

COME REAGIRE ALLA TERZA GUERRA MONDIALE DI TRUMP? PIU’ CHE UNA WEB-TAX SULLE BIG TECH, PER METTERE IN GINOCCHIO IL DAZISTA DELLA CASA BIANCA, FACENDO RITORNARE DI COLPO LE ROTELLE AL LORO POSTO, SAREBBE SUFFICIENTE LA VENDITA DEL 10% DEI TITOLI DEL TESORO AMERICANO IN POSSESSO DI CINA E UNIONE EUROPEA (AL 2024 PECHINO NE DETENEVA 768 MILIARDI, MENTRE I 27 PAESI UE NE HANNO IN PANCIA OLTRE DUEMILA MILIARDI) – DI TALE MOSSA MORTALE, CONFERMATA A DAGOSPIA DA FONTI AUTOREVOLI, NE STANNO DISCUTENDO NELLA MASSIMA RISERVATEZZA GLI EMISSARI DEL DRAGONE DI XI JINPING E GLI SHERPA DEI CAPOCCIONI DI BRUXELLES

Il consigliere per la sicurezza nazionale di Donald Trump, Mike Waltz, ha incluso per errore un giornalista in una chat di gruppo su Signal riguardante i piani per attacchi statunitensi in Yemen, dopo aver salvato per sbaglio il suo numero mesi prima, confondendolo con quello di un’altra persona che intendeva aggiungere, secondo quanto riferito da tre persone informate sui fatti.
L’errore è stato uno dei vari passi falsi emersi durante l’indagine interna alla Casa Bianca, che ha rivelato una serie di sviste accumulatesi sin dalla campagna elettorale del 2024 e rimaste inosservate fino a quando Waltz ha creato la chat di gruppo lo scorso mese.
Trump ha preso in considerazione, seppur brevemente, l’idea di licenziare Waltz per l’episodio, infastidito più dal fatto che Waltz avesse il numero di Jeffrey Goldberg, direttore dell’Atlantic che dal fatto che si fosse discusso di un’operazione militare su un sistema non classificato come Signal.
Alla fine, Trump ha deciso di non licenziare Waltz, in gran parte perché non voleva dare la soddisfazione all’Atlantic e ai media in generale di aver provocato la rimozione di un alto funzionario poche settimane dopo l’inizio del suo secondo mandato. È stato anche rassicurato dalle conclusioni dell’indagine interna.
Le rivelazioni hanno comunque innescato una “verifica forense” da parte dell’ufficio IT della Casa Bianca, che ha scoperto che il telefono di Waltz aveva salvato il numero di Goldberg in seguito a una serie improbabile di eventi iniziati quando Goldberg aveva inviato un’email alla campagna di Trump nell’ottobre scorso.
Secondo tre fonti informate sull’indagine, Goldberg aveva inviato una mail per un articolo critico nei confronti dell’atteggiamento di Trump verso i militari feriti. Per contrastare l’articolo, la campagna si è rivolta a Waltz, portavoce per la sicurezza nazionale.
L’email di Goldberg è stata inoltrata all’allora portavoce di Trump, Brian Hughes, il quale ha copiato e incollato il contenuto — incluso il numero di telefono nella firma — in un messaggio di testo inviato a Waltz, per aggiornarlo sulla pubblicazione imminente.
Alla fine Waltz non chiamò Goldberg, ma in un’incredibile svolta, finì per salvare il suo numero sull’iPhone — sotto la scheda contatto di Hughes, ora portavoce del consiglio per la sicurezza nazionale.
Il giorno dopo la pubblicazione dell’articolo di Goldberg, il 22 ottobre, Waltz apparve su CNN per difendere Trump: “Non credete a me, credete alle 13 famiglie Gold Star dell’Abbey Gate, alcune delle quali sono salite su un palco davanti a 30.000 persone per dire quanto Trump le abbia aiutate a guarire,” disse.
Secondo la Casa Bianca, il numero fu erroneamente salvato a causa di un “aggiornamento suggerito dei contatti” da parte dell’iPhone di Waltz — una funzione tramite cui l’algoritmo del telefono aggiunge automaticamente un numero precedentemente sconosciuto a un contatto esistente, se rileva una possibile correlazione.
L’errore passò inosservato fino al mese scorso, quando Waltz cercò di aggiungere Hughes alla chat su Signal — ma finì per aggiungere invece il numero di Goldberg nella conversazione del 13 marzo chiamata “Houthi PC small group”, dove vari alti funzionari USA discutevano piani per attacchi contro gli Houthi.
Waltz ha dichiarato subito dopo l’incidente di non aver mai incontrato né comunicato con Goldberg. Ha anche suggerito su Fox News che il numero di Goldberg fosse stato “risucchiato” nel suo telefono, riferendosi probabilmente al modo in cui l’iPhone aveva salvato quel contatto.
La Casa Bianca non ha commentato la vicenda, e l’indagine non ha chiarito l’entità della relazione tra Waltz e Goldberg, se ce n’è una. Contattato telefonicamente sabato, Goldberg ha dichiarato: “Non commenterò il mio rapporto con Mike Waltz, se non per dire che lo conosco e ci ho parlato.”
Trump è stato informato sulle conclusioni dell’analisi forense la scorsa settimana, proprio nel momento in cui ha deciso di mantenere Waltz nel ruolo, secondo una fonte a conoscenza dei fatti. Trump ha accettato il mea culpa di Waltz e lo ha difeso pubblicamente da quando la questione è diventata di dominio pubblico.
Quando Trump ha lasciato la Casa Bianca giovedì, era a bordo del Marine One con il suo capo di gabinetto Susie Wiles, il capo del personale Sergio Gor, e Waltz — una presenza che i collaboratori hanno interpretato come un gesto di sostegno al consigliere in difficoltà.
Waltz sembra aver suscitato anche una certa simpatia all’interno dell’entourage di Trump per l’incidente della chat di gruppo, poiché la Casa Bianca aveva autorizzato l’uso di Signal, in gran parte perché non esiste una piattaforma alternativa per inviare messaggi in tempo reale tra le agenzie, hanno detto due fonti informate.
Le precedenti amministrazioni, inclusa quella di Biden, non avevano sviluppato un’alternativa a Signal, ha detto una delle fonti. Come soluzione temporanea, la Casa Bianca di Trump ha indicato ai funzionari di usare Signal, come già fatto durante la transizione, invece delle normali catene di messaggi di testo.
CINA, NON CI PIEGHEREMO A MINACCE DI TRUMP SU NUOVI DAZI
(ANSA) La Cina afferma che non si piegherà alla minaccia di nuovi dazi da parte di Donald Trump. “Abbiamo sottolineato più di una volta che fare pressione o minacciare la Cina non è il modo giusto per interagire con noi.
La Cina salvaguarderà fermamente i suoi legittimi diritti e interessi”, ha detto alla France Presse Liu Pengyu, portavoce dell’ambasciata di Pechino negli Stati Uniti
DAZI: PECHINO, ‘NO A RICATTI USA, COMBATTEREMO FINO ALLA FINE’
(Adnkronos) – La Cina reagisce ai nuovi, ulteriori dazi di Donald Trump accusando gli Stati Uniti di comportarsi “in maniera ricattatoria” e assicurando che “combatterà fino alla fine”. Pechino, ha fatto sapere un portavoce del ministero del Commercio, “prenderà con decisione contromisure per salvaguardare i suoi diritti e interessi”.
“Se gli Stati Uniti insisteranno su questa strada – ha ammonito ancora il portavoce, ribadendo per l’ennesima volta che Pechino è pronto al “dialogo” e che “non ci sono vincitori in una guerra commerciale” – la Cina combatterà fino alla fine”
Secondo il portavoce del ministero del Commercio, “l’imposizione da parte degli Stati Uniti delle cosiddette tariffe reciproche sulla Cina è priva di fondamento e rappresenta una tipica pratica di bullismo unilaterale”. E ancora: “La minaccia degli Stati Uniti di aumentare le tariffe sulla Cina è un errore dopo l’altro, che mette in mostra ancora una volta la natura ricattatoria degli Stati Uniti”.
Quindi il portavoce ha spiegato che le contromisure adottate in risposta di dazi di Trump “cercano di salvaguardare la propria sovranità, la propria sicurezza e i propri interessi di sviluppo, nonché di mantenere l’ordine commerciale internazionale, che è completamente legittimo”.
“La Cina ribadisce che nessuno vince in una guerra commerciale e che il protezionismo è un vicolo cieco. Le pressioni e le minacce non sono il modo giusto di trattare” con Pechino, ha concluso il portavoce, prima di esortare gli Stati Uniti a “correggere immediatamente le loro pratiche sbagliate, annullare tutte le misure tariffarie unilaterali, smettere di soffocare l’economia e il commercio della Cina e risolvere le differenze attraverso un dialogo equo basato sul rispetto reciproco”.
Trump, parleremo con la Cina, ho buone relazioni con Xi
(ANSA) – “Parleremo con la Cina, ho una grande relazione con Xi, speriamo che rimanga”: lo ha detto Donald Trump nell’incontro con il premier israeliano Benjamin Netanyahu nello studio ovale. Il presidente ha comunque ribadito la minaccia di imporre il 50% di dazi in piu’ a Pechino se entro domani non rimuove le misure ritorsive.
Hong Kong, ‘dazi Usa sconsiderati minacciano commercio globale’
(ANSA) – Il governatore di Hong Kong, John Lee, ha definito “sconsiderati” i dazi americani, una minaccia all’ordine del commercio internazionale, all’indomani del tracollo del 13,22% del la Borsa dell’ex colonia britannica, il peggiore tonfo dalla crisi delle tigri asiatiche del 1997.
“L’imposizione sconsiderata di dazi colpisce molti Paesi e regioni in tutto il mondo, con enormi aumenti delle aliquote fiscali su una vasta gamma di beni”, ha commentato Lee, nel suo briefing settimanale. Sono misure che “sconvolgono l’ordine economico e commerciale mondiale, portando grandi rischi e incertezze al mondo”, ha aggiunto il governatore, per il quale il “comportamento spietato degli Stati Uniti danneggia il commercio globale e multilaterale”.
Lee ha tracciato sette misure chiave per fronteggiare la nuova situazione di incertezza creatasi, tra cui l’accelerazione dell’integrazione di Hong Kong nelle strategie di sviluppo complessive della Cina e il rafforzamento dell’impegno globale con l’espansione della rete economica e commerciale dell’ex colonia stipulando più accordi di libero scambio con altri Paesi ed economie. Inoltre, il governatore ha citato l’avanzamento della trasformazione industriale, il miglioramento di innovazione e tecnologia, la promozione della cooperazione finanziaria internazionale con Hong Kong quale hub finanziario globale, la diversificazione del rischio regionale e la continuazione del supporto alle aziende.
Borsa di Singapore crolla del 8,5%, mai così male dal 2008
(ANSA) – Lo Straits Times Index (Sti) della Borsa di Singapore ha subito un marcato ribasso oggi, con un calo intraday dell’8,5% all’apertura delle contrattazioni. Si tratta della maggiore perdita registrata dall’indice blue-chip di riferimento dallo storico -8,9% del 24 ottobre 2008, durante la crisi finanziaria globale. Innescato dai timori di una potenziale recessione globale alimentati dalle politiche tariffarie del presidente statunitense Donald Trump, il calo odierno supera anche la contrazione dell’8,4% osservata durante la svendita dei mercati causata dalla pandemia di Covid-19 del 23 marzo 2020.
Tokyo a +6% guida rimbalzo in Asia, Taiwan a -4%
(ANSA) – La Borsa di Tokyo guida gli sforzi di rimbalzo delle Borse asiatiche, all’indomani dello tsunami abbattutosi sui listini con i dazi globali di Donald Trump e i timori di recessione, mentre i listini di Taiwan (-4,74%) e Singapore (-1,46%) mostrano forti segnali di debolezza. L’indice Nikkei, a dispetto delle nuove tensioni tariffarie Usa-Cina, balza del 6,16%, quasi azzerando il tonfo del 7,8% della vigilia, registrando di gran lunga il miglior risultato della regione, grazie alla designazione del segretario al Tesoro Scott Bessent e del rappresentante al Commercio Jamieson Greer a capo dei negoziati commerciali con Tokyo.
La maggior parte dei mercati asiatici è in ripresa dopo la sessione volatile e contrastata delle Borse Usa, dato che Trump ha tenuto gli investitori in bilico con commenti contrastanti sui dazi. Anche i leader della Corporate America hanno iniziato a manifestare perplessità sull’azione del tycoon per i danni all’economia e ai mercati finanziari: Larry Fink, il capo di BlackRock, ha ad esempio detto che la maggior parte dei ceo con cui parla pensa che gli Usa siano in recessione.
Tuttavia, Trump ha minacciato la Cina di ulteriori dazi del 50% se Pechino non ritirerà le tariffe del 34% di ritorsione sugli Stati Uniti. Il Dragone ha replicato oggi che non accetterà mai la “natura ricattatoria” americana.
Shanghai e Shenzhen salgono, rispettivamente, dello 0,68% e dello 0,20%, mentre Hong Kong guadagna l’1,92% dopo il catastrofico -13,22% della vigilia, il peggior tracollo dalla crisi delle tigri asiatiche del 1997. I listini cinesi beneficiano dell’esplicito sostegno della Banca centrale (Pboc) agli acquisti del fondo sovrano Central Huijin, con il ruolo di stabilizzatore nel mercato dei capiti. L’indice Kospi di Seul sale dell’1,6%, quello di Sydney dell’1,7%. Lo Straits Times Index (Sti) di Singapore è negativo dopo l’iniziale rialzo dello 0,6%.
E’ ancora notte fonda per il benchmark di Taiwan: -4,74%, dopo il -9,7% della vigilia (il peggior calo di sempre) malgrado la stretta sulla vendite allo scoperto e il sostegno di Banca centrale e di governo alla stabilità dei mercati. Brusco il ritorno agli scambi per tre Borse del sudest asiatico dopo una lunga pausa festiva: il Jakarta Composite è precipitato del 9,19% in avvio, causando lo stop delle contrattazioni di circa mezz’ora.
I listini vietnamiti cedono intorno al 5% con i dazi al 46% decisi da Trump. Il Paese vanta il terzo surplus commerciale con gli Usa dopo Cina e Messico: il leader To Lam ha chiesto al tycoon di rinviare i dazi di almeno 45 giorni. A Bangkok, infine, la Borsa cede più del 4%.
Borsa: l’Europa e Wall Street verso il rimbalzo, future positivi
(ANSA) – Le Borse europee si avviano verso il rimbalzo dopo i tonfi delle sedute precedenti. I future dei principali listini del Vecchio continente e quelli di Wall Street sono positivi, in scia con l’andamento dei mercati asiatici. Gli investitori intravedono spiragli di una tregua sul fronte dei dazi dopo che Donald Trump ha minacciato tariffe aggiuntive del 50%, pur facendo balenare la prospettiva di negoziati con gli altri Paesi.
È troppo presto per dire che “abbiamo girato pagina, in particolare con Trump che continua a ventilare l’idea di ulteriori tariffe sulla Cina”, afferma a Bloomberg Tim Waterer, capo analista di mercato di Kcm Trade. “Ci sono – aggiunge – ancora molte cose da valutare e una recessione rimane una delle possibilità. Questo mentre gli Stati Uniti continuano a giocare duro con i dazi”.
CORTE SUPREMA USA CONSENTE LEGGE DI GUERRA PER ESPULSIONI
(ANSA) – WASHINGTON, 07 APR – Vittoria, temporanea, per Donald Trump sulle deportazioni. La Corte suprema americana ha autorizzato il presidente a utilizzare l’Alien Enemies Act, la legge di guerra del 1798 invocata dall’amministrazione Usa per accelerare le espulsioni. Lo riporta la Cnn.
La Corte suprema americana ha sottolineato che le persone che saranno deportate in futuro in base alla legge devono ricevere una notifica e devono avere la possibilità di far riesaminare la loro espulsione. I tre giudici democratici del massimo tribunale Usa si sono detti contrari alla sentenza, mentre la giudice repubblicana Amy Coney Barrett ha espresso un dissenso parziale. Nei giorni scorsi il giudice James Boasberg ha temporaneamente impedito al presidente americano di usare l’Alien Enemies Act contro cinque venezuelani che hanno fatto causa contro l’espulsione.
TRUMP SODDISFATTO PER DECISIONE CORTE SUPREMA, ‘GRANDE GIORNO’
(ANSA) – WASHINGTON, 07 APR – “La Corte suprema ha sostenuto lo Stato di diritto nella nostra Nazione consentendo a un presidente, chiunque egli sia, di essere in grado di proteggere i nostri confini e le nostre famiglie e il nostro Paese stesso. Un gran giorno per la giustizia in America!”. Lo ha scritto Donald Trump su Truth, commentando la sentenza del massimo tribunale Usa che ha autorizzato l’amministrazione ad utilizzare una legge di guerra del 1798 per l’espulsione dei migranti irregolari.
Ft,account X anonimo dietro al giallo della sospensione dei dazi
(ANSA) – L’origine del caos odierno dei mercati, provocato da una notizia (poi rivelatasi falsa) secondo cui Trump stava considerando una pausa di 90 giorni sui dazi, è da rintracciarsi su un anonimo account di X.
Lo ricostruisce il Financial Times. Il quotidiano britannico ricorda che “il mercato azionario statunitense è effettivamente impazzito questa mattina, grazie a un titolo che affermava falsamente che il consigliere della Casa Bianca Kevin Hassett aveva detto che il presidente Donald Trump stava considerando una pausa di 90 giorni sui dazi”.
A quel punto “i presentatori della Cnbc hanno letto il titolo in onda, mentre cercavano di spiegare perché i mercati avevano iniziato a salire, con l’S&P 500 cresciuto di quasi il 6 percento dopo la comparsa di quel titolo misterioso”.
Poi però, “nel giro di un’ora la Casa Bianca ha affermato che nessuno era a conoscenza di questo presunto piano e parlando di Fake News”. Provocando una nuova turbolenza in senso contrario in borsa.
Secondo il Ft, “l’origine del contagio è stato l’account Walter Bloomberg, che non è una persona, né qualcuno che scrive per l’agenzia Bloomberg, ma è semplicemente un aggregatore di notizie finanziarie”, che ha fatto da moltiplicatore su X con i suoi oltre 800mila follower.
Quanto poi alla notizia falsa che è girata in rete, il Ft ipotizza un “prodotto sperimentale di scrittura di titoli (o un abbonamento economico di un’agenzia) che abbia pubblicato un titolo scadente e che è stato poi ripreso dall’account Walter Bloomberg”.
Oppure, potrebbe essersi semplicemente trattato di una cattiva interpretazione di un “titolista troppo zelante” alle parole di Hassett. Il consigliere di Trump, in un’intervista a Fox, rispondendo ad una domanda sulla possibile sospensione dei dazi, si è preso la briga di dire “sì” prima di aggiungere: “Il presidente deciderà cosa deciderà il presidente”. E quindi quel primo sì potrebbe essere stato equivocato. In ogni caso, precisa il Ft, “chiunque gestisca l’account non sta aiutando a risolvere il mistero”.
‘Bessent ha convinto Trump a cambiare messaggio sui dazi’
(ANSA) – Il segretario al Tesoro Scott Bessent è volato in Florida domenica per convincere Donald Trump a cambiare il messaggio sui dazi focalizzandolo sulla possibilità di raggiungere accordi commerciali favorevoli al fine di evitare rischiare un ulteriore crollo del mercato azionario.
Lo riferiscono fonti informate a Politico. Secondo la ricostruzione Bessent, che è atterrato con il presidente alla Casa Bianca sul Marine One domenica sera, ha detto al presidente che le Borse sarebbero rimaste in pericolo a meno che non avesse iniziato a porre maggiore enfasi sulla conclusione di accordi con altri paesi.
Il messaggio al tycoon del segretario al Tesoro, secondo le fonti, è stato: i mercati continueranno ad affondare se non provi a ricalibrare, non bisogna abbandonare il piano ma devi parlare di negoziati e di quale sia il risultato finale che vuoi raggiungere”.
Segretario Tesoro Usa, ‘Trump pronto a negoziare sui dazi’
(ANSA) – Il Segretario del Tesoro Scott Bessent, che insieme a Jamieson Greer, rappresentante commerciale degli Stati Uniti, è stato incaricato delle negoziazioni sui dazi con il Giappone, ha dichiarato che Donald Trump è pronto a negoziare. Lo riporta il New York Times. Bessent ha detto di aver suggerito ai Paesi colpiti di “mantenere la calma. E, a un certo punto, il presidente Trump sarà pronto a negoziare”. I commenti contraddicono un’intervista di questa mattina di Peter Navarro, consigliere commerciale della Casa Bianca, che ha detto che non ci sarebbero state negoziazioni.

Bessent ha anche, in parte, contraddetto lo stesso Trump che durante il colloquio nello Studio Ovale con Benjamin Netanyahu, ha detto che non sta valutando “pause nei dazi”. “Il presidente è il migliore ad esercitare la massima pressione”, ha spiegato il segretario al Tesoro lasciando intendere che il tycoon possa aver imposto tariffe alte per portare i Paesi interessati a negoziare.
Bigtech e l’incubo dazi: i pellegrinaggi a Mar-a-Lago, ora il silenzio per non esporsi
Da Amazon a Meta, l’industria è stata colpita da una tempesta perfetta
Da un incubo a un altro ben peggiore. Per molti dei capi dei giganti americani della tecnologia quella di gennaio era stata una via crucis di imbarazzi e umiliazioni: prima i pellegrinaggi a Mar-a-Lago per invocare la benevolenza del nuovo presidente, poi le donazioni milionarie per le feste inaugurali della seconda era Trump. Infine tutti in fila a «baciare l’anello» del nuovo sovrano alla cerimonia del suo insediamento. A parte quelli già impegnati a fianco di The Donald (Elon Musk, Peter Thiel, Marc Andreessen), tutti gli altri si erano piegati nella speranza di conquistare i favori del successore di Biden che prometteva di trattare big tech come un patrimonio nazionale essenziale per «rifare l’America grande», come da programma presidenziale: imprese sostenute e lasciate libere di crescere senza vincoli. Stop alle regole che Biden aveva cercato di introdurre. L’illusione
Le perdite
Il risveglio da questa illusione è stato durissimo, anche se con alcune differenze. Molto simile, invece, la reazione di quasi tutti i condottieri del mondo digitale: silenzio pressoché assoluto nel timore di peggiorare una situazione già drammatica esponendosi alle ire di un presidente notoriamente vendicativo. Ma intanto Apple, che a causa di dazi e conseguenti guerre commerciali rischia di dover aumentare del 40% il prezzo dei suoi iPhone (fino a 2.300 dollari), tra giovedì e venerdì ha perso il 16% del suo valore, mentre non è andata molto meglio a Meta-Facebook (meno 14%), Amazon (meno 13) e Alphabet-Google (meno 9%).
Colpiti anche gli alleati
Lo choc dei dazi di Trump — imponenti, frutto di calcoli arbitrari, comunicati in modo brutale e resi immediatamente esecutivi — ha investito in pieno anche i big della tecnologia alleati del presidente: dei guai di Elon Musk e della sua Tesla (in caduta libera da settimane) abbiamo scritto ieri, mentre anche la Palantir di Peter Thiel ha perso moltissimo. Guai in vista pure per Marc Andreessen, re del venture capital: impossibile, coi mercati in preda al panico, o comunque assai instabili, quotare in Borsa le startup sulle quali queste società finanziarie hanno investito. Non possono, quindi, recuperare i loro capitali.
La tempesta perfetta
Con le sue mosse e la sua ostinazione il presidente americano rischia di provocare un naufragio economico globale che di certo non risparmierà l’America: magari soffrirà meno di altri, ma è impensabile che possa beneficiare dei guai altrui. E se le prospettive di ripresa dell’inflazione, impoverimento dei consumatori e recessione allarmano le industrie tradizionali e il settore dei servizi, il mondo della tecnologia è investito, addirittura, da una tempesta perfetta: ai problemi che colpiscono tutti (l’instabilità e imprevedibilità di Trump che paralizzano imprese bisognose di certezze, la rabbia dei Paesi colpiti, pronti a lanciare rappresaglie destinate a penalizzare ancora più l’economia), se ne aggiungono altri specifici del mondo digitale e dell’intelligenza artificiale (AI) che rischiano di mettere con le spalle al muro il mondo dell’hi-tech. Intanto lo scontro con la Cina che reagisce non solo coi controdazi, ma anche bloccando (o riducendo drasticamente) l’export di terre rare, indispensabili per l’industria informatica. E poi Apple e gli altri produttori che, avendo fiutato l’aria, stavano trasferendo le loro produzioni dalla Cina in Paesi (Vietnam, India, Thailandia, Malesia) ritenuti più affidabili e non nel mirino di Trump sono stati ugualmente colpiti: dazi elevati (dal 24 al 46%) anche su questi Paesi.
L’antitrust
Non solo è svanita l’illusione di un trattamento preferenziale della nuova Casa Bianca, ma la deregulation per ora ha la consistenza di un miraggio. Peggio: i giganti come Google, Amazon e Meta-Facebook, sotto tiro dell’Antitrust per l’accusa di comportarsi come monopoli e che per questo rischiavano di dover scorporare e vendere parte delle loro attività, avevano tirato un sospiro di sollievo con l’uscita di scena di Biden e dei capi delle authority del mercato da lui nominati. Ma il nuovo ministero della Giustizia di Trump ha fatto sapere che non intende archiviare il procedimento mirante a scorporare Chrome da Google. E Mark Zuckerberg, che da mesi corteggia Trump e mercoledì era andato alla Casa Bianca per chiedere la chiusura delle procedure antitrust della Ftc contro Meta, pare sia andato via a mani vuote.
Un disegno estremo
E gli alleati di Trump? Allarmati anche loro con Musk che evoca Milton Friedman e se la prende con Navarro, architetto dei dazi e nemico della Cina, per mandare un messaggio al presidente. Silenzioso Thiel che qualche mese fa aveva detto di trovare giustificato un ricorso misurato ai dazi e in precedenza aveva auspicato lo smantellamento della «gerontocrazia dei banchieri centrali». C’è chi immagina addirittura un disegno estremo: la distruzione del vecchio ordine (Federal Reserve e dollaro) da sostituire con un nuovo sistema basato sulle valute digitali. E, in mezzo, una transizione caotica da governare col ricorso a misure autoritarie.
l peso dei dazi per i cittadini americani: 47 mila dollari in media di risparmi perduti
L’obiettivo è aiutare il 38% della popolazione che ha debiti ma non possiede azioni. Ma per farlo non serve una guerra economica
Il crollo del 10% di giovedì e venerdì scorsi sullo S&P500, il principale indice di borsa degli Stati Uniti, è già nella storia statistica della finanza mondiale: è il quarto più rapido registrato in sole due sedute dalla seconda guerra mondiale, subito dopo il lunedì nero del 1987, il crash di Lehman e il Covid. Nel «Liberation Day» annunciato da Donald Trump – ha ironizzato al workshop Ambrosetti giorni fa l’economista Ellen Zentner di Morgan Stanley – «ci stanno liberando dai nostri risparmi».
Per la precisione, da quando il presidente ha iniziato il suo secondo mandato ciascuno nel 62% degli americani che hanno i propri soldi investiti in azioni a Wall Street ha perso circa 47 mila dollari. In media, per ognuno di loro. Ma questa è la più ingannevole di tutte le medie, perché la società americana è strutturata attorno agli estremi e non certo a chi sta nel mezzo.
Nel Paese 162 milioni di persone detengono azioni quotate a Wall Street, eppure appena un decimo fra gli investitori ne controlla più del 90%. Ciascuno di loro ha poco meno di quattro milioni di dollari in azioni, sempre se le medie avessero senso nella vita di un Paese così. Nella scala sociale segue poi un’altra metà abbondante della popolazione americana che ha in mano appena il 7% della capitalizzazione del più vasto mercato finanziario al mondo: ciascuno di loro controlla uno spicchio del sogno di Wall Street pari a circa 50 mila dollari, nella solita teorica media.
Sotto questo ceto di piccoli possidenti azionari segue infine il terzo strato sociale americano, un altro 38% circa dei potenziali elettori: sono privi di attività finanziarie, semmai hanno solo debiti in banca o sulla carta di credito con cui hanno comprato la casa, la macchina, le cure del dentista, l’istruzione del figlio o hanno debiti con cui, semplicemente, sopravvivono. Quando i tassi della Federal Reserve erano ai loro massimi poco sopra al 5% l’anno scorso, questi americani pagavano spesso anche il 28% sulle loro carte di credito: interessi che in Europa varrebbero il carcere per il reato di usura.
Questa America, l’ultimo 38% della società, è il cuore del movimento di Donald Trump. E sono elettori indifferenti alle cadute di borsa innescate dal «Liberation Day» con l’annuncio di tariffe «reciproche». A loro i crolli di Wall Street non fanno né caldo né freddo, perché non li riguardano. Anzi, loro potrebbero anche trovare del sollievo immediato nel clima che Trump ha portato nell’economia: le sue politiche fanno presagire una recessione che deprime i rendimenti di mercato dei titoli di Stato e con quelli gli interessi sui debiti a tasso variabile.
Questo spiega perché Trump appaia indifferente a perdite di Wall Street che, nel suo primo mandato, lo avrebbero fatto tornare sui propri passi. Stavolta no. La sua strategia protezionista punta a ridare la dignità di posti di lavoro nell’industria a questi americani che non hanno più molto da perdere. Per riuscirci, il presidente vuole fissare dazi così alti e duraturi da spingere imprenditori dal resto del mondo a spostare gli impianti negli Stati Uniti per accedere al consumatore americano senza pagare tassa all’ingresso. È una strategia contro la Cina, ma non solo. È un’ipotesi di rivincita dell’uomo bianco dimenticato dalla globalizzazione. Peter Navarro, il consigliere più influente di Trump, ieri sera sul Financial Times lamentava i deficit commerciali «per 20 mila miliardi di dollari» dal 1976 che hanno coinciso con la delocalizzazione delle fabbriche e la distruzione di 6,8 milioni di posti nel manifatturiero.
L’intento del protezionismo è comprensibile, ma rischia di non funzionare. I dazi genereranno rincari sui prodotti importati e un’inflazione che taglia le gambe agli ultimi, che Trump vorrebbe aiutare. E i crolli di borsa — quei 47 mila dollari in meno per ciascuno — faranno sentire più povere altre 162 milioni di persone, anch’esse tra l’altro colpite dall’inflazione. Risultato: i consumatori americani tireranno la cinghia, portando probabilmente il Paese in recessione perché loro da soli contano per più di due terzi dell’economia. Contano, da soli, per il 18% dell’economia mondiale. Intanto la catena delle tensioni finanziarie non si fermerà da sé e rischia di innescare dissesti destabilizzanti. Non a caso Trump stesso proprio ieri sera ha iniziato la prima marcia indietro: ha aperto a negoziati con gli altri governi, in vista di una riduzione dei dazi.
Per ridare dignità ai dimenticati devono esserci altri modi che non siano atti di guerra economica contro il resto del mondo, destinati a ritorcersi contro l’America stessa.
Dazi, le contromisure Ue per gli Usa: colpiti jeans e motociclette, poi soia, manzo e noci. Ma il whisky si è salvato
Dal 15 aprile via al primo pacchetto in risposta alle tariffe del 25% su acciaio, alluminio e derivati Made in Europe applicate da Trump, un mese dopo scatterà il secondo
I ministri dei Ventisette al Consiglio Commercio a Lussemburgo hanno dato il loro sostegno politico a proseguire lungo la strada del negoziato con gli Stati Uniti, nel tentativo di ridurre se non eliminare i dazi imposti dagli Stati Uniti all’Unione europea, e insieme a procedere con le contromisure in risposta alle tariffe del 25% su acciaio, alluminio e derivati Made in Eu applicate da Washington. Nel mirino di Bruxelles finiranno prodotti Usa per un valore di 22 miliardi di euro rispetto ai 26 annunciati a metà marzo, a cui saranno applicati contro-dazi del 25% e del 10%.
Lunedì la Commissione ha inviato agli Stati membri le due liste con i prodotti che saranno oggetto di ritorsione e che di fatto confluiscono in un unico elenco. Il commissario al Commercio Šefcovic ha spiegato di avere ricevuto «un feedback prezioso dai nostri Stati membri e da 660 portatori di interesse», di avere «esaminato attentamente tutto» e di avere «lavorato per presentare un elenco solido di contromisure, bilanciando al contempo l’onere tra gli Stati membri». Insomma, tutti i Paesi dovranno fare la loro parte. La prima lista si riferisce alle contromisure che l’Ue aveva già deciso nel 2018 e 2020 in risposta ai dazi imposti dalla prima amministrazione Trump e poi congelate in seguito a una tregua siglata con l’amministrazione Biden. Torneranno a essere «tassati» i prodotti-icona come le Harley-Davidson e i jeans Levi’s, oltre agli yacht di lusso, al succo d’arancia e al burro d’arachidi.
Dalla prima lista presentata inizialmente il 13 marzo — all’indomani dell’entrata in vigore dei dazi su acciaio, alluminio e derivati Made in Eu — sono stati tolti i codici doganali relativi al bourbon, superalcolici o vino: il presidente Usa Trump aveva promesso una ritorsione del 200% su champagne e vini europei se l’Ue avesse messo un dazio, come minacciato, pari al 50%. Le pressioni di Italia, Francia e Irlanda hanno avuto successo. Ma poiché i nuovi dazi statunitensi hanno una portata notevolmente più ampia rispetto a quelli del 2018-2020 e incidono su un valore significativamente più elevato del commercio europeo, è stata individuata una seconda lista (pari a 18 miliardi di euro): comprende diamanti, uova, noci, filo interdentale, salsicce e pollame, carte da gioco, oltre a prodotti industriali e agricoli, tra cui acciaio e alluminio, tessuti, elettrodomestici, materie plastiche. Mentre sono stati eliminati i latticini inizialmente inclusi come latte, burro, yogurt o formaggi.
I controdazi europei saranno votati mercoledì dagli Stati mentre «la riscossione inizia il 15 aprile per la prima parte — ha spiegato Šefcovic — e, nel pieno rispetto della metodologia del Wto, la seconda parte entrerà in vigore 30 giorni dopo». Su alcuni prodotti, come soia, mandorle e noci i controdazi saranno raccolti dal primo dicembre. La strategia della Commissione è colpire i prodotti situati in Stati politicamente sensibili (a maggioranza repubblicana), senza danneggiare l’interesse europeo: la soia della Louisiana, la carne bovina e il pollame del Nebraska e del Kansas, i prodotti in legno della Georgia, Virginia e Alabama. Si tratta di beni per i quali l’Ue ritiene di avere alternative.
Mentre le contromisure in risposta ai «dazi reciproci» e a quelli sulle auto Made in Eu saranno proposte probabilmente a fine mese. Il commissario Šefcovic ha spiegato che gli Usa hanno imposto, in totale, dazi per 80 miliardi di euro contro i 7 miliardi attuali, colpendo circa il 70% dell’export Ue verso gli Usa.
L’Ue ha molte domande ma nessuna risposta ai dazi di Trump
L’Ue ha molte domande ma nessuna risposta ai dazi di Trump
“Siamo pronti”. “Siamo preparati”. “Tutte le opzioni sono sul tavolo”. “Risponderemo in modo fermo e proporzionato”. Le rassicurazioni di Ursula von der Leyen e di altri leader delle istituzioni comunitarie sulla capacità e la volontà dell’Unione europea di rispondere all’aggressione commerciale di Donald Trump si sono rivelate vuote promesse al momento della verità. I ministri del Commercio dell’Ue si sono ritrovati ieri a Lussemburgo per inviare un messaggio di unità. Ma ciò che hanno potuto ascoltare i giornalisti sono divisioni sulla risposta da adottare nei confronti degli Stati Uniti, in particolare sulla possibilità di ricorrere allo strumento anti coercizione – “l’opzione nucleare”, come l’ha definita il ministro irlandese Simon Harris – per colpire il settore dei servizi. Confusi e disorientati, gli europei si interrogano ancora su quali siano le vere intenzioni di Trump: fare cassa per finanziare i tagli di tasse? negoziare una riduzione dei dazi? oppure distruggere l’ordine economico internazionale? Al buio sono costretti a sperare in un fattore esterno per influenzare Trump: la disciplina dei mercati.
La reazione dell’Ue ai dazi di Trump contrasta con quella di Canada e Cina, due delle principali vittime della guerra commerciale del presidente americano. Il premier canadese, Mark Carney, ha riconosciuto che la vecchia relazione con gli Stati Uniti “è finita” e ha imposto dure misure di ritorsione. La Cina ha reagito venerdì con dazi di rappresaglia pari a quelli americani (34 per cento), restrizioni alle esportazioni di terre rare e l’inclusione di alcune società americane nelle liste nere. La determinazione di Pechino ha accentuato la caduta delle borse venerdì. Ieri i mercati americani hanno giocato all’ottovolante, inseguendo la minima indiscrezione sulla stampa e le dichiarazioni dei responsabili dell’Amministrazione Trump per cercare un po’ di respiro.
Lo strumento anti coercizione è l’arma più forte che l’Ue ha a disposizione. Permette di andare oltre la ritorsione commerciale tradizionale delle contromisure sui beni importati dagli Stati Uniti. L’Ue potrebbe imporre restrizioni all’esportazione e all’importazione di beni e servizi, alla protezione dei diritti di proprietà intellettuale, agli investimenti diretti esteri, alla partecipazione agli appalti pubblici. Due settori dei servizi sono particolarmente sensibili per gli Stati Uniti, quello finanziario e quello tecnologico. Ma l’Ue non è pronta. “Il Piano A è il dialogo e i negoziati”, ha detto ieri Michał Baranowski, il ministro polacco che ha presieduto la riunione del Consiglio Commercio. “Il nostro obiettivo è sicuramente di non lanciarci in un’escalation, ma di negoziare”. L’Ue terrà “il piano B, una risposta potenzialmente ferma, in tasca”, ha spiegato Baranowski.
La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ieri ha annunciato di aver proposto all’amministrazione Trump un “deal”. “Abbiamo offerto dazi zero-contro-zero per i beni industriali”, ha detto von der Leyen: “L’Europa è sempre pronta per un buon affare. Quindi teniamo (l’offerta) sul tavolo”. Il commissario al Commercio, Maros Sefcovic, ha spiegato di avere proposto un accordo su “dazi zero” al segretario al Commercio di Trump, Howard Lutnick, nel loro primo incontro il 19 febbraio. Nell’ultimo mese e mezzo l’offerta è stata sempre rifiutata. Gli americani insistono con richieste inaccettabili: cancellare l’Iva, rivedere la regolamentazione ambientale, allentare le norme sanitarie. Sefcovic ieri non si è mostrato ottimista. “Spero che in futuro potremo tornare in questa discussione. Non ora, ma in futuro”. Secondo Sefcovic, “dialogare con gli Stati Uniti richiederà sia tempo sia sforzi. In questo momento siamo nelle prime fasi della discussione perché gli Stati Uniti non vedono i dazi come un passo tattico, ma come una misura correttiva”.
La frase di Sefcovic rivela un cambio di paradigma nelle relazioni dell’Ue con l’Amministrazione Trump. Il presidente americano non sta usando i dazi come strumento per negoziare un “deal” vantaggioso per gli Stati Uniti, ma come un mezzo per ridurre il deficit commerciale e aumentare le entrate del bilancio federale per ridurre le tasse. I soli dazi contro l’Ue valgono 80 miliardi di euro l’anno rispetto ai 7 miliardi che erano raccolti prima del “Liberation day” del 2 aprile. Il dubbio che Trump non voglia arrivare a nessun accordo si sta diffondendo. “A cosa servono i dazi? Come fonte di entrare addizionali? Oppure sono una mossa di apertura per dei negoziati? O servono a cambiare la struttura degli Usa e dell’economia globale?”, si è chiesto il ministro polacco Baranowski. “Non penso che abbiamo una chiara risposta a questa domanda cruciale. E per arrivare a un accordo dobbiamo avere una risposta a questa domanda”.
L’Ue è confrontata ad altri problemi. Un gruppo di paesi – con Italia e Irlanda in testa – rifiuta una ritorsione commerciale simmetrica, dazio contro dazio e dollaro contro dollaro, per il timore che possa aggravare le conseguenze negative per le loro economie e aumentare l’inflazione. L’ammontare dei beni europei presi di mira dai dazi di Trump – 370 miliardi di euro – supera il valore delle importazioni dagli Stati Uniti e imporrebbe di usare lo strumento anti coercizione. Ma per l’Irlanda è “l’opzione nucleare”, ha detto il suo ministro degli Esteri, Simon Harris, facendo eco alla prudenza di altri Stati membri. Nonostante gli sforzi di Sefcovic, Ursula von der Leyen appare spaventata da un rapporto di forza con l’Amministrazione americana. Trump rifiuta di parlare con lei e con gli altri responsabili dell’Ue, preferendo le relazioni bilaterali con i singoli leader nazionali.
La speranza di molti governi europei è che siano i mercati a convincere Trump a ritirare i suoi dazi. Alcuni ministri lo hanno confessato pubblicamente. Il “Liberation Day” è già costato “più di 5 trilioni di dollari quando si guarda alla borsa americana”, ha ricordato Baranowski. “I mercati possono far cambiare idea a Trump?”. Secondo il ministro spagnolo Carlos Cuerpo, “il messaggio che inviano i mercati globali è che questa è una politica economica dannosa e dannosa per tutti (…). Le borse stanno inviano un messaggio molto chiaro, che deve essere ascoltato”. Il tedesco Habeck ha risposto così quando gli è stato chiesto cosa pensasse della volontà di Elon Musk di arrivare a dazi zero tra Usa e Ue: “E’ un segnale di debolezza e forse di paura. Se ha qualcosa da dire, dovrebbe andare dal suo presidente e, prima di parlare di dazi zero, dirgli di fermare il casino che hanno fatto la scorsa settimana”.
Negli Stati Uniti, oltre alle borse, anche la coalizione che ha portato Trump alla Casa Bianca sta crollando. Bill Ackman, miliardario e amministratore delegato di Pershing Square Capital Management, che aveva pubblicamente sostenuto Trump in campagna elettorale, ha chiesto un “time out” di novanta giorni sui dazi, altrimenti ci sarà un “inverno economico nucleare” per l’America. Secondo Habeck, “l’unica spiegazione” alle dichiarazioni di Musk sui dazi zero è che “ora vede le sue imprese, ma anche l’economia, che stanno per crollare a causa del casino che hanno fatto”. Trump non ha dato alcuna indicazione di voler fare marcia indietro e ha moltiplicato i suoi attacchi a Ue e Cina, minacciando quest’ultima di altri dazi al 50 per cento. “A volte bisogna prendere una medicina per curarsi”, ha detto Trump, commentando il crollo delle borse mondiali.
L’Unione europea tratta, ma il 15 aprile scattano controdazi al 25%
“Zero tariffe sull’industria, non aspetteremo Trump per sempre”
Trattare con la ‘pistola sul tavolo’, con le porte apertissime al dialogo, ma ad una condizione: l’Europa non attenderà all’infinito.
La prima riunione dei ministri dei 27 sui dazi imposti da Donald Trump rilancia una “inaspettata” unità dei Paesi membri dell’Unione europea.
La linea preferenziale resta quella del negoziato. Anzi, un’offerta è già sul tavolo della Casa Bianca: applicare, reciprocamente, zero tariffe sui beni industriali. E’ un’offerta avanzata ben prima del 2 aprile, finora invano. Ed è qui che subentra l’altra faccia della strategia Ue: il via libera ai primi controdazi, che scatteranno il 15 aprile. La riunione del Consiglio Commercio è servita innanzitutto a delineare l’immagine di un’Europa compatta, fiduciosa dei suoi mezzi, consapevole che i dazi, per Trump, rischiano di essere un autogol.
Un primo risultato concreto è stato raggiunto: il via libera politico alla lista dei controdazi decisa dalla Commissione il 12 marzo, come risposta alle tariffe americane su acciaio e alluminio. La lista viene spaccata in due tranche: una prima, minoritaria entrerà in vigore il 15 aprile. Una seconda, più corposa, sarà operativa il 15 maggio.
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani, volato a Lussemburgo proprio per la delicatezza del dossier, ha tentato la carta del rinvio. Ma per la stragrande maggioranza dei 27 e per Palazzo Berlaymont, il dato ormai è tratto. “Un rinvio è impossibile”, ha sottolineato il commissario Ue al Commercio Maros Sefcovic. I dazi, a quanto prevede il documento della Commissione visionato dall’ANSA, arriveranno fino al 25%, con alcune categorie di prodotti colpite solo al 10%. Salvo, come richiesto da Roma, il bourbon americano.
Da qui al 15 maggio, tuttavia, c’è un’eternità. Ed è in questo lasso di tempo che Bruxelles cercherà una soluzione negoziale. “Abbiamo offerto tariffe zero per zero per i beni industriali, come abbiamo fatto con successo con molti altri partner commerciali, perché l’Europa è sempre pronta per un buon affare”, ha annunciato la presidente della Commissione Ursula von der Leyen.
La mossa di Bruxelles concerne innanzitutto sei settori: auto, farmaceutica, chimica, plastica, gomma, macchinari. Ed è una mano che resta tesa, sebbene finora Washington non l’abbia voluta stringere. L’offerta, rivoluzionerebbe il mercato Ue-Usa andando a resuscitare il Ttip (Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti) finito nel cassetto nel 2016 dopo lunghe polemiche. Il sostegno dei 27, almeno in queste prime battute, sembrerebbe esserci, Italia inclusa. “L’ideale sarebbe zero tariffe. La via intermedia potrebbe essere la riduzione dei tassi del 10% da parte Usa”, ha spiegato il titolare della Farnesina.
Le parole di Sefcovic, capo negoziatore per l’Ue, sono state misurate, ma ferme. Lo slovacco ha rilevato di non vedere “l’impegno reale” degli americani a trattare e ha allo stesso tempo spiegato che, prima o poi, l’amministrazione Trump si siederà al tavolo. Nel corso della riunione ha ringraziato Tajani per il sostegno dell’Italia alla Commissione. Anche perché, a Palazzo Berlymont, la pensano un po’ come a Berlino. “Negoziare da soli sui dazi non giova a nulla”, ha scandito il ministro dell’Economia Robert Habeck. Proprio la Germania, assieme alla Francia, è destinata a guidare la fronda dei falchi anti-Usa. “Gli Usa rischiano la recessione, non resisteranno a lungo”, ha avvertito Habeck tacciando come “ridicole” le parole di Elon Musk sui zero dazi reciproci: “Lo deve dire al suo presidente”. “Non escludiamo risposte aggressive”, ha invece sottolineato il rappresentante del governo francese, Laurent Saint-Martin. Berlino e Parigi vorrebbero già lavorare sul bazooka dello strumento anti-coercizione e sulle misure anti-Big Tech. Misure che Paesi come l’Italia, in questo momento, non voterebbero.
“In questa fase preferiamo negoziare”, ha frenato Sefcovic. Nel frattempo la Commissione corre ai ripari per proteggere il mercato dell’Unione europea e mette in campo una task force di sorveglianza delle importazioni per parare gli effetti indiretti dei dazi. La sensazione, a Palazzo Berlaymont, è che non ci sarà un ritorno al mondo di prima. La compattezza europea è necessaria. E forse non è un’utopia. “A porte chiuse – osservava il rappresentante della presidenza polacca Michal Baranowski – si vede più unità di quando i politici parlando ai propri elettori”.

Estratto dell’articolo di Claudio Gatti per “Appunti”, la newsletter di Stefano Feltri
L’altra sera, un caro amico storico giornalista del Sole 24 Ore mi ha chiamato e, dopo aver osservato che la formula usata da Donald Trump per imporre dazi al mondo intero […] non ha alcun senso, mi ha detto di aver concluso che “c’è un pazzo alla Casa Bianca”. Ma non è così.
Alla Casa Bianca c’è un uomo che ha avuto come mentore il consigliori legale di boss di Cosa Nostra americana.
La ridicola formula usata da Trump per calcolare i dazi è dovuta all’ignoranza economica […]. Ma non è la formula che spiega quello che sta succedendo. È il metodo. E il metodo è quello del boss mafioso che decide di prendere il controllo di un territorio chiedendo il pizzo a tutti e su qualsiasi attività commerciale.
Non a caso, il figlio del boss, Eric, ha scritto questo post: “Non vorrei essere l’ultimo Paese che cercherà di negoziare un accordo commerciale con mio padre. Il primo a negoziare ne uscirà bene, l’ultimo finirà male. Conosco questo film da una vita”.
Il giornalista David Rothkopf è stato più diretto: “Questi non sono dazi. Sono una testa di cavallo messa nel letto di tutti i leader politici ed economici stranieri”.
In pratica, Trump ha adesso applicato al resto del mondo lo stesso metodo “minaccia+estorsione” con il quale ha messo in riga l’intero partito Repubblicano ed estorto concessioni ai maggiori studi legali e alle grandi università americane.
Stiamo parlando letteralmente del metodo dei vecchi boss di Cosa Nostra che gli hanno aperto la strada nel mondo dell’edilizia.
[…] Nel 1968, dopo essersi laureato all’Università della Pennsylvania, giovane e ricco figlio di un costruttore di Queens, Trump decise di cercare fortuna a Manhattan.
Nel giro di pochi anni strinse amicizia con l’avvocato Roy Cohn, ex braccio destro del senatore Joseph McCarthy (sì, quello del maccartismo!) divenuto consigliere dei boss di Cosa Nostra “Fat Tony” Salerno, capo della famiglia Genovese, e Paul Castellano, capo della più numerosa famiglia dei Gambino.
Il legame di Cohn con i due padrini si rivelò utile quando Trump iniziò a lavorare su quella che sarebbe diventata la Trump Tower, il grattacielo di 58 piani che è tuttora la sua base a Manhattan.
Trump si rivolse infatti alla S&A Concrete, un’azienda che Salerno e Castellano possedevano attraverso prestanome, accettando di pagare i prezzi gonfiati del calcestruzzo.
Per la demolizione dei grandi magazzini che dovevano far posto alla Trump Tower, Trump assunse ben 200 uomini non iscritti al sindacato per affiancare circa 15 membri della Union Local 95.
I lavoratori non iscritti al sindacato erano per lo più clandestini polacchi, pagati da 4 a 6 dollari l’ora […]
Conosciuti come la “brigata polacca”, molti non indossavano elmetti e dormivano nel cantiere.
Normalmente l’impiego di lavoratori non sindacalizzati avrebbe portato al picchettamento del cantiere, ma non in questo caso. Il motivo era semplice: Cosa Nostra controllava quel sindacato (è stato dimostrato da testimonianze, documenti e condanne in vari processi, nonché da un successivo rapporto della task force sul crimine organizzato dello Stato di New York).
Poi c’è la vicenda di John Cody, un funzionario del sindacato dei camionisti descritto dalle forze dell’ordine come stretto collaboratore della famiglia Gambino. Il sospetto degli agenti dell’FBI era che Cody […] potesse aver ottenuto un appartamento gratuito nella Trump Tower.
Trump negò sempre, ma un’amica intima di Cody comprò tre appartamenti della Trump Tower, dove Cody soggiornò occasionalmente e vi investì 500.000 dollari.
Secondo quanto riferito dal giornalista Wayne Barrett, autore di un libro sugli affari immobiliari di Trump, “the Donald” aiutò la donna a ottenere un mutuo di 3 milioni di dollari nonostante non avesse alcun reddito fisso né avesse offerto alcuna garanzia.
Dopo che Cody fu condannato per “racketeering” e perse il controllo del sindacato, Trump citò a giudizio la donna. Lei lo controdenunciò spiegando che vi erano “le basi per un’indagine del procuratore generale”. Trump patteggiò rapidamente, pagando alla donna mezzo milione di dollari.
Nel 1988 il boss di Cosa Nostra “Fat Tony” Salerno fu definitivamente condannato per una serie di attività mafiose che includevano l’appalto da quasi 8 milioni di dollari per il calcestruzzo del Trump Plaza, un grattacielo dell’East Side. […]
Per avere il quadro completo, occorre sapere che, ad Atlantic City, in New Jersey, Trump costruì il suo casinò pagando 1,1 milioni di dollari per un lotto di circa 5.000 metri quadri da usare come parcheggio per i clienti che appena cinque anni prima era stato comprato per soli 195.000 dollari da Salvatore Testa e Frank Narducci Jr.
I due erano noti negli ambienti malavitosi di Atlantic City come “i Giovani Giustizieri” ed erano i sicari del boss di Atlantic City Nicky Scarfo.
NETANYAHU CERCA LA SPONDA DI TRUMP PER GAZA E L’IRAN
Benedetta Guerrera per l’ANSA

La seconda visita di Benjamin Netanyahu dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, ad un anno e mezzo dall’attacco di Hamas, dopo il fallimento della tregua e la ripresa dei raid contro i palestinesi, si è conclusa con un colpo di scena: l’annullamento della conferenza stampa ufficiale tra i due leader dopo l’incontro nello Studio Ovale.
L’amministrazione non ha fornito un motivo ufficiale ma tra le ipotesi più accreditate c’è quella di evitare le domande dei giornalisti sulla crisi globale e il crollo delle Borse scatenati dai dazi imposti dal presidente americano quando Wall Street è ancora aperta. Ma potrebbe essere anche che i due amici di vecchia data non abbiano trovato un accordo sulle tariffe del 17% contro Israele che il Bibi sperava di far annullare.
Sbarcato negli Stati Uniti direttamente da una visita in Ungheria, Bibi ha avuto un colloquio anche con il segretario al Commercio Howard Lutnick e il rappresentante per il Commercio Jamieson Greer. “Sono il primo leader internazionale ad incontrare il presidente Trump su una questione così cruciale per l’economia di Israele”, ha affermato il premier israeliano in un video all’aeroporto di Budapest sottolineando che questo “è il segno della speciale relazione personale e il legame unico tra Stati Uniti e Israele, così vitale in questo momento”.
Israele aveva tentato di evitare la scure dei dazi un giorno prima dell’annuncio del presidente americano cancellando tutte le imposte dell’1% sui beni americani ancora interessati ma al tycoon evidentemente non è bastato. Dazi a parte, il premier israeliano è sbarcato a Washington anche per cercare la sponda del presidente americano su altri due dossier: la guerra a Gaza e gli ostaggi e la minaccia dell’Iran.
Dopo la rottura della tregua mediata dagli Stati Unuti, Israele ha intensificato la sua offensiva militare e ha imposto un blocco di cinque settimane agli aiuti nella Striscia, una mossa aspramente criticata dall’Onu e le organizzazioni umanitarie. Almeno 10 civili, tra cui un giornalista, sono stati uccisi negli ultimi attacchi aerei israeliani in diverse zone di Gaza, inclusa una tenda per la stampa vicino all’ospedale Nasser a Khan Younis.
Dalla fine del cessate il fuoco, secondo i dati del ministero della Salute palestinese, sono oltre 1.400 le vittime dei raid di Israele, mentre Hamas ha denunciato che le forze israeliane hanno ucciso 490 bambini palestinesi nella Striscia negli ultimi 20 giorni.
In un vertice trilaterale al Cairo, il presidente francese Emmanuel Macron, quello egiziano Abdel Fattah al-Sisi e il re Abdallah II di Giordania hanno fatto fronte comune contro i piani del tycoon e hanno chiesto un “immediato ritorno al cessate il fuoco” sottolineando che “la governance e il mantenimento dell’ordine e della sicurezza a Gaza, così come nell’insieme dei territori palestinesi, deve essere esclusivamente sotto l’egida di un’Autorità nazionale palestinese rafforzata e che goda di un sostegno regionale e internazionale forte”.
Per discutere della situazione nella Striscia, proprio poche ore prima dell’incontro tra Trump e Netanyahu, Macron ha anche organizzato una teleconferenza con il presidente americano, Sisi e Abdallah, come ha riferito l’Eliseo.
Per quanto riguarda l’Iran, Trump ha insistito anche con Bibi di volere “colloqui diretti” con Teheran su un nuovo accordo per frenare il programma nucleare del regime, ma ha anche assicurato al premier il suo sostegno in caso di un attacco di Israele contro gli impianti iraniani se non si raggiungesse un’intesa. In un’intervista con la Nbc News la settimana scorsa, il tycoon ha avvertito l’Iran che se non accetta un accordo per contenere il suo programma nucleare, “ci saranno bombardamenti come non ne hanno mai visti prima”.
TRUMP ANNUNCIA, ‘SABATO COLLOQUI DIRETTI CON L’IRAN’
Benedetta Guerrera per l’ANSA

La seconda visita di Benjamin Netanyahu dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, ad un anno e mezzo dall’attacco di Hamas, dopo il fallimento della tregua e la ripresa dei raid contro i palestinesi, è stata l’occasione per il presidente americano di annunciare che sabato Washington inizierà colloqui “diretti e di alto livello” con l’Iran per un nuovo accordo sul nucleare. Annullata la conferenza ufficiale nella East Room, i due leader hanno comunque risposto per oltre mezz’ora alle domande dei giornalisti su tutto, dai dazi alla situazione in Medio Oriente.
“Sabato inizieranno colloqui diretti con l’Iran. Speriamo abbiano successo”, ha dichiarato il tycoon. “Siamo in un territorio pericoloso, è per il bene dell’Iran che i colloqui si concludano in modo positivo”, ha aggiunto il presidente americano che in’intervista a Nbc la settimana scorsa aveva avvertito il regime di Teheran che se non accetta un accordo per contenere il suo programma nucleare, “ci saranno bombardamenti come non ne hanno mai visti prima”. Netanyahu si è detto “favorevole” ad una soluzione diplomatica “sul modello della Libia” ma anche ribadito che “non deve essere permesso” all’Iran di avere “l’arma nucleare”.
Quanto alla guerra a Gaza, Bibi e The Donald hanno sottolineato che la priorità adesso è la liberazione delle persone ancora nelle mani di Hamas. “Il conflitto finirà in un futuro non troppo lontano. Ma adesso abbiamo il problema degli ostaggi”, ha sotttolineato Trump. “Stiamo lavorando ad un nuovo accordo, speriamo che abbia successo”, gli ha fatto eco Netanyahu. Il tycoon ha anche insistito sul suo progetto per Gaza, “piace a tutti, lo chiamano il piano Trump”, sostenendo che la Striscia ha un “incredibile valore immobiliare”.
“Avere una forza di pace come gli Stati Uniti che controlla e possiede Gaza sarebbe una cosa buona”, ha detto con il premier israeliano che ha commentato che Trump “vuole dare una scelta ai palestinesi”. Dopo la rottura della tregua mediata dagli Stati Uniti, Israele ha intensificato la sua offensiva militare e ha imposto un blocco di cinque settimane agli aiuti nella Striscia, una mossa aspramente criticata dall’Onu e le organizzazioni umanitarie. […]
NETANYAHU, ELIMINEREMO IL DEFICIT CON GLI USA
(ANSA) – “Ho assicurato a Trump che elimineremo il deficit con gli Stati Uniti”. Lo ha detto Benjamin Netanyahu nello Studio Ovale. Netanyahu ha assicurato a Trump che “eliminerà” il deficit commerciale con gli Stati Uniti. “Il libero scambio deve essere un commercio equo”, ha sottolineato il premier israeliano aggiungendo che Israele si libererà dei suoi dazi “rapidamente”.
TRUMP, LA GUERRA A GAZA FINIRÀ IN UN FUTURO NON LONTANO
(ANSA) – Per Donald Trump “la guerra a Gaza finirà in un futuro troppo lontano”. Ma adesso, ha precisato il presidente americano in un colloquio nello Studio Ovale con Benjamin Netanyahu, “abbiamo il problema degli ostaggi”.
TRUMP, POSSIBILI SIA DAZI PERMANENTI CHE NEGOZIATI
(ANSA) -“I dazi potrebbero essere permanenti ma potrebbero anche esserci negoziati”: lo ha detto Donald Trump nell’incontro con il premier israeliano Benjamin Netanyahu nello Studio Ovale, tenendo aperte le due ipotesi nella sua guerra commerciale.
NETANYAHU, STIAMO LAVORANDO A UN NUOVO ACCORDO SU OSTAGGI
(ANSA) – Benjamin Netanyahu ha affermato che Israele sta lavorando per raggiungere un nuovo “accordo” sugli ostaggi detenuti da Hamas. “Stiamo lavorando a un altro accordo che speriamo abbia successo e ci impegniamo a riportare a casa tutti gli ostaggi”, ha detto il premier israeliano nello Studio Ovale con Donald Trump.
TRUMP, FORZA DI PACE COME GLI USA A GAZA SAREBBE UN BENE
(ANSA) – Donald Trump insiste sul suo progetto per Gaza, “piace a tutti, lo chiamano il piano Trump” sostenendo che la Striscia ha un “incredibile valore immobiliare”. “Avere una forza di pace come gli Stati Uniti che controlla e possiede Gaza sarebbe una cosa buona”, ha detto in un colloquio nello Studio Ovale con Benjamin Netanyahu.
TRUMP, ‘OTTIMO RAPPORTO CON ERDOGAN, POSSO RISOLVERE I PROBLEMI’
(ANSA) – Donald Trump ha assicurato di “poter risolvere qualsiasi problema tra la Turchia e Israele dopo che il premier Benjamin Netanyahu nello Studio Ovale aveva detto di non volere che Ankara “o qualsiasi altro paese utilizzi la Siria come base per attaccare Israele”. “Io ho un ottimo rapporto con Erdogan, mi piace e io piaccio a lui. Posso risolvere qualsiasi problema, a patto che sia ragionevole, dobbiamo essere ragionevoli”, ha dichiarato Trump rivolgendosi a Netanyahu.
(ANSA) – PECHINO, 08 APR – Pechino condanna il vicepresidente americano JD Vance, definito “ignorante e maleducato”, per il riferimento al fatto che Washington ha preso in prestito denaro dai “contadini cinesi”. La posizione “della Cina sulle relazioni economiche e commerciali bilaterali è stata resa molto chiara”, ha commentato il portavoce del ministero degli Esteri Lin Jian.
“È sorprendente e triste sentire parole così ignoranti e maleducate da questo vicepresidente”, ha aggiunto. Parlando giovedì con Fox News, Vance ha difeso i dazi come antidoto a un'”economia globalista” che “non ha funzionato per gli americani comuni”.
“Prendiamo in prestito denaro dai contadini cinesi per acquistare le cose che quei contadini cinesi producono”, ha affermato ancora il vicepresidente Usa. “Questa non è una ricetta per la prosperità economica. Non è una ricetta per prezzi bassi e non è una ricetta per buoni posti di lavoro negli Stati Uniti d’America”.
La guerra dei dazi e dei controdazi tra Usa e Cina si è inasprita: Trump ritiene che le tariffe possano ripristinare la base manifatturiera dell’America perduta nel corso degli anni con la delocalizzazione produttiva a favore della forte crescita dei servizi, costringendo le aziende straniere a trasferirsi negli Stati Uniti, anziché produrre i loro beni all’estero.
Si tratta di strategie, tuttavia, messe in dubbio dalla gran parte degli economisti a causa dell’arbitrarietà dei dazi, della piena occupazione e della carenza di manodopera specializzata in America in molteplici settori manifatturieri
Shiller: “Panico e recessione. Mercati insofferenti, c’è un clima simile al ’29”
Il premio Nobel: “Mi sono chiesto cosa significasse l’uscita estemporanea di Hasset. Ormai non si può escludere che fosse concordata”. Il presidente Usa? “In Trump si combinano la più sconfortante impreparazione economica e un’ostinazione di tipo adolescenziale”

Dovreste parlare con mia moglie, che scese in piazza tanti anni fa per protestare contro la guerra del Vietnam mentre io non avevo altrettanto coraggio, e oggi mi incoraggia a partecipare di nuovo a marce e sit-in». Questa giornata mozzafiato per i mercati sta per finire, e Robert Shiller, classe 1946, economista di Yale, premio Nobel nel 2013 per i suoi studi sui comportamenti umani che influenzano le quotazioni, cerca di trovare un barlume di speranza e di razionalità nel caos assoluto in cui il presidente americano ha gettato il mondo. «Le manifestazioni possono essere se non decisive molto importanti. Trump è un osso durissimo, ma non è invincibile», spiega il professore che fu il primo firmatario di un endorsement pubblico per Kamala Harris. «Magari, se fossimo stati un po’ più decisi…»
Per un attimo a metà mattina (ora americana ndr) si era intravisto un segnale favorevole…
«Sì, anch’io mi sono chiesto cosa significasse l’uscita estemporanea di Kevin Hassett, direttore del Consiglio economico nazionale, sulla moratoria. Dato che qui ormai tutto è possibile, non posso neanche escludere che fosse una mossa concordata per vedere l’effetto che faceva. Sta di fatto che la Casa Bianca ha non solo spazzato via ogni dubbio ma rincarato la dose contro la Cina. Wall Street ha ripreso subito a perdere però, attenzione, ha rallentato la velocità di caduta. Anche perché nel frattempo è sceso in campo contro i dazi un pezzo da novanta come Jamie Dimon, il banchiere più potente d’America, e perfino Musk dà segni di insofferenza. Qualcosa significherà».
Lei è uno dei padri della behavioral economics, l’economia comportamentale: come definirebbe la situazione?
«Per ora, parliamoci chiaro, siamo ancora al panico generalizzato, a un passo dal pericolo concreto di una recessione globale. Per alcuni aspetti siamo vicini a un bis della Grande Depressione, quando lo Smoot–Hawley Tariff Act del giugno 1930 (la crisi era iniziata il 29 ottobre 1929) introdusse tariffe pesantissime su 20mila prodotti d’importazione e affossò definitivamente l’economia non solo americana. Le tariffe furono ritirate in parte nel 1934 ma bisognò aspettare la fine della guerra perché si avviasse davvero un libero scambio. In mezzo sappiamo cosa c’è stato».
Lei ci sta dicendo che dissesti del genere vanno valutati sul lungo termine?
«Esattamente. La guerra commerciale è iniziata e l’aggressore è Trump. Però è troppo presto per prevedere gli sviluppi, anche se le premesse sono inquietanti. Il mercato immobiliare per esempio, a me familiare (il Case-Shiller Index è il parametro di riferimento del real estate, ndr), si è stabilizzato. Certo, bisogna riflettere su un punto: anche negli anni ’30 tutto cominciò con un crollo di Borsa. Allora, tutti compresero la centralità del mercato azionario. In altri casi a dire il vero – il Black Monday del 1987, l’11 settembre 2001 e perfino Lehman del 2008 – dopo neanche troppo tempo la situazione si è riassestata almeno in America».
Quello che sconcerta è l’opera di un uomo solo. Ma non ha intorno a sé qualche consigliere in possesso di un minimo di lucidità?
«Purtroppo in Trump si combinano la più sconfortante impreparazione economica e un’ostinazione di tipo adolescenziale nel decidere tutto come vuole lui. Pensa di essere un genio, uno che divide il mondo in vincitori e perdenti con lui che ovviamente fa parte dei vincitori».
Nel suo libro “Narrative economics” fa l’esempio del primo mandato di Trump: a forza di dire in giro che lui era un m self-made man e un brillante uomo d’affari, tutto da verificare, ha convinto gli americani a votarlo. Ora riuscirà a convincerli che “i dazi sono meravigliosi”, la sua nuova narrazione?
«Per questo, se protestano le piazze, la magistratura, la stampa, perfino i finanzieri, forse si riesce a scalfire il muro di gomma. Abbiamo uno strumento come Internet, utilizziamolo al meglio senza freni. Sarebbe troppo pretendere che Trump capisca il senso dei controlli e della separazione dei poteri in democrazia, però pragmaticamente potrebbe rendersi conto che così non può andare avanti».

Perché ora l’Europa deve alzare la voce
Il Nobel: le tariffe fissate usando una formula assurda, ora è la Ue il baluardo di conoscenza e libertà
on so quanti di voi lo sanno, ma c’è stato uno scrittore americano importante, Henry Louis Mencken, all’inizio del XX secolo. Una delle sue citazioni chiave è questa: «Per ogni questione complessa, c’è sempre una risposta che è semplice, persuasiva e sbagliata». Siamo in un momento straordinario per l’economia, e più in generale per molte altre tematiche. Il presidente degli Stati Uniti ha annunciato una serie di dazi di portata enorme. Ma non c’è solo l’aspetto finanziario o le considerazioni economiche (…). Gli scambi commerciali fanno parte di un sistema di accordi internazionali, cominciato – peraltro – proprio dagli Stati Uniti.
Noi avevamo introdotto quel sistema già negli anni ’30, molto prima della globalizzazione, con regole, limiti e vincoli. Il libero scambio è uno dei trionfi della diplomazia, perché è lì che siamo riusciti a far sì che le nazioni instaurassero una certa collaborazione. Da allora, abbiamo sempre rispettato le regole. Una delle cose che mi ha sempre reso orgoglioso, come cittadino americano, è che gli Stati Uniti abbiano stabilito per primi questo sistema, e per tutta la storia ne siano stati il partner principale (…). Ora abbiamo praticamente buttato per aria tutta la nostra struttura. Abbiamo violato tutte le nostre regole, che erano lì da un sacco di tempo. Quello dei dazi, in realtà, non è un sistema rigido: ci sono opportunità di scostarsi in particolari momenti di stress, però sempre secondo le regole. Non è che uno fa come vuole, all’improvviso, spiazzando tutti. E c’è un’altra regola fondamentale, che è quella della non-discriminazione: bisogna avere stesse tariffe per tutti, mai differenziarle da un Paese all’altro. E invece tutto questo è saltato per aria, non esiste più. C’è un sistema di dazi completamente radicalmente diverso adesso (…).
Vi chiederete: che cosa può succedere? La risposta, anche per me, è che non lo so. Non so dove ci troveremo tra un anno. Non so neanche dove ci troveremo la prossima settimana. C’è un margine di incertezza enorme, senza precedenti. Il merito, la sostanza di quanto è appena successo, è molto negativa. E il processo con cui è accaduto è forse ancora peggiore (…). Questa situazione non è il prodotto di un lungo processo di pianificazione: è stata messa in piedi in un pomeriggio (…). Le tariffe sono state fissate secondo una formula folle, semplicemente assurda. Non sappiamo chi l’abbia fatta (…). Ma alcuni indizi suggeriscono che l’equazione delle tariffe possa essere stata progettata da ChatGPT. È possibile che questo enorme cambiamento di politica sia nato da qualcuno nel governo degli Stati Uniti che ha posto una domanda all’intelligenza artificiale, dicendo: «Progetta una politica tariffaria per me». Il giorno dopo il presidente degli Stati Uniti l’ha annunciata.
È una situazione assurda. E, come ho detto, il commercio internazionale è piuttosto complesso. Ho dedicato la mia vita a studiarlo. E ora c’è questo tentativo di risolvere tutti i problemi percepiti in modo estremamente semplificato. (…). Dovremmo anche dire che tutto questo fa parte di un contesto molto più ampio: la politica economica è ormai intrecciata con una guerra culturale. Parliamo di un vero e proprio attacco, un assalto ai principi su cui è stata fondata questa istituzione: un attacco all’istruzione, un attacco alla scienza. Diciamola così: se l’attuale governo degli Stati Uniti fosse esistito nel XVI secolo, si sarebbe chiaramente schierato con l’Inquisizione contro Galileo. Questo è il punto a cui siamo arrivati. È qualcosa di straordinario, e vedremo come andrà.
Voglio solo dire una cosa, visto che ci rivolgiamo soprattutto a un pubblico europeo: in molti modi, ora tocca a voi. Gli Stati Uniti, almeno per il momento, non sono più dalla parte del tipo di società e cultura in cui vorrei vivere. Il principale baluardo della libertà di pensiero, della diversità di opinione, della scienza e dell’educazione, per ora, è in Europa. Quindi, per favore, fatevi sentire.
* Estratto dalla lectio magistralis di Paul Krugman, tenuta nell’ambito del Seminario «La ricchezza delle nazioni e il ruolo dell’architettura per un’economia urbana delle città orientata al benessere umano», organizzato dal Consiglio Nazionale degli Architetti a Padova
WP, ‘MUSK HA CHIESTO A TRUMP DI REVOCARE I DAZI’
(ANSA) – Nel fine settimana Elon Musk ha cercato personalmente di convincere Donald Trump a revocare i dazi, anche quelli sulla Cina. Ma il tentativo non ha finora avuto successo. E’ quanto scrive il Washington Post citando proprie fonti anonime.
La rottura di Musk con Trump sulle tariffe, priorità dell’amministrazione americana, rappresenta il disaccordo più importante tra il presidente e uno dei suoi principali consiglieri.
Tesla ha visto le vendite trimestrali crollare drasticamente a causa delle reazioni negative al suo ruolo di consigliere di Trump.Le sue azioni erano scambiate a 233,29 dollari, in calo di oltre il 42% da inizio anno.
I DAZI DI TRUMP RIPARERANNO UN SISTEMA NON FUNZIONANTE
Editoriale di Peter Navarro, consigliere economico con delega al commercio della Casa Bianca, pubblicato dal “Financial Times”
Il sistema commerciale internazionale è in frantumi — e la dottrina dei dazi reciproci di Donald Trump è la soluzione. Questa ristrutturazione, attesa da tempo, renderà le economie americana e globale più resilienti e prospere, ristabilendo equità ed equilibrio in un sistema truccato contro gli Stati Uniti.
Per decenni, sotto le regole distorte dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, gli Stati Uniti hanno affrontato dazi sistematicamente più alti da parte dei principali partner commerciali e barriere non tariffarie ben più punitive. Il risultato è un’emergenza nazionale […].
Al cuore di questa crisi c’è un disavanzo commerciale nel settore dei beni che ha superato ormai i 1.000 miliardi di dollari l’anno. I modelli economici del libero scambio […] si sono rivelati clamorosamente sbagliati.
Dal 1976 […] al 2024, i deficit cumulativi degli Stati Uniti nel commercio di beni hanno trasferito oltre 20.000 miliardi di dollari di ricchezza americana all’estero. Si tratta di oltre il 60% del PIL degli Stati Uniti nel 2024. […]
Uno dei principali motori di questo commercio sbilanciato è la regola della “nazione più favorita” […] che obbliga i Paesi membri ad applicare la tariffa più bassa offerta a una nazione a tutti gli altri membri. I partner commerciali dell’America possono così mantenere dazi elevati e uniformi, senza alcun incentivo a negoziare condizioni più eque con Washington.
[…] Da quando la Cina è entrata nel WTO nel 2001, i salari medi settimanali reali negli Stati Uniti sono rimasti sostanzialmente stagnanti — con un aumento complessivo di poco più del 10% in oltre vent’anni.
[…] Lo squilibrio è evidente anche nel settore automobilistico: l’Unione Europea applica una tariffa del 10% sulle auto berline, quattro volte quella statunitense, mentre la Cina impone un dazio base del 25% sui veicoli passeggeri importati.
Peggio ancora è la raffica di barriere non tariffarie utilizzate da molti Paesi per soffocare le esportazioni americane, favorire artificialmente le proprie e proteggere i mercati interni.
Questi strumenti includono: manipolazione valutaria, distorsioni dell’IVA, dumping, sussidi all’export, imprese statali, furti di proprietà intellettuale, standard di prodotto discriminatori, quote, divieti, licenze opache, pratiche doganali onerose, obblighi di localizzazione dei dati e, sempre più spesso, l’uso del “lawfare” — guerre legali — in contesti come l’UE per colpire i colossi tech americani. […]
[…] Gli Stati Uniti hanno intentato numerosi ricorsi […] in ambito agricolo — contro divieti su pollame, carne bovina trattata con ormoni e colture OGM. In quasi tutti i casi gli USA hanno vinto. Ma le vittorie sono rimaste sulla carta. Il divieto dell’UE sulla carne americana trattata con ormoni, contestato nel 1996 e giudicato illegale nel 1998, è ancora in vigore.
Un sistema commerciale in cui affrontiamo dazi più alti, barriere non tariffarie più dure e nessun meccanismo effettivo di risoluzione, equivale a un “sistema d’onore” in un mondo dove nessuno gioca onestamente.
Per questo l’America deve — e sta — difendendosi.
La dottrina dei dazi reciproci di Trump fa esattamente ciò che il WTO ha fallito nel fare: chiede conto ai Paesi stranieri. Gli Stati Uniti ora eguaglieranno i dazi e le barriere non tariffarie che gli altri ci impongono. È una questione di equità, e su questo non si può discutere. Non è una negoziazione. Per gli Stati Uniti si tratta di un’emergenza nazionale innescata da decenni di disavanzi commerciali causati da un sistema truccato.
Il presidente Trump è sempre disposto ad ascoltare. Ma ai leader che, dopo decenni di scorrettezze, oggi offrono improvvisamente di ridurre i dazi, va detto chiaramente: questo è solo l’inizio.
[…] Tutto ciò che l’America chiede è equità. Il presidente Trump non sta facendo altro che farvi pagare ciò che voi fate pagare a noi. Cosa c’è di più giusto?
Dai big di Wall Street l’allarme recessione: «Effetto domino non di breve periodo»
Dimon, JpMorgan: probabile aumento dell’inflazione. Tassi, il braccio di ferro fra la Casa Bianca e la Fed
Wall Street alza la pressione su Donald Trump. Dopo tre giorni di tempesta sui mercati mondiali, ieri diversi esponenti dell’alta finanza statunitense hanno sottolineato pubblicamente i rischi dell’offensiva commerciale della Casa Bianca. Critiche misurate, certo; che, però, rappresentano un segnale importante del malessere dei money maker americani, abituati a muoversi nel mondo — senza barriere né confini — degli affari.
Il primo a biasimare la sventagliata doganale di Trump è stato Bill Ackman, numero uno del fondo speculativo Pershing Square e grande sostenitore del presidente repubblicano. «Se il 9 aprile dovessimo lanciare una guerra economica nucleare contro tutti i Paesi, gli investimenti aziendali si fermeranno, i consumatori chiuderanno i portafogli e danneggeremo gravemente la nostra reputazione con il resto del mondo, che richiederà anni, forse decenni, per essere riabilitata».
Allarme via X a cui ha fatto eco la lettera agli azionisti di Jamie Dimon, amministratore delegato di JpMorgan, la prima banca americana. I dazi «causeranno probabilmente un aumento dell’inflazione e stanno portando molti a considerare più probabile una recessione — ha rimarcato Dimon — Spero che, all’esito dei negoziati, ci saranno alcuni effetti a lungo termine positivi per gli Stati Uniti». Più esplicito era stato circa un mese fa il responsabile globale delle strategie della stessa JpMorgan, David Kelly. «Il problema con i dazi, in sintesi — ha scritto Kelly a marzo, all’epoca del primo aumento delle tariffe su Messico e Canada — è che fanno salire i prezzi, rallentano la crescita economica, riducono i profitti, aumentano la disoccupazione, ampliano la diseguaglianza, diminuiscono la produttività e alimentano le tensioni globali. A parte questo, vanno bene».
Nel pomeriggio è arrivato anche l’avvertimento di Larry Fink, capo di BlackRock, il più grande gestore di fondi al mondo, custode di 10 mila miliardi di risparmi. «La maggior parte dei ceo con cui parlo direbbe che siamo probabilmente già in recessione in questo momento», ha rimarcato. «Un crollo del 20% del mercato in tre giorni è ovviamente significativo e l’effetto domino dei dazi non sarà di breve periodo», ha aggiunto.
Trump, per il momento, non sembra preoccuparsene. «Non siate Panican (un nuovo partito formato da persone deboli e stupide!)», ha scritto su Truth. Sempre sul suo social il magnate è tornato ad attaccare la Federal Reserve e il suo presidente Jerome Powell, che, nominato da Trump nel 2017, è diventato nel tempo la sua nemesi finanziaria. «La Fed si muove lentamente, dovrebbe tagliare i tassi!».
Per il momento, però, la banca centrale americana non sembra intenzionata ad assecondare i desideri della Casa Bianca. Powell ha deciso di prendere tempo per valutare l’impatto dei dazi sull’economia. Da un lato, infatti, l’aumento delle tasse sulle importazioni potrebbe causare una recessione e, quindi, spingere la Fed ad accelerare il taglio del costo del denaro per stimolare l’economia. Dall’altro, però, le barriere commerciali rischiano di far salire l’inflazione Usa dell’1-1,5%, sconsigliando quindi una riduzione dei tassi.
Qualcuno inizia a temere che i due fenomeni — recessione e inflazione — possano presentarsi insieme. Gli Stati Uniti entrerebbero allora in stagflazione, il vero «cigno nero» per le banche centrali e dei mercati finanziari. Allora al neonato partito dei «Panican» potrebbero iscriversi in molti.


Durante la prima campagna presidenziale di Donald Trump, non c’era una vera e propria struttura organizzativa, né tanto meno esperti economici di rilievo al seguito del candidato repubblicano. Trump allora incaricò il genero Jared Kushner di trovare qualcuno che potesse ricoprire il ruolo di consigliere economico.
Kushner, racconta un articolo di ‘Vanity Fair’ del 2017 appena rilanciato da Rachel Maddow su Msnbc, seguì una procedura decisamente insolita: si mise a cercare un esperto sfogliando titoli di libri su Amazon.com.
Senza neanche ordinarli e magari leggerli, rimase impressionato da un titolo molto suggestivo: ‘Death by China’. Il libro del 2011 aveva una copertina aggressiva e un messaggio chiaro, esattamente nello stile gradito a Trump: mostrarsi duri, decisi, e avversari della Cina.
L’autore era un economista poco noto al grande pubblico ma già convinto sostenitore di politiche aggressive sul commercio: Peter Navarro. Kushner decise quindi di contattare Navarro, chiedendogli se fosse disposto a unirsi al team di Trump come consulente economico. Navarro accettò immediatamente, diventando così – almeno all’inizio – l’unico consigliere economico ufficiale della campagna di Trump.
Rachel Maddow racconta un ulteriore dettaglio surreale nella storia di Navarro. L’economista aveva una particolare abitudine per sostenere le proprie tesi aggressive sui dazi e il protezionismo: in almeno sei dei suoi libri, citava spesso un esperto di economia di nome Ron Vara, presentandolo come autorevole fonte e sostenitore delle sue idee.
Ecco una delle citazioni che appariva in ‘Death by China’: “Solo i cinesi riescono a trasformare un divano in pelle in un bagno d’acido, una culla per bambini in un’arma letale e la batteria di un cellulare in una scheggia che perfora il cuore”.
Ma Ron Vara non era affatto un economista reale. Non esisteva e non era mai esistito. Era un personaggio inventato dall’autore. Il nome “Ron Vara”, infatti, era semplicemente l’anagramma di “Navarro”. Che aveva creato questo economista immaginario per attribuire credibilità alle sue posizioni, citandolo ripetutamente come se fosse un’autorità indipendente e riconosciuta.
Dopo l’insediamento di Trump alla Casa Bianca, l’immaginario Ron Vara riapparve brevemente in un memo fatto circolare a Washington, che sosteneva proprio le aggressive politiche tariffarie del presidente. Ancora una volta, Navarro usava questa figura inesistente per giustificare le sue convinzioni. Il ‘New York Times’ scoprì rapidamente che anche in questo caso si trattava di una finzione, di un’email falsa associata al fantomatico Ron Vara.
Peter Navarro commentò la vicenda dicendo che il suo alter ego era una “trovata scherzosa” e che “in nessun momento il personaggio è stato utilizzato in maniera impropria come fonte di fatti reali”, ma nel frattempo altri economisti avevano citato Vara nei loro scritti.
La sua casa editrice Prentice Hall (gruppo Pearson) da quel momento ha introdotto una nota nelle ristampe dei libri per segnalare che si tratta di uno pseudonimo dell’autore.
Tutta questa storia non ha avuto effetti sulla fiducia di Trump per Navarro. D’altronde, il tycoon negli anni ’80 inventò un portavoce immaginario di nome John Barron (Barron fu poi il nome che diede al quinto figlio, avuto con Melania). Oggi l’economista è consigliere per il commercio della Casa Bianca e ha pubblicato ieri ‘Financial Times’ una specie di manifesto per la guerra commerciale del Trump-2: inutile parlare di percentuali tariffarie “ufficiali”, secondo Navarro gli altri Paesi usano altri tipi di barriere, come manipolazione valutaria, dumping, sussidi, furto di proprietà intellettuale e ostacoli regolamentari, per bloccare le esportazioni americane. La strategia che vediamo in queste ore è una risposta necessaria a una “emergenza nazionale” causata da un sistema commerciale ingiusto.
L’ECONOMISTA TRUMP CITATO PER I CALCOLI SUI DAZI AFFERMA CHE IL PRESIDENTE “HA SBAGLIATO TUTTO”
Traduzione di un estratto dell’articolo di Kenneal Patterson
Un economista le cui ricerche sono state utilizzate dall’amministrazione Trump per giustificare i nuovi dazi globali ultra-elevati ha dichiarato che il presidente “merita una F in matematica”.
Brett Neiman, professore di economia all’Università di Chicago ed ex funzionario del Tesoro durante l’amministrazione Biden, è uno degli autori dello studio accademico su cui Trump ha basato i suoi calcoli. In un editoriale pubblicato lunedì sul New York Times, Neiman ha raccontato il suo iniziale sgomento alla notizia dell’annuncio dei dazi, quando ancora non sapeva di essere direttamente coinvolto.
«La mia prima domanda, quando la Casa Bianca ha svelato il suo regime tariffario, è stata: ma come diamine hanno fatto a calcolare tassi così elevati?»
La risposta, ha raccontato, è arrivata il giorno dopo — e in modo del tutto inaspettato.
«L’Ufficio del Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti ha pubblicato la sua metodologia e ha citato uno studio accademico firmato da quattro economisti, incluso il sottoscritto, apparentemente a sostegno dei loro numeri. Ma si sono sbagliati. Di grosso.»
Neiman […] ha sottolineato che i calcoli della Casa Bianca sono “semplicemente sbagliati”: «Le nostre stime indicano che le tariffe calcolate dovrebbero essere molto più basse — forse un quarto di quelle indicate.»

Secondo Neiman, sono diversi gli errori alla base del metodo Trump. Il principale è il tentativo, definito “l’errore più grave”, di calcolare dazi “reciproci” per eliminare i disavanzi commerciali degli Stati Uniti con i partner esteri.
«È un obiettivo ragionevole? No, non lo è», ha scritto l’economista.
I disavanzi commerciali, ha spiegato, sono fenomeni normali e naturali. «Gli americani spendono più per i vestiti prodotti in Sri Lanka di quanto gli abitanti dello Sri Lanka spendano per i nostri farmaci o turbine a gas. E allora?». Non tutti i Paesi hanno le stesse risorse naturali o lo stesso livello di sviluppo, ha aggiunto. «I dati sui deficit non indicano — e tantomeno dimostrano — l’esistenza di concorrenza sleale.»
Per rafforzare la sua tesi, Neiman ha citato anche il premio Nobel Robert Solow, che una volta disse: «Ho un disavanzo cronico con il mio barbiere, che non compra nulla da me.»
In altri termini, non solo i numeri sono sbagliati, ma anche fuorvianti. […]
Anche se Trump riuscisse a eliminare i disavanzi commerciali — cosa che Neiman definisce «distruttiva» — i dazi reciproci fallirebbero comunque, ha affermato.
E anche ammettendo «per assurdo» che l’obiettivo sia valido e ignorando «le falle nella formula», ha aggiunto l’economista, «le tariffe risultanti sembrano corrette? Indovinate un po’: no, non lo sono.»
Neiman ha anche evidenziato che, pur citando il suo studio, l’amministrazione ha travisato i risultati.
«La Casa Bianca inserisce arbitrariamente un valore del 25% nella sua formula. Da dove arriva quel 25%? È legato al nostro lavoro? Non lo so», ha scritto.
L’economista ha poi lanciato un avvertimento sulle conseguenze di questi errori di calcolo: «I dazi reciproci avranno impatti enormi su lavoratori, imprese, consumatori e mercati azionari globali. Ma il documento metodologico offre un numero sorprendentemente scarso di dettagli.»
Neiman non è il primo esperto a criticare la strategia commerciale di Trump. Anche figure dell’area MAGA, come Ben Shapiro, lo hanno attaccato: ha definito i dazi «probabilmente incostituzionali» e «piuttosto folli». Shapiro ha inoltre concordato sul fatto che i calcoli di Trump siano errati e la sua visione «sbagliata».
[…] Sabato, il presidente ha scritto su Truth Social: «QUESTA È UNA RIVOLUZIONE ECONOMICA, E VINCEREMO. RESISTETE, non sarà facile, ma il risultato finale sarà storico.»
Neiman, però, non è affatto convinto.
«I dazi reciproci annunciati mercoledì porteranno i tassi medi sui dazi al livello più alto da oltre un secolo», ha scritto. «E anche se vengono presentati come una politica commerciale del “fare agli altri ciò che fanno a noi”, non sono certo calcolati secondo la regola aurea della Bibbia.»
Neiman ha concluso dicendo che, nella sua visione, la politica tariffaria e la metodologia di Trump andrebbero completamente abbandonate. Ma, in mancanza di questo, «l’amministrazione dovrebbe almeno dividere i suoi risultati per quattro».
La guerra commerciale di Trump è fondata sulle teorie di un economista immaginario
Peter Navarro, consigliere economico alla Casa Bianca arruolato da Jared Kushner dopo una breve ricerca su Amazon, ha inventato un finto esperto chiamato Ron Vara (anagramma di Navarro) per sostenere i dazi contro la Cina
Dentro ognuno di noi c’è una minuscola speranza: che la guerra dei dazi scatenata da Trump contro il resto del mondo non sia frutto del caso, ma di un piano preciso, elaborato, con fondamenti economici credibili e comprovati. Un desiderio umano, che ci spinge a credere che le decisioni economiche dell’uomo più potente del mondo siano il risultato di un pensiero strategico, complesso, razionale. Che ci sia un piano. Dei dati. Una logica. Questa piccola speranza risiede anche in chi crede, e ha ragione, che Trump sia la più grave minaccia alla democrazia americana e all’ordine economico mondiale.
Perché se non fosse così, se la sceneggiata da venditore di materassi al Giardino delle rose della Casa Bianca fosse frutto delle teorie balzane di un alter ego inesistente inventato da un consigliere economico goliardico; una bizzarra idea rimasta nella testa di Trump da dieci anni e mai uscita, forse perché c’era troppo spazio e si stava comodi; allora saremmo spacciati. Ed è andata proprio così, non illudetevi. Trump non ha solo giustificato le cifre dei dazi reciproci con un trucco da dilettante; ma ha preso alla lettera per anni le bugie di un anagramma, senza controllare la fonte.
Sì, la decisione di tempestare il mondo di dazi poggia su un’invenzione saggistica. Peggio: su uno scherzo dell’economista Peter Navarro che per giustificare il suo odio contro la Cina ha pensato bene di citare nei suoi libri un esperto inesistente, il signor Ron Vara, creato semplicemente rimescolando le lettere del suo cognome. Una trovata degna di J.K.Rowling e del suo I am Lord Voldemort, anagramma di Tom Marvolo Riddle, come sanno i suoi lettori. Ma almeno nel mondo di Harry Potter, i soldi non contano così tanto e con la magia si risolvono molte cose, non questa purtroppo.
La notizia è stata rilanciata di nuovo dalla giornalista americana Rachel Maddow nel suo programma d’informazione serale su Msnbc: «Trump ha preso l’idea dei dazi internazionali da un memo finto, scritto da una persona finta, con una email finta».
Peter Navarro, vale la pena ricordarlo, non è un passante casuale. È laureato ad Harvard, ex professore alla University of California, ha costruito la sua carriera recente su una narrazione ossessiva: la Cina come nemico totale. “Death by China”, pubblicato nel 2011, è un concentrato di accuse, allarmismi e frasi a effetto. Roba che Trump, nel 2016, ha naturalmente trovato irresistibile, su consiglio del genero Jared Kushner che, costretto a trovare in pochi giorni un esperto economico anti cinese, aveva guardato disperatamente qualche titolo di libri su Amazon. Come ha raccontato nel 2017 Vanity Fair, Kushner si innamorò del titolo più apocalittico della lista, e senza pensarci su ha chiamato Navarro a bordo della campagna presidenziale. Il resto è storia. O meglio, una barzelletta travestita da strategia nazionale.
Quindi chi era Ron Vara agli occhi di Donald Trump? Un esperto economico citato per anni nei libri di Navarro, con frasi tranchant del tipo: «Solo i cinesi possono trasformare un divano in un bagno acido, una culla in un’arma letale e la batteria di un cellulare in una scheggia che trafigge il cuore». O perle come: «Devi essere pazzo per mangiare cibo cinese». La vera ironia della nostra sorte è che Navarro non ha mai fatto mistero del suo alter ego. Quando è stato beccato, ha detto che Ron Vara è il suo «Hitchcock», un cameo personale nei suoi testi. In pratica: il delitto perfetto. Ancora più incredibile è che le panzane sulla Cina sono state demistificate da almeno sei anni, ma Trump ha continuato imperterrito a farne il perno della sua politica economica.

Questo perché fin dagli anni Ottanta, Trump si è mostrato infatuato dei dazi, nonostante fosse uno dei tabù di Ronald Reagan, allora presidente degli Stati Uniti. In una intervista del 1988 da Oprah Winfrey, Trump criticò le nazioni straniere per aver approfittato delle libertà commerciale degli Stati Uniti, sostenendo che una sana politica di dazi avrebbe potuto riportare il mondo in equilibrio. Un -concetto ribadito anche nel suo celebre libro “The Art of the Deal”.
Il New York Times ha dedicato a questo caso nel 2019 un articolo, spiegando che l’inganno di Navarro è stato scoperto da Tessa Morris-Suzuki, professoressa emerita della Australian National University che sul Chronicle of Higher Education ha pubblicato alcune delle sue scoperte. Morris-Suzuki «ha scoperto una dozzina di casi in cui il signor Navarro aveva citato un certo Ron Vara. Incuriosita dal fatto di non riuscire a trovare alcuna traccia di questa persona, ha presto scoperto che non esisteva».
Il quotidiano americano ha precisato che Ron Vara è comparso in almeno cinque dei tredici libri scritti da Navarro. In uno era un reduce della Guerra del Golfo, in un altro dava consigli finanziari come «Non giocare a dama in un mondo di scacchi» o «Il Drago Manifatturiero è vorace. Il Drago Coloniale è implacabile. L’Aquila Americana dorme al volante». Per un decennio, Navarro ha seminato questi aforismi a metà strada tra il Bignami e i Baci Perugina, attribuendoli al suo personaggio fittizio.
Poi, quando è arrivata l’occasione di influenzare davvero le scelte della Casa Bianca, si è ben guardato dal rivelare la verità sulle sue teorie economiche, rimanendo invece in silenzio di fronte al Congresso che lo ha condannato a quattro mesi di prigione per oltraggio. Navarro infatti non ha collaborato in alcun modo alla Commissione parlamentare che ha indagato sull’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2021. Il 19 marzo 2024, Navarro ha iniziato a scontare la pena nel carcere federale di Miami diventando così il primo alto funzionario dell’amministrazione Trump a essere incarcerato in relazione all’assalto al Campidoglio. Riassumendo: goliarda, bugiardo, condannato.
Dopo un curriculum del genere, Navarro avrebbe potuto ritirarsi a vita privata. E invece è tornato alla Casa Bianca con Trump come consigliere per il commercio e la manifattura, assistendo alla firma degli ordini esecutivi di Trump nello Studio Ovale. La tragedia di un uomo ridicolo è anche diventata un po’ la nostra. Perché i dazi imposti da Trump hanno avuto effetti concreti: catene di approvvigionamento interrotte, aziende americane penalizzate, costi per i consumatori aumentati, alleanze internazionali indebolite. Negli ultimi venticinque anni, l’indice VIX, che misura la volatilità del mercato, ha avuto picchi nel 2008 (crisi finanziaria globale), nel 2020 (pandemia mondiale), e nel 2025. «Questa volta non c’è né una crisi bancaria né una pandemia», ha detto Maddow. «Questo è stato causato semplicemente dal fatto che Donald Trump è tornato presidente con le sue grandi idee. E la portata di ciò che sta facendo, l’entità della distruzione che ha provocato è un po’ difficile da comprendere».
Il Congresso americano può fermare Trump sui dazi?
Una strada ci sarebbe: il Parlamento potrebbe, oggi stesso, privare Trump di questo potere a lui delegato, riprendendosi il pieno controllo
La Costituzione degli Stati Uniti – una nazione nata per sfuggire al volere di un re – è molto attenta a specificare e limitare i poteri del presidente. Nacque così una repubblica presidenziale che però delega al Congresso – al Parlamento – una serie di poteri fondamentali. L’imposizione di dazi è uno di questi poteri: è importante ricordare in questi giorni drammatici che la Costituzione degli Stati Uniti conferisce al Congresso, non al presidente, l’autorità primaria sui dazi (articolo I, sezione 8, clausola 1: il Congresso ha il potere di «imporre e riscuotere tasse, dazi, imposte e accise» e «regolare il commercio con le nazioni straniere»).
Questo potere, per una serie di motivi, è stato delegato al presidente attraverso, essenzialmente, due leggi. Il Trade Expansion Act del 1962 (alla Casa Bianca c’era Kennedy) consente al presidente di modificare le tariffe per motivi di sicurezza nazionale dopo un’indagine del ministero del Commercio; il Trade Act del 1974 (alla Casa Bianca c’era Ford) consente al presidente di imporre tariffe per contrastare pratiche commerciali sleali.
In entrambi i casi si tratta di deleghe, non di mandati costituzionali: il che significa che sono semplici leggi approvate dal Congresso, e che il Congresso può modificare quando vuole, a maggioranza semplice.
Il Congresso potrebbe, oggi stesso, privare Trump di questo potere a lui delegato riprendendosi il pieno controllo in materia. Quindi: maggioranza semplice sia alla Camera che al Senato per approvare una nuova legge.
Trump ovviamente porrebbe il veto, ma il veto può essere scavalcato da una maggioranza di due terzi in entrambe le Camere, secondo la Costituzione.
Il calcolo è semplice: basterebbero i democratici, all’unanimità, insieme con 75 deputati repubblicani e 20 senatori repubblicani, per togliere a Trump il potere di decidere dazi, tariffe, oneri doganali, etc.
UN APPROCCIO DA BOSS MAFIOSO AI MERCATI
Il film mafioso è uno dei grandi contributi dell’America alla cultura mondiale. Ovunque si riconosce al volo il tema de Il Padrino, e molti sanno citare a memoria battute di Quei bravi ragazzi o I Soprano. Ma resta comunque sorprendente vedere che i metodi della criminalità organizzata sembrano essere stati importati fin dentro lo Studio Ovale.
C’è un chiaro sentore di Don Corleone nell’approccio di Donald Trump al commercio e alla diplomazia. Come un boss mafioso da pellicola, Trump sa alternare minaccia e magnanimità. Trattalo con rispetto, e forse ti inviterà a casa sua, dove potrai mescolarti con la sua famiglia. Ma la minaccia non scompare mai. Come spiegò lui stesso a Bob Woodward, Trump crede che «il vero potere sia — non voglio nemmeno usare la parola — la paura».
Tornato alla Casa Bianca, ha usato paura e intimidazione come arma per piegare alcuni dei più grandi studi legali americani e le università della Ivy League. […]
Ma la guerra commerciale scatenata da Trump sta rivelando tutti i limiti dell’approccio da boss mafioso all’economia globale. L’ipotesi di partenza sembra essere stata: se picchio abbastanza forte i partner commerciali degli Stati Uniti, saranno costretti a scendere a patti.
[…] Ma il mondo reale, e l’economia globale, sono molto più complessi dei film […]. La Casa Bianca ha aperto un fronte commerciale contro tutte le principali economie contemporaneamente. E ha inferto colpi duri alle catene di fornitura delle più grandi multinazionali del mondo.
Ci sono semplicemente troppi attori coinvolti perché le tattiche da padrino possano funzionare. Ci sono gli investitori, che hanno svenduto in massa le azioni, facendo precipitare i mercati. Ci sono gli industriali, che non possono operare in condizioni così instabili e stanno chiudendo le linee produttive. E poi c’è il “clan” del presidente cinese Xi Jinping, che ha deciso di rispondere colpo su colpo, invece di cedere. Sta diventando tutto estremamente caotico.
L’enorme fraintendimento di Trump su come funziona l’economia globale ricorda un episodio dei Soprano, in cui due membri del clan cercano di estorcere soldi […] a uno Starbucks. Ma vengono liquidati dal direttore del negozio, che dice loro: «Non posso autorizzare una cosa del genere, dovreste parlare con la sede centrale a Seattle.»
Per Trump, i mercati globali e il business internazionale sono diventati la sua personale “Seattle corporate”: funzionari anonimi che non potrà mai incontrare né minacciare direttamente, ma che potrebbero comunque mandare all’aria i suoi piani.
I limiti dell’approccio mafioso al commercio sono oggi visibili nei mercati finanziari. Ma le conseguenze più gravi potrebbero arrivare sul piano geopolitico — anche se si manifesteranno più lentamente.
Trump tratta gli alleati degli Stati Uniti come membri recalcitranti di un racket […]. Alcuni sono in ritardo nei pagamenti alla NATO? Devono rimediare in fretta, altrimenti, dice Trump, incoraggerà la Russia a fare «quello che diavolo vuole».
Quanto all’Ucraina, il presidente non sembra interessato a nobili discorsi sulla libertà. Ma è molto interessato ai minerali preziosi presenti nel Paese. Trump tratta Vladimir Putin e Xi Jinping come se fossero capi di famiglie mafiose rivali. Ci saranno momenti di scontro. Alcuni soldati o civili potrebbero farsi male. Ma alla fine l’obiettivo è sempre lo stesso: raggiungere un accordo per tornare a fare soldi.
I teorici delle relazioni internazionali potrebbero descrivere tutto questo come una divisione del mondo in sfere d’influenza concorrenti-. Ma somiglia molto anche a un patto fra famiglie mafiose: ciascuna ha libertà d’azione sul proprio territorio.
E così il “padrino” locale può prendersela con i giocatori più piccoli del quartiere — come Taiwan, l’Ucraina o il Canada — senza che gli altri dicano nulla. Sarebbe considerato un gesto scortese.
Questo approccio può funzionare nei film. Ma nella politica internazionale è una ricetta per guerra, anarchia e sofferenza.
Trump ha ormai 78 anni, e non può abbandonare i metodi e i valori che ha imparato all’inizio della sua carriera. Il suo mentore, Roy Cohn, era anche l’avvocato delle famiglie mafiose Gambino e Genovese. Gli insegnò a non mostrare mai debolezza e a non fare mai marcia indietro. Così, di fronte al crollo dei mercati globali, […] si rifugia nella solita ostentazione di forza. […] Nei film, sappiamo come va a finire. Ora stiamo per scoprire cosa succede nella realtà.
(ANSA) – I controdazi dell’Ue per rispondere all’offensiva commerciale di Donald Trump scatteranno in tre fasi: il 15 aprile, il 16 maggio e il primo dicembre. E’ quanto si legge nella bozza del documento – visionato dall’ANSA – che sarà al voto domani dai Paesi membri in sede di comitato tecnico in seno alla Commissione europea (in gergo, comitatologia). A seguito del voto dei Ventisette, Bruxelles notificherà entro il 15 aprile la decisione al Consiglio per gli scambi di merci dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (Wto).
ZELENSKY, CATTURATI 2 CINESI CHE COMBATTEVANO CON I RUSSI
(ANSA-AFP) – “I nostri militari hanno catturato due cittadini cinesi che combattevano nell’esercito russo nella regione di Donetsk”. Lo ha reso noto Volodymyr Zelensky su Telegram, dicendo di avere i loro documenti. “Abbiamo informazioni secondo cui nelle unità dell’occupante ci sono significativamente più di due cittadini cinesi”, ha aggiunto. “Ho incaricato il Ministro degli Affari Esteri di contattare immediatamente Pechino e di scoprire come la Cina intende rispondere a questa situazione”.
KIEV CONVOCA IL RAPPRESENTANTE DIPLOMATICO DI PECHINO
(ANSA-AFP) – Il governo ucraino ha reso noto di aver convocato l’incaricato d’affari di Pechino a Kiev per chiedere conto dei due cittadini cinesi catturati al fronte nel Donetsk, accusati di combattere al fianco dell’esercito russo. “Abbiamo convocato l’incaricato d’affari cinese in Ucraina presso il Ministero degli Affari Esteri per condannare questo atto e chiedere spiegazioni”, ha detto il ministro degli Esteri Andriy Sybiga.
Il muro di Putin sulla trattativa, una delegazione di Kiev negli Usa
Dopo i raid su Kryvyi Rih il nervosismo di Trump: «Non mi piace, muoiono troppi giovani»
Ancora una volta la Russia blocca nella sostanza la proposta di cessate il fuoco americana avanzata a fine marzo in Arabia Saudita, anche se a parole afferma di sostenerla. Si tratta adesso di capire sino a quando Donald Trump permetterà a Vladimir Putin di tirare la corda, senza che il negoziato con l’Ucraina si spezzi. Il presidente Usa negli ultimi giorni ha dato segni di insofferenza. A detta di Volodymyr Zelensky, il tempo delle parole e «delle finte promesse» è già finito da un pezzo, «perché ormai è chiaro a tutti che Putin vuole continuare la guerra». Ma anche il presidente ucraino non intende apparire come il responsabile dell’affossamento della mediazione di Trump e così a sua volta sta al gioco: manda negli Stati Uniti una fitta delegazione per le trattative con i russi e s’impegna a rinegoziare con gli americani l’accordo per lo sfruttamento congiunto delle risorse minerarie ed energetiche ucraine.
La nuova tornata di negoziati si riapre adesso a Washington avvelenata dalle stragi recenti di civili ucraini sotto i bombardamenti russi e dalle accuse di Mosca contro i raid di droni ucraini sulle infrastrutture russe. «Stiamo parlando con i russi e chiediamo loro di cessare i bombardamenti. Non mi piacciono questi attacchi, ogni settimana muoiono migliaia di giovani», dichiara Trump.
Ma l’ostacolo maggiore resta quello di sempre: «Putin non vuole il cessate il fuoco senza condizioni proposto da Trump, che invece Zelensky aveva accettato», ha ribadito ieri dal Cairo anche il presidente francese Macron. Al cuore del problema sta il fatto che Putin esige da subito la certezza di avere il placet di Trump al suo progetto neo-imperiale di pieno controllo sulla sovranità ucraina.
In questo contesto, la questione non riguarda tanto i confini dei territori occupati dalle sue truppe che si vuole annettere, ma piuttosto garantirsi il dominio politico su Kiev. Esemplari in questo senso appaiono le parole pronunciate ieri dal portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, il quale ha ribadito che «certo che Putin concorda con l’idea del cessate il fuoco, ma prima occorre risolvere una lunga serie di questioni di fondo», che a suo dire comprendono «l’incapacità del regime di Kiev di controllare i gruppi estremisti» e i «progetti di ulteriore militarizzazione». Pochi giorni fa lo stesso Putin aveva parlato della necessità di «sostituire Zelensky con un governo a guida Onu» quale precondizione a «un serio negoziato».
All’inizio della guerra tre anni fa Putin sbandierava l’urgenza di «denazificare l’Ucraina», adesso esige il monopolio sul suo governo: nella sostanza l’obiettivo non cambia. Se ne parlerà oggi anche al Consiglio di Sicurezza dell’Onu convocato su richiesta di Kiev con il sostegno di numerosi Paesi alleati in risposta al massacro di una ventina di civili, tra cui 9 bambini, compiuto venerdì da un missile balistico russo nel centro di Kryvyi Rih.
Mosca aveva dichiarato di avere ucciso 85 soldati ucraini che a suo dire erano riuniti in un ristorante della zona assieme ad alcuni consiglieri militari alleati. Ma dal campo non c’è alcuna prova in merito. E ieri è stato diffuso il video ripreso da una telecamera all’interno del ristorante in questione al momento della deflagrazione in cui non si vede neppure l’ombra di soldati. Ieri i russi hanno centrato due località nella zona di Kharkiv, sono segnalati alcuni feriti civili e almeno un morto.
KIEV CONFERMA SEDE MILITARE IN GERMANIA, ‘NOSTRA ARMA SEGRETA’
(ANSA) – L’ex comandante in capo delle forze armate ucraine, l’ambasciatore di Kiev nel Regno Unito Valeriy Zaluzhny, ha alzato il velo sulla creazione di un quartier generale militare a Wiesbaden, in Germania, nel 2022, che è diventato un'”arma segreta” nella pianificazione delle operazioni e nella definizione delle esigenze per la loro attuazione: lo riportano i media ucraini.
In precedenza, ricorda Ukrainska Pravda, il New York Times aveva scritto che nel quartier generale di Wiesbaden il personale militare americano e ucraino identificava ogni giorno obiettivi prioritari, mentre gli ufficiali dell’intelligence studiavano le immagini satellitari e intercettavano messaggi per individuare le posizioni russe, le cui coordinate venivano poi trasmesse all’Esercito.
Parlando su Facebook delle varie fasi della creazione del quartier generale, Zaluzhny ha affermato che dopo l’inizio dell’invasione, l’assistenza militare dei partner di Kiev aumentò in modo significativo. “Ecco perché nell’aprile 2022 abbiamo creato un centro per il coordinamento della fornitura di assistenza militare all’Ucraina – ha ricordato -. Aveva sede nel quartier generale del Comando europeo degli Stati Uniti a Stoccarda, in Germania. Dopo un po’ di tempo, questo quartier generale ha continuato il suo lavoro a Wiesbaden”.
MUSK CONTRO CONSIGLIERE AL COMMERCIO DI TRUMP,’UN CRETINO’
(ANSA) – Elon Musk attacca Peter Navarro, il consigliere al commercio di Donald Trump e lo definisce un “cretino”.
L’affondo del miliardario segue le parole di Navarro su Musk. Nel corso di un’intervista a Cnbc, il consigliere al commercio aveva detto: “Alla Casa Bianca lo capiamo tutti, e lo capiscono anche gli americani, che Elon è un produttore di auto. Anzi è un assemblatore di auto”, considerato che “buona parte” delle batterie delle auto Tesla arriva dal Giappone e dalla Cina.
“E’ più stupido di un sacco di mattoni”, ha aggiunto Musk criticando Navarro. Il miliardario ha inoltre ricordato che Tesla è la casa automobilistica con più vetture Made in America.
IL “TIMES”: “LA ‘CURA’ PROPOSTA DA TRUMP, COME L’HA DEFINITA LUI STESSO, NON HA UN CALENDARIO. UNO SCENARIO PIÙ PREVEDIBILE, E FORSE PIÙ STABILE, DIPENDEREBBE DALLA CHIAREZZA DEL VERO OBIETTIVO DEI DAZI. IL PRESIDENTE XI E IL RESTO DEL MONDO STANNO CERCANDO DI CAPIRE SE LE TARIFFE RAPPRESENTINO UNA CLAVA PER OTTENERE CONCESSIONI COMMERCIALI, OPPURE UN NUOVO IMPEGNO DI LUNGO TERMINE DEGLI STATI UNITI VERSO IL PROTEZIONISMO…”
Il presidente Trump ha accelerato lo scontro internazionale che potrebbe definire il suo secondo mandato: il confronto con la Cina. La minaccia di imporre un dazio aggiuntivo del 50% oltre al 34% già annunciato durante il cosiddetto “giorno della liberazione” – a meno che Pechino non faccia marcia indietro sulle sue contromisure – rappresenta un autentico shock economico in stile “shock and awe”.
Il rifiuto di proseguire i negoziati con la Cina rivela un presidente trincerato nella sua linea dura sui dazi, disposto a correre il massimo rischio economico pur di non arretrare.
Nel corso della sua carriera, tanto negli affari quanto in politica, Trump ha sempre reagito ai conflitti sfoderando le armi più potenti a sua disposizione. Come presidente degli Stati Uniti, in un conflitto non militare, può contare sulla più grande economia del mondo e sulla valuta più forte: due strumenti che, nella maggior parte dei casi, risultano schiaccianti.
Ma il principale rivale geopolitico dell’America non è privo di mezzi economici altrettanto potenti. La Cina ha la capacità di colpire duramente alcuni dei nomi più importanti dell’elettronica e dell’informatica statunitensi – Apple, Intel, Tesla, Qualcomm – tutte aziende che dipendono in larga misura dal mercato e dalla produzione cinesi.
Finora, però, è stato Trump a infliggere i colpi più duri. Un mese fa Apple valeva 3.600 miliardi di dollari. Al pomeriggio di lunedì, la sua capitalizzazione era scesa a circa 2.700 miliardi.
Le radici della volontà di Trump di “fare giustizia” con la Cina risalgono a lontano, in particolare alla sua indignazione per l’ingresso del Paese nell’Organizzazione Mondiale del Commercio nel 2001, evento che secondo lui ha accelerato la desertificazione industriale americana e l’era della globalizzazione.
Ma la motivazione più immediata affonda nella pandemia da Covid-19. Trump accusa la Cina di aver scatenato il virus, compromettendo le sue possibilità di rielezione nel 2020, e ha più volte sottolineato la pericolosa dipendenza americana da Pechino per i farmaci e altre forniture strategiche.
Anche il presidente Biden ha visto negli squilibri commerciali una minaccia alla sicurezza nazionale, cercando un “reset” con metodi più convenzionali: ha investito 280 miliardi di dollari nel Chips Act per riportare negli Stati Uniti la produzione di semiconduttori. Uno degli effetti collaterali delle sue maxi-leggi sugli investimenti, però, è stata l’inflazione – un prezzo politico che lui e il suo partito hanno pagato nelle elezioni dello scorso anno.
Dove Biden ha cercato un riadattamento di lungo periodo e più prevedibile, Trump punta a forzare un riallineamento di decenni di pratiche commerciali nel giro di pochi giorni.
L’inflazione sembra inevitabile, e con essa possibili perdite elettorali per i Repubblicani nelle elezioni di metà mandato del prossimo anno. Ma guardare così avanti appare vano, vista l’incertezza su quale sarà il livello dei dazi già alla fine di questa settimana.
La natura imprevedibile dell’approccio di Trump sta aggravando i disordini nei mercati e nell’economia, rendendo impossibile pianificare.
È qui che la situazione attuale si discosta dal crollo indotto dal Covid: allora, la vita tornò gradualmente alla normalità con l’arrivo dei vaccini – sviluppati a tempo di record proprio sotto l’amministrazione Trump. Ma questa volta, la “cura” proposta da Trump, come l’ha definita lui stesso, non ha un calendario prevedibile. La sua risposta al crollo dei mercati globali è stata: «A volte bisogna prendere la medicina.»
Uno scenario più prevedibile, e forse più stabile, dipenderebbe dalla chiarezza del vero obiettivo dei dazi. Il presidente Xi e il resto del mondo stanno cercando di capire se le tariffe rappresentino una clava per ottenere concessioni commerciali, oppure un nuovo impegno di lungo termine degli Stati Uniti verso il protezionismo, utile a finanziare tagli fiscali e un rilancio manifatturiero nazionale.
Ma l’ultimatum lanciato da Trump alla Cina è di ben altro livello. Nello stesso post sui social media in cui minacciava l’aumento dei dazi, ha scritto: «Tutti i colloqui con la Cina riguardanti i loro incontri richiesti con noi saranno interrotti.»
Trump sta costringendo Pechino a una prova di forza, contro un avversario che non è certo noto per arrendersi facilmente. E il mondo intero non può che osservare se la seconda economia del pianeta piegherà il capo davanti alla prima – con conseguenze imprevedibili e potenzialmente pericolose se lo stallo dovesse protrarsi.
Asean e Medio Oriente sono gli obiettivi della moneta digitale della Cina
La Cina ha esteso il sistema di pagamenti in renminbi digitale a 16 Paesi tra Asean e Medio Oriente, offrendo un’alternativa rapida ed efficiente al circuito Swift? Non ci sono conferme per ora, su una mossa che rafforzerebbe il ruolo globale di Pechino attraverso la tecnologia blockchain e la Belt and Road Initiative. Si apre un nuovo scenario che potrebbe ridurre l’influenza del dollaro, minando la capacità strategica occidentale
Circolano informazioni non ancora verificabili su una decisione della People’s Bank of China di estendere pienamente il sistema di regolamento transfrontaliero in renminbi digitale (e-Rmb) a dieci Paesi dell’Asean e sei del Medio Oriente. Qualcosa che segnerebbe un ulteriore passo nella strategia cinese di penetrazione nei mercati globali. Una mossa che, se fosse confermata, potrebbe incidere sul 38% del volume commerciale mondiale, offrendo un’alternativa concreta al sistema Swift, ancora dominato dal dollaro statunitense. “Questo cambia tutto”, scrive il bollettino news di Binance. O almeno, “potrebbe cambiare”.
Ciò che è certo è che il salto tecnologico compiuto da Pechino nel campo delle valute digitali si fonda sull’impiego di tecnologie blockchain che abbattono tempi e costi di transazione. A titolo di esempio, analisti finanziari emiratini raccontano che durante una prova tra Hong Kong e Abu Dhabi, una transazione in e-Rmb ha richiesto appena sette secondi per essere completata, eliminando la necessità di passare attraverso sei banche intermediarie e riducendo del 98% le commissioni rispetto ai sistemi tradizionali. Un’efficienza che, se da un lato attira l’interesse di molti osservatori internazionali, dall’altro solleva interrogativi sul nuovo equilibrio dei poteri finanziari globali. Un equilibrio in cui Pechino vuol far sentire il suo peso.
La capacità del sistema cinese di integrare in tempo reale tracciabilità delle operazioni e regole anti-riciclaggio automatiche rappresenta un’ulteriore leva di attrattività, in particolare per partner commerciali che cercano maggiore rapidità e sicurezza nei pagamenti. Paesi come Indonesia, Malesia e Singapore hanno già cominciato a includere il renminbi tra le proprie riserve valutarie, mentre la Thailandia ha effettuato la prima transazione petrolifera in valuta digitale cinese. Inoltre, oltre 23 banche centrali, tra cui quelle di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar, stanno partecipando attivamente ai test sulle valute digitali promossi da Pechino.
Ma al di là della componente tecnologica, è il quadro strategico a suscitare maggiori riflessioni — indipendentemente se siano vere o soltanto verosimili le ultime notizie. L’e-Rmb non è solo un mezzo di pagamento, bensì uno strumento d’influenza inserito nella più ampia cornice della Belt and Road Initiative. Progetti infrastrutturali come la ferrovia Cina-Laos o la linea ad alta velocità Giacarta-Bandung sono già accompagnati da un’infrastruttura digitale che comprende navigazione satellitare Beidou e comunicazioni quantistiche. È la “Digital Silk Road”. Anche nel settore marittimo, le rotte artiche diventano terreno di sperimentazione per regolamenti digitali più efficienti, coinvolgendo — per necessità geostrategiche e geoeconomiche — anche attori industriali europei.
Secondo i dati forniti da Pechino, anche questi difficilmente conformabili in modo indipendente, l’e-Rmb è oggi compatibile con l’infrastruttura digitale di 87 Paesi, e il volume di transazioni transfrontaliere ha superato i 1.200 miliardi di dollari. Ossia, mentre negli Stati Uniti continua il dibattito interno sulla digitalizzazione del dollaro, la Cina starebbe costruendo una rete di pagamenti che si estende ormai in quasi tutto il mondo.
Per gli Stati Uniti, per l’Unione europea (e dunque per l’Italia) e per i cosiddetti “like-minded” democratici, questo nuovo scenario richiede una valutazione attenta. Se da una parte l’efficienza del sistema cinese può offrire vantaggi economici a breve termine, dall’altra l’adozione di un’infrastruttura finanziaria alternativa e centrata su Pechino potrebbe comportare una profonda modificazione dell’ordine finanziario (e politico) internazionale — attualmente occidente-centrico e basato sul Dollaro statunitense.
In un contesto di crescente polarizzazione tecnologica e politica, il rischio di un allargamento di certe tensioni al settore monetario è che il futuro dell’economia digitale venga definito secondo regole che non riflettono pienamente gli interessi dell’ordine liberale basato sulle regole — che ha forgiato gli ultimi settant’anni. Ed è qui il senso profondo della diffusione della notizia: un’informazione verosimile, ancora non confermata, che potrebbe anche soltanto servire ad alzare attenzione — insicurezza e opportunismo — non solo nel settore finanziario. Anche di questo si compone la narrazione strategica del Partito Comunista Cinese.
IL BRACCIO DI FERRO TRA WASHINGTON E PECHINO
Traduzione di un estratto dell’articolo di Virginie Robert e Guillame de Calignon per “Les Echos”
Donald Trump ha avvertito che, a partire dal 9 aprile, imporrà un aumento del 50% sui dazi doganali applicati ai prodotti cinesi se Pechino non ritirerà le sue contromisure. Si profila dunque un nuovo braccio di ferro che continuerà a far tremare i mercati finanziari. Le due superpotenze, Stati Uniti e Cina, sono impegnate in un duello economico che ogni giorno alza la posta in gioco.
Lunedì, il presidente americano ha minacciato di portare i dazi sui prodotti cinesi al 104%, in luogo del 54% annunciato la settimana precedente (ossia il 34% comunicato mercoledì scorso, sommato al 20% già introdotto dall’inizio del suo mandato). Se Pechino non farà marcia indietro sulle misure di ritorsione annunciate venerdì — che prevedono a loro volta dazi del 34% su tutte le importazioni dagli Stati Uniti a partire dal 10 aprile — Trump ha promesso di reagire immediatamente. La Cina ha tempo fino a mercoledì 9 aprile per ritirare le sue contromisure, altrimenti le nuove sanzioni entreranno in vigore.
[…] Pechino finora non ha scelto l’escalation ma ha risposto con misure “speculari”, calibrate esattamente sul 34% imposto dagli Stati Uniti. Le autorità cinesi sono state estremamente caute e tecniche nella loro replica. Secondo il Quotidiano del Popolo, l’organo ufficiale del Partito Comunista, la banca centrale cinese potrebbe ridurre i tassi d’interesse “in qualsiasi momento”, e il governo è pronto ad accrescere il disavanzo pubblico se necessario.
Nel frattempo, la Cina annuncia “sforzi straordinari” per stimolare i consumi interni e stabilizzare i mercati finanziari. […]
Ma il conflitto commerciale sta andando oltre i dazi. Pechino ha pubblicato una lista di 16 aziende statunitensi che, salvo autorizzazione speciale, non potranno più rifornirsi in Cina. A questa “lista nera” si aggiungono nuove restrizioni all’esportazione di terre rare verso gli Stati Uniti. Inoltre, il rifiuto cinese di vendere TikTok a un acquirente americano è visto come un ulteriore segnale di tensione.
[…] Trump sembra intenzionato a chiudere ogni dialogo con Pechino: tutti i negoziati con la Cina, ha annunciato, sono cancellati. Tuttavia, secondo la Casa Bianca, una cinquantina di Paesi avrebbero già avviato colloqui commerciali.
[…] Per Pechino, la posta in gioco è altissima: oltre un terzo della sua crescita dipende dall’export. Una parte consistente dei 438 miliardi di dollari di beni cinesi esportati negli Stati Uniti lo scorso anno dovrà trovare nuovi sbocchi. Senza contare che anche le merci cinesi che transitavano attraverso Vietnam o Messico verranno colpite dalle stesse restrizioni.
I Paesi dell’Asean, clienti tradizionali della Cina, sono a loro volta sotto pressione: «Subiscono dazi americani molto elevati e rischiano anche un’ondata di export cinese verso i loro mercati interni», spiega Godement. «Questo potrebbe portare a una generalizzazione delle misure protezionistiche contro la Cina.» […]
(ANSA) – Dirigenti dell’amministrazione Trump hanno detto ad alcuni dipendenti del governo che il team di tecnologi del Doge di Elon Musk sta usando l’intelligenza artificiale per sorvegliare le comunicazioni di almeno un’agenzia federale per una presunta ostilità al presidente e al suo programma.
Lo riporta la Reuters, sottolineando che la mossa segnerebbe un uso straordinario della tecnologia per identificare espressioni di percepita slealtà in una forza lavoro già sconvolta da licenziamenti diffusi e gravi tagli ai costi.
Il team del Doge, sempre secondo la Reuters, sta anche usando l’app Signal per comunicare, violando potenzialmente le regole federali sulla conservazione degli atti perché i messaggi possono essere impostati per scomparire dopo un periodo di tempo. E ha “pesantemente” dispiegato il chatbot AI Grok di Musk, un aspirante rivale di ChatGPT, come parte del suo lavoro di taglio del governo federale.
L’uso di AI e Signal rafforza le preoccupazioni tra gli esperti di sicurezza informatica e gli esperti di etica governativa che il Doge stia operando con una trasparenza limitata e che il miliardario Musk o l’amministrazione Trump potrebbero usare le informazioni raccolte con l’IA per promuovere i propri interessi o per perseguire obiettivi politici.
TRUMP SI È FATTO DEI NUOVI AMICI: I CATTOLICI STATUNITENSI – L’ARCIVESCOVO TIMOTHY P. BROGLIO, PRESIDENTE DELLA CONFERENZA EPISCOPALE DEGLI STATI UNITI, HA ANNUNCIATO LA FINE DELLA COLLABORAZIONE CINQUANTENNALE CON IL GOVERNO FEDERALE PER IL REINSEDIAMENTO DEI RIFUGIATI: TRUMP HA BLOCCATO I FINANZIAMENTI PER I PROGRAMMI DI ACCOGLIENZA E I LEADER CATTOLICI HANNO IMPUGNATO L’ORDINANZA IN TRIBUNALE. MA IN ATTESA DI UNA RISPOSTA DEI GIUDICI, I VESCOVI HANNO SFANCULATO “THE DONALD”…
I leader cattolici statunitensi pongono fine alla collaborazione cinquantennale con il governo federale e cercano nuove modalità per aiutare i rifugiati.
L’arcivescovo Timothy P. Broglio, presidente della Conferenza episcopale cattolica degli Stati Uniti, ha annunciato il cambiamento in un comunicato stampa e in un articolo sul Washington Post lunedì, sostenendo che l’amministrazione Trump ha costretto la sua confessione religiosa a questa decisione.
«La decisione dei vescovi è arrivata dopo che il governo federale ha sospeso i nostri accordi di cooperazione per il reinsediamento dei rifugiati. La drastica riduzione di questi programmi ci ha costretti a riconsiderare il modo migliore per servire i bisogni dei nostri fratelli e sorelle in cerca di un porto sicuro contro la violenza e la persecuzione», ha scritto sul Washington Post.
Come osserva l’arcivescovo Broglio, la Chiesa cattolica negli Stati Uniti è in difficoltà da quando il presidente Donald Trump ha bloccato i finanziamenti federali per i programmi di reinsediamento dei rifugiati poco dopo il suo insediamento a gennaio.
I leader cattolici stanno impugnando quell’ordine in tribunale, ma hanno determinato che non possono permettersi di mantenere i programmi attuali per i rifugiati a causa dell’incertezza.
«Il lavoro semplicemente non può essere sostenuto ai livelli attuali o nella sua forma attuale con le sole risorse della Chiesa. Ho pregato per i rifugiati coinvolti, ma vorrei anche chiedere che vi uniate a me nella preghiera per i tanti operatori dedicati che hanno svolto questo lavoro con altruismo», ha dichiarato l’arcivescovo Broglio.
Le collaborazioni della Chiesa cattolica con il governo
Con la decisione di porre formalmente fine al rapporto con il governo federale, i leader cattolici statunitensi stanno interrompendo uno sforzo secolare della loro Chiesa per servire immigrati e rifugiati. Dal 1920, i leader cattolici hanno lavorato per aiutare famiglie vulnerabili, compresi fedeli perseguitati, a ricostruire le loro vite negli Stati Uniti, secondo quanto riportato nel comunicato stampa dell’arcivescovo Broglio.
«Nel corso degli anni, la collaborazione con il governo federale ha permesso di espandere programmi salvavita, a beneficio dei nostri fratelli e sorelle da molte parti del mondo. Tutti i partecipanti a questi programmi sono stati accolti dal governo degli Stati Uniti e sottoposti a rigorosi controlli prima del loro arrivo. Sono anime in fuga che vedono nell’America un luogo di sogni e speranza», ha scritto.
Le tensioni tra la Chiesa cattolica e Trump
L’annuncio di lunedì si aggiunge a un conflitto crescente tra i leader cattolici e l’amministrazione Trump. Dal giorno dell’insediamento, il 20 gennaio, le due parti si sono scontrate su quale sia il modo migliore per conciliare l’assistenza a immigrati e rifugiati con le esigenze di sicurezza nazionale.
Questo contesto aiuta a spiegare perché l’arcivescovo Broglio abbia fatto attenzione a descrivere nel suo comunicato e nell’articolo la natura del rapporto passato tra la Chiesa cattolica e il governo federale.
Il suo commento secondo cui i fondi governativi non coprivano mai del tutto i costi di ciò che la Chiesa faceva per i rifugiati è quasi certamente una risposta all’affermazione del vicepresidente JD Vance, secondo cui la Chiesa sarebbe diventata troppo dipendente dai fondi federali. «Penso che la Conferenza episcopale cattolica degli Stati Uniti debba guardarsi allo specchio e riconoscere che, quando riceve oltre 100 milioni di dollari per aiutare a reinsediare immigrati illegali, si preoccupa davvero di questioni umanitarie? O è solo preoccupata del proprio bilancio?», ha detto Vance in un’intervista a CBS News a gennaio, come riportato dal Deseret News.
Il servizio della Chiesa cattolica per i rifugiati
Nel suo nuovo comunicato e articolo, l’arcivescovo Broglio chiarisce che la Chiesa cattolica continuerà ad assistere i rifugiati anche in futuro. Tuttavia, resta incerto quale sarà la nuova struttura di questo servizio.
Media, Pentagono valuta ritiro di 10.000 soldati da Europa
(ANSA) – Alti funzionari del dipartimento della Difesa stanno valutando di ritirare fino a 10.000 soldati dall’Europa orientale (Romania e Polonia) creando preoccupazione sul fatto che ciò potrebbe dare coraggio al presidente russo Vladimir Putin. Lo scrive Nbc News.
Le unità in esame fanno parte dei 20.000 uomini che l’amministrazione Biden schierò nel 2022 per rafforzare le difese dei paesi confinanti con l’Ucraina dopo l’invasione russa.
I numeri sono ancora in fase di discussione, ma la proposta potrebbe comportare la rimozione di fino a metà delle forze inviate da Biden.
IRAN: MEDIA, WITKOFF E ARAGHCHI GUIDERANNO COLLOQUI IN OMAN
(Adnkronos) – Saranno l’inviato del presidente Donald Trump, Steve WITKOFF, e il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi a guidare sabato in Oman i colloqui indiretti tra Washington e Teheran.
Lo riferisce l’agenzia di stampa iraniana Tasnim, secondo cui a mediare ci sarà il ministro degli Esteri omanita Badr al-Busaidi.
IRAN: ARAGHCHI, ‘ACCORDO POSSIBILE CON USA, REVOCA SANZIONI OBIETTIVO PRIMARIO’
(Adnkronos) – Con gli Stati Uniti ”un accordo è possibile, ma dipende dalla loro buona volontà”.
Resta il fatto che ”per l’Iran l’obiettivo numero uno resta la revoca delle sanzioni” americane. Lo ha chiarito il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, che sabato in Oman guiderà i colloqui indiretti con l’inviato degli Stati Uniti Steve Witkoff sul programma nucleare di Teheran.
Citato dall’agenzia di stampa Irna, Araghchi ha detto che la serietà e il desiderio degli Stati Uniti di raggiungere un accordo con Teheran sono essenziali nei colloqui.
“L’Iran ha scelto di condurre negoziati indiretti per evitare pressioni, minacce e diktat da parte degli Stati Uniti”, ha chiarito il capo della diplomazia di Teheran. I colloqui indiretti possono infatti secondo lui garantire una discussione “genuina e produttiva” e l’Iran si atterrà a questo quadro, ha spiegato.
Trump invia Witkoff a guidare i negoziati nucleari ad alto rischio con l’Iran
Steve Witkoff, inviato del presidente Donald Trump, guiderà la delegazione statunitense nei colloqui sul nucleare con l’Iran in programma sabato in Oman, secondo quanto riferito ad Axios da due fonti a conoscenza del dossier.
Perché è importante: Lunedì, Trump ha sorpreso il mondo annunciando un incontro ad alto livello tra funzionari americani e iraniani. Se la via diplomatica dovesse fallire, il prossimo passo rischia di essere il conflitto armato.
Tra le righe: Finora si è discusso soltanto del formato stesso dei negoziati — che, a quanto pare, non è ancora stato pienamente definito.
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, che secondo i media iraniani sarà il capo negoziatore di Teheran, ha insistito sul fatto che i colloqui saranno «indiretti», con mediatori omaniti incaricati di trasmettere i messaggi tra le due parti.
Trump, invece, ha ribadito che i colloqui saranno «diretti». Due funzionari americani hanno confermato ad Axios che questa è, in effetti, l’intenzione della Casa Bianca.
A prescindere dalla forma, la posta in gioco è chiara.
«Se i colloqui non avranno successo con l’Iran, credo che l’Iran sarà in grave pericolo», ha dichiarato Trump ad Axios alla domanda se fosse pronto a usare la forza militare per distruggere il programma nucleare iraniano. «Sapete, non è una formula complicata. L’Iran non può avere un’arma nucleare.»
Come si è arrivati fin qui: Trump ha avviato l’iniziativa diplomatica lo scorso mese con una lettera inviata alla Guida Suprema iraniana, Ali Khamenei, in cui offriva a Teheran due mesi di tempo per raggiungere un accordo — senza però specificare da quando iniziasse il conto alla rovescia.
Nonostante avesse pubblicamente respinto l’ipotesi di un dialogo diretto con Trump — che nel 2018 aveva ritirato gli USA dall’accordo nucleare con l’Iran — Khamenei ha comunque risposto con una lettera a fine marzo.
Dietro le quinte: Da allora, i mediatori omaniti hanno continuato a scambiare messaggi tra le due capitali. Secondo un funzionario statunitense, il confronto si è finora concentrato su «una trattativa sul formato della trattativa», con Washington che spinge per un processo rapido ed efficiente, mentre Teheran preferisce un approccio più cauto e indiretto, che consenta di ricostruire la fiducia e sondare le reali intenzioni americane.
Secondo Ali Vaez, direttore del progetto Iran presso l’International Crisis Group, il formato diretto voluto da Trump «rappresenterebbe un passaggio cruciale: dal parlarsi attraverso a parlarsi faccia a faccia.»
Tra le righe: Il dibattito tra diplomazia e attacco militare contro l’Iran è vivo non solo all’interno dell’amministrazione Trump, ma anche nell’universo MAGA più ampio.
Trump ha più volte minacciato un attacco all’Iran, ma è considerato vicino all’ala più moderata, favorevole a una soluzione diplomatica. Secondo fonti vicine al dossier, anche Witkoff e il vicepresidente Vance ritengono possibile e auspicabile un accordo.
In un’intervista con Tucker Carlson — da sempre feroce oppositore degli interventisti “suicidi” anti-Iran all’interno dell’amministrazione — Witkoff ha dichiarato che c’è «una reale possibilità» di ottenere un programma di verifica per assicurarsi che Teheran non stia sviluppando un’arma nucleare.
Al contrario, esponenti più intransigenti come il consigliere per la sicurezza nazionale Mike Waltz e il segretario di Stato Marco Rubio sono molto più favorevoli a un’azione militare e scettici sulla possibilità di un accordo.
Il retroscena: Uno dei più noti “falchi” sull’Iran, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, si trovava nello Studio Ovale quando Trump ha annunciato l’apertura ai negoziati con Teheran.
Secondo fonti ufficiali israeliane, Netanyahu era stato informato in anticipo. Ma l’annuncio ha comunque creato imbarazzo per un premier che ha sempre criticato duramente gli approcci concilianti delle amministrazioni passate verso l’Iran.

Il messaggio della Namibia agli Usa
Tu butti fuori i nostri immigrati sprovvisti di permesso? E allora noi facciamo lo stesso con i tuoi. Solo che i secondi non arrivano con il barcone ma viaggiano sulla business class di un Boeing
Tu butti fuori i nostri immigrati sprovvisti di permesso? E allora noi facciamo lo stesso con i tuoi. Solo che i secondi non arrivano con il barcone ma viaggiano sulla business class di un Boeing. La «guerra» degli Stati Uniti contro tutti coinvolge anche l’Africa. L’esito pare scontato. Però succede che a volte Davide riesca ad abbattere persino Golia. O quanto meno a rendergli la vita più difficile.
La neo presidente della Namibia, Netumbo Nandi-Ndaitwah, ha deciso di imporre il visto di ingresso a chi si reca nel suo Paese. Per una questione di reciprocità. Tra i Paesi coinvolti ci sono anche l’Italia e il Regno Unito. Ma con gli Stati Uniti la motivazione è più politica.
In seguito a questo annuncio, più di 500 cittadini statunitensi, che avevano estratto diamanti, oro, uranio, rame e altri minerali in Namibia senza visto, hanno fatto richiesta per continuare l’attività mineraria, ma le loro domande sono state tutte respinte.
La presidente namibiana non si è fermata alle parole: ha revocato tutte le agevolazioni fiscali alle aziende americane in Namibia. Il messaggio è forte e chiaro: non siamo una colonia da spolpare, trattateci da pari a pari. Chiaro che c’è anche tanta demagogia. Per tener buone le masse ringalluzzite nel vedere la loro presidente che non si fa mettere i piedi in testa da Trump.
Ci sono anche ruggini che vengono da lontano e riguardano l’uomo di fiducia del presidente americano: Elon Musk. Lui è cresciuto proprio in Sudafrica, negli anni bui dell’apartheid. Toni durissimi che forse non scuoteranno Washington. In un recente intervento Trump — che ha chiamato Namba il Paese africano, «risparmiando» su una vocale — ha detto che vuole aprire le porte ai sudafricani bianchi che intendono lasciare il Paese per emigrare negli Stati Uniti e i separatisti gli hanno chiesto un aiuto per creare un’enclave bianca e razzista in Sudafrica. Uno schiaffo al nuovo corso di Pretoria. Un altro fronte che rischia di rinsaldare l’alleanza di questa parte dell’Africa australe con Cina e Russia.





















