News of the day

«Mi baciano il culo»

la frase choc di Trump sui Paesi che vogliono negoziare sui dazi.

E poi: «So cosa diavolo sto facendo, è il nostro turno di fregarli»

Il presidente Usa irride i Paesi che cercano un contatto per trattare dopo l’entrata in vigore dei dazi: «Muoiono dalla voglia di fare un accordo, mi chiedono “Per favore, signore, farò qualunque cosa”»

A una cena di raccolta fondi per il partito repubblicano, poche ore prima dell’entrata in vigore dei dazi «reciproci» alla mezzanotte americana (le 6 del mattino in Italia), il presidente degli Stati Uniti ha parlato dei Paesi stranieri che vogliono trattare con lui sui dazi: «Questi Paesi ci chiamano, mi baciano il culo, stanno morendo dal desiderio di fare un accordo». 

Trump ha descritto i leader stranieri come pronti a tutto pur di evitare i dazi, facendone una specie di imitazione: «Per favore, per favore signore, fai un accordo. Farò qualunque cosa signore». Il presidente americano ha aggiunto che sono i Paesi stranieri che «vogliono fare un accordo con noi», mentre gli Stati Uniti «non hanno necessariamente» bisogno di accordi e sono «contenti come sono». Ha sottolineato: «So quel che diavolo sto facendo».

I diplomatici americani e il team di Trump incoraggiano i leader stranieri a fare a Trump proposte «creative» che non riguardino solo il commercio.

Il primo ad arrivare è stato il premier israeliano Netanyahu lunedì scorso, ora delegazioni di ministri del Giappone e della Corea del Sud atterrano a Washington per negoziare questa settimana e la premier italiana Giorgia Meloni è attesa il 17 aprile, mentre la Cina afferma che lotterà «fino alla fine» contro di dazi americani

«Non è una guerra, infatti vengono qui», ha detto Trump. «Molti paesi ci hanno fregato da destra e sinistra, e adesso è il nostro turno di fregarli, e renderemo il nostro Paese più forte».

Trump ha inoltre sostenuto che i repubblicani devono «chiudere gli occhi» e approvare la «grande e bellissima legge» di tagli alle tasse e riduzione della spesa come da lui richiesto.

IN VIGORE I ‘DAZI RECIPROCI’ USA SU 60 PAESI, CINA AL 104%

(ANSA) – PECHINO, 09 APR – Gli Stati Uniti hanno imposto una nuova ondata di tariffe contro decine di partner commerciali, con il presidente Donald Trump che ha preso di mira soprattutto la Cina.

I nuovi ‘dazi reciproci’ sono personalizzati nei confronti di circa 60 economie e sostituiscono quelli di base entrati in vigore sabato. I nuovi livelli variano dall’11 al 50%, con la rappresaglia diretta contro Pechino che porterà l’aliquota al tetto sorprendente 104%. 

LE BORSE ASIATICHE IN ROSSO CON I NUOVI DAZI USA 

(ANSA) – Le Borse asiatiche accusano il colpo dell’entrata in vigore dei ‘dazi reciproci’ Usa, con la Cina nel mirino per una aliquota aggregata del 104%: Tokyo cede adesso il 4,87%, mentre Taiwan ampia il rosso a -5,86%. Tra i listini principali, soltanto Shanghai segna un rialzo dello 0,24%, mentre Seul perde l’1,82% e Singapore il 2,16%.

LO YUAN GIÙ SUL DOLLARO A 7,3476, MINIMI DA SETTEMBRE 2023

(ANSA) – PECHINO, 09 APR – Lo yuan cede altro terreno sul dollaro, scivolando nei valori onshore a 7,3485, ai minimi di settembre 2023, nel mezzo delle accuse alla Cina di Donald Trump di manipolazione del renmimbi per compensare i dazi americani. La Banca centrale cinese (Pboc) ha definito questa mattina il fixing sul biglietto verde a 7,2066, al punto più basso dall’11 settembre del 2023, a fronte della chiusura di martedì di 7,3390. 

La risposta dell’Europa ai dazi: “Il bazooka è sul tavolo, speriamo di non usarlo”

Bruxelles minaccia misure straordinarie contro le aziende straniere che operano nel continente. I controdazi in tre fasi

Claudio Tito

L’Europa mette il “bazooka” sul tavolo ma cerca la trattativa con Donald Trump sui dazi: «Non ci costringa a usarlo». La linea telefonica tra Bruxelles Washington, però, sembra interrotta. La Commissione, infatti, anche nelle ultime ore ha cercato un contatto con l’Amministrazione Usa senza trovarlo. Il telefono squilla, dunque, ma nessuno alza la cornetta. «Non riusciamo a individuare l’interlocutore giusto», ha spiegato una delle massime responsabili del Commercio all’interno dell’esecutivo europeo. Segno che il dialogo per il momento non è ancora partito. Uno dei portavoce della Commissione ha confermato che al momento non sono previsti incontri o colloqui di alto livello. «Ma tutto – ha aggiunto con un pizzico di fiducia – può cambiare rapidamente».

In questo quadro la Ue si prepara al peggio pur sperando di aprire presto un canale negoziale. Il “bazooka” di cui si parla è lo ”Strumento anti-coercizione” che si può utilizzare nei casi di crisi economica e commerciale con altri Paesi e che mette a disposizione misure straordinarie come la sterilizzazione della presenza di aziende straniere nella Ue.

In assenza di un negoziato, l’Unione intanto si prepara a rispondere al tornado trumpiano delle tariffe. Oggi il Comitato per il Commercio approverà la prima lista di dazi sui beni americani. Dall’acciaio alle moto, dall’alluminio agli Yacht, questo primo elenco sarà operativo dal 15 aprile. Il voto di oggi prevede una maggioranza “inversa”: in sostanza, serve una maggioranza qualificata per bloccare l’approvazione della proposta della Commissione, che su questa materia esercita una competenza esclusiva.

È in corso di definizione anche una seconda tornata di dazi molto più ampia – su alimentare, elettrodomestici, pelletteria etc – da lanciare dal 15 maggio. E poi un’altra – limitata a beni considerati centrali nel sistema agroalimentare Usa, come la soia e le mandorle – da rendere operativa a dicembre. Il tutto, ovviamente, se la Casa Bianca insisterà nel non sentire ragioni sulla sua politica tariffaria. La Ue, infatti, continua a proporre – lo aveva già fatto il commissario Sefcovic nelle scorse settimane – la soluzione di azzerare reciprocamente tutti i dazi: “Zero per Zero”.

Ma proprio perché dagli States ancora non arriva una disponibilità, il Vecchio Continente studia le contromisure e cerca i nuovi mercati dove vendere i prodotti “Made in Europe”. Ieri infatti Ursula von der Leyen – dopo aver incontrato i rappresentanti del settore farmaceutico preoccupati dai dazi -, ha avuto un colloquio telefonico con il premier cinese, Li Qiang, chiedendo una risoluzione negoziata della situazione attuale e sottolineando la necessità di evitare un’ulteriore escalation.

L’altra mossa a disposizione dell’Ue riguarda le “Big Tech”. La possibilità, ossia, di tassare i servizi che offrono società come Google, Amazon, Netflix, X. E anche di non transigere sul rispetto delle norme antitrust. «Se non vedremo la volontà di cooperare – ha avvertito la vicepresidente della Commissione, la spagnola Teresa Ribera – non esiteremo a imporre le sanzioni previste».

In vista della riunione straordinaria dell’Ecofin – i ministri finanziari – del prossimo fine settimana, è iniziata a farsi largo l’idea, coltivata anche dall’Italia, di sospendere nuovamente in blocco il patto di Stabilità come durante il Covid. Ma difficilmente il tema sarà discusso venerdì e sabato a Varsavia: «La discussione – hanno chiarito funzionari del Consiglio – non è ancora iniziata, è un po’ presto». Almeno per ora.

TRUMP AI REPUBBLICANI, SO QUELLO CHE STO FACENDO

(ANSA) – WASHINGTON, 08 APR – “So quello che sto facendo”: lo ha detto Donald Trump intervenendo alla cena di gala del National Republican Congressional Committee a Washington, dove ha continuato a difendere i suoi dazi affermando che altri paesi vogliono fare accordi.

“Non vogliamo necessariamente fare un accordo con loro. Siamo contenti di stare così, prendendo i nostri 2 miliardi di dollari al giorno, ma loro vogliono fare un accordo con noi”, ha affermato, sostenendo che le aziende stanno tornando negli Usa e investendo migliaia di miliardi. “Stanno arrivando i produttori di chip, stanno arrivando tutti. Non abbiamo mai avuto niente del genere”, ha detto. 

TRUMP CONTRO REPUBBLICANI RIBELLI, IO NEGOZIO MEGLIO DEL CAPITOL

(ANSA) – WASHINGTON, 08 APR – Intervenendo alla cena di gala del National Republican Congressional Committee a Washington, Donald Trump ha attaccato “alcuni ribelli repubblicani che vogliono mettersi in mostra e dicono ‘penso che il Congresso dovrebbe prendere in mano i negoziati'” sui dazi. “Lasciate che ve lo dica, voi non negoziate come negozio io”, ha messo in guardia. 

TRUMP, USA INCASSANO 2 MILIARDI AL GIORNO DAI DAZI

(ANSA) – WASHINGTON, 08 APR – Donald Trump, parlando ad un evento alla Casa Bianca, ha detto che gli Usa stanno incassando 2 miliardi al giorno grazie ai dazi. 

TRUMP, LA CINA MANIPOLA LA VALUTA PER COMPENSARE I DAZI 

(ANSA) – WASHINGTON, 08 APR – La Cina manipola la valuta per compensare i dazi: lo ha detto Donald Trump intervenendo alla cena di gala del National Republican Congressional Committee al National Building Museum.

TRUMP, PENSO CHE LA CINA AD UN CERTO PUNTO FARÀ UN ACCORDO 

(ANSA) – WASHINGTON, 08 APR – “Penso che la Cina farà un accordo ad un certo punto”: lo ha detto Donald Trump intervenendo alla cena di gala del National Republican Congressional Committee a Washington. 

TRUMP, AZIENDA CHIP TAIWAN O PRODUCE QUI O TASSE SINO AL 100%

(ANSA) – WASHINGTON, 08 APR – “Ho detto a Tsmc (Taiwan Semiconductor Manufacturing Company, ndr) che, se non costruiranno il loro impianto qui, pagheranno tasse fino al 100%”: così Donald Trump intervenendo alla cena di gala del National Republican Congressional Committee a Washington. 

TRUMP, PRESTO DAZI SUL SETTORE FARMACEUTICO 

(ANSA) – WASHINGTON, 08 APR – Gli Usa “annunceranno presto dazi sul settore farmaceutico”. Lo ha detto Donald Trump intervenendo alla cena di gala del National Republican Congressional Committee al National Building Museum.

Le tre domande di Israele a Trump sull’Iran

Estratto dell’articolo di Micol Flammini

La Repubblica islamica dell’Iran ha capito il più importante dei punti del programma di Donald Trump: il presidente americano non vuole essere ricordato per le guerre, neppure quelle vinte, ma per gli accordi, anche quelli storti.

[…] Infatti sabato le delegazioni di Washington e Teheran saranno in Oman e per riprendere i negoziati sul nucleare iraniano. Non è un bene per gli Stati Uniti che Teheran abbia capito l’ossessione di Trump per gli accordi, ma il vero problema è per Benjamin Netanyahu che, dopo essersela presa con le Amministrazioni Obama e Biden per aver cercato un dialogo con gli iraniani, nello Studio ovale lunedì ha continuato a guardare il pavimento mentre Trump annunciava i colloqui con l’Iran.

Il primo ministro israeliano si mordeva un labbro, a guardarlo la stampa israeliana si è domandata se non fosse il caso di parlare di “trattamento Zelensky” anche per Netanyahu, portato davanti alle telecamere, messo di fronte al fatto compiuto, ignorato nelle sue richieste.

[…] L’obiettivo di Netanyahu era di presentarsi dal presidente americano con delle richieste specifiche, ribadire la posizione israeliana, la mancanza di fiducia nei confronti degli iraniani. “Ogni incontro fra Trump e Netanyahu finisce con una sorpresa”, dice Eytan Gilboa, esperto di relazioni tra Stati Uniti e Israele del Centro per gli Studi strategici BeginSadat e dell’Università Bar -Ilan.

Questa volta però la sorpresa ha messo il primo ministro israeliano nella condizione di non poter criticare quello che ha definito per anni “il miglior alleato di Israele”. “Quando ti profondi in queste definizioni, quando critichi tutti gli altri, quando lo stesso Trump usa le tue parole per legittimare le sue decisioni, non sei nella posizione di dire un ‘no’. Non puoi importi”, dice Gilboa.

Ieri la stampa di regime iraniana sottolineava che Teheran è pronta a negoziare, ma non a prezzo della vergogna. “La tattica del bastone e della carota – si legge sul quotidiano Iran Daily – può ritorcersi contro, perché l’Iran rimane fermo contro la pressione”. Teheran, come Mosca, sa come condurre dei negoziati lunghi, come estenderli perché durino per anni, come lasciar macerare i colloqui in un’attesa utile a non trovare mai una soluzione.

[…] Per lo stato ebraico un negoziato deve portare allo smantellamento totale del programma nucleare, una condizione che gli iraniani non accetterebbero mai. Dopo il cattivo incontro con Trump, Netanyahu ha detto ieri che la soluzione per l’Iran deve essere la stessa imposta alla Libia nel 2003 e il presidente americano è d’accordo con lui. Non è chiaro invece per cosa intenda negoziare il capo della Casa Bianca, se per lo smantellamento del programma nucleare, come avvenuto con Tripoli nel 2003, o per la sospensione.

Il presidente americano aveva stracciato il Piano d’azione congiunto globale (in sigla: Jcpoa), un accordo imperfetto che comunque non forniva sufficienti garanzie che l’Iran stesse arricchendo l’uranio per scopi civili, e il rischio è che oggi sia invece disposto ad accontentarsi di un nuovo piano con le stesse garanzie di quello vecchio o anche di meno.

Ci sono almeno tre domande aperte a cui Trump non ha risposto. La prima è sull’obiettivo del negoziato: sospensione o eliminazione del programma nucleare. La seconda è sul piano dell’Iran in medio oriente e se l’Amministrazione americana punta a ottenere anche lo smantellamento del sedicente Asse della resistenza. La terza e ultima domanda è quella per cui Netanyahu è andato a cercare una risposta a Washington: se l’Iran non ci sta a negoziare sul serio, cosa faranno gli Stati Uniti?

L’Iran ha detto che i colloqui saranno indiretti, gli Stati Uniti invece li definiscono diretti. La certezza è che le delegazioni che si incontreranno in Oman saranno di alto livello. Quella americana sarà guidata da Steve Witkoff, l’immobiliarista amico di Trump, inviato a risolvere le crisi internazionali, considerato tra i più accomodanti nel rapporto con Teheran assieme al vicepresidente J. D. Vance.

A capo della delegazione iraniana andrà invece il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, che ha definito l’incontro “tanto un’opportunità quanto un test”. Israele guarderà da lontano, accontentandosi dei resoconti dell’Amministrazione americana.

L’unico che sta guadagnando con Trump? Il «vecchio» Buffett. Da Musk a Bezos, quanto hanno perso gli altri 5 super ricchi

Il caos sui mercati, scatenato dai dazi trumpiani, è l’ultimo tassello di una tempesta che ha abbattuto i patrimoni dei paperoni d’America

Massimiliano Jattoni Dall’Asén

Che l’abbiano calcolata male? Ora che i Big di Wall Street, irritati per le conseguenze nefaste dei dazi sulle Borse globali, stanno attaccando Trump dopo che lo avevano appoggiato apertamente durante la campagna elettorale, il dubbio viene. Primum inter pares, il milionario Bill Ackman che in un post su X ha fatto una completa virata rispetto alla sua posizione pro agenda Maga, accusando il presidente Usa di stare scatenando «una guerra nucleare economica». La repentina conversione sulla via di Damasco dei grandi gestori di Wall Street è tutta una questione di denaro sonante e di, appunto, quelli che sembrano essere stati calcoli sbagliati. La riprova è che il 94enne Warren Buffett, non a caso universalmente riconosciuto come «l’oracolo di Omaha per la sua abilità di previsione negli investimenti finanziari, al canto di sirena di Trump non aveva risposto e ora, infatti, se la ride. Come evidenzia la newsletter di Bloomberg, la cui tabella vedete qua sotto, tra i 6 uomini più ricchi del mondo, l’«oracolo» è l’unico che dalla tempesta che si è abbattuta sui mercati finanziari mondiali ci sta guadagnando. 

milionari

La classifica

Come si evince dalla tabella, Elon Musk, il più grande sostenitore di Trump, tanto da aver avuto un incarico come incarico come capo del Dipartimento per l’efficienza governativa (Doge), è anche quello che sta perdendo di più: oltre 130 miliardi di dollari (pur rimanendo saldamente in testa nella classifica di uomo più ricco del mondo con 302,2 miliardi di patrimonio). Subito sotto di lui, ma a notevole distanza, c’è Jeff Bezos, che ha perso 45,2 miliardi di dollari. Ultimo, sul podio, Mark Zucherberg. Il presidente e ceo di Meta ha perso finora 28,1 miliardi di dollari. Seguono, Bernard Arnault con -18,6 miliardi e Bill Gates con -3,4 miliardi di dollari.

Nella newsletter, la giornalista di Bloomberg Jessica Karl chiosa citando il collega Chris Bryant: «Aver incluso diversi miliardari nell’amministrazione (di Trump) ha instillato la fiducia che farà poco per mettere a rischio i loro portafogli in borsa», ha scritto ironicamente Bryant. «I dirigenti d’azienda, i gestori di hedge fund e i venture capitalist che hanno abbracciato Trump stanno ora vivendo qualcosa di simile alle cinque fasi del dolore: negazione, rabbia, contrattazione, depressione e accettazione».

PECHINO, DAZI SUL MADE IN USA DAL 34% ALL’84%

(ANSA) – La Cina risponde ai dazi di Trump portando le sue tariffe sui beni Made in Usa dal 34% all’84% con effetto dalle ore 12:01 del 10 aprile 2025. Altre questioni, riferisce una nota del ministero delle Finanze, saranno implementate.

Pechino esorta gli Stati Uniti a correggere immediatamente le proprie pratiche sbagliate, ad annullare tutte le misure tariffarie unilaterali contro la Cina e a risolvere adeguatamente le divergenze con la Cina attraverso un dialogo paritario basato sul rispetto reciproco.

MEDIA, CINA RIUNISCE VERTICE D’EMERGENZA SUI DAZI USA

(ANSA) – La leadership cinese prevede di tenere un incontro di alto livello, possibile già oggi, per definire le misure volte a rilanciare l’economia e a stabilizzare i mercati dei capitali, nel mezzo dell’impennata delle tensioni nella guerra commerciale con gli Usa. Lo riporta la Reuters sul suo sito, ricordando i timori degli economisti su uno scenario di minor crescita del Dragone nel 2025 pari anche all’1-2% del Pil.

L’incontro è il primo a essere reso pubblico da quando il presidente Usa Donald Trump ha imposto dazi “reciproci” sulla Cina e segue l’entrata in vigore di tariffe aggregate al 104% sull’import di beni made in China.

MOSCA, ‘I DAZI USA VIOLANO LE REGOLE DEL WTO’

(ANSA) – I dazi adottati dagli Usa “violano le regole fondamentali dell’Organizzazione mondiale del commercio” e dimostrano che Washington “non si considera più tenuta alle norme della legge commerciale internazionale”. Lo ha detto la portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova citata dall’agenzia Ria Novosti.

BANK OF ENGLAND, STABILITÀ FINANZIARIA A RISCHIO COI DAZI

(ANSA) – LONDRA, 09 APR – La stabilità finanziaria del Regno Unito “è a rischio” coi dazi Usa introdotti dall’amministrazione di Donald Trump e con la crescente incertezza geopolitica. È quanto si legge nel resoconto delle riunioni tenute la scorsa settimana dal Financial Policy Committee della banca centrale britannica, in cui si sottolinea anche che “il contesto di rischio globale si è deteriorato e l’incertezza si è intensificata”. E ancora: “i rischi globali sono particolarmente rilevanti per la stabilità” del Regno Unito a causa del suo “ampio settore finanziario”.

BORSA MILANO: ESTREMA VOLATILITA’, AUMENTA CALO A -4,04%

(AGI) – La Borsa di Milano a meta’ seduta continua a perdere e mostra nervosismo e volatilita’ nel giorno dell’entrata in vigore dei dazi reciproci imposti dagli Usa. Il dazio statunitense sulle importazioni cinesi oggi salira’ al 104%. L’indice Ftse mib cede il 4,04% a quota 32,297, trascinato dagli energetici. Il listino e’ tutto in profondo rosso.

IRAN: CASA BIANCA RIBADISCE, ‘SABATO COLLOQUI DIRETTI CON IRAN’

(Adnkronos) – La Casa Bianca ha ribadito che i colloqui in programma sabato in Oman con l’IRAN sul suo programma nucleare saranno “diretti”.

“Per quanto riguarda l’Iran, il presidente ha reimposto sanzioni paralizzanti al regime iraniano e ha chiarito molto bene all’Iran che hanno una scelta da fare.

Possono raggiungere un accordo con il presidente. Possono negoziare o pagheranno con l’inferno”, ha dichiarato la portavoce, Karoline Leavitt, durante un briefing con la stampa

TEHERAN, CON USA CHIARIREMO CHE PROGRAMMA NUCLEARE È PACIFICO

(ANSA) – “Le uniche questioni che l’Iran dovrà discutere, durante i negoziati indiretti con gli Stati Uniti in Oman sabato, saranno la costruzione della fiducia e il chiarimento della natura pacifica del programma nucleare iraniano, in cambio della revoca delle sanzioni”:

lo ha dichiarato il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, escludendo qualsiasi possibilità di colloqui sulla cessazione delle attività nucleari e missilistiche dell’Iran o sulla fine del coinvolgimento del Paese negli sviluppi regionali.

“I colloqui di Muscat saranno una nuova opportunità per la diplomazia e un test per valutare la serietà degli Stati Uniti, che hanno una lunga storia di intransigenza e unilateralismo”, ha aggiunto, parlando nel corso di una visita in Algeria, secondo quanto riporta l’agenzia Tasnim.

“Se la loro richiesta è che l’Iran non sviluppi armi nucleari, tale richiesta può essere esaminata”, ha poi detto Araghchi, in riferimento ai colloqui in programma sabato in Oman con gli Stati Uniti riguardo al dossier nucleare iraniano. “L’affermazione che l’Iran voglia dotarsi di armi nucleari è un’accusa infondata”.

“Siamo certi della natura pacifica del nostro programma nucleare e siamo pronti ad affrontare qualsiasi preoccupazione o timore attraverso la diplomazia”, ha aggiunto il capo della Diplomazia di Teheran, come riferisce Mehr.

“Dubitiamo delle intenzioni degli Stati Uniti e non siamo certi che abbiano la volontà di condurre negoziati seri ed equi, ma li metteremo alla prova”, ha detto Araghchi, sottolineando che “i negoziati devono svolgersi in una posizione di uguaglianza, correttezza e dignità, non sotto ‘massima pressione’ e minacce militari”

MO: MEDIA, ‘IRAN FORNISCE MISSILI A LUNGO RAGGIO ALLE MILIZIE SCIITE IRACHENE’

(Adnkronos) – La scorsa settimana l’Iran ha consegnato missili a lungo raggio alle milizie sciite in Iraq. Lo riporta il Times, secondo cui, questa è la prima volta che l’Iran distribuisce questo tipo di armi da quando ha iniziato a supportare le sue forze armate nel Paese.

Il trasferimento delle armi è stato effettuato dall’aeronautica delle Guardie Rivoluzionarie. Fonti a conoscenza dei dettagli affermano che i missili possono raggiungere obiettivi inEuropa.

IRAN, ‘IMPEGNO PER NON PROLIFERAZIONE E COOPERAZIONE CON AIEA’

(ANSA) –  “L’Iran resta impegnato nel Trattato di non proliferazione nucleare (Tnp) e collabora in modo costruttivo con l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) per garantire trasparenza e rispetto delle Salvaguardie”, ha dichiarato l’ambasciatore iraniano presso le Nazioni Unite, Saeed Iravani.

 “Se le pressioni politiche esterne sull’Aiea venissero rimosse e l’agenzia adottasse un approccio indipendente, tecnico, imparziale e professionale, si potrebbe giungere alla risoluzione delle poche divergenze ancora esistenti tra le due parti”, ha aggiunto Iravani, citato dall’agenzia iraniana Irna.

Ha inoltre sottolineato che “le nuove tecnologie non devono diventare un monopolio di pochi Paesi. Inoltre, le possibili implicazioni di tali tecnologie nel contesto della sicurezza internazionale non devono essere utilizzate come pretesto per imporre regimi paralleli di controllo delle esportazioni o misure coercitive unilaterali.”

IRAN, ‘DURA RISPOSTA A MINACCE CONTRO NOSTRA INDUSTRIA NUCLEARE’

(ANSA) –  “L’Iran ha il diritto di sviluppare un’industria nucleare pacifica e qualsiasi aggressione o minaccia da parte dei nemici contro l’industria riceverà una risposta seria, decisa e devastante”.

Lo ha dichiarato la Commissione per la Sicurezza Nazionale e la Politica Estera del Parlamento iraniano. “Invece di usare il linguaggio della forza e delle minacce contro l’Iran, i Paesi arroganti dovrebbero onorare il loro impegno e costruire reattori atomici per la produzione di energia in Iran, a compensazione del loro debito nei confronti del Paese”, si legge nella dichiarazione, citata da Tasnim, che invita l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (Aiea) a “adempiere ai propri doveri tecnici e a smettere di rilasciare dichiarazioni politiche e imparziali sulle attività nucleari dell’Iran”.

IRAN, ‘INCONTRO A MOSCA SUL NUCLEARE CON RUSSIA E CINA POSITIVO’

(ANSA) – L’incontro trilaterale tra Iran, Cina e Russia sul programma nucleare iraniano, tenutosi a Mosca il 7 e 8 aprile, è stato produttivo e costruttivo.

Lo ha affermato il Vice Ministro degli Esteri per gli Affari Legali e Internazionali iraniano, Kazem Gharibabadi. Durante l’incontro a livello di esperti di Mosca, con rappresentanti dei due Paesi partecipanti all’accordo nucleare del 2015, sono state discusse questioni chiave, tra cui il programma nucleare iraniano, l’allentamento delle sanzioni e la risoluzione 2231 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ha aggiunto Gharibabadi, secondo quanto riferisce Irna, sottolineando “il costante impegno dell’Iran con tutte le parti interessate e l’impegno del Paese nei confronti della diplomazia”

IRAN: PEZESHKIAN, ‘NON CERCHIAMO LA BOMBA MA SE AGGREDITI CI DIFENDEREMO’

(Adnkronos) – L’Iran non cerca la bomba atomica, lo ha annunciato “ufficialmente” anche la Guida Suprema, Ali Khamenei, e la stessa Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) “l’ha verificato centinaia di volte”, ma è pronto a difendersi “con tutta la forza” se verrà aggredito. Lo ha dichiarato il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, mentre si avvicina il 12 aprile, giorno in cui in Oman inizieranno i colloqui tra Teheran e Washington sul programma nucleare della Repubblica islamica.

“Dicono che l’Iran voglia costruire una bomba nucleare. Ma chi altro può deciderlo se non la Guida della Rivoluzione, che ha annunciato ufficialmente e pubblicamente che non stiamo cercando di costruirla?

Lo hanno verificato cento volte e poi altre mille, ma noi abbiamo bisogno della scienza e dell’energia nucleare”, ha affermato Pezeshkian in un discorso a Teheran in occasione della Giornata nazionale della tecnologia nucleare, stando a quanto riferito dall’agenzia di stampa Irna.

“Vogliono umiliarci, ma non lo permetteremo”, ha proseguito il presidente iraniano, che ha poi voluto mandare un messaggio chiaro agli Stati Uniti. “Non cerchiamo la guerra, ma resisteremo con forza a qualsiasi aggressione – ha scandito – Più ci colpiranno, più diventeremo forti”. E ha concluso: “Non scenderemo a compromessi sui nostri successi nucleari e non li scambieremo”.

IRAN: CREMLINO, ‘SU PROGRAMMA NUCLEARE CONCENTRARSI SU DIPLOMAZIA’

(Adnkronos) – Il Cremlino ha chiesto di concentrarsi sui contatti diplomatici ed evitare azioni che potrebbero portare a un’escalation fra Stati Uniti e IRAN. Sulle tensioni tra i due paesi in merito al programma nucleare di Teheran, il portavoce del presidente russo Vladimir Putin, Dmitry Peskov, ha affermato che le autorità iraniane stanno adottando misure preventive in risposta alla retorica sulla questione nucleare.

Da parte sua, la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, stamattina aveva dichiarato che bombardare l’IRAN non aprirà la strada alla pace e che Mosca spera che i colloqui tra Washington e Teheran possano contribuire a evitare una crisi.

I DAZI STATUNITENSI DANNEGGERANNO IL MONDO

Traduzione di un estratto dell’articolo di Martin Wolf per il “Financial Times”

[…] Trump non si è limitato a portare degli Stati Uniti a livelli che non si vedevano da un secolo, ma ha distrutto tutto ciò che i suoi predecessori hanno cercato di ottenere. È un atto di guerra contro il mondo intero.

Il dibattito se prendere Trump alla lettera o sul serio è finito. Ora ha imparato a essere il tiranno che ha sempre desiderato essere. Ci è voluto un po’ di tempo.

[…] La sua amministrazione è impegnata in un attacco globale alla repubblica americana e all’ordine globale da essa creato. Sotto attacco a livello nazionale sono lo Stato, lo Stato di diritto, il ruolo del legislatore, il ruolo dei tribunali, l’impegno per la scienza e l’indipendenza delle università.

Tutti questi erano i pilastri su cui poggiavano la libertà e la prosperità degli Stati Uniti. Ora sta distruggendo l’ordine internazionale liberale. Presumo che presto Trump invaderà dei Paesi, mentre procede a ripristinare l’era degli imperi.

L’applicazione di tutte queste tariffe è un simbolo perfetto di ciò che Trump vuole fare.

Si è appellato a un’inesistente “emergenza”, consentita da una legislatura insensata, per imporre un aumento delle tasse altamente regressivo che graverà in modo particolare sulla sua base politica, in parte per finanziare un’estensione del taglio delle tasse del 2017 che ha fatto saltare il bilancio.

Sembra inevitabile che queste tariffe […]danneggino il mondo e gli Stati Uniti sia ora che a lungo termine.

Le nostre economie sono molto più aperte che mai. Improvvisi ed enormi aumenti del protezionismo avranno effetti economici di conseguenza maggiori rispetto al passato.

I mercati azionari hanno sicuramente ragione nell’ipotizzare che buona parte dell’attuale stock di capitale produttivo si rivelerà un rottame: è probabile che i mercati continuino a subire turbolenze.

Questo offre una speranza perversa.

Il tentativo di Trump e dei suoi collaboratori di minare la Repubblica richiederebbe tempo. Ora è più probabile che lo esaurisca. Immaginiamo che, a seguito di tutto questo scompiglio, l’economia vacilli davvero e che i repubblicani vengano colpiti alle elezioni di metà mandato.

Questo renderebbe il progetto Maga molto più difficile da realizzare. Chi lo sa? Le istituzioni statunitensi potrebbero iniziare a mostrare un po’ di spina dorsale. Soprattutto, le prossime elezioni presidenziali potrebbero essere davvero regolari.

Finché il Maga dominerà la destra americana, il potenziale statunitense di comportamenti imprevedibili, irrazionali e perniciosi rimarrà. Questo è, ahimè, un enorme regalo alla Cina. Ma più la situazione peggiora, più è probabile che il Maga sia una parentesi, non il destino dell’America. Questa è una consolazione e una speranza.

Edward Luce

 TRUMP NON HA IDEA DI CIÒ CHE HA SCATENATO

Traduzione di un estratto dell’articolo di Edward Luce per il “Financial Times”

“Dovremmo fidarci dell’istinto di Donald Trump”, dice lo Speaker Mike Johnson. […] Ma l’alternativa più logica sarebbe fuggire a gambe levate.

È troppo tardi perché i Repubblicani tornino a essere un partito “normale” — il culto di Trump è ormai il loro principio organizzativo. Ma potrebbero ancora interpretare il ruolo di fedeli consiglieri, cercando di convincere Trump a scendere dal precipizio su cui si è arrampicato. In gioco non ci sono solo le loro cariche, ma il futuro dell’economia globale e dei fondi pensione di ogni cittadino americano.

[…] Il punto di partenza è questo: Trump è un martello, e il mondo intero — compresa metà dell’America — è un chiodo. Talvolta può scegliere dove colpire, o ammorbidire il colpo, ma resta pur sempre un martello. Che alcuni dei suoi più stretti sostenitori — come il gestore di hedge fund Bill Ackman — si dicano sorpresi dalla guerra globale dei dazi, è davvero incomprensibile. Trump ha promesso questa guerra commerciale in quasi ogni suo comizio elettorale.

Accusa gli stranieri di derubare l’America sin dagli anni ’80. Il suo bersaglio non era l’Unione Sovietica, ma il Giappone. Trump è sempre stato più arrabbiato con alleati e amici. Oggi, riserva il suo disprezzo più profondo all’Europa e al Canada. Gli psicologi ricordano il modo in cui cercò di sfilare soldi persino ai suoi fratelli durante l’eredità paterna. Se il tuo istinto è fregare gli altri, anche i tuoi cari, penserai che tutti facciano lo stesso.

La vera domanda è: perché così tanti — dai miliardari ai venezuelani della Florida — si ostinano a non vedere chi è davvero Trump?  […]Trump ha davvero il mondo nel palmo della mano.

Basta il solo sospetto che possa agire con buon senso per scatenare una frenesia d’acquisto. Gli imperatori romani avrebbero invidiato il potere del suo semplice cenno. Tuttavia, è possibile — forse imminente — che Trump sia costretto a sospendere almeno una parte delle tariffe imposte nel suo “Giorno della liberazione”. In quel caso, i mercati celebreranno un rally euforico. Ma sarà una tregua instabile, come un relitto alla deriva. Lo stesso vale per le sue minacce di alzare i dazi alla Cina al 50%.

[…]

Pensare che l’impatto di Trump si limiti all’economia dei beni scambiati è illusorio. Gli investitori esteri possiedono una quota critica del debito sovrano americano. La differenza tra una recessione “trumpiana” e una vera e propria depressione potrebbe dipendere dalla loro fiducia nel sistema americano.

[…] In ogni caso, si tratta di una lezione che arriva troppo tardi. Chi ha provato a “normalizzare” Trump ha perso ogni credibilità.

Non esiste alcuna scuola di pensiero in politica estera o nel mercantilismo commerciale che possa spiegare ciò che sta accadendo. Se volete capire il futuro del mondo, studiate la psicologia di Trump.

Finché lui è al comando, meglio restare short sull’America.

L’attacco del big di Wall Street Ackman al segretario Lutnick sui dazi: «Guadagna mentre l’economia implode». Cosa c’è dietro

Il milionario, sostenitore di Trump durante la campagna elettorale, ha accusato il Segretario al Commercio degli Stati Uniti di avere un conflitto di interessi per gli investimenti della sua ex società in obbligazioni a lungo termine

Massimiliano Jattoni Dall’Asén

Nella convulsa giornata del 7 aprile, la terza di tempesta sui mercati finanziari, nuovi siparietti si sono consumati nell’entourage di Trump, dove le pennellate di calce bianca sparse con generosità sulla White House ormai non riescono a nascondere le prime crepe, a partire da quella tra il presidente americano ed Elon Musk, con l’uomo più ricco del mondo che ieri, in un video pubblicato su X, non ha lesinato stoccate sui dazi imposti. Ma a essere critici verso la decisione di Trump sono anche i grandi gestori di Wall Street, irritati per le conseguenze nefaste dei nuovi balzelli sulle Borse globali. E così, anche chi aveva sostenuto – forse con poca lungimiranza – il tycoon durante la campagna elettorale, comincia a prenderne le distanze. A partire dal milionario Bill Ackman, numero uno del fondo speculativo Pershing Square.

L’accusa

Il grande gestore di hedge fund ha sferrato ieri l’attacco più duro, prendendo di mira su X il segretario al Commercio Howard Lutnick, già ceo e presidente per 35 anni del colosso finanziario Cantor Fitzgerald: «Ho appena capito – aveva twittato Ackman – perché @howardlutnick è indifferente al mercato azionario e al crollo dell’economia. Lui e Cantor sono lunghi sulle obbligazioni. Lui guadagna quando la nostra economia implode. È una pessima idea scegliere un Segretario al Commercio la cui azienda ha massicci investimenti sul reddito fisso. È un conflitto di interessi inconciliabile». 

Bill Ackman e  Howard Lutnick

Perché Lutnick starebbe guadagnando

In altre parole, Lutnick starebbe traendo profitto dal previsto crollo dell’economia statunitense. Come? Grazie ai suoi investimenti in obbligazioni a lungo termine. Infatti, nei periodi di rallentamento economico, come quello in cui si teme stiano entrando gli Stati Uniti, le azioni sono sempre crollate e i rendimenti delle obbligazioni sono saliti perché i governi hanno aumentato i prestiti e gli investitori hanno ritenuto le obbligazioni più sicure delle azioni. 

I guadagni di chi detiene titoli di Stato americani

L’accusa di Ackman non è peregrina. In effetti, nell’ultima settimana i rendimenti sui Treasury decennali americani sono scesi dal 4,355% al 3,95%, cosa che ha fatto guadagnare tutti coloro che detengono titoli di Stato americani e Cantor Fitzgerald, la società di servizi finanziari guidata da Lutnick per decenni, è uno dei 24 primary dealers del Tesoro Usa, ovvero le società che hanno diritto ad acquistare le obbligazioni direttamente dal Tesoro per poi metterle sul mercato degli investitori.

L’America verso un «inverno nucleare economico»?

Ma non ancora soddisfatto, circa un’ora più tardi dal primo post, sempre via X, Ackman ha allargato l’accusa da Lutnick allo stesso Trump e alla sua politica tariffaria che, a suo dire, sta portando l’America verso un «inverno nucleare economico» autoinflitto. «La formula utilizzata dall’amministrazione per calcolare le tariffe ha fatto apparire quelle di altre nazioni quattro volte più grandi di quanto non siano in realtà», ha twittato Ackman, «Il presidente @realDonaldTrump non è un economista e quindi si affida ai suoi consiglieri per fare questi calcoli in modo da poter determinare la politica. L’economia globale sta andando a rotoli a causa di una matematica sbagliata». 

BESSENT, WALL STREET È CRESCIUTA ORA TOCCA A RISPARMIATORI

(ANSA) – Wall Street è diventata più ricca che mai e può continuare a crescere e prosperare. Ma per i prossimi quattro anni, l’agenda di Trump si concentrerà sui risparmiatori. È il turno di Main Street”. Lo ha detto il segretario al Tesoro americano Scott Bessent.

SEGRETARIO TESORO USA, DAZI ALL’84%? ‘SCONFITTA PER CINA’

(ANSA) – I dazi all’84% decisi da Pechino in risposta alle tariffe di Donald Trump sono una “sconfitta” per la Cina. Lo ha detto il segretario al Tesoro Scott Bessent in un’intervista a Fox. “Sono il Paese in surplus. Le loro esportazioni sono cinque volte superiori alle nostre verso la Cina. Penso sia un peccato che i cinesi non vogliano venire a negoziare perché sono i peggiori trasgressori del sistema commerciale internazionale. Questa escalation è una sconfitta per loro”, ha spiegato Bessent. A chi gli chiedeva della possibilità di rimuovere i titoli cinesi dai listini di borsa americani, ha risposto: “tutte le opzioni sono sul tavolo”.

TRUMP, TRASFERITE LE VOSTRE AZIENDE IN USA, ZERO DAZI

(ANSA) – “Questo è un ottimo momento per trasferire le vostre aziende negli Stati Uniti come Apple e molte altre stanno facendo. Zero dazi. Non aspettate, fatelo ora”. Lo afferma Donald Trump sul suo social Truth.

TRUMP VUOLE FAR VEDERE QUANTO È GROSSA LA SUA “SPADA” – GLI STATI UNITI HANNO INVIATO SEI BOMBARDIERI B-2 NELL’OCEANO INDIANO: È UN MODO PER METTERE PRESSIONE ALL’IRAN ALLA VIGILIA DELLA RIPRESA DEI NEGOZIATI SUL NUCLEARE DI TEHERAN – L’OPERAZIONE NON È STATA CONFERMATA UFFICIALMENTE, MA GLI AEREI SONO BEN VISIBILI AI SATELLITI, IN MODO CHE GLI AYATOLLAH NE SIANO A CONOSCENZA. SECONDO IL GENERALE IN PENSIONE BLAINE HOLT: “L’IDEA È: ‘VEDETE LA NOSTRA SPADA’?” – UNA MOSSA COSÌ EVIDENTE NON È L’ANTICAMERA DELLA GUERRA, MA…

Estratto

Gli Stati Uniti inviano sei bombardieri B-2 nell’Oceano Indiano: è la più grande operazione del genere nella storia militare americana. Nel più grande dispiegamento singolo di bombardieri stealth nella storia degli Stati Uniti, il Pentagono ha inviato sei velivoli B-2 “Spirit” a Diego Garcia, nell’Oceano Indiano.

Gli aerei, progettati per eludere i sofisticati sistemi di difesa aerea iraniani e capaci di trasportare le più potenti armi perforanti americane, sono decollati dal Missouri la scorsa settimana, in un’operazione passata quasi sotto silenzio.

Ma i B-2 non portano solo bombe — portano un messaggio diretto all’Iran. Come ha dichiarato a Newsmax un generale in pensione: «Vedete la nostra spada?»

Il presidente Donald Trump non ha usato mezzi termini. Ha già minacciato l’Iran di bombardamenti “come non si sono mai visti” se Teheran non metterà fine alle sue ambizioni nucleari.

«L’inferno si abbatterà sul Paese», ha detto. Anche oggi, mentre i mercati finanziari crollavano, Trump ha ribadito: «Raggiungere un accordo sarebbe preferibile all’ovvio», cioè l’attacco militare su vasta scala.

Nonostante la natura palese della minaccia, il governo USA non ha riconosciuto ufficialmente il dispiegamento dei bombardieri. Anche se i B-2 sono stati impiegati per colpire obiettivi sotterranei degli Houthi in Yemen, il loro invio a Diego Garcia è emerso solo grazie a immagini satellitari commerciali, che li hanno immortalati sulla pista dell’isola.

Secondo Hans Kristensen, direttore del Nuclear Information Project presso la Federation of American Scientists:

«A mia conoscenza, questo è il più grande dispiegamento di B-2 in una base avanzata.»

Tutti gli aerei sono all’aperto, ben visibili ai satelliti. «L’idea è: ‘Vedete la nostra spada?’», ha dichiarato il generale dell’aeronautica Blaine Holt, ex rappresentante militare USA alla NATO.

«Questo dispiegamento offre al presidente un’opzione militare concreta, se dovesse decidere di colpire l’Iran.»

Si tratta quindi di una minaccia molto visibile per Teheran, ma non per l’opinione pubblica americana, che — secondo gli osservatori — è tenuta all’oscuro.

[…] Il bombardiere B-2 fu concepito in piena Guerra Fredda per penetrare lo spazio aereo sovietico e compiere attacchi nucleari. Grazie alla sua tecnologia stealth, è invisibile ai radar tradizionali e può colpire in profondità evitando i sistemi di difesa. Successivamente, è stato adattato anche per missioni convenzionali, in particolare contro obiettivi sotterranei fortificati.

Gli Stati Uniti hanno già numerosi jet di lungo raggio nella regione — F-16, F/A-18, F-15E, F-35 — operativi da portaerei o basi in Giordania ed Emirati. Ma i B-2 offrono un vantaggio strategico: possono operare in modo completamente unilaterale, senza necessità di coinvolgere altri Paesi mediorientali. (Diego Garcia, pur sotto giurisdizione britannica, è controllata militarmente dagli Stati Uniti.)

Questa capacità è centrale per il Pentagono: minimizzare i rischi per il personale americano. I B-2 sono costosi da gestire, ma difficilmente intercettabili. Inoltre, come già anticipato da diverse fonti, il Pentagono sta elaborando un nuovo piano di guerra contro l’Iran, che includerebbe anche l’uso di armi nucleari tattiche.

Tuttavia, collegare direttamente i B-2 a una decisione definitiva di guerra sarebbe un errore. Sono strumenti più adatti a colpi dimostrativi. Il volo di andata e ritorno da Diego Garcia a Teheran supera i 10.000 km (oltre 10 ore), rendendo logisticamente complessa una campagna sostenuta.

[…]

Per valutare il rischio reale di una guerra USA-Iran, bisogna guardare a tre elementi distinti:

            1.         Le valutazioni di intelligence

            2.         La dimostrazione pubblica di forza militare

            3.         La pianificazione operativa militare

Questi tre ambiti operano spesso in modo indipendente, su tempistiche e logiche diverse. Il momento di massimo pericolo si verifica quando i tre si sincronizzano. E anche se non ci siamo ancora, siamo vicini.

Intelligence

La comunità di intelligence elabora due tipi di analisi: la visione di lungo periodo (che oggi non indica un’imminente guerra) e quella giorno per giorno. Quest’ultima riguarda movimenti militari, minacce terroristiche, crisi operative. È il tipo di informazione che arriva in tempo reale alla Casa Bianca — e che viene influenzata anche da ciò che appare su Fox News o Newsmax, ossia ciò che Trump effettivamente vede e ascolta.

Dimostrazione di forza

L’invio dei B-2 rientra nella “dimostrazione di forza” pubblica: non è guerra, ma la premessa politica e psicologica di essa.

Serve a mandare un messaggio, a segnare una linea rossa, a influenzare il comportamento di Teheran. Ma è anche il riflesso diretto del linguaggio e del tono presidenziale. Quando Trump alza la voce, il Pentagono deve adattare la sua postura operativa in tempo reale.

E questo, a sua volta, influenzando le percezioni iraniane, può provocare ulteriori reazioni a catena, innescando un ciclo potenzialmente incontrollabile.

Pianificazione della guerra

[…]  il Pentagono non ha piani pronti per ogni scenario. I piani richiedono tempo, risorse, logistica, e — soprattutto — la volontà politica.

Una guerra vera contro l’Iran non si limita a bombardieri: richiede basi, truppe, rifornimenti, supporto medico, munizioni. Richiede consenso interno. E il Pentagono può assecondare un ordine presidenziale, ma anche ostacolarlo sottilmente, con richieste tecniche, obiezioni logistiche, tempi dilatati.

Questa è una dinamica consolidata negli ultimi vent’anni: il Pentagono esegue ciò che vuole, non ciò che chiede il presidente. Ed è per questo che gli USA sono diventati estremamente abili negli attacchi mirati e nei raid aerei, ma evitano conflitti di terra prolungati.

Conclusione

L’invio dei B-2 non è la guerra — ma è l’anticamera di qualcosa di peggiore: un’azione avventata e a basso rischio percepito, che per il Pentagono può essere attuata rapidamente e con costi contenuti.

È proprio per questo che l’opinione pubblica dovrebbe essere coinvolta. Ma non può esserlo se il Pentagono continua a tacere.

[…]

La guerra con l’Iran, in fondo, è già iniziata da tempo: sotto forma di colpi reciproci, operazioni mirate, escalation controllate. Potremmo ancora essere a uno o due passi dal punto di non ritorno. Ma il margine si assottiglia.

Traduzione di un estratto dell’articolo Sam Goldfarb

Una svendita aggressiva dei titoli del Tesoro statunitensi a lungo termine suggerisce che praticamente nessun investimento sia sicuro […].

Nelle prime contrattazioni negli Stati Uniti, il rendimento del titolo di riferimento a 10 anni ha superato il 4,47%. Era salito dal 4,26% di martedì pomeriggio e da meno del 4% alla fine della scorsa settimana. Il rendimento del bond trentennale è aumentato ancora di più, superando il 4,9%. Ha toccato brevemente il 5% durante la notte.

[…] I rendimenti dei Treasury […] erano inizialmente crollati dopo l’annuncio di Trump dei nuovi dazi il 2 aprile, riflettendo una fuga verso i beni rifugio mentre gli investitori vendevano asset più rischiosi come le azioni.

Tuttavia, i rendimenti a lungo termine hanno invertito la rotta lunedì e sono saliti ulteriormente martedì, dopo che un’asta da 58 miliardi di dollari di titoli a 3 anni ha ricevuto una domanda tiepida.

«Dato questo grande shock con i dazi e tutto il resto, la gente è semplicemente nervosa», ha detto Thanos Bardas, co-responsabile globale del reddito fisso investment-grade presso Neuberger Berman.

Per gli investitori obbligazionari, il brusco aumento dei rendimenti ricorda in modo scomodo una breve svendita avvenuta durante il punto più critico della crisi Covid del 2020, quando i trader vendevano tutto ciò che potevano per ottenere liquidità.

Ora, analisti e investitori dicono che c’è un ampio nervosismo riguardo al possesso di Treasury a lungo termine in vista delle aste governative di titoli a 10 anni (mercoledì) e a 30 anni (giovedì).

Una delle preoccupazioni per gli investitori americani è che i trader esteri possano vendere — o smettere di acquistare — Treasury in risposta ai dazi di Trump.

Gli investitori temono anche che i dazi facciano aumentare i prezzi al consumo, pur rallentando la crescita economica statunitense. Ciò ha aumentato l’attrattiva dei titoli a breve termine, che potrebbero beneficiare di un taglio dei tassi d’interesse da parte della Federal Reserve, rispetto ai Treasury a lungo termine, che sono particolarmente vulnerabili all’inflazione.

Il recente aumento dei rendimenti è stato accelerato dalle vendite forzate da parte di hedge fund costretti a chiudere operazioni effettuate con denaro preso in prestito che avevano beneficiato del restringimento dello spread tra i rendimenti dei Treasury e diversi tipi di derivati sui tassi d’interesse, hanno detto alcuni investitori. Tali operazioni erano particolarmente concentrate sui titoli a lungo termine, dove il divario tra i rendimenti è solitamente maggiore.

IL MONDO HA IMPROVVISAMENTE UN’ALTERNATIVA PLAUSIBILE AI TITOLI DEL TESORO USA

Traduzione di un estratto dell’articolo di Greg Ritchie

Greg Ritchie

Nella prima corsa agli investimenti rifugio da anni, i titoli del Tesoro statunitensi stanno affrontando una concorrenza seria come destinazione per i capitali globali.

I rendimenti del Treasury decennale di riferimento sono crollati di circa 40 punti base quest’anno, spinti brevemente sotto il 4% lunedì, a causa della raffica di dazi annunciata dal presidente Donald Trump, che secondo gli economisti aumenta il rischio di una recessione.

Per contro, i tassi comparabili sia in Europa che in Giappone sono aumentati. In Germania, il rendimento del bund decennale al 2,61% riflette la prospettiva di un’ondata di emissioni obbligazionarie, mentre il governo aumenta le spese per la difesa. Nel frattempo, il rendimento dei titoli giapponesi a 10 anni è salito dopo essere rimasto per anni intorno allo zero, attestandosi ora intorno all’1,25%, mentre gli investitori si preparano a una politica monetaria più restrittiva.

Sebbene entrambi i rendimenti siano ancora ben al di sotto di quelli dei Treasury, si trovano a livelli che li rendono più attraenti per gli investitori europei e giapponesi che coprono il rischio di cambio in dollari quando acquistano titoli USA. Ciò potrebbe invogliare gli investitori a riorientare le allocazioni verso i propri mercati domestici, dove l’outlook politico appare più stabile.

[…] Tutto ciò porta a un mondo in cui l’eccezionalismo americano non è più il tema dominante, con potenziali implicazioni di lungo periodo: Deutsche Bank mette in guardia contro una “crisi di fiducia” nel dollaro, mentre UBS Group AG vede un’opportunità per rafforzare lo status dell’euro come valuta di riserva globale.

Va detto che, fino a quando tale svolta non si realizza, è giusto mantenere un certo scetticismo. I bund apparivano altrettanto appetibili a metà 2023, finché una svendita aggressiva dei Treasury non spinse i rendimenti decennali USA al 5%, erodendo il vantaggio di rendimento europeo. Se i dazi riaccendessero l’inflazione, i rendimenti USA potrebbero nuovamente salire.

Tuttavia, il solo fatto che si stia discutendo di un cambiamento nei flussi di capitale dimostra che gli investitori si stanno preparando a un ruolo più centrale dell’Europa nei mercati globali, in un contesto di crescente competizione per il capitale. Questo potrebbe aumentare la vulnerabilità del mercato dei Treasury USA, che negli ultimi anni ha mostrato segni di “scioperi degli acquirenti”, complice il timore di un’impennata dell’offerta.

[….] I trader obbligazionari cercheranno di capire chi cederà per primo: la Fed o il presidente Trump? Se entrambi manterranno la loro attuale posizione, ogni asta di Treasury diventerà una mina vagante da cui gli investitori si terranno alla larga.

Con il mondo sull’orlo di uno shock della crescita globale, a meno che i dazi non vengano sostanzialmente attenuati, il mercato dei Treasury potrebbe normalmente agire come porto sicuro. Ma le regole standard della finanza internazionale stanno venendo meno. I Treasury e il dollaro non sono più gli strumenti privi di rischio di un tempo.

Al momento, i recenti movimenti di prezzo pongono un paradosso agli investitori: si sono riversati nei Treasury come rifugio nel caos della guerra commerciale, facendone salire i prezzi e generando guadagni per i detentori esistenti. Tuttavia, poiché i rendimenti si muovono in direzione opposta ai prezzi, i titoli diventano meno attraenti per i nuovi acquirenti, che si trovano ora di fronte a rendimenti inferiori.

Ecco chi possiede il debito pubblico Usa

Tradizionalmente, il deficit di bilancio degli Stati Uniti è stato finanziato in parte da un’ondata di capitali globali alla ricerca di esposizione ai Treasury. Complessivamente, la proprietà estera dei Treasury USA rappresenta circa un terzo del mercato, mentre il settore estero è stato la maggiore fonte di domanda di obbligazioni statunitensi lo scorso anno, secondo un’analisi dei flussi di fondi di Barclays Plc. Secondo la banca, ciò ha riflesso acquisti netti per 910 miliardi di dollari, circa la metà dei quali in Treasury.

Elemento cruciale: la stragrande maggioranza delle detenzioni estere è concentrata su scadenze lunghe, secondo i dati del governo USA. Questo significa che, se la domanda estera svanisce, potrebbe verificarsi un’inclinazione della curva dei rendimenti USA, con tassi a lungo termine che salgono rispetto a quelli a breve […]

Un’indicazione precoce su come gli investitori stanno affrontando i cambiamenti globali nei rendimenti potrebbe arrivare nei prossimi giorni. È appena iniziato il nuovo anno fiscale in Giappone, periodo in cui le imprese giapponesi rivedono di solito le proprie strategie di allocazione. Il Giappone è un attore chiave nei mercati obbligazionari globali, a causa della politica ultra-accomodante della Bank of Japan, che per decenni ha spinto gli investitori nazionali a cercare rendimenti all’estero.

«Potrebbe esserci uno spostamento di fondi da parte degli investitori giapponesi, visto che i rendimenti in Europa sono più interessanti», ha detto Hideo Shimomura, senior portfolio manager presso Fivestar Asset Management Co. a Tokyo. «Penso che questa sarà la direzione che prenderanno in generale gli investitori giapponesi».

La Germania ha dato il via a questo cambiamento all’inizio di marzo, annunciando piani per sbloccare centinaia di miliardi di euro per la difesa e le infrastrutture. I rendimenti dei bund sono saliti alle stelle, poiché gli investitori hanno prezzato un’ondata di emissioni per finanziare tale spesa.

Il grande bacino di risparmi dell’Unione Europea ne fa il maggiore detentore estero del debito pubblico statunitense, oltre a svolgere un ruolo rilevante nel finanziamento delle aziende USA. Se i Paesi europei aumenteranno significativamente gli investimenti, è possibile che tali risparmi vengano trattenuti a livello domestico.

Nel frattempo, la politica americana sotto Trump appare meno stabile, erodendo potenzialmente l’attrattiva dei Treasury. […]

Il guru di Reagan, Laffer: “Se la crisi dura più di un anno possono scoppiare conflitti veri”

Intervista all’economista che aveva ispirato il 40° presidente degli Stati Uniti con la sua ‘Laffer Curve’, e che ha uno stretto rapporto anche con Donald Trump

Paolo Mastrolilli

Non misura le parole, Arthur Laffer: «Se questi dazi saranno ancora in vigore tra un anno, scoppierà la guerra». Il guru economico di Ronald Reagan, che sulla “Laffer Curve” aveva basato la propria politica, ha uno stretto rapporto anche con Donald Trump. Eppure avverte: «Se il presidente intende i dazi come strumento negoziale per eliminarli in tutto il mondo, potrebbero avere un effetto positivo nel lungo termine, dopo i danni di questi giorni. Se invece sono misure permanenti adottate per incassare soldi, indebolire Europa e Cina, o far tornare la manifattura negli Usa, provocheranno disastri economici e guerre. Scopriremo presto la risposta, nel giro di tre mesi».

«Se tra un anno i dazi fossero ancora in vigore, Reagan sarebbe molto, ma molto deluso».

Arthur Laffer “the Laffer curve

Perché?

«Sappiamo con certezza che un regime come quello messo in atto ha conseguenze assai negative prima sul mercato azionario, poi sull’allocazione delle risorse e il Pil di tutti i paesi. Le tariffe dello Smoot-Hawley Act causarono la Grande depressione, che provocò la Seconda guerra mondiale. Nixon aumentò del 10% le tasse sulle importazioni e perse la Casa Bianca. Poi però ci sono anche precedenti positivi. John Kennedy ridusse i dazi a livello globale, avviando uno dei periodi più esplosivi dell’economia. Reagan iniziò il negoziato sul Nafta con Messico e Canada, finalizzato poi da Clinton, che ha generato enorme ricchezza. La storia è chiara: ogni volta che i dazi sono stati imposti hanno provocato disastri economici e guerre; ogni volta che sono stati tolti, prosperità e pace sono seguite. La domanda è un’altra».

Quale?

«Trump sta pianificando di mantenere questi dazi in vigore a lungo termine? Non credo. Se li sta usando per negoziare con paesi come l’Italia e gli altri europei, molto più protezionisti degli Usa, per abbassare le tariffe in tutto il mondo, ci aspetta un grande periodo di prosperità; se invece li vede come strumento politico di lungo termine, vivremo un esteso periodo di oscurità».

Lei cosa pensa che voglia?

«Nel primo mandato Trump ha usato i dazi come strumento negoziale per ridurre le barriere commerciali: Usmca, gli accordi con Giappone, Corea del Sud, Bolivia, Colombia, Brasile. Ci ho parlato l’ultima volta dieci giorni fa, ma non so leggere nel pensiero delle persone. Il negoziato sarebbe meraviglioso, ma se non lo farà avremo un periodo molto buio davanti a noi».

La durezza dei dazi le fa pensare che voglia negoziare?

«Non vedo come possa pensare che causare una profonda recessione sia positivo per l’America. È solo una sciocchezza. È consapevole che non puoi aumentare le entrate fiscali durante la depressione».

Come capiremo le sue intenzioni?

«Parliamo di mesi, non anni. Se i dazi continueranno per 30, 60 o 90 giorni, il sistema andrà in caduta libera. Tre mesi sono il limite per comprendere se intende negoziare seriamente o no».

La Ue propone zero tariffe sui prodotti industriali.

«Mi piace, ma non so quanto pensi di ottenere Trump col negoziato, se lo farà. I dazi europei sono molto peggiori dei nostri, siete voi che dovete proporre di sbarazzarvi di queste barriere».

La settimana prossima la premier italiana Giorgia Meloni sarà alla Casa Bianca. Cosa le suggerisce di dire a Trump?

«La ritorsione è stupida. Lei piace molto al presidente. Deve dirgli che gli europei vogliono continuare a fare affari con gli Usa, ma dobbiamo fermare il protezionismo nel mondo».

Quindi serve una proposta concreta?

«Sì, quella di liberarci di tutti i dazi e smettere di discriminare gli americani. Noi siamo i vostri amici migliori».

Lei ha scritto uno studio sull’effetto dei dazi sull’auto.

«Possono provocare un aumento dei prezzi di 10.000 dollari per macchina. Se il danno sarà irreversibile dipenderà dalla durata».

Il risveglio degli anti-Trump: tra il popolo degli scontenti, anche ex elettori

«I nostri risparmi sono a rischio». Cara, che cura la madre malata: «I suoi tagli costano vite umane». A rimetterci i meno abbienti

Simona Siri

C’è la professionista che deve occuparsi della madre malata, il professore universitario che ha dedicato una vita alla scienza, ma anche l’immigrato, gli studenti, la signora impegnata in politica, il portiere del palazzo, la parrucchiera con il sogno di comprare casa all’estero. La voce del dissenso verso Trump e le sue politiche si ingrossa ogni giorno di più, si fa più profonda a ogni punto che la borsa perde, a ogni minaccia di tagliare la previdenza sociale.

È uno scontento non solo ideologico, ma pragmatico, basato su fatti concreti e che forse per questo ha impiegato più tempo a farsi voce collettiva e protesta. «Ho i soldi investiti per comprare una casa all’estero, voglio andare via da qui, ma ora come faccio?», racconta Janaya nel suo disordinatissimo negozio da parrucchiera per capelli afro, al secondo piano di una piccola palazzina stretta tra due chiese a East Harlem, un quartiere con anche una forte componente di immigrati. «Ammettere di essersi sbagliati è difficile», dice un ragazzo di origini dominicane che vuole rimanere anonimo quando iniziamo a parlare delle deportazioni. Confessa l’apprensione, racconta che «molti nella mia comunità hanno votato Trump e sono disposti a concedergli ancora fiducia», ma la preoccupazione c’è, è innegabile. «Da qui a dirsi pentiti però ce ne passa», dice con un sorriso che, alla domanda se si votasse domani rivoterebbe Trump, diventa quasi una smorfia. Di origini dominicane è anche Aidyn, arrivata negli Usa a otto anni, oggi lavora in un piccolo studio finanziario dove si occupa di risorse umane. «Trump ha già superato i limiti costituzionali delle cose che può fare, è arrivato il momento di fargli capire che non può andare oltre», dice spiegando perché il 5 aprile è scesa a protestare. Per lei la cosa più importante è la difesa della democrazia, senza quella nessuna delle altre istanze ha senso. «Penso sia importante che il potere esecutivo resti nella sua corsia, che il potere giudiziario e il Congresso facciano la loro parte. Trump sta usando il suo potere per intimidire. Quanto alla scena internazionale, spero che il resto del mondo capisca che può fare a meno di noi. Abbandonateci, perché ce lo meritiamo. Quando sei il leader del mondo devi dare l’esempio, ma quello che sta facendo Trump è patetico e vendicativo. Quanto ti costa far mangiare i bambini in Africa? A noi americani 12 cent al giorno, perché tagliare quei fondi? Non ha senso, se non la cattiveria». L’imbarazzo nei confronti del resto del mondo è un sentimento condiviso anche da Susan, moglie del candidato alle primarie democratiche per sindaco di New York Whitney Tilson. «Sono sempre stata orgogliosa di essere americana, ora quando viaggio all’estero mi scuso perché non è questo che siamo. Non importa quante volte Trump dice di avere un mandato, la verità è che ha ottenuto meno del 50% dei voti e che al momento ci sono più americani contrari a lui che americani che lo sostengono. Anche chi l’ha votato pensando che abbassasse il prezzo delle uova si sta ricredendo. In due mesi ci ha fatto scivolare velocemente verso l’autocrazia e l’autoritarismo».

Inutile negare che lo choc iniziale c’è stato e che il partito democratico ha impiegato troppo tempo a reagire, ci sono stati molti passi falsi, ma qualcosa sembra essere cambiato. «Prendi quello che ha fatto Cory Booker: è quel tipo di energia di cui abbiamo bisogno», continua Susan. Secondo lei il dissenso contro Trump che si vede oggi è meno ideologico, ma più basato nella realtà. «Magari non tutti capiscono quanto sia stato minuscolo, in termini di bilancio, aver bloccato l’agenzia per gli aiuti internazionali UsAid, ma il 70% degli anziani ha la previdenza sociale come principale fonte di reddito e se gli assegni incominciano a non arrivare perché Trump ha tagliato l’agenzia che se ne occupa, parliamo di persone che non sono più in grado di pagare l’affitto o fare la spesa». «Trump sta creando il caos e non penso sia accidentale: lo fa per distrarci mentre taglia le tasse ai miliardari, senza un briciolo di integrità o decenza», dice Cara, compagna di un’italiana. Dopo un periodo in California, è dovuta tornare a New York per prendersi cura della madre malata di Alzheimer, tra mille difficoltà e lavoretti qua e là. Data la sua situazione, è molto attenta e colpita in prima persona dai tagli che Musk ha fatto nel campo della sanità. «Nessuno nega gli sprechi del governo federale, ma se davvero vuoi migliorare il sistema usi il bisturi, non la motosega. Invece stanno tagliando tutto, dalle ricerche sulla demenza alle malattie sessualmente trasmissibili passando per il cancro. Studi che andavano avanti anni che improvvisamente si fermano e che costeranno vite umane. In che modo esattamente questi tagli rendono l’America più grande?».

A un’ora da Manhattan, nella bellissima Hudson Valley, Robert, scienziato ambientale quasi in pensione, spiega che dove abita lui è una zona rurale dove democratici e trumpiani sono equamente divisi, con i secondi molto più rumorosi e pittoreschi dei primi. È quella parte dello Stato di New York esclusa dalla ricchezza di Manhattan, un luogo dove fuori dalle case si vedono le bandiere di Trump. Eppure, anche qui c’è preoccupazione. «A Kingston hanno manifestato cinquemila persone, tantissime», dice. «Con i loro tagli Trump e i suoi stanno distruggendo l’infrastruttura che supporta il sistema di previdenza sociale, la parte della burocrazia governativa che è più orientata al servizio e che funziona benissimo, parlo per esperienza personale. Stanno chiudendo gli uffici, licenziando le persone, tagliando i fondi». Nessuno ha votato per questo, neanche i suoi sostenitori, afferma Robert. «Se si guarda a Medicare, il 40% delle persone che ne usufruiscono sono donne bianche poco abbienti. Lo stesso per i pranzi gratuiti nelle scuole, che aiutano più le famiglie bianche povere delle zone rurali. Quello che voglio dire è che i tagli hanno un impatto molto duro proprio sul suo elettorato, che infatti se ne sta accorgendo».

CHE FIGURA DI MERDA COLOSSALE PER DONALD TRUMP: A UNA SETTIMANA DALL’INTRODUZIONE DEI DAZI RECIPROCI CONTRO TUTTI I PAESI DEL MONDO, È COSTRETTO A RINCULARE E A CAUSARE UNO STOP DI 90 GIORNI (LE INDISCREZIONI CHE LUNEDÌ AVEVANO FATTO SPERARE LE BORSE ERANO VERE) PER TUTTI, “TRANNE CHE PER LA CINA” – IL COWBOY COATTO DELLA CASA BIANCA SI È CAGATO SOTTO DI FRONTE AL TRACOLLO DEI MERCATI, CHE HANNO BRUCIATO 10MILA MILIARDI DI DOLLARI. SOPRATTUTTO, SI È TERRORIZZATO DI FRONTE AL RISCHIO CHE I TITOLI DI STATO AMERICANI DIVENTASSERO SPAZZATURA (IERI UN’ASTA DA 58 MILIARDI DI DOLLARI DI BOND TRENTENNALI È ANDATA QUASI DESERTA) – PECHINO NON ABBOCCA ALLE MINACCE DEL TYCOON PERCHÉ HA LA FORZA DI RISPONDERE: GRAZIE AL PETROLIO IRANIANO E AL GAS RUSSO, POTREBBE PERSINO TRASFORMARE IN “AUTARCHICA” LA SUA ECONOMIA – LA BORSA DI NEW YORK FESTEGGIA: +5%ì

DAGOREPORT

L’unica certezza, con Trump, è che non ci si annoia mai. A una settimana esatta dall’annuncio dei dazi reciproci contro tutti i Paesi del mondo, il Caligola di Mar-a-Lago ci ha già ripensato: stop alle tariffe per 90 giorni per tutti, tranne che per la Cina, a cui Washington aumenta ancora le barriere doganali al 125%.

Una mossa per certi aspetti prevedibile di fronte al caos scatenato dal “dazismo” del cowboy coatto che siede alla Casa bianca. Il presidente americano si è evidentemente cagato sotto di fronte alla reazione dei mercati, che hanno bruciato qualcosa come 10mila miliardi di dollari. Persino i suoi più stretti alleati, come Elon Musk, gli hanno consigliato di fare un passo indietro. E così è stato. 

A essere fatale, e decisivo, è stata la tensione sui titoli di Stato a stelle e strisce. Se l’asta di oggi dei 39 miliardi di titoli a 10 anni è “andata bene”, dicono dalla Casa Bianca, pur con rendimenti oltre il 4%, quella di ieri a 30 anni è stata un mezzo fallimento, al punto che il “Wall Street Journal” ha parlato di accoglienza “tiepida”

E con nuove aste all’orizzonte, se lo scetticismo degli investitori avesse trovato ancora linfa per le mattane protezioniste di Trump, la situazione potrebbe precipitare.

Tra tutti gli acquirenti, chi può far saltare il banco davvero è la Cina. Pechino, che con i suoi 759 miliardi di dollari in bond statunitensi in pancia è il secondo detentore di debito americano dopo il Giappone (Tokyo ha in portafoglio mille miliardi di dollari), può esercitare una pressione finanziare ben più rilevante del gioco al rialzo sulle tariffe e contro-tariffe (oggi ha innalzato le barriere doganali all’84%, in risposta al 104 americano).

È anche per questo che il regime comunista, in questi giorni, sta mostrando totale fermezza e inusitata calma davanti alla guerra commerciale dichiarata dal Caligola di Mar-a-Lago. Ed è anche per questo che Trump ha deciso di alzare le tariffe a Pechino. Le autorità cinesi, che non perdono occasione per tendere a Trump un ramoscello d’ulivo chiedendogli di rivedere le sue politiche commerciali, mostrano i muscoli: “No ai ricatti, combatteremo fino alla fine”.

Il Dragone, è il messaggio tra le righe, ha la forza per esercitare una vera “ritorsione”. Altro che dazi sulle Harley Davidson.

Soprattutto perché, secondo gli analisti, la Cina ha tutte le capacità industriali per trasformarsi in un’economia autarchica. A differenza dell’Occidente, ha una capacità produttiva smisurata, un crescento mercato interno da alimentare e il vantaggio di un’opinione pubblica “sotto controllo”.

Le occorrono solo importanti rifornimenti di petrolio e gas, ben garantiti dai suoi alleati Iran e Russia. I gasdotti di Putin, infatti, hanno pompato risorse naturali a basso costo verso la Cina nel corso degli ultimi tre anni: gli acquisti realizzati da Xi Jinping hanno depotenziato le sanzioni occidentali a Mosca.

Pechino, come al solito, riesce a interpretare più ruoli in commedia: da una parte rinsalda l’amicizia “senza limiti” con la Russia, dall’altra flirta con l’Unione europea, a cui propone affari, investimenti e partnership in vari campi.

Il pensiero strategico cinese ha chiaro l’orizzonte da perseguire sul lungo periodo (diventare la potenza egemone a livello mondiale) e i metodi per realizzarlo (usando il soft power). Ieri una lunga telefonata tra Ursula von der Leyen e il premier cinese, Li Qiang, ha di fatto riaperto la “via della Seta” per le imprese europee. Un avvicinamento confermato dall’incontro di oggi tra la presidente della Bce, Christine Lagarde, e un alto funzionario della Banca centrale cinese.

La Kaiser Ursula ha capito di dover diversificare gli sbocchi commerciali dell’Unione dopo l’armageddon dazista di Trump. A settembre-ottobre del 2025, potrebbe definitivamente andare in porto anche l’accordo di libero scambio tra l’Unione europea e l’India, che ha già ricevuto l’ok del Consiglio europeo. Destino simile avrà l’accordo Ue-Mercosur, con i paesi dell’America latina, che non avendo bisogno di un voto all’unanimità andrà presto in porto.

Con queste mosse la presidente della Commissione europea è convinta di potersi gradualmente sganciare dal mercato americano: tra Cina, India e America latina, le imprese europee dovrebbero poter continuare a esportare senza troppi drammi (in fondo, l’export negli Stati Uniti conta solo il 27% del totale per l’Ue).

DRAMMATICA SVENDITA DI TITOLI DI STATO STATUNITENSI MENTRE SI AGGRAVA IL PANICO PER LA GUERRA TARIFFARIA

Traduzione di un estratto dell’articolo di Phillip Inman e Jasper Jolly

I titoli di Stato statunitensi, tradizionalmente considerati uno degli asset finanziari più sicuri al mondo, stanno subendo una drammatica svendita mentre l’escalation della guerra dei dazi di Donald Trump con la Cina scatena il panico in tutti i settori dei mercati finanziari.

I cali indicano che, con l’entrata in vigore della nuova ondata di dazi di Trump contro decine di economie – comprese imposte del 104% sui beni cinesi – gli investitori stanno iniziando a perdere fiducia negli Stati Uniti come pilastro dell’economia globale.

Il rendimento – ovvero il tasso di interesse – del Treasury statunitense a 10 anni di riferimento è salito mercoledì di 0,16 punti percentuali, raggiungendo il 4,42%, il livello più alto dalla fine di febbraio – e questa settimana ha registrato i tre maggiori movimenti intraday da quando Trump è stato eletto nel novembre 2016. I rendimenti si muovono in modo inverso ai prezzi, quindi un’impennata dei rendimenti indica un calo dei prezzi dovuto a una minore domanda.

Il movimento sul titolo trentennale è stato ancora più drammatico. Il rendimento del titolo a 30 anni è salito brevemente sopra il 5%, il livello più alto dalla fine del 2023, e ha poi chiuso intorno al 4,9157%, ovvero 0,2 punti percentuali in più rispetto a martedì.

«Questa è una svendita da incendio dei Treasury», ha dichiarato Calvin Yeoh, gestore di portafoglio dell’hedge fund Blue Edge Advisors. «Non vedevo movimenti o volatilità di questa portata dai giorni caotici della pandemia nel 2020», ha detto a Bloomberg.

Gli analisti ritengono che la Federal Reserve statunitense potrebbe dover intervenire. Jim Reid, di Deutsche Bank, ha affermato: «I mercati stanno prezzando una crescente probabilità di un taglio d’emergenza dei tassi di interesse, proprio come accadde durante la crisi Covid e nel pieno della crisi finanziaria globale del 2008».

[…] L’intransigenza della Cina di fronte all’escalation dei dazi statunitensi sembra indicare che le due maggiori economie del mondo si stanno avvicinando a uno scontro, il cui esito – secondo gli analisti – è difficile da prevedere.

«Quando veniamo sfidati, non ci tiriamo mai indietro», ha detto il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Lin Jian. Il ministero del Commercio ha dichiarato: «La Cina combatterà fino alla fine se gli Stati Uniti insisteranno nel percorrere la strada sbagliata». Pechino ha promesso ulteriori contromisure.

Non è chiaro se tra le modifiche alla politica cinese sia inclusa la vendita dei Treasury USA – di cui la Cina è uno dei maggiori detentori al mondo – cosa che aumenterebbe il dolore finanziario per l’amministrazione americana. I mercati azionari globali stanno vivendo un’altra giornata turbolenta mentre i dazi entrano in vigore. […]