e-commerce.

“Dobbiamo iniziare a trattare questo processo come un’attività commerciale. Come Prime, ma con gli esseri umani”, ha detto Lyons durante il Border Security Expo 2-25 a Phoenix, in Arizona, secondo quanto riportato dai media locali.

Lyons è stato uno dei relatori dell’amministrazione Trump presenti al Border Security Expo insieme allo zar delle frontiere Tom Homan e alla segretaria del dipartimento della Sicurezza Interna Kristi Noem.

I relatori hanno elogiato l’uso da parte del presidente dell’Alien Enemies Act per deportare i venezuelani (la legge del 1798 utilizzata l’ultima volta durante la Seconda Guerra Mondiale per internare i giapponesi americani), e Noem ha promesso di ampliarne l’utilizzo per espellere gli immigrati in modo più efficiente.

Anche Lyons ha definito la legge “straordinaria”. Il direttore dell’Ice ha poi elogiato altre nuove tecnologie potenzialmente da attuare nel processo di espulsione, esprimendo la speranza che l’agenzia possa utilizzare l’intelligenza artificiale per “liberare posti letto” e “riempire gli aerei” procedendo alle espulsioni più rapidamente.

IL MONDO AL CONTRARIO DELL’AMMINISTRAZIONE AMERICANA: TRUMP SCONQUASSA I MERCATI FINANZIARI CON I DAZI, MA LA COLPA È DELLA STAMPA – L’INTEMERATA DELLA PORTAVOCE DELLA CASA BIANCA KAROLINE LEAVITT, CHE SBRAITA CONTRO I GIORNALISTI MENTRE IL SEGRETARIO AL COMMERCIO SCOTT BESSENT FA LA FACCIA DA MERLUZZO BOLLITO: “A MOLTI DI VOI MANCA ‘L’ARTE DEL NEGOZIATO’ (CON RIFERIMENTO ALL’OMONIMO LIBRO DI TRUMP). IL MONDO INTERO STA CHIAMANDO GLI STATI UNITI D’AMERICA…”

(Labitalia) – L’annuncio del 2 aprile scorso di tariffe reciproche su tutti i Paesi di Donald Trump rientrava nella sua tattica negoziale. Lo ha detto la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ieri sera commentando la decisione del presidente di sospendere i dazi per 90 giorni. “A molti di voi nei media manca chiaramente l’arte del negoziato – ha detto in un riferimento al libro di Trump “Trump: The Art of the Deal” –

È chiaro che non avete capito cosa sta facendo il presidente Trump”. Poi, commentando le preoccupazioni secondo cui i dazi sugli alleati spingano i Paesi ad avvicinarsi alla Cina, ha affermato: “In realtà, abbiamo visto l’effetto opposto. Il mondo intero sta chiamando gli Stati Uniti d’America, non la Cina, perché hanno bisogno dei nostri mercati, dei nostri consumatori e hanno bisogno di questo presidente nello Studio Ovale per parlare con loro”.

FU INSIDER TRADING? AL CONGRESSO L’ARDUA SENTENZA – IL SENATORE DEMOCRATICO USA, ADAM SCHIFF, CHIEDE DI INDAGARE SULLA PRESUNTA MANIPOLAZIONE DEL MERCATO DI TRUMP – IERI IL PRESIDENTE AVEVA POSTATO SU TRUTH UN MESSAGGIO AMBIGUO (“È UN MOMENTO GRANDIOSO PER COMPRARE”), AGGIUNGENDO LE LETTERE DJT, CHE RAPPRESENTANO LE INIZIALI E IL SIMBOLO IN BORSA DELLA SUA SOCIETÀ – LE EVENTUALI INDAGINI SAREBBERO DI COMPETENZA DI DUE COMMISSIONI IN MANO AI REPUBBLICANI, MA LA FRONDA ANTI-DONALD CRESCE ANCHE NEL SUO PARTITO…

Nik Popli

Il senatore Adam Schiff mercoledì ha chiesto al Congresso di indagare se il presidente Donald Trump abbia commesso insider trading o manipolazione del mercato sospendendo bruscamente una vasta serie di dazi, una mossa che ha fatto schizzare alle stelle le borse.

“Farò del mio meglio per scoprirlo,” ha dichiarato Schiff, democratico della California, a TIME. “Le meme-coin di famiglia e tutto il resto non sono al di sopra dell’insider trading o dell’arricchimento personale. Spero di scoprirlo presto.”

I commenti di Schiff riguardo a un’indagine formale […] sono arrivati dopo che l’S&P 500 era salito di oltre il 9% mercoledì pomeriggio, in seguito all’annuncio della sospensione delle tariffe da parte di Trump.

“QUESTO È UN MOMENTO FANTASTICO PER COMPRARE!!!” ha scritto Trump su Truth […] pochi minuti dopo l’apertura dei mercati, insieme alle lettere “DJT”, che rappresentano sia le sue iniziali sia il simbolo in borsa della sua società di media.

La Casa Bianca non ha risposto immediatamente a una richiesta di commento.

Schiff è il primo senatore a chiedere apertamente un’indagine congressuale su un possibile insider trading da parte dell’Amministrazione Trump […]

Tali indagini rientrerebbero normalmente nella competenza di potenti commissioni congressuali come la Commissione Giustizia del Senato o quella per le Finanze.

Entrambe sono presiedute da repubblicani — il senatore Chuck Grassley dell’Iowa e il senatore Mike Crapo dell’Idaho — che hanno in gran parte evitato lo scontro con la Casa Bianca. Legislatori individuali come Schiff possono condurre indagini utilizzando lo staff del proprio ufficio, anche se tali indagini non avrebbero poteri di citazione.

Ciononostante, la tempistica dell’annuncio di Trump — e il rally del mercato che ne è seguito — ha sollevato sospetti a Capitol Hill. “Quando persino il mio barbiere mi chiede se Donald Trump sta vendendo allo scoperto o sta facendo tutto questo per guadagnarci personalmente, vuol dire che molte persone sono piuttosto sospettose su ciò che sta accadendo,” ha dichiarato a TIME il senatore Tim Kaine, democratico della Virginia.

[…] In precedenza, mercoledì, il deputato Steven Horsford, democratico del Nevada, è stato uno dei primi a mettere in dubbio se la sospensione dei dazi fosse legata a una manipolazione del mercato […]. Horsford ha urlato: “Questo è dilettantismo puro. Vi hanno appena tolto il tappeto da sotto i piedi.” Ha chiesto di sapere se l’amministrazione avesse deliberatamente mosso i mercati. “Questa non è una partita. Questa è la vita reale,” ha detto Horsford.

La reazione dei mercati alla decisione di Trump è stata rapida ed euforica. Le azioni sono salite di oltre il 7% in pochi minuti dall’annuncio, chiudendo infine con un aumento di oltre il 9%. I rendimenti obbligazionari, che erano aumentati per il timore di una recessione, si sono attenuati. I prezzi del petrolio, che erano in calo, sono rimbalzati.

Il segretario al Tesoro Scott Bessent, ex gestore di hedge fund, ha dichiarato che la sospensione dei dazi aveva lo scopo di dare spazio a negoziati su misura con gli alleati. “L’unica certezza che possiamo offrire è che gli Stati Uniti negozieranno in buona fede,” ha affermato. Ma Bessent ha anche ammesso di aver parlato a lungo con il presidente prima della decisione, e che la mossa aveva aiutato a “provocare la Cina mettendola in una posizione sfavorevole.”

La spiegazione di Trump, tuttavia, ha solo aumentato l’incertezza. Ha citato persone “isteriche” che erano “spaventate” e ha detto di aver osservato il mercato obbligazionario, che ha descritto come “splendido” dopo il suo annuncio. Ha detto ai giornalisti che “bisogna essere flessibili” e ha ammesso che “negli ultimi giorni sembrava tutto piuttosto cupo.”

Schiff vede un modello nel modo in cui Trump gestisce la politica economica. “Credo che ciò di cui gli imprenditori americani hanno bisogno sia certezza, prevedibilità,” ha detto. “Ma stanno ottenendo tutto tranne questo. Gli americani che hanno visto i risparmi delle loro pensioni andare in fumo devono essere risarciti.”

Il senatore della California è da tempo uno dei più feroci critici di Trump. Ha svolto il ruolo di procuratore capo nel primo processo di impeachment contro Trump ed è stato una figura centrale nella risposta del Congresso all’indagine del Dipartimento di Giustizia sulla Russia.

Sebbene non abbia avviato l’indagine congressuale del 2017 sui legami di Trump con la Russia, Schiff è diventato il democratico più in vista nella commissione, mettendo in guardia sull’eccessiva deferenza di Trump verso i leader autoritari. […]

Dopo che i democratici hanno conquistato la Camera nel 2018, Schiff ha guidato l’impeachment contro Trump per le pressioni nei confronti dell’Ucraina. […]La Camera ha messo Trump sotto accusa per abuso di potere, ma il Senato a maggioranza repubblicana lo ha assolto.

DAGOREPORT

L’unica certezza, con Trump, è che non ci si annoia mai. La mattina tuitta una minchiata, il pomeriggio la smentisce, la sera ne spara un’altra.

Uno psico-demente che ha ormai ha perso qualsiasi facoltà cognitiva, al cui confronto quel Rimbam-Biden che ha scalzato lo scorso 20 gennaio, ci appare più scaltro di Kissinger e Andreotti messi insieme.

Così, a una settimana esatta dal reboante annuncio in mondovisione dei ‘’dazi reciproci’’ contro tutti i Paesi del mondo (San Marino compreso), il Caligola di Mar-a-Lago ha rinculato come un somaro: stop alle tariffe per 90 giorni per tutti, tranne che per la Cina, a cui Washington aumenta ancora le barriere doganali al 125%.

Il presidente americano si è evidentemente cagato sotto di fronte alla reazione dei mercati, che hanno bruciato qualcosa come 10mila miliardi di dollari in pochi giorni.

Persino i suoi più stretti alleati, come Elon Musk, una volta ben mazzolato da miliardi di perdite, gli hanno consigliato di fare un passo indietro. E così è stato.

A essere fatale, e decisiva, è stata la tensione sui titoli di Stato a stelle e strisce. Se l’asta di ieri di 39 miliardi di titoli a 10 anni è “andata bene”, dicono dalla Casa Bianca, pur con rendimenti oltre il 4%, quella a 30 anni di due giorni fa è stata un mezzo fallimento, al punto che il “Wall Street Journal” ha parlato di accoglienza “tiepida”.

E con nuove aste all’orizzonte, se lo scetticismo degli investitori verso i Bond Usa trova ancora linfa per le mattane protezioniste di Trump, per gli Stati Uniti sarebbe stato uno sconquasso economico da far impallidire la crisi del ’29.

Del resto, in Italia, ricordiamo bene come fu fatto sloggiare nel 2011 da Palazzo Chigi l’inaffidabile Silvio Berlusconi.

Bastò che Angela Merkel desse il via libera alla Deutsche Bank di gettare sul mercato 20 miliardi di titoli del Tesoro italiani BTP, per far impennare lo spread come un cavallo imbizzarrito. Quando supero 500 punti, Berlusconi si convinse che era finita e lasciò il governo nelle mani, queste sì affidabili per i poteri forti, di Mario Monti.

Dietro alla tensione sui titoli del Tesoro Usa, come racconta oggi Gianluca Paolucci sulla “Stampa”, c’è un classico schema “basis trade”: “Si tratta di una scommessa fatta da alcuni hedge fund (fondi speculativi) sulle differenze di allineamento tra i futures sul T-bond e il T- bond stesso, differenze che riflettono sbilanciamenti del mercato o limitazioni regolatorie che limitano gli arbitraggi.

Si tratta di differenze molto piccole, che per produrre grandi guadagni hanno bisogno di volumi molto elevati. E qui arriva la parte più divertente e più pericolosa. Perché il basis trade per garantire grandi guadagni viene fatto con una leva molto elevata, fino a 100 volte.

[…] Ma in presenza di choc di esterni al mercato – come le tariffe annunciate da Trump, la scommessa non sta più in piedi e dunque i fondi hedge devono o dare nuove garanzie per coprire la loro esposizione o liquidare bruscamente le posizioni lunghe.

[…] questo gioco redditizio ma pericoloso vale fino a 800 miliardi di dollari. Abbastanza da far tremare i mercati. E forse, abbastanza da far cambiare idea a Trump e ai suoi consiglieri”.

Con i dazi in pausa per 90 giorni per tutti ma non per il Dragone, l’Idiota della Casa Bianca pensava di isolare il suo nemico più intimo dal ritorno di fiamma dell’Unione europea verso Pechino. Ma il pensiero strategico cinese ha chiaro l’orizzonte da perseguire sul lungo periodo (diventare la potenza egemone a livello mondiale) e i metodi per realizzarlo (usando il soft power).

Così non avrà fatto alcun piacere al Caligola americano la notizia di un interminabile colloquio telefonico, avvenuto appena due giorni fa, tra Ursula von der Leyen e il premier cinese Li Qiang disponibilissimo a riaprire il dialogo con l’Ue. Un avvicinamento confermato dall’incontro di ieri tra la presidente della Bce, Christine Lagarde, e un alto funzionario della Banca centrale cinese.

E non va dimenticata la notizia che due settimane fa Pechino stava valutando l’ipotesi di unirsi alla ‘’coalizione dei volenterosi’’ di Starmer-Macron in vista di una potenziale missione di mantenimento della pace in Ucraina. Un sorprendente cambio di posizione rispetto a inizio marzo, quando il Dragone aveva bocciato l’idea sottolineando di “non essere parte della crisi” in Ucraina.

Ed è già di per sé un segnale verso Mosca, che finora si è detta contraria a qualunque contingente europeo di pace aprendosi invece soltanto alla possibilità di “osservatori” disarmati per una missione civile. Pechino potrebbe infatti essere il tassello necessario a dare corpo all’iniziativa di peacekeeping delineata dalla “coalizione dei volenterosi.

Dopo l’armageddon economico messo in moto dallo svalvolato Trump, calzato l’elmetto, Ursula ha capito di dover diversificare gli sbocchi commerciali dell’Unione.

A settembre-ottobre del 2025, potrebbe definitivamente andare in porto anche l’accordo di libero scambio tra l’Unione europea e l’India, che ha già ricevuto l’ok del Consiglio europeo.

Destino simile avrà l’accordo Ue-Mercosur, con i paesi dell’America latina, che non avendo bisogno di un voto all’unanimità andrà presto in porto.

Oggi, dopo aver annunciato lo stop ai contro-dazi europei, la Commissione non a caso ha rilanciato proprio l’accordo con il Mercosur, con una postilla significativa: “in un mondo instabile, le partnership con alleati fidati in tutto il mondo siano più preziose che mai. Crediamo che gli Stati saranno molto ricettivi a questa visione, soprattutto data la turbolenza attuale”.

Con queste mosse la presidente della Commissione europea è convinta di potersi gradualmente sganciare dal mercato americano: tra Cina, India e America latina, le imprese europee dovrebbero poter continuare a esportare senza troppi drammi (in fondo, l’export negli Stati Uniti conta solo il 27% del totale per l’Ue).

Ma l’unico paese che può mettere alle corde l’America di Trump, fino al punto di far saltare in aria, è il Dragone. E non solo perché ha la forza per esercitare una vera “ritorsione” alle minchiate sparata dallo Studio Ovale. Altro che dazi sulle Harley Davidson e la soia.

Pechino, con i suoi 759 miliardi di dollari in bond statunitensi in pancia è il secondo detentore di debito americano dopo il Giappone (Tokyo ha in portafoglio mille miliardi di dollari), e come si è visto con l’ultima asta dei Bond Usa finita in mezzo fallimento, può esercitare una pressione finanziaria ben più rilevante del gioco al rialzo sulle tariffe e contro-tariffe (le barriere doganali impennate da Xi Jinping all’84%, in risposta al 125 trumpiano).

È anche per questo che il regime comunista, in questi giorni, sta mostrando i muscoli a Trump: “No ai ricatti, combatteremo fino alla fine”. Una totale fermezza unita a una inusitata calma, ben confortata da un dato da “non ci posso credere!”: all’annuncio dei dazi da Washington, tutte le borse sono sprofondate, eccetto una: quella di Shanghai. E oggi, la borsa di Shanghai segna a fine seduta +1,16%, mentre il Composite di Shenzhen si attesta al +2,46%.

Come mai, nonostante la conferma dei dazi al 125% da parte di King Donald sull’import cinese negli Stati Uniti, Shangai non è crollata? Secondo analisti e politologi, la Cina possiede, intanto, tutte le capacità industriali per trasformarsi in un’economia autarchica. A differenza dell’Occidente, ha una capacità produttiva smisurata, un mercato interno passato dalla ciotola di riso a un menù completo e il vantaggio di un’opinione pubblica “sotto controllo”.

A Xi Jinping occorrono solo importanti rifornimenti di petrolio e gas, ben garantiti dai suoi alleati Iran e Russia. I gasdotti di Putin, infatti, hanno pompato risorse naturali a basso costo verso la Cina nel corso degli ultimi tre anni di guerra: acquisti realizzati da Xi Jinping che hanno depotenziato le sanzioni occidentali a Mosca.

Dall’alto della sua storia (“L’Arte della Guerra” di Sun Tzu, scritto oltre 3.000 anni fa, resta ancora oggi un manuale per capire come Pechino affronta ogni sfida: con pazienza, visione e calcolo), la Cina riesce a interpretare più ruoli in commedia: da una parte rinsalda l’amicizia “senza limiti” con la Russia, dall’altra propone affari, investimenti e partnership in vari campi con l’Unione europea, oltre al suo ruolo dominante tra i cinque paesi che fanno parte del  BRICS (India, Brasile, Sudafrica, Cina, Russia) che rappresenta il 40% della popolazione e il 32% del PIL globale.

Anche prima del ritorno alla Casa Bianca di Trump, l’obiettivo dei BRICS è sempre stato quello di rompere il monopolio statunitense, abbandonando il dollaro come unica valuta di riferimento e andando a definire un nuovo assetto economico e politico mondiale istituendo una nuova moneta, chiamata ‘’R5’’ dalle iniziali delle valute in vigore nei cinque paesi: Real, Rublo, Rupia, Renminbi e Rand.

È probabile che la valuta sarà legata al valore dell’oro e si tratterebbe così di un clamoroso ritorno al Gold Standard. La sfida per una visione alternativa del vecchio ordine mondiale si è rafforzata quando nel 2024, il gruppo dei BRICS si è allargato includendo Iran, Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi e Etiopia. Mentre chiariscono che “BRICS non è anti-occidentale e non siamo neanche contrari al dollaro, aggiungono: ‘’Ciò che combattiamo è il continuo dominio del dollaro in termini di interazioni finanziarie globali”.

Ecco: non siamo davanti solo a una cruenta e globale guerra commerciale per proteggere e riportare in patria le imprese, come blatera il Trumpone. La sua scervellata mossa mirava piuttosto a colpire settori strategici del nemico numero uno degli Usa, la Cina. A seguire, puntava a mettere il guinzaglio ai “parassiti” europei. Terzo punto: rallentare lo sviluppo tecnologico di potenze emergenti, come l’India.

La leva dei dazi è stata usata dall’incauto Trump per ribadire in mondovisione che il potere globale è sempre dettato da Washington. E la risposta del nuovo asse geopolitico che si sta formando è stata pronta e chiarissima. E il Caligola a stelle strisce ha sbattuto il culone per terra.

Certo, visto lo stato psicolabile del presidente americano, chissà se fra 90 giorni, quando terminerà la messa in pausa delle tariffe, riuscirà a ricordarlo? Ah, saperlo…