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SI APRE UN’ALTRA SETTIMANA DI PASSIONE SUI MERCATI, MA TRUMP SE NE FOTTE: “I DAZI SONO UNA CURA NECESSARIA. NON SONO IN GRADO DI DIRE COSA SUCCEDERÀ IN BORSA, MA IL NOSTRO PAESE È PIÙ FORTE. A VOLTE DEVI PRENDERE MEDICINE PER RISOLVERE QUALCOSA” – “ELON MUSK VUOLE ZERO TARIFFE CON L’UE? L’EUROPA CI HA TRATTATO MOLTO MOLTO MALE, MA STANNO VENENDO AL TAVOLO. STANNO MORENDO DALLA VOGLIA DI FARE UN ACCORDO” – I LISTINI ASIATICI TRACOLLANO: SINGAPORE -8,58%; SHANGHAI -4,46%, SHENZEN -6,04% – IL PETROLIO SCIVOLA POCO SOPRA I 60 DOLLARI E I FUTURES DI WALL STREET SONO IN FORTE CALO…

TRUMP MINIMIZZA CROLLO BORSE, DAZI SONO ‘CURA NECESSARIA’

(ANSA-AFP) – Il presidente americano Donald Trump minimizza il panico sui mercati azionari causato dai nuovi dazi, paragonandoli a “una cura” destinata a curare i mali dell’economia americana. “A volte è necessario assumere farmaci per curarsi”, ha detto Trump ai giornalisti a bordo dell’aereo presidenziale Air Force One.

TRUMP, NON SO COSA SUCCEDERÀ AI MERCATI MA USA PIÙ FORTI

(ANSA) – “Cosa succederà ai mercati non sono in grado di dirlo. Ma il nostro Paese è molto più forte”: lo ha detto il presidente americano Donald Trump ai reporter a bordo dell’Air Force One. Alla domanda su quale fosse la sua soglia di caduta del mercato, il tycoon ha risposto così: “Penso che la sua domanda sia così stupida. Non voglio che vada giù nulla. Ma a volte devi prendere delle medicine per risolvere qualcosa”.

TRUMP, NON CREDO CHE L’INFLAZIONE SARÀ UN GROSSO PROBLEMA
(ANSA) 
–  “Non credo che l’inflazione sarà un grosso problema”: lo ha detto il presidente americano Donald Trump a bordo dell’Air Force One, ricordando che nel suo primo mandato “non abbiamo avuto inflazione”.

TRUMP, SE I LEADER VOGLIONO PARLARE SUI DAZI SONO APERTO

(ANSA) – Donald Trump ha detto che non vuole far crollare i mercati di proposito. “No, non è così, ma voglio risolvere il deficit che abbiamo con la Cina, l’Unione Europea e altre nazioni, e dovranno farlo. E se vogliono parlarne, sono aperto a parlare. Ma altrimenti, perché dovrei voler parlare?”, ha dichiarato il presideten americano a bordo dell’Air Force One.

TRUMP, ‘MUSK PER 0 DAZI CON UE? CI HA TRATTATO MOLTO MALE’ ++

(ANSA) – Alla domanda se volesse zero tariffe con l’Europa come sostenuto da Elon Musk, il presidente americano Donald Trump ha detto: “L’Europa ha fatto una fortuna con noi. L’Europa ci ha trattato molto molto male” ma “stanno venendo al tavolo. Vogliono parlare, ma non si parla se non ci pagano un sacco di soldi su base annuale”.

TRUMP, FOLLE PERDERE 1.900 MILIARDI E SPENDERE IN NATO PER ALTRI

(ANSA) – “Gli Stati Uniti non possono perdere 1.900 miliardi di dollari in commercio. Non possiamo farlo e spendere anche un sacco di soldi per la Nato per proteggere le nazioni europee, le copriamo con l’esercito e perdiamo soldi in commercio. Tutta questa faccenda è folle, e sono stato eletto su questa base”: lo ha il presidente americano detto Donald Trump ai reporter a bordo dell’Air Force One.

TONFO PER LA BORSA DI SINGAPORE IN AVVIO, A -8,58%

(ANSA) – La Borsa di Singapore si allinea al tracollo dei listini asiatici, sui timori dei dazi voluti da Donald Trump: l’indice Straits Times brucia in avvio 328,20 punti, ovvero l’8,58%, crollando a 3.497,66 punti.

BORSA: SHANGHAI APRE A -4,46%, SHENZHEN A -6,04%

(ANSA) – Crollano in avvio le Borse cinesi sulle incertezze dei dazi di Donald Trump: l’indice Composite cede il 4,46%, a 3.193,10 punti, mentre quello di Shenzhen perde il 6,04%, a quota 1.872,10.

TRUMP, EUROPEI E ASIATICI IMPAZIENTI DI FARE UN ACCORDO

(ANSA) – “Questa settimana ho parlato con molti europei, asiatici, in tutto il mondo. Stanno morendo dalla voglia di fare un accordo” sui dazi: lo ha detto il presidente americano Donald Trump ai reporter a bordo dell’Air Force One.

“Ma – ha riferito – gli ho detto loro che non avremo deficit con i loro paesi. Non lo faremo perché, per me, un deficit è una perdita. Avremo surplus, o, nel peggiore dei casi, andremo in pareggio”.

DAZI: PREMIER GIAPPONE, ANDRÒ QUANTO PRIMA NEGLI USA

(ANSA) – Il premier giapponese Shigeru Ishiba si recherà quanto prima negli Stati Uniti per discutere la delicata questione dei dazi imposti dal presidente americano Donald Trump, nel tentativo di attenuare il contraccolpo all’economia del Paese del Sol Levante, pesantemente orientata all’esportazione.

“Dobbiamo sottolineare chiaramente che il Giappone non sta facendo nulla di ingiusto”, ha detto Ishiba durante una sessione parlamentare, definendo “estremamente spiacevole” l’imposizione delle tariffe del 24% da parte di Trump, in particolare sul comparto auto, un settore chiave per la nazione.

TAIWAN ESCLUDE CONTRODAZI, STOP BARRIERE COMMERCIALI A USA

(ANSA) – – Taiwan non cercherà tariffe di ritorsione contro i dazi al 32% di Donald Trump e si impegnerà per rimuovere le barriere commerciali con gli Usa. In un messaggio video, il presidente William Lai ha elencato cinque misure, tra cui l’istituzione di un team per i negoziati e l’acquisto di più beni americani per ridurre lo squilibrio commerciale, nel mezzo dei timori dell’opinione pubblica sulle potenziali ricadute economiche della stretta di Washington. Lai ha riconosciuto il “significativo impatto” della mossa del tycoon sull’economia, ma ha esortato a non farsi prendere dal panico in base ai “solidi fondamentali economici” di Taiwan

PETROLIO SCIVOLA POCO SOPRA I 60 DOLLARI, A -2,74%

(ANSA) – Il petrolio è in brusca correzione in Asia sui timori di recessione globale per la guerra dei dazi innescata da Donald Trump: il Light crude Usa segna un tonfo del 2,74%, a 60,29 dollari, mentre il Brent accusa una perdita del 2,65%, a 63,84 dollari. Goldman Sachs, a conferma delle preoccupazioni degli investitori, ha appena portato dal 35% al 45% la probabilità che gli Stati Uniti finiscano in recessione nell’arco dei 12 mesi.

(ANSA-AFP) – La crisi di Wall Street seguita all’annuncio dei dazi da parte del presidente americano Donald Trump è destinata a continuare anche oggi, indicano i futures della piazza d’affari Usa: -3,56% per l’indice Dow Jones e -3,85% per l’S&P 500.

Le azioni blue-chip australiane sono crollate del 6% poco dopo l’inizio delle contrattazioni, sulla scia delle ricadute dei dazi commerciali annunciati la scorsa settimana dal presidente americano Donald Trump.

TRUMP DOVEVA FERMARE LA GUERRA IN 24 ORE: HA SOLO RESO PUTIN PIÙ SICURO DELLE SUE FORZE – IL TYCOON “IMPLORA” PUTIN: “VORREI CHE SI FERMASSE. NON MI PIACCIONO I BOMBARDAMENTI E MIGLIAIA DI GIOVANI VENGONO UCCISI. È UNA COSA ORRIBILE CHE NON SAREBBE MAI INIZIATA SE FOSSI STATO PRESIDENTE”. MA ORA CHE È ALLA CASA BIANCA, LA SITUAZIONE È PEGGIORATA: IN SETTE GIORNI MOSCA HA SPARATO 1460 BOMBE GUIDATE, 670 DRONI E 30 MISSILI BALISTICI. IERI È STATA COLPITA LA CAPITALE, KIEV…

TRUMP, VORREI CHE PUTIN SI FERMASSE

(ANSA) –  “Stiamo parlando con la Russia. Vorrei che” Vladimir Putin “si fermasse”: lo ha detto il presidente americano Donald Trump a bordo dell’Air Force One, dribblando però la domanda sullo stato dei negoziati per la pace in Ucraina.

“Non mi piacciono i bombardamenti. I bombardamenti continuano e continuano. Ogni settimana persone e migliaia di giovani vengono uccisi ed è una cosa orribile che non sarebbe mai dovuta iniziare, e non sarebbe mai iniziata se fossi stato presidente, al 100%”, ha aggiunto Trump.

Kiev: Mosca intensifica i raid E a Washington riprende il dialogo

Nuovi colloqui previsti nei prossimi giorni. Attacchi notturni in tre quartieri della capitale

Lorenzo Cremonesi

In genere le notti della capitale sono più tranquille che nel resto del Paese, specie nelle zone urbane vicino al fronte da Sumy, passando per Kharkiv sino a Zaporizhzhia e Kherson. Gli abitanti di Kiev sanno che qui sono concentrati i missili americani Patriot e il meglio delle difese contro i droni e i missili russi a garanzia dei loro sonni. Ma ieri poco dopo l’una, nel silenzio totale imposto dal coprifuoco notturno, i consueti crepitii e scoppi dei colpi in uscita seguiti pochi minuti dopo dalle sirene dell’allarme non hanno significato il «fine pericolo». Tutt’altro, perché le esplosioni delle bombe in arrivo hanno fatto tremare i pavimenti e vibrare le finestre. Quindi, ancora una serie di boati profondi sono tornati ad echeggiare appena dopo le cinque di mattina. Verso le otto abbiamo saputo che almeno tre quartieri erano stati presi di mira dai missili.

I bilanci delle vittime civili sono di un morto e tre o quattro feriti. Visitando la zona industriale di Kurenivka, periferie nord di Kiev, abbiamo visto i danni a una quarantina tra aziende e laboratori. Non è escluso che tra i capannoni invasi dal fumo degli incendi ci fosse anche una fabbrica di droni, come dichiara Mosca. Ma noi abbiamo visto soltanto operai e impiegati di ditte civili indaffarati a svuotare gli uffici, ripulire dai calcinacci, spostare i pannelli pericolanti dai muri. «È la seconda volta in due mesi che colpiscono questa zona. Putin cerca di affossare la nostra economia», ci ha detto un dipendente. Zelensky denuncia con forza l’aggressione russa, che arriva dopo la ventina di civili ucraini morti e oltre 75 feriti sotto le bombe a Kryvyi Rih venerdì. «La pressione sulla Russia è ancora insufficiente. Lo provano questi bombardamenti quotidiani. Abbiamo accettato la proposta Usa per il cessate il fuoco totale. Putin no. Ora ci aspettiamo la reazione dell’amministrazione Trump, che ancora non c’è stata».

La verità sul campo è che dall’inizio dei tentativi di dialogo voluti da Trump due mesi fa l’aggressione russa si è fatta più intensa. Zelensky sottolinea che solo nell’ultima settimana i russi hanno sparato 1.460 bombe guidate, 670 droni e 30 missili balistici. Le fanterie russe cercano di passare il confine nella zona di Sumy. Mosca denuncia attacchi di droni, ma sembra che le vittime civili russe siano molto più limitate di quelle ucraine. I prossimi giorni dovrebbero vedere la ripresa dei dialoghi a Washington con i rappresentanti ucraini e russi. Kiev manderà una delegazione per finalizzare l’accordo sullo sfruttamento delle risorse ucraine con gli americani.

TRUMP, CON CINA NESSUN ACCORDO SE NON RISOLVIAMO IL DEFICIT

(ANSA) – “Il mercato ha parlato quando si considera il deficit commerciale che abbiamo con alcuni paesi. Con la Cina è di mille miliardi di dollari. E dobbiamo risolvere il nostro deficit commerciale con la Cina”: il presidente americano Donald Trump ha risposto così sull’Air Force One a chi gli chiedeva del commento di Pechino, secondo cui il mercato ha parlato da solo sui dazi Usa.

“Centinaia di miliardi di dollari all’anno perdiamo con la Cina. E a meno che non risolviamo quel problema, non farò un accordo. Sono disposto a un accordo ma loro devono risolvere il loro surplus. La Cina in questo momento sta subendo un duro colpo perché tutti sanno che abbiamo ragione”, ha aggiunto Trump definendo il Dragone il peggiore del gruppo di paesi con cui Washington ha un deficit commerciale.

TRUMP, CINA HA FATTO SALTARE ACCORDO SU TIKTOK PER I DAZI

(ANSA) – “Avevamo un accordo, più o meno per TikTok, non un accordo, ma molto vicino, e poi la Cina ha cambiato l’accordo a causa dei dazi. Se avessi ridotto un po’ i dazi, avrebbero approvato quell’accordo in 15 minuti, il che dimostra il potere dei dazi, giusto?”: lo ha detto Donald Trump ai reporter a bordo dell’Air Force One.

MEDIA CINA, ‘PECHINO NON CHIUDE A NEGOZIATI MA USA SI IMPEGNINO’

(ANSA) – Di fronte al caos tariffario globale innescato da Donald Trump, il Quotidiano del Popolo esorta tutti a “concentrarsi sul fare le proprie cose”, riassumendo la strategia fondamentale di Pechino. E, pur nel mezzo di una dura retorica, la voce del Partito comunista cinese ribadisce in un editoriale che il Paese non vuole un disaccoppiamento completo con gli Usa e che “non sta chiudendo la porta ai negoziati” su cui, al contrario, sollecita gli Stati Uniti a impegnarsi.

I dazi americani fanno male, ma “il cielo non può crollare”, aggiunge l’editoriale, riprendendo la frase usata da Mao Zedong nel 1962 durante l’incontro con 7.000 alti funzionari del Pcc, dopo 13 anni disastrosi segnati dalla Grande carestia e dalla rottura con l’Urss, la superpotenza comunista.

Quest’anno, tra l’altro ricorre il 13esimo anno al potere del presidente Xi Jinping, caratterizzato dalla grande scossa dei dazi e dalle pessime relazioni con Washington.

L’editoriale, inoltre, offre cinque motivi per cui “il cielo non può crollare”: la Cina è un’economia di grandi dimensioni con forte resilienza alla pressione degli Usa, la dipendenza di Pechino dagli Stati Uniti si sta riducendo dato che l’export verso l’America è sceso dal 19,2% nel 2018 al 14,7% nel 2024, e Washington dipende con forza dall’import cinese, tra beni intermedi e strumentali, con quote oltre il 50% in alcuni settori, rendendo il disaccoppiamento impraticabile.

In più, la Cina si è diversificata: le esportazioni verso l’Asean sono salite dal 12,8% al 16,4% e verso i Paesi della Belt and Road dal 38,7% al 47,8%. Infine, il mercato interno del Dragone è un grande cuscinetto: l’85% delle aziende esportatrici vende anche a livello nazionale, con la quota domestica che costituisce il 75% dei loro ricavi.

 L’editoriale afferma anche che “l’economia cinese è stabile e solida; domanda interna, investimenti e consumi hanno superato le aspettative; le esportazioni hanno retto” e l’attività produttiva è rimbalzata. La Cina sta combattendo la guerra commerciale con gli Usa da 8 anni e ha “gli strumenti per gestire la pressione”.

Lo spread Btp-Bund in avvio schizza a 128 punti

(ANSA) – Schizza in avvio lo spread. Il differenziale tra Btp e Bund sale di quasi 9 punti base a 128 punti. Si tratta del livello più alto da novembre. Il rendimento del decennale italiano sale di un punto base e tocca il 3,79% mentre i titoli di stato tedeschi a 10 anni cedono 7 punti base al 2,5%.

Effetto dazi prosegue, Europa verso avvio pesante

(ANSA) – Si profila un’altra giornata di passione sui listini europei con il tonfo delle Piazze asiatiche, in caduta libera per l’effetto dei dazi di Trump. I future sul Vecchio Continente sono in pesante rosso con l’indice Stoxx 50 che nel pre-market viaggia a -4 per cento.

Tonfo a -5% del prezzo del gas, scivola sotto i 35 euro

(ANSA) – Tonfo in avvio del prezzo del gas. I contratti Ttf ad Amsterdam, Piazza di riferimento, cedono il 5% a 34,6 euro al megawattora.

Bitcoin cancella i guadagni accumulati da vittoria Trump

(ANSA) – Le criptovalute hanno cancellato quasi tutti i guadagni dalla vittoria elettorale di Donald Trump all’inizio di novembre a causa dei dazi introdotti dal presidente Usa. La capitalizzazione di mercato totale di tutte le cripto è scesa di circa il 10% a 2,54 trilioni di dollari, secondo i dati di CoinGecko. Nella notte, segnala Bloomberg, il Bitcoin ha perso oltre il 7% a Londra, raggiungendo un minimo di 77.000 dollari e ora perde ancora a 76.837 dollari (-2,5%). Ethereum è crollato a 1.521 dollari, minimo infragiornaliero che non si vedeva dall’ottobre 2023, e ora è trattato a 1,543 dollari (-1,95%).

In Germania la produzione industriale è scesa dell’1,3%

(ANSA) – La produzione industriale tedesca a febbraio è scesa dell’1,3% peggio delle previsioni che la indicavano a -0,9%. A gennaio il dato era in crescita (+2%).

Big Tech protesta, Trump insiste: “Già in fila per trattare 50 Paesi”

I miliardari colpiti dalle perdite a Mar-a-Lago per chiedere il dietrofront. Anche Musk all’attacco

Anna Lombardi

Impoveriti, si fa per dire, dal crollo delle Borse successivo all’annuncio sui dazi che in due giorni ha incenerito oltre 5mila miliardi, i Ceo di Big Tech e Wall Street chiedono a Donald Trump di ritrovare «buon senso» e rivedere le sue politiche commerciali. Lo sostiene su Threads la celebre giornalista di tecnologia Kara Swisher: «Le mie fonti mi descrivono una passerella di importanti ceo di Silicon Valley e Wall Street, a Mar-a-Lago per leggergli il loro Riot Act». Un po’ Canossa, un po’ rivolta, cioè: giacché l’espressione inglese usata dalla reporter s’ispira a una legge britannica del 1715 ed è comunemente usata come sinonimo di rimprovero.

«Le loro donazioni milionarie a Trump si sono trasformate in perdite miliardarie», aggiunge, riferendosi ai milioni donati all’organizzazione del sontuoso insediamento presidenziale dai tanti saltati sul carro del vincitore dopo le elezioni, nella speranza d’ingraziarsi il presidente e fare buoni affari con lui. Finendo invece per essere travolti dall’autoproclamata guerra commerciale che ha provocato perdite alle loro aziende e ai patrimoni personali.

(afp)

Eppure, basta leggere i post pubblicati su Truth nelle ultime 24 ore («Resistete, il risultato sarà storico») per capire che The Donald non indietreggia. Lusingato dalla fila di questuanti che già chiedono di trattare. «Oltre 50 Paesi» fa sapere Kevin Hassett, direttore del Consiglio Economico della Casa Bianca, senza specificare quali. Oggi sarà a Washington il premier israeliano Benjamin Netanyahu per discutere (anche) dei dazi al 17 per cento imposti a Israele. Ma, scrive il Financial Times citando fonti interne a Pennsylvania Avenue, «la disponibilità di Trump a prendere in mano il telefono non va confusa con negoziati seri». Convinto com’è che per far spostare attività produttive straniere negli Stati Uniti i dazi devono essere permanenti. «Proteggerà chi investe in America» conferma il segretario al Commercio Usa, Howard Lutnick. «Non sono cose da negoziare in giorni o settimane» aggiunge il segretario al Tesoro Scott Bessent, minimizzando i timori di recessione.

Il terremoto provocato dai dazi scava però la sua faglia anche all’interno della cerchia ristretta di Trump. Un malessere condiviso ma taciuto da molti, che sabato Elon Musk – la cui stella nell’amministrazione è offuscata, sebbene il rapporto col presidente resti solido – ha esternato a modo suo. Dopo un inusuale silenzio sulle nuove tariffe, ha infatti prima proposto «una zona di libero scambio fra Stati Uniti ed Unione europea» intervenendo in video collegamento al Congresso della Lega: una visione di mercato opposta a quella del presidente. Poi ha strigliato, sia pur solo con una battuta tagliente, il consigliere commerciale della Casa Bianca Peter Navarro: l’aggressivo falco, principale sostenitore della guerra commerciale avviata dagli Usa. Con un commento sotto il video di un’intervista alla Cnn del consigliere commerciale in difesa delle nuove gabelle, postato da una utente: «Aver preso un dottorato in economia ad Harvard può essere una cosa negativa. Porta a problemi mentali di egocentrismo».

Acida allusione al diploma conseguito da Navarro negli anni ’80. Il clamoroso dissenso pubblico verso le scelte economiche dell’amico Donald, secondo Shelby Talcott, corrispondente dalla Casa Bianca di Semafor, «ha confuso e sorpreso i membri dell’amministrazione». Lasciandoli però scettici: «È una guerra che Elon non può vincere» come le ha confidato una fonte. «Nessuno è stanco di Peter». Certo, il mal di pancia di Musk è frutto di un approccio ideologico diverso da quello protezionista dei conservatori. E fa eco a un’altra polemica interna a quell’area: sui visti facili ai lavoratori specializzati stranieri sostenuti dalla tecno-destra di Silicon Valley e aborriti dai Maga. Ma non ha digerito nemmeno i miliardi andati in fumo.

NEMMENO VENDERSI BASTA A SCHIVARE LA RITORSIONE DI TRUMP – APPLE SI È AVVICINATA AL TYCOON, TIM COOK HA PARTECIPATO ALL’INAUGURATION DAY E HA SEMPRE AVUTO BUONI RAPPORTI CON LA CASA BIANCA, PROMETTENDO INVESTIMENTI DA CENTINAIA DI MILIARDI DI DOLLARI IN AMERICA. EPPURE, I DAZI DEL TYCOON RISCHIANO DI FAR SALTARE LA CATENA DI PRODUZIONE DEGLI IPHONE, FORTEMENTE DIPENDENTE DALLA CINA, DOVE VIENE FABBRICATO IL 90% DEI MELAFONINI – TRUMP SOGNA DI FAR TORNARE APPLE A COSTRUIRLI NEGLI USA MA È IMPOSSIBILE: NON BASTANO I LAVORATORI, E QUELLI CHE CI SONO COSTEREBBERO TROPPO (I VANTAGGI DELLE DITTATURE…)

Traduzione di un estratto dell’articolo di James Titcomb e Hannah Boland

[…] «Tim Cook mi chiama direttamente», dichiarò l’allora presidente degli Stati Uniti nel 2019, parlando di sé in terza persona durante il suo primo mandato. «È per questo che è un grande dirigente. Perché mi chiama, mentre gli altri no.» Gli altri amministratori delegati, aggiunse, «assumono costosi consulenti».

Nonostante Trump fosse estremamente impopolare tra i dipendenti di Apple nella Silicon Valley, Cook – navigato diplomatico aziendale – mantenne con lui un rapporto cordiale, riuscendo a orientarsi con destrezza nella burrascosa guerra commerciale lanciata dalla Casa Bianca contro la Cina.

Le sue pressioni furono decisive per ottenere esenzioni dai dazi su miliardi di dollari di importazioni cinesi, tra cui smartwatch e altri componenti. Trump, dal canto suo, rivendicò di aver riportato la produzione Apple negli Stati Uniti durante una visita a uno stabilimento di Mac in Texas (aperto però dal 2013, fatto che Apple non smentì pubblicamente).

Ma mercoledì, le manovre diplomatiche di Cook sembrano essersi schiantate contro un muro.

Trump ha imposto dazi pesanti non solo alla Cina – dove si produce la maggior parte degli iPhone – ma anche a Paesi come il Vietnam e l’India, verso cui Cook aveva spostato con discrezione parte della produzione, in previsione di ulteriori tensioni con Pechino.

Secondo gli analisti di Rosenblatt Securities, le nuove tariffe potrebbero far aumentare il prezzo di un iPhone fino al 43%. L’iPhone 16 Pro Max più costoso arriverebbe a circa 2.300 dollari (1.773 sterline), rispetto ai 1.599 attuali, mentre il modello più economico costerebbe 1.142 dollari invece di 799.

In alternativa, assorbire parte di questi rincari significherebbe un duro colpo ai celeberrimi margini di profitto dell’azienda, con una perdita potenziale di decine di miliardi di dollari.

Giovedì, le azioni Apple sono crollate del 9,3%, bruciando 311 miliardi di dollari di capitalizzazione di mercato: è la seconda maggiore perdita di valore in un solo giorno per un’azienda nella storia (superata solo dal crollo da 600 miliardi di Nvidia a gennaio).

La Casa Bianca ha confermato che, a differenza del 2018, questa volta non sono previste deroghe per i prodotti Apple.

Il colpo solleva interrogativi sulla lunga opera di avvicinamento di Cook a Trump, e sulla strategia decennale di decoupling dalla Cina. Se in un conflitto bilaterale la strategia poteva apparire lungimirante, oggi Trump ha colpito con dazi quasi ogni Paese produttore.

Fu proprio Cook a progettare lo spostamento della produzione Apple in Cina, un quarto di secolo fa, e poi la graduale ritirata. Assunto nel 1998, poco dopo il ritorno di Steve Jobs, trasferì la manifattura fuori dagli Stati Uniti, costruendo una catena di fornitura cinese tanto complessa quanto formidabile, grazie a contractor come Foxconn.

Negli ultimi anni ha cercato di invertire la rotta, spingendo i partner a insediarsi in altri Paesi asiatici.

[…] Il Vietnam – dove Apple produce oggi AirPods, iPad e Apple Watch – è stato uno dei Paesi più colpiti dalle nuove tariffe, con un’aliquota del 46%.

Pur essendo inferiore a quella effettiva del 54% applicata alla Cina, non tiene conto dei forti investimenti compiuti da Apple e dai suoi partner per trasferire parte della produzione nel Paese. Inoltre, la Cina potrebbe avere più margine per ottenere esenzioni: giovedì Trump ha dichiarato che Pechino potrebbe ricevere concessioni se approvasse la vendita della filiale americana di TikTok.

Apple ha anche subito un contraccolpo politico per la sua strategia di distacco dalla Cina, che rappresenta circa il 15% del suo fatturato. Le autorità locali avrebbero impedito a personale specializzato di lasciare il Paese, mentre i media statali hanno espresso critiche, seppure con toni misurati. È possibile che tutto ciò abbia influito sulle vendite, in calo in Cina per il secondo anno consecutivo.

Quest’anno Apple dovrebbe produrre circa il 15% dei suoi iPhone in India, e i ministri locali affermano che l’obiettivo è arrivare a un quarto della produzione. Ma con i nuovi dazi statunitensi al 26%, il futuro resta incerto.

Apple non è l’unica ad aver spostato la produzione fuori dalla Cina nel tentativo di eludere i dazi.

Nike – di cui Cook è membro del consiglio di amministrazione – oggi produce circa il 50% delle sue scarpe in Vietnam, il resto in Cina, Indonesia e Cambogia. I capi d’abbigliamento provengono dagli stessi Paesi.

[…] I dazi potrebbero essere revocati, e Cook tenterà con ogni probabilità di sfruttare il suo rapporto con Trump per ottenere clemenza, magari attraverso esenzioni o aliquote più basse per alcuni Paesi. Ha già promesso 500 miliardi di dollari di investimenti negli Stati Uniti nei prossimi quattro anni. Ma la risposta di Trump potrebbe essere una sola: riportare la produzione a casa.

Al momento solo una piccola parte dei Mac più costosi viene assemblata negli Stati Uniti. Per Trump, vedere la scritta “Designed by Apple in California, made in America” sul retro dell’iPhone sarebbe la più grande conferma delle sue politiche.

Zetter è scettico: «Non esiste in tutta l’America un luogo capace di radunare una forza lavoro da oltre 800.000 persone come Foxconn in Cina. Le opzioni attuali per Apple sono estremamente limitate, a parte negoziazioni e richieste di esenzioni.»

Finora, Cook ha saputo destreggiarsi con abilità davanti a un presidente imprevedibile. Ma questa settimana potrebbe rappresentare la sua prova più ardua.

“Tra gli investitori ora regna il panico per i dazi, senza certezze non ci sarà il rimbalzo”

Matteo Ramenghi, direttore degli investimenti di Ubs Wm per l’Italia: “Reazione emotiva esagerata, a breve non mi aspetto che gli investitori tornino a comprare”

Sara Bennewitz

Finché l’incertezza regnerà sui mercati, le Borse non risaliranno . Ne è convinto Matteo Ramenghi, direttore degli investimenti di Ubs Wm Italia.

I mercati sono crollati per i dazi, come riapriranno oggi?

«Giovedì e venerdì è crollato tutto in modo disordinato, pure l’oro è sceso rispetto ai massimi: questo significa che gli investitori a leva hanno dovuto vendere anche un bene rifugio come l’oro. La reazione emotiva è stata esagerata e amplificata dagli algoritmi, dai fondi passivi che replicano l’indice, ma non mi aspetto che nei prossimi giorni gli investitori tornino a comprare. Mancano ancora troppi pezzi del puzzle, non si conosce se e in che proporzioni l’Europa reagirà, non si sa se la Ue farà come la Cina, o come il Vietnam cercando un compromesso».

Quale impatto vi aspettate sull’economia reale?

«La Bce, prima dell’annuncio di Trump, aveva stimato che con i dazi al 25%, invece che al 20%, il Pil dell’Eurozona sarebbe calato dello 0,3%. Bankitalia invece con i dazi al 20%, venerdì ha stimato una contrazione del Pil tricolore dello 0,5% su tre anni. Ma oltre alle tariffe Usa, bisognerà tenere in conto la reazione degli altri Paesi e anche un effetto panico di imprese e consumatori. Le aziende che potranno rinviare un investimento, nell’incertezza, lo faranno. Stesso discorso per i consumatori Usa, che hanno investito risparmi e fondi pensione in Borsa, si sentiranno più poveri. Lo stesso Trump, nel primo mandato, aveva stimato che un crollo del 10% dell’ S&P 500 equivale a un calo del Pil dello 0,6%. L’S&P è già crollato, ora bisogna capire se Trump resterà fermo sulle sue posizioni, o tornerà sui suoi passi».

Matteo Ramenghi

Cosa potrebbe fare ora Trump?

«Trump fin da subito ha detto che queste erano le tariffe massime, lasciando intendere che era pronto al dialogo con i vari Paesi. Se invece rimanesse fermo sulle sue posizioni, potrebbe utilizzare gli introiti dei dazi per ridurre le tasse dando slancio all’economia. Dollaro debole, dazi e immigrazione sono tre fattori che portano inflazione, per questo la Fed potrebbe non tagliare subito i tassi, tuttavia essendo concentrata sull’occupazione, non è escluso che lo faccia in futuro».

Ma il dollaro debole, non è un boomerang per l’economia Usa?

«A certi livelli sicuramente sì, l’America non potrà smettere di importare beni, che con un dollaro debole costeranno di più. L’unica spiegazione razionale è che Trump scommetta su un calo del petrolio, che è una voce importante sull’inflazione, dato che un americano fa in media 60 km al giorno. Ma anche in questo caso, mancano pezzi del puzzle».

Piazza Affari ha perso più delle Borse Ue per i cali delle banche italiane. Perché questo crollo?

«Per tre motivi: c’è il rischio che la Bce per sostenere l’economia Ue decida un taglio dei tassi più alto, e così facendo calerà il margine d’interesse delle banche. In secondo luogo, con il crollo dei mercati, caleranno anche le commissioni bancarie. Infine il credito è un’industria ciclica, se l’economia rallenta le aziende chiedono meno prestiti e le banche faranno meno affari».

BORSA: A MILANO MOLTI TITOLI NON APRONO, IN TILT FTSE MIB

(ANSA) – La Borsa di Milano in tilt in avvio con buona parte dei titoli che non riescono ad aprire. Il ribasso calcolato sui pochi che scambiano è del 3,4%.

BORSA MILANO: GIU’ A -6%, MOLTI TITOLI NON FANNO PREZZO

(AGI) – Continua a crollare la Borsa di Milano, in scia con le altre piazze europee, con il Ftse Mib che si attesta ora attorno a -6%, mentre molti titoli non riescono a fare prezzo.

BORSA: L’EUROPA TRACOLLA IN AVVIO, FRANCOFORTE -9,1%

(ANSA) – Tracollo dell’Europa in avvio. La Borsa di Francoforte lascia il 9,1%. Parigi cede il 6,5%, Madrid perde il 4,7%. Londra flette del 5,5%.

LA BORSA DI HONG KONG SPROFONDA, TERMINA A -13,22%

(ANSA) – PECHINO, 07 APR – La Borsa di Hong Kong crolla e registra la seduta peggiore dalla crisi finanziaria del 1997 sui timori di una guerra commerciale e di una recessione globale, in scia ai controdazi cinesi al 34% sull’import dall’America annunciati venerdì in risposta alle tariffe aggiuntive di Donald Trump sul made in China, sempre al 34%: l’indice Hang Seng cede il 13,22%, a ridosso dei minimi intraday, a 19.828,30 punti, sulle vendite che hanno falcidiato titoli bancari e tecnologici.

BORSA: SHANGHAI CHIUDE A -7,34%, SHENZHEN A -10,79%

(ANSA) – Le Borse cinesi affondano sui timori di guerra commerciale e recessione dopo i controdazi di Pechino al 34% su tutti i beni importati dagli Usa in risposta alle tariffe di Donald Trump: l’indice Composite di Shanghai cede il 7,34%, a 3.096,58 punti, mentre quello di Shenzhen perde il 10,79%, a quota 1.777,37.

I listini hanno una debole reazione nel finale anche di fronte all’annuncio secondo cui il fondo sovrano cinese Central Huijin ha aumentato ancora le sue partecipazioni, e continuerà a farlo in futuro, di fondi indicizzati aperti (Etf) negoziati in Borsa allo scopo di favorire il funzionamento stabile dei mercati di capitali.

CINA, ‘RESTEREMO TERRA SICURA PER INVESTIMENTI STRANIERI’

(ANSA) – La Cina assicura di proteggere gli interessi delle aziende Usa e di rimanere una “terra promettente” per gli investimenti stranieri.

Lo ha assicurato il viceministro del Commercio Ling Ji, in base a una nota diffusa oggi dallo stesso dicastero, dopo che Pechino ha imposto venerdì controdazi al 34% su tutto l’import dagli Usa.

La ritorsione cinese “protegge con fermezza i diritti e gli interessi legittimi delle imprese, comprese quelle americane”, ha detto domenica Ling, incontrando domenica un gruppo di rappresentanti di aziende Usa. Pechino ritiene che le tariffe di risposta mirano a rimettere gli Stati Uniti sulla “strada giusta”.

MEDIA, CINA VALUTA MISURE A TUTELA ECONOMIA DOPO DAZI USA

(ANSA) –  I leader cinesi hanno discusso nel fine settimana le misure per stabilizzare l’economia e i mercati di fronte allo tsunami tariffario del presidente Usa Donald Trump, inclusa l’ipotesi di accelerare i piani di stimoli ai consumi.

Lo riporta Bloomberg in base a fonti vicine al dossier, secondo cui nell’iniziativa sono stati coinvolti dirigenti e funzionari senior di enti governativi, compresi quelli delle autorità di regolamentazione finanziaria.

Nel mirino l’idea di portare avanti alcune misure pianificate anche prima dei dazi di Trump. Le Borse cinesi, tuttavia, accentuano le perdite con Shanghai a -7,30% e Shenzhen a -10,31%.

CINA, ‘USA CERCANO UN’EGEMONIA IN NOME DELLA RECIPROCITÀ’

(ANSA) – La Cina accusa gli Usa di mirare a “un’egemonia in nome della reciprocità” con il massiccio programma di dazi annunciato la scorsa settimana dal presidente Donald Trump.

“Gli Usa stanno cercando un’egemonia in nome della reciprocità, sacrificando gli interessi legittimi di tutti i Paesi per servire i propri interessi egoistici e dando priorità all’America rispetto alle regole internazionali”, ha detto il portavoce del ministero degli Esteri Lin Jian. “Questo è tipico unilateralismo, protezionismo e bullismo economico – ha detto Lin nel briefing quotidiano -. Minacce e pressioni non sono il modo migliore per negoziare con la Cina”.

CROLLANO I MERCATI ASIATICI DOPO LA RITORSIONE CINESE AI DAZI IMPOSTI DA TRUMP

Traduzione di un estratto dell’articolo

[…] Donald Trump ha provocato il crollo dei mercati la scorsa settimana, annunciando dazi generalizzati contro i partner commerciali degli Stati Uniti, sostenendo che da anni Washington viene «fregata» e affermando che diversi governi stavano facendo la fila per concludere accordi con la Casa Bianca.

Ma, dopo la chiusura dei mercati asiatici venerdì, la Cina ha annunciato una controffensiva: dazi del 34% su tutti i beni statunitensi a partire dal 10 aprile. Pechino ha inoltre introdotto controlli all’export su sette terre rare, tra cui il gadolinio – utilizzato comunemente nelle risonanze magnetiche – e l’ittrio, impiegato nei dispositivi elettronici di consumo.

Le speranze che il presidente americano potesse rivedere la propria posizione alla luce della crisi dei mercati sono state spazzate via domenica, quando Trump ha ribadito che non siglerà alcun accordo con altri Paesi finché non saranno risolti gli squilibri commerciali.

Ha negato di star volutamente provocando i ribassi in Borsa e ha dichiarato di non poter prevedere le reazioni dei mercati. «A volte bisogna prendere la medicina per aggiustare qualcosa», ha commentato, riferendosi al caos che ha già cancellato migliaia di miliardi di dollari di capitalizzazione.

[…] Le vendite in Asia hanno colpito tutti i settori, senza eccezioni: aziende tecnologiche, case automobilistiche, banche, casinò e colossi dell’energia sono stati travolti da un’ondata di fuga dagli asset più rischiosi.

Tra i titoli più penalizzati, i giganti dell’e-commerce cinese Alibaba e JD.com sono crollati di oltre l’11%, mentre il colosso giapponese degli investimenti tech SoftBank ha perso più del 10%.

Shanghai ha chiuso in calo di oltre il 5%, Singapore ha lasciato sul campo più del 6%, e anche Seul ha perso oltre il 5%, facendo scattare per la prima volta in otto mesi il meccanismo “sidecar” che blocca temporaneamente alcune contrattazioni in caso di eccessiva volatilità.

I timori per un crollo della domanda globale hanno spinto anche i prezzi del petrolio a un nuovo calo superiore al 3% lunedì, dopo una discesa di circa il 7% registrata venerdì. Entrambi i principali contratti petroliferi si trovano ora ai livelli più bassi dal 2021.

Anche il rame – componente chiave per batterie, veicoli elettrici, pannelli solari e turbine eoliche – ha proseguito la sua discesa.

«Il mercato è tornato in modalità caduta libera, sfondando supporti tecnici uno dopo l’altro», ha dichiarato Stephen Innes di SPI Asset Management. «Il team di Trump non sta arretrando. I dazi vengono celebrati come una vittoria, non usati come leva di negoziazione.»

BORSA: IN FUMO GIÀ 890 MILIARDI IN 3 ORE IN EUROPA

(ANSA) – L’Europa ha già mandato in fumo quasi 890 miliardi di poco meno di 3 ore di contrattazioni. E’ il saldo provvisorio della seduta odierna con l’indice Stoxx 600 in calo del 5,86%. Guardando i singoli listini, Milano perde il 6,17%, Francoforte il 5,68%, Parigi il 5,56%, Madrid il 5,33% e Londra il 4,52%

BORSA: A MILANO PRECIPITANO LE BANCHE, PERDITE FINO A -12%

(ANSA) – Crollo dei bancari in Borsa, dopo l’avvio tilt per Milano sopraffatta dall’ondata di vendite in scia all’effetto dazi di Trump. Il Ftse Mib perde il 7,6% a 32.050 punti con perdite sopra il 12% per Bper, Popolare Sondrio, dell’11% per Mps, del 10% per Banco Bpm, Unicredit. Tra gli altri Fineco lascia sul terreno l’8,7%, Mediolanum il 9,7%, Intesa il 9%.

BORSA: L’EUROPA SCIVOLA ANCORA, MILANO E FRANCOFORTE -7%

(ANSA) – Sulla scia del crollo di Wall Street venerdì e delle borse asiatiche per i dazi di Trump, i listini europei non trovano pace e scivolano ancora. Francoforte che è partita in calo di oltre il 9% cede il 7,4%, Milano e Parigi, che hanno fatto fatica in avvio perché grand parte dei titoli non riuscivano ad entrare agli scambi per eccesso di ribasso, perdono rispettivamente il 7,6% e il 5,9%. Pesante anche Londra (-5,2%

LA BORSA DI TAIWAN A -9,7%, CHIUSURA MAI COSÌ PESANTE

(ANSA) – Le Borsa di Taiwan chiude la seduta in calo del 9,7%, registrando la peggiore perdita mai segnalata dal listino di Taipei: l’indice Taiex brucia 2.065,87 punti, attestandosi a quota 19.232,35.

LA BORSA DI HONG KONG SPROFONDA, TERMINA A -13,22%

(ANSA) – La Borsa di Hong Kong crolla e registra la seduta peggiore dalla crisi finanziaria del 1997 sui timori di una guerra commerciale e di una recessione globale, in scia ai controdazi cinesi al 34% sull’import dall’America annunciati venerdì in risposta alle tariffe aggiuntive di Donald Trump sul made in China, sempre al 34%: l’indice Hang Seng cede il 13,22%, a ridosso dei minimi intraday, a 19.828,30 punti, sulle vendite che hanno falcidiato titoli bancari e tecnologici.

NUOVO TONFO EUROPA, EFFETTO DAZI ANCHE SU BITCOIN

Paolo Verdura per l’ANSA

Come da previsioni la settimana si apre con un nuovo tonfo sui mercati mondiali dall’annuncio dei dazi di Donald Trump di mercoledì scorso e dalla conseguente risposta della Cina.

La tempesta è partita da oriente, con Shanghai in calo di quasi il 4,5% in apertura e di oltre il 7,3% in chiusura, Hong Kong in ribasso del 12% e Tokyo di oltre il 7,8% in chiusura, mentre Shenzhen ha lasciato sul campo oltre il 10% e Seul (-5,57%) ha registrato la peggiore seduta dall’agosto del 2024.

Il contraccolpo è arrivato subito in Europa, con un avvio apparentemente tranquillo a Milano e Parigi perché la maggior parte dei titoli non riusciva a fare prezzo, ma l’ondata di vendite ha subito indicato la direzione dei listini. Appena il quadro era più chiaro Piazza Affari ha perso il 6,4% Parigi il 6,5% e Francoforte il 9%.

Leggermente più ‘caute’ Londra (-6,5%) e Madrid (-4,7%), con i future Usa in forte ribasso (Dow Jones -3,2%, Nasdaq -4% a fronte di variazioni inferiori all’1% nella norma). Le vendite hanno poi riguardato anche il greggio , con il petrolio Usa sotto i 60 dollari al barile (Wti – 3,57% a 59,78 dollari) e il Brent in calo del 3,42% a 63,34 dollari al barile. Positivo l’oro (+0,34% a 3.044,45 dollari l’oncia), bene di rifugio insieme al Bund tedesco, il cui rendimento in calo di 10 punti base al 2,47%, allargando così lo spread con il Btp fino a 130 punti, in calo di 1,5% punti al 3,75%.

Débacle anche per il Bitcoin (-8,76% a 76.220,78 dollari), che si è mangiato in poche ore tutto il guadagno accumulato con i precedenti annunci del presidente Usa Donald Trump. In questo quadro si rafforza l’euro a quasi 1,1 dollari, mentre la sterlina scende a quasi 1,29 dollari.

A oltre un’ora e mezza dall’avvio gli indici europei si assestano con un calo di circa il 6%. Milano cede il 5,94%, Francoforte il 6,22%, Parigi il 5,4%, Madrid il 5,87% e Londra il 4,99%. Nel mirino le banche con ipotesi sempre più accreditate di un’imminente recessione a seguito delle politiche commerciali di Donald Trump. In Piazza Affari Popolare Sindrio cede il 7,45%, Mps lascia sul campo il 7,2%, Intesa il 7%, Banco Bpm il 6,89% e Unicredit il 6,22%.

I dazi colpiscono anche Leonardo (-9,53%),. dopo i recenti rialzi dovuti ai programmi di riarmo europei, Iveco (-7,02%) e il lusso con Cucinelli (-7,19%). Da Bill Ackman a Stanley Druckenmiller, gli investitori accusano Trump del disastro sui dazi, che potrebbe rallentare l’economia soffiando sul fuoco dell’inflazione. La speranza ora è che intervenga il governatore della Fed Jerome Powell abbassando i tassi, ma quest’ultimo ha già detto di non avere fretta.

Ron Desantis

FLASH! – IN FLORIDA, IL GOVERNATORE REPUBBLICANO RON DESANTIS HA MESSO ALL’INDICE ‘L’AMLETO’ E ‘GIULIETTA E ROMEO’, PERCHÉ CONTENGONO ELEMENTI SESSUALI NON ADATTI AI GIOVANI”

Musk, tutti gli inciampi del «doge»: l’area a «dazi zero» e la lite con il consigliere

I malumori dell’uomo più ricco del mondo. Intanto, la Casa Bianca ha smentito l’ipotesi di un disimpegno di Elon dal governo

Massimo Gaggi

Esagerato parlare, come fanno alcuni giornali americani, di una frattura fra Donald Trump e il «copresidente» Elon Musk dopo che quest’ultimo ha auspicato, durante il videocollegamento di sabato con la Lega di Salvini, un azzeramento bilaterale dei dazi tra Stati Uniti e Paesi dell’Unione europea, e la creazione di un’area di libero scambio transatlantica, «un’area a zero dazi»

L’imprenditore entrato nel governo conservatore, già in passato ha più volte criticato la politica dei dazi sostenendo che è un pericoloso salto nel buio. Ha bilanciato, poi, queste affermazioni con l’apprezzamento per l’obiettivo di Trump di riportare negli Stati Uniti le produzioni industriali trasferite all’estero. 

L’esordio

Ma che i dazi non fossero nelle corde di Musk è stato evidente fin dal suo esordio nel governo: Trump aveva appena cominciato a definire dazio «la più bella parola del vocabolario» e a puntare su Scott Bessent per il Tesoro, quando Elon è intervenuto a gamba tesa bocciando la scelta di Bessent, giudicata disastrosa (puntava sul suo amico, Howard Lutnick). E poi, sui dazi, un vero sberleffo: grande apprezzamento per il presidente argentino Milei che questi balzelli, anziché alzarli come intendeva fare Trump, aveva deciso di ridurli o cancellarli per abbassare i prezzi all’importazione e, quindi, ridurre l’inflazione. Praticamente una smentita di Trump, allora impegnato a ripetere in tutte le sedi che l’aumento dei dazi non avrebbe fatto salire i prezzi per i consumatori Usa. Il presidente non replicò, ma la sua risposta arrivò coi fatti: immediata nomina di Bessent al Tesoro e trasferimento di Lutnick al dipartimento del Commercio. Musk capì e rientrò nei ranghi. 

Ma sui dazi, anche se fino a due giorni fa era rimasto in silenzio, aveva diversi motivi di disaccordo col presidente. Quei balzelli sono contrari alla sua filosofia imprenditoriale e ai suoi interessi da vari punti di vista: non vuole scontri con la Cina dove ha enormi interessi (la sua fabbrica di Shanghai produce più della metà delle Tesla vendute nel mondo) mentre l’instabilità provocata da Trump col suo brusco annuncio che ha innescato crolli disastrosi per tutti, gli ha fatto perdere in due giorni, giovedì e venerdì, ben trentuno miliardi di patrimonio personale. 

Le azioni 

Da qui una presa di distanze che suscita clamore, ma non è sinonimo di rottura: le azioni Tesla precipitano da settimane per il cambiamento degli umori del mercato nei confronti di Trump, ma prima si erano impennate per l’azione di speculatori che avevano scommesso sul nuovo presidente. E, nell’auspicare un’area di libero scambio Ue-Usa, Musk non dice se pensa solo alla cancellazione dei dazi (Bruxelles sostiene di averne meno di quelli americani) o se, in linea con Trump, non vorrebbe anche la soppressione di altri fattori considerati dal leader barriere improprie contro l’export americano: dalla regolamentazione europea per le reti sociali alle imposte indirette come l’Iva. 

La sconfitta elettorale

Se i due vorranno minimizzare i contrasti, le occasioni non mancheranno. Ma le crepe ci sono: la sconfitta repubblicana di martedì in Wisconsin non ha certo giovato a Musk che si era impegnato, anima e corpo nella battaglia. La Casa Bianca ha smentito l’ipotesi di un disimpegno di Elon dal governo («lascerà quando avrà finito il suo lavoro»), ma c’è delusione perché l’imprenditore dai 220 milioni di follower non sembra avere il «tocco magico» che gli era stato attribuito. Mentre Musk — che potrebbe avere problemi finanziari in caso di ulteriori collassi delle borse, visto che ha ottenuto prestiti miliardari sulla base dell’elevatissimo valore attribuito alle sue aziende — non si è limitato a proporre l’azzeramento dei dazi: ha detto anche di aver suggerito a Trump di rafforzare quell’alleanza Europa-Usa che il presidente sta, invece, sabotando. 

I radicali Il suo malumore per le decisioni che il presidente ha preso dopo aver sentito solo i suoi collaboratori più radicali — il vicepresidente J.D. Vance e il consigliere per il commercio e l’industria Peter Navarro — emerge netto dall’attacco di Musk a quest’ultimo: «Si vanta di essere uscito da Harvard, ma quella non è una buona cosa: da lì esce gente con un ego ipertrofico». E poi l’apprezzamento per l’economista conservatore Thomas Sowell, anche lui scatenato contro l’università di Harvard. Per Sowell i dazi di Trump rischiano di trascinare il Paese in una grande depressione, simile a quella di un secolo fa.

Dazi, cresce la fronda anti-Trump

Si allargano le crepe nel muro repubblicano che sostiene il presidente. Il dissenso alla Camera rischia di far mancare la maggioranza al Gop

Alberto Simoni

«Si vedono le prime crepe del sostegno a Donald Trump», confessa uno stratega di fede repubblicana. La settimana dei dazi a mezzo mondo va in archivio con una serie di segnali che la Casa Bianca – continua la fonte – farebbe bene a monitorare. Martedì il candidato vicino ai repubblicani per la Corte suprema del Wisconsin è stato sconfitto nelle elezioni per il rinnovo di un seggio; quindi, Cory Booker, senatore democratico del New Jersey, ha parlato per 25 ore di fila generando attenzione e alimentando l’idea che una strada all’opposizione a Trump diversa è possibile; poi i cortei di sabato. Le manifestazioni,1300 piazze, 600mila aderenti ufficiali (la CNN parla di «milioni» però), contro le politiche di Trump sono un indicatore di un sentimento che, benché non maggioritario nel Paese, offre elementi di risveglio.

La spia di un’America che oscilla fra rabbia, preoccupazione e scetticismo si è accesa anche fra i ranghi repubblicani. La presa di The Donald sul Grand Old Party è granitica, ma dalle maglie qualcuno sfugge e con una maggioranza al Congresso esigue basta poco per mandare in fibrillazione l’agenda. Al Congresso la furia “pro dazi” dell’Amministrazione con invocazione dell’emergenza nazionale per imporre le tariffe, non è piaciuta. Sette repubblicani si sono schierati con i democratici a sostegno del Trade Review Act per riportare sotto controllo di Capitol Hill il grosso delle politiche commerciali. Altri repubblicani, come Grassley e Paul, hanno appoggiato una risoluzione per togliere i balzelli a Canada e Messico. Tecnicismi, e il testo non è vincolate e non andrà alla Camera; ma pure qui, ha spiegato ieri David Valadao, deputato repubblicano della California, si sta pensando a una legge per riprendere il controllo del trade. Il ragionamento è figlio di quanto sta accadendo da settimane nei distretti chiave (sono circa 20 quelli considerati in bilico per i repubblicani) dove fra proteste ai comizi e telefonate negli uffici locali dei deputati, la temperatura contro i tagli di Musk e ora contro le tariffe (gli elettori temono il contraccolpo sul costo della vita e sono ben poco inclini a immaginare i benefici di un futuro a lungo termine) è alta. L’elenco dei deputati che rumoreggiano si allunga. Don Bacon, uno dei big che viene dal Nebraska, vuole «cancellare i dazi a Canada e Messico, insensato colpire i vicini». Così come French Hill, Arkansas. Ken Kiggans, Virginia, pur difendendo le tariffe, solidarizza con i suoi elettori che parlano di «mossa inflazionistica di Trump». Sono deputati fondamentali per la maggioranza alla Camera (220-213) che dovrà discutere il budget passato al Senato e gradito a Trump.

L’opposizione alle tariffe viene inoltre da altri settori conservatori: in Florida la New Civil Liberties Alliance ha presentato una causa contro l’Amministrazione per le modalità di imposizione delle tariffe alla Cina il 1° febbraio attraverso l’International Emergency Economic Powers Act. La rivista National Review, bastione della galassia tradizionale conservatrice, parla di «attacco alla prosperità degli Usa». «Che succede? Non ci piace più vivere nel Paese più ricco al mondo?», la provocazione consegnata in un articolo.

L’Amministrazione però tira dritto. Ieri i big del team economico hanno presenziato ai talk show domenicali e ribadito i concetti chiave. Kevin Hassett, che guida il Consiglio economico, ha rivelato di contatti con 50 Paesi che chiedono di intavolare negoziati e ha sminuito il contraccolpo sui consumatori americani. Dai pesi massimi Scott Bessent (segretario al Tesoro) e Howard Lutnick (titolare del Commercio) la conferma che i dazi resteranno. Bessent: «Non aspettatevi degli accordi, sono cose (i dazi, ndr) che non si negoziano in giorni o settimane». Ha anche dato risposta al mondo di Wall Street che ha visto dileguarsi oltre 5mila miliardi di dollari in 48 ore: «È un aggiustamento del mercato, non significa stiamo andando verso la recessione» le sue parole alla NBC. Ha chiuso a negoziazioni flash pure Lutnick che ha indicato in «settimane» il tempo in cui i dazi resteranno in vigore.

Se il team di Trump offre compattezza, quanto accaduto fra Elon Musk e Peter Navarro, consigliere di Trump, evidenzia spaccature profonde. Anche se il loro sembra un regolamento di conti personale. Musk sabato aveva fatto un post dicendo che avere un master in economia ad Harvard (come Navarro, ndr) è una «pessima cosa non una buona». Quindi parlando al congresso della Lega aveva immaginato uno schema fra Europa e Usa a «tariffe zero». Ieri la replica di Navarro, abrasiva: «Musk? È uno che vende macchine». 

Kennedy jr, la retromarcia del ministro no-vax. Va al funerale di una bimba uccisa dal morbillo e ammette: «L’unica soluzione è il vaccino»

Il capo della Sanità di Trump va a sorpresa in Texas, dove sono già morti due bambini (non vaccinati) ed è costretto alla retromarcia. I complottisti: colpa di errori medici

Il ministro della Sanità americano Robert F. Kennedy Jr, noto prima dell’insediamento dell’amministrazione Trump per le sue campagne no-vax, ha presenziato in Texas ai funerali di una bambina di otto anni morta di morbillo. La morte, in un ospedale di Lubbock, è la seconda confermata in un decennio a causa dell’epidemia. La bambina non era vaccinata e non aveva altre patologie che la avrebbero resa più vulnerabile. 

«Sono qui per consolare la famiglia e la comunità», ha detto Kennedy su X. L’ex no-vax ha aggiunto che «il modo più efficace per fermare il morbillo è il vaccino». Anche l’altro bambino morto per la stessa malattia in Texas non era stato vaccinato. Ciò nonostante i gruppi no-vax hanno attribuito, senza prove, le due morti a errori medici. Dall’inizio dell’epidemia a fine gennaio 480 casi di morbillo sono stati registrati in Texas, 56 dei quali finiti in ospedale. L’epidemia si è allargata ai vicini New Mexico (54 casi finora) e Oklahoma (10). Se la malattia continuasse a diffondersi a questo passo gli Stati Uniti potrebbero perdere il loro status, ottenuto nel 2000, di Paese che ha battuto il morbillo.

Il ministro della Sanità Usa Robert  Kennedy Jr ai funerali della bimba di 8 anni, morta di morbillo

CREMLINO, ‘MOLTE RISPOSTE DA DARE PER ARRIVARE A TREGUA’ 

(ANSA) – Rimane “un’intera serie di domande” a cui rispondere per arrivare a una tregua in Ucraina. Lo ha affermato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. “Il presidente Puti sostiene davvero l’idea di un cessate il fuoco, ma prima di ciò, è necessario rispondere a un’intera serie di domande” alle quali “nessuno ha ancora risposto”, ha detto Peskov, citato dall’agenzia Interfax, commentando l’auspicio espresso dal presidente americano Trump che il capo del Cremlino fermi le ostilità.

MACRON A MOSCA, BASTA TATTICHE DILATORIE IN UCRAINA 

(ANSA) – IL CAIRO, 07 APR – “E’ ormai urgente che la Russia ponga fine alle finzioni e alle tattiche dilatorie e accetti il cessate il fuoco senza condizioni, che è stata la proposta del presidente Trump, proposta accettata dal presidente Zelensky a Gedda”: lo ha detto il presidente francese Emmanuel Macron parlando in una conferenza stampa congiunta con il capo di Stato egiziano Abdel Fattah al-Sisi.

Trump: mercati Cina stanno crollando, non ha riconosciuto mio avvertimento

“I prezzi del petrolio sono in calo, i tassi di interesse sono in calo (la lenta Fed dovrebbe tagliare i tassi!), i prezzi dei prodotti alimentari sono in calo, NON C’È INFLAZIONE e gli USA, abusati da tempo, stanno portando miliardi di dollari a settimana dai paesi abusanti con tariffe già in vigore”. Lo ha scritto il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, sul suo social network Truth (parti in maiuscolo comprese).

“Questo nonostante il fatto che il più grande abusatore di tutti, la Cina, i cui mercati stanno crollando, abbia appena aumentato le sue tariffe del 34%, in aggiunta alle sue tariffe ridicolmente alte a lungo termine (in più!), senza riconoscere il mio avvertimento ai paesi abusanti di non reagire“, ha scritto.

“Hanno guadagnato abbastanza, per decenni, approfittando dei buoni vecchi USA! I nostri “leader” passati sono da biasimare per aver permesso che questo, e così tanto altro, accadesse al nostro Paese. RENDIAMO L’AMERICA DI NUOVO GRANDE!”, ha concluso il suo post, mentre i mercati azionari di tutto il mondo continuano ad essere pesantemente colpiti dai suoi dazi più alti delle attese, che potrebbero portare a un aumento dell’inflazione e un significativo rallentamento della crescita, con alcune banche d’affari che iniziano a ipotizzare degli scenari recessivi.

DIMON (JP MORGAN), RISOLVERE PRIMA POSSIBILE TEMA DEI DAZI

(ANSA) – Il ceo di Jp Morgan Jamie Dimon chiede di risolvere “il prima possibile” la questione dei dazi per via degli effetti che rischia di produrre sull’economia e delle molte “incertezze” che genera e definisce “disastrosa” una “frammentazione” del sistema delle alleanze Usa, a partire dall’Europa.

“Quanto prima si risolve questo problema, tanto meglio è perché alcuni degli effetti negativi aumentano cumulativamente nel tempo e sarebbero difficili da invertire”, avverte nella lettera agli azionisti della banca. “Mantenere le nostre alleanze unite, sia militarmente che economicamente, è essenziale”, aggiunge Dimon.

JPMORGAN, ‘I DAZI USA SPINGERANNO I PREZZI E IL PIL FRENERÀ’

(ANSA) – Per il ceo di JPMorgan, Jamie Dimon, i dazi di Trump faranno salire i costi sia delle merci prodotte in Usa che dei prodotti importati, pesando sull’economia americana. Nella lettera agli azionisti, Dimon ha parlato dell’annuncio del presidente Trump del 2 aprile: “Qualunque sia l’opinione sui motivi legittimi alla base dei nuovi dazi annunciati e, naturalmente, ce ne sono alcuni, o sul loro effetto a lungo termine, positivo o negativo, è probabile che ci siano effetti significativi nel breve termine”.

Per il ceo “è probabile che si verifichino effetti inflazionistici, non solo sui beni importati, ma anche sui prezzi interni, poiché aumentano i costi dei fattori produttivi e la domanda di prodotti nazionali”. Ora “resta da vedere se l’insieme dei dazi porterà a una recessione, ma di certo rallenterà la crescita”, ha aggiunto. I mercati, ha poi concluso, “sembrano prezzare gli asset presumendo che l’economia continuerà ad avere un ‘atterraggio morbido’, ma non ne sono così sicuro”.

GOLDMAN SACHS, LA CINA RISCHIA LO 0,7% DI PIL DAI DAZI USA

(ANSA) – Goldman Sachs stima di aspettarsi “un’accelerazione significativa” della Cina sulle misure di allentamento fiscale per compensare le nuove difficoltà alla crescita emerse con i dazi aggiuntivi al 34% annunciati dagli Stati Uniti la scorsa settimana, superiori alle aspettative.

La banca d’affari americana, in un rapporto diffuso domenica, ha ipotizzato un impatto di “almeno lo 0,7%” in meno sul Pil di Pechino per il 2025. “Prima dei dazi, la crescita stava procedendo al di sopra delle nostre previsioni e stavamo contemplando una revisione al rialzo delle relative aspettative sul Pil per il 2025”, ha rimarcato Goldman Sachs.

Goldman ha sottolineato la portata di un commento del 6 aprile apparso sul Quotidiano del Popolo che accennava ad azioni di politica monetaria e ad altre misure che la Cina potrebbe adottare.

“In base all’evoluzione della situazione, c’è ampio margine di adeguamento negli strumenti di politica monetaria come i tagli al coefficiente di riserva obbligatoria e le riduzioni dei tassi di interesse, che possono essere introdotti in qualsiasi momento”, ha affermato la testata che è la voce del Partito comunista cinese, sottolineando una possibile e ulteriore espansione dei deficit fiscali, di obbligazioni speciali e di titoli del Tesoro speciali.

Gli analisti della banca d’affari, inoltre, hanno affermato in un rapporto separato, diffuso sempre domenica, di aver mantenuto le previsioni di crescita del Pil della Cina per cinese il 2025 al 4,5% a causa di dati del primo trimestre migliori del previsto e di maggiori attese di allentamento delle politiche, ma ha ridotto le sue previsioni di crescita degli utili per l’anno al 7% dal 9% precedente

Mercati affondano, bruciati 9.500 miliardi in 3 giorni

(ANSA) – Mercati in profondo rosso. L’ondata di vendite innescata dai dazi ha bruciato in tre giorni 9.500 miliardi di dollari sulle piazze globali. Il calcolo è stato aggiornato da Bloomberg alla luce questa mattina del crollo delle piazze asiatiche e dell’andamento negativo anche in Europa.

Harriet Tubman

WP GOVERNO TRUMP RISCRIVE LA STORIA E CANCELLA HARRIET TUBMAN

(ANSA) – WASHINGTON, 06 APR – Facendosi scudo dell’ordine di Donald Trump di cancellare la cultura della diversità e le narrative divisive sulla nazione, la sua amministrazione ha cominciato ad edulcorare la storia del Paese.

Il Washington Post, comparando le vecchie e le nuove pagine web del National Parks Service – una delle agenzie chiavi per la preservazione della storia americana – ha scoperto che in alcune sono state attenuate le descrizioni di alcuni dei momenti più vergognosi del passato della nazione, in altre sono stati rimossi i riferimenti alla schiavitù o le dichiarazioni sulla lotta storica degli afroamericani per i loro diritti.

Uno degli esempi più lampanti è la rimozione di un’immagine e di una citazione di Harriet Tubman da una pagina web dei parchi nazionali sulla “Underground Railroad”, il network di vie segrete usato dagli schiavi che cercavano la libertà nel nord abolizionista. Tubman fu la più famosa ‘conduttrice’ di questi viaggi della speranza.

La pagina web ora inizia con francobolli commemorativi di vari leader per i diritti civili con un testo che include la frase “Black/White Cooperation”. In precedenza l’articolo iniziava con una descrizione degli sforzi delle persone schiavizzate per liberarsi e dell’organizzazione della Underground Railroad dopo il Fugitive Slave Act.

Ora inizia con due paragrafi che sottolineano gli “ideali americani di libertà e libertà” e non menzionano specificamente la schiavitù.

I cambiamenti nelle immagini, nelle descrizioni e persino nelle singole parole hanno rimodellato in modo sottile il significato di momenti notevoli e personaggi chiave risalenti alla fondazione della nazione: il fallito raid dell’abolizionista John Brown ad Harper Feryy, la battaglia di Appomattox e l’integrazione scolastica dei Little Rock Nine.

Una pagina educativa su Benjamin Franklin, che esaminava le sue opinioni sulla schiavitù e la sua proprietà di schiavi, è stata rimossa il mese scorso. I riferimenti a Thomas Stone, un firmatario della Dichiarazione di Indipendenza che possedeva schiavi, sono stati rimossi da diverse pagine del sito web del sito storico nazionale di Stone nel Maryland meridionale.

TRUMP È UN FOLLE MA CON UNA STRATEGIA (E UN POPOLO) – IL 38% DEGLI AMERICANI NON POSSIEDE AZIONI QUOTATE IN BORSA E NON HA RISPARMI DA INVESTIRE. SONO GLI SCONFITTI DELLA GLOBALIZZAZIONE, GLI HILLBILLY A CUI NON IMPORTA SE GLI INDICI DI WALL STREET CROLLANO A CAUSA DEI DAZI. ANZI, GIOISCONO PERCHÉ DA QUANDO È TORNATO TRUMP ALLA CASA BIANCA IL COSTO DEI DEBITI È SCESO, PERCHÉ È SCESO IL RENDIMENTO DEI TITOLI DEL TESORO USA (A CAUSA DEL CLIMA RECESSIVO) – MA NEL LUNGO PERIODO, IL “DAZISMO” È DESTINATO AL FALLIMENTO…

Trump ha dichiarato la guerra economica mondiale (e la sta già perdendo). Ma l’Europa che fa?

Federico Fubini

La settimana si apre sotto auspici tutt’altro che positivi per Donald Trump. I mercati finanziari, ma non solo, indicano che il muro tariffario più alto mai alzato dagli Stati Uniti nell’ultimo secolo e oltre (come mostra il grafico sotto) sia stato un passo troppo audace. La società americana per prima non sembra in grado di sostenerlo. Intanto la Cina sta prendendo contromisure che vanno ben oltre le ritorsioni già annunciate con prelievi doganali al 34% sui prodotti americani.Emergono segni che la Casa Bianca potrebbe essere diretta verso una sconfitta, nella sua scommessa protezionista. Quest’ultima non sarà facile da ritirare, soprattutto dopo aver alzato tanto la posta. Ma la debolezza crescente della posizione di Trump dovrebbe entrare nel calcolo, ora che l’Europa e l’Italia si chiedono se ribellarsi oppure subire: se rispondere con durezza o cercare soprattutto di evitare un’escalation.

 Aliquota tariffaria media statunitense

Le due Americhe

Siamo arrivati qua perché esistono, naturalmente, almeno due Americhe: la prima convinta di avere poco a che fare e molto da perdere con la globalizzazione; la seconda invece strettamente legata ad essa per la propria crescente ricchezza di questi anni.

La prima è l’America che ha subito sulla propria pelle i costi di oltre quarant’anni di crescenti deficit commerciali, soprattutto nei prodotti manufatturieri. L’economista Richard Koo del Nomura Research Institute ha mostrato nel workshop Teha di Cernobbio dei giorni scorsi come, dal 1980 al 2023, gli Stati Uniti abbiano accumulato un rosso negli scambi di beni con l’estero pari a oltre il 150% del loro prodotto interno lordo. Messi uno sull’altro, quei disavanzi commerciali valgono qualcosa come 42 mila miliardi in dollari di oggi. Fuori dalle cifre iperboliche, queste sono le delocalizzazioni verso la Cina e verso il Messico degli impianti dell’acciaio o dell’auto, la deindustrializzazione della Rust Belt e di un’infinità di altre aree produttive, la perdita di dignità di coloro che non hanno un diploma di college. In altri termini, come ormai noto, questi sono gli elettori di Trump. Sono il 38% degli americani che non possiedono azioni quotate alla Borsa di New York e non hanno altro che debiti: sulla casa, sulla carta di credito o per aver mandato il figlio al college. Sono coloro che fanno sì che per le famiglie negli Stati Uniti il costo sugli interessi sui debiti siano pari al 10% del reddito disponibile, secondo il fondo d’investimento Citadel. Ogni dieci dollari in tasca, uno va a pagare solo gli interessi sui debiti contratti per andare avanti. Ma questa è una media impropria su tutta la popolazione: per quel 38% che non ha risparmi da investire in borsa, la quota di interessi sui debiti pesa sul reddito disponibile sicuramente molto di più di un solo dollaro ogni dieci. Queste persone si devono pagare case che dal 1980 sono rincarate del 96% in termini reali (cioè eliminato l’effetto-inflazione) – secondo le stime di Richard Koo – mentre i loro salari da allora sono cresciuti di meno del 15%.

A questa parte dell’America non importa se gli indici di Wall Street crollano a causa dei dazi, perché comunque non possiede azioni di Amazon, Microsoft, Tesla o di qualunque altra società. Questa America indebitata e senza risparmi apprezza invece un altro aspetto finanziario legato a Trump: da quando è tornato lui alla Casa Bianca il costo dei loro debiti è sceso, perché è sceso il rendimento dei titoli del Tesoro Usa; questo sembrava avviato al 5% sulle scadenze decennali quando Trump si preparava alla cerimonia di giuramento a gennaio scorso, ma ora è sotto al 4%.

Quel che sfugge, è che questo calo del costo del debito non è dovuto al risanamento dei conti. È dovuto al clima recessivo instauratosi nel Paese.

Così, ciò che ha fatto Trump alzando un muro sul resto del mondo sembra essere fatto su misura per questo ceto tagliato fuori da anche solo un minimo spicchio di compartecipazione in Wall Street. Trump sta cercando di spingere le imprese industriali di tutto il mondo a rilocarsi negli Stati Uniti pur di evitare i dazi; sta cercando di ridurre i deficit commerciali e di ridare un lavoro dignitoso a chi lo aveva perduto. Vedremo meglio sotto che non è il modo giusto, ma questo 38% di americani diseredati apprezzano perché chi di loro ha votato, lo ha fatto per quello.

Chi ha quote a Wall Street

Poi c’è l’altra America: il 62% della popolazione che detiene azioni quotate a Wall Street. Sono 162 milioni di americani. Dal giorno del giuramento di Trump, secondo i miei calcoli, queste persone hanno perso in media 47.500 dollari di risparmi per ciascuna a causa dei crolli delle borse. Questo vale anche per le molte decine di milioni di americani che sono esposti agli indici azionari solo perché i loro fondi pensione sono in gran parte investiti su di essi.

Va detto che le medie in questo caso sono insignificanti, perché il 93% di quelle azioni quotate a Wall Street e detenute da investitori in America (per un valore di circa 48 mila miliardi di dollari ai suoi massimi) si trova fra le mani di appena un decimo della popolazione. La restante metà circa dei residenti degli Stati Uniti, che hanno investimenti in borsa, controlla in tutto appena il 7% di quei 48 mila miliardi di dollari.

Da notare che questa America con azioni nei conti di risparmio – soprattutto il 10% più ricco – a differenza dei diseredati non ha subito alcun danno dai deficit commerciali sui beni: la deindustrializzazione non li riguarda perché loro sono medici, avvocati, persone di finanza, tecnologia o università. Al contrario loro hanno tratto vantaggio dal crescente surplus degli Stati Uniti nei servizi digitali con il resto del mondo (arrivato a 128 miliardi di euro con la zona euro nel 2023). Queste persone infatti hanno azioni di Amazon, Nvidia, Microsoft, Facebook-Meta o Google-Alphabet o magari lavorano per quei colossi, che in parte importante realizzano i loro fatturati all’estero.

Non stupisce che queste due Americhe – quella con debiti in banca e quella con azioni di Wall Street – vedano il resto del mondo in maniera totalmente diversa. Alla prima America non interessa, alla seconda sì. La prima America opera soprattutto nei servizi locali non specializzati ed è protagonista della grande economia più chiusa al mondo: il commercio estero per gli Stati Uniti vale appena il 25% del Pil, contro il 66% dell’Italia, il 45% del Giappone e il 37% della Cina. La seconda America dipende invece per la propria ricchezza dalla fortuna delle società quotate a Wall Street, dove quattro dollari ogni dieci dei gruppi dello S&P500 viene guadagnato all’estero (per le società tecnologiche è ancora di più).

In sostanza in America coesistono due mondi diversi, con percezioni opposte. Nell’alzare il muro dei dazi, Trump ha voluto fare gli interessi della parte più debole: le vittime e non i vincenti della globalizzazione.

L’obiettivo industriale

Ci provava anche Joe Biden, ma c’era una differenza: il presidente democratico cercava di pagare la reindustrializzazione del Paese con il denaro pubblico americano, finanziando grandi piani sussidiati da crediti d’imposta come l’Inflation Reduction Act sulle tecnologie verdi o il Chips Act sui semiconduttori; il presidente repubblicano invece cerca di far pagare la reindustrializzazione americana al resto del mondo, imponendo i suoi dazi.

Non può funzionare. Fallirà perché una recessione targata Trump è quasi inevitabile, se il presidente non fa marcia indietro. Perché quasi inevitabile? Perché la prima America – la più povera – sarà duramente colpita dall’inflazione sui beni importati e resi più cari dai dazi, dunque taglierà i suoi consumi. Anche la seconda America che è investita a Wall Street verrà colpita dall’inflazione, ma intanto lo è già da un crollo medio della sua ricchezza patrimoniale – appunto – di 47.500 dollari a testa fino a questo momento; di conseguenza, anche la seconda America stringerà sicuramente la cinghia.

Ma i consumi rappresentano ben oltre due terzi dell’economia americana. Una loro recessione non può che portare dritti dritti a una recessione americana a tutto tondo, oltre che a una pessima notizia per il resto del mondo: il consumatore americano, da solo, fa girare quasi un quinto dell’intera economia internazionale. Dunque le borse cadrebbero ancora, aggravando l’effetto recessivo.

Scommessa contro il tycoon

Tutto questo mi fa pensare che Trump in questo momento sia politicamente un morto che cammina, anche se magari non lo sa. Non si può certo darlo per perso, perché ha già dimostrato di sapersi inventare ben altre resurrezioni. Ma altri Paesi hanno fiutato la sua debolezza e stanno scommettendo su di essa. Il Canada di Mark Carney, malgrado i grandi rischi, ha preso la strada della massima intransigenza nelle ritorsioni e ne sta ricavando già dei risultati. E la Cina, che ormai vende da tempo la grandissima parte dei suoi prodotti fuori dagli Stati Uniti, non si è limitata a imporre i suoi contro-dazi al 34%. Giovedì scorso la banca centrale di Pechino ha annunciato all’improvviso che allarga il suo sistema di pagamenti internazionali imperniato sullo yuan digitale ai dieci Paesi dell’Asean (il gruppo di potenze commerciali asiatiche) e a sei Paesi in Medio Oriente. Di fatto per la prima volta Pechino disintermedia il sistema di pagamenti Swift a regia americana – che aveva dominato il mondo fin qui – grazie un sistema digitale molto più rapido ed efficiente. Copre già il 38% degli scambi mondiali, mentre gli Stati Uniti si isolano.

Di fatto la Cina ha chiamato il bluff di Trump e così ha fatto il canadese Carney. La Casa Bianca è in enorme difficoltà e dovrà probabilmente cedere, almeno di un bel po’. Solo in Europa e soprattutto in Italia sembriamo non averlo capito e preferiamo fare il meno possibile.

ELON SI E’ ROTTO IL DAZIO? MUSK PUBBLICA UN VIDEO SIBILLINO CON IL PREMIO NOBEL MILTON FRIEDMAN CHE PROMUOVE IL LIBERO MERCATO: UNA CHIARA CRITICA A TRUMP SUI DAZI – IL MINISTRO PER L’ECONOMIA TEDESCO ROBERT HABECK LO INFILZA: “MUSK È RIDICOLO, SE HA QUALCOSA DA DIRE, DOVREBBE ANDARE DAL SUO PRESIDENTE” – LE PAROLE DEL “DOGE” SU “UN’AREA A DAZI ZERO TRA USA E UE” ALIMENTANO LE VOCI DI UNA FRATTURA CON TRUMP…

(ANSA) – Elon Musk ha condiviso un vecchio video, pubblicato da un altro utente, in cui l’economista e premio Nobel Milton Friedman, utilizzando l’esempio della matita, spiega le diverse fasi in diverse parti del mondo per creare una matita. “Migliaia di persone hanno collaborato per realizzare questa matita”, afferma Friedman, scomparso quasi 20 anni fa, parlando di “magia del sistema dei prezzi” e aggiungendo che “è per questo che il funzionamento del libero mercato è così essenziale”. Un post sibillino su cui i follower di Musk si interrogano, e, ricordando la posizione del premio Nobel sul libero mercato, insinuano che il miliardario stia criticando Donald Trump.

Berlino, ‘Musk su zero dazi? Ridicolo, è segno di paura’

(ANSA) –“Il calcolo che ha fatto Donald Trump su surplus e dazi è sbagliato. Dal mio punto di vista è assurdo. E’ errata perfino la base filosofica di questo calcolo. Io dico ai partner europei, siamo uniti”. Lo ha detto il ministro per l’Economia tedesco Robert Habeck a margine del Consiglio Ue Commercio. “Ho letto cosa ha detto Elon Musk in merito all’auspicio che in futuro non ci siano dazi tra Usa e Ue, “penso che sia un segno di debolezza e forse di paura, Se ha qualcosa da dire, dovrebbe andare dal suo presidente. E’ ridicolo”, ha sottolineato.

PARIGI, ‘SUI DAZI L’UE NON ESCLUDA RISPOSTE AGGRESSIVE’

(ANSA) –– “Noi siamo contrari a qualsiasi guerra commerciale, faremo di tutto per un confronto. L’obiettivo è negoziare questa escalation. Se non è possibile, di certo l’Ue reagirà fermamente. E’ un momento molto pesante, importante per l’unità europea”. Lo ha detto il ministro francese delegato per il Commercio, Laurent Saint-Martin, a margine del Consiglio Ue Commercio. In merito alla messa in campo dello strumento anti-coercizione da parte dell’Ue, il ministro ha spiegato: Bruxelles “non deve escludere alcuna opzione, anche se estremamente aggressiva”.

IRLANDA, CONTRO-DAZI UE SU HI-TECH USA? NO ALL’ESCALATION

(ANSA) – L’Irlanda è contraria all’ipotesi di ritorsioni commerciali dell’Ue sull’hi-tech in risposta ai dazi Usa annunciati da Donald Trump. Lo ha detto chiaramente il primo ministro Simon Harris, citato dai media britannici e irlandesi a margine del vertice odierno a Lussemburgo. “Sarebbe una straordinaria escalation in un momento in cui tutti dobbiamo lavorare invece per una de-escalation”, ha affermato Harris. L’economia di Dublino dipende pesantemente dagli investimenti d’oltre oceano sull’isola, in primis del colossi americani tecnologici e farmaceutici.

SVEZIA, ‘COLPIRE BIG TECH? TUTTE LE OPZIONI SONO SUL TAVOLO’

(ANSA) – “Al momento tutte le opzioni sono sul tavolo, noi siamo a favore dell’unità europea ma le contromisure devono essere ben mirate e non devono colpire le società europee più di quanto non colpiscano le società americane”.

Lo ha detto il ministro svedese per il Commercio Internazionale, Benjamin Dousa, rispondendo a una domanda sulla possibilità di reagire ai dazi americani colpendo le Big Tech americane. Dousa ha poi definito “estremamente infelice” la decisione degli Stati Uniti di imporre dei dazi contro l’Europa e il resto del mondo.

“Non vogliamo un’escalation, non vogliamo una guerra commerciale con gli Stati Uniti, vogliamo più commercio e più cooperazione con gli Stati Uniti, ma l’Ue resta unita, siamo a favore di una soluzione negoziata” ha evidenziato, ribadendo ancora una volta la necessità di una risposta “ben mirata e proporzionata”. “La Svezia – ha aggiunto – continuerà a essere una voce forte per il libero commercio e le rotte commerciali aperte”.

La Ue studia una web tax in risposta agli Usa. Tajani: “Controdazi europei entro il 15 aprile”

Oggi vertice dei ministri per coordinare la replica ai dazi. Nel mirino Apple e Meta. Parigi non esclude “alcuna opzione, anche se estremamente aggressiva”

Claudio Tito

Entro il 10 maggio. Con una freccia da mettere nella faretra: una web tax. Ma con un incubo dal nome impressionante: stagflazione. Nelle intenzioni di Ursula von der Leyen la risposta della Commissione ai dazi di Trump non può essere, infatti, formulata dopo quella data. Quando cioè le prime due settimane borsistiche del prossimo mese saranno completate. Perché anche investitori e produttori devono avere le idee chiare su quel che accadrà nei prossimi mesi. L’incertezza rendere le quotazioni azionarie ancora più volatili.

Questa “road map” è stata illustrata oggi al vertice dei ministri del Commercio riuniti in Lussemburgo proprio per un primo esame della situazione dopo lo showdown tariffario della Casa Bianca. Un incontro che in realtà, nelle intenzioni della presidenza polacca e dello stesso esecutivo europeo, punta in primo luogo a evitare spaccature tra i 27. Al momento i Paesi dell’Unione, oltre non a non avere un’idea comune di come replicare agli Usa, non hanno ancora ben capito cosa fare. La reazione dei mercati finanziari, infatti, è stata impressionante. Al di là delle previsioni effettuate nelle settimane scorse da Commissione e Consiglio. E rispetto alle prime ore si sta sempre più facendo largo il timore che il “gioco” condotto da Trump possa portare alla tempesta perfetta: stagnazione economica e quindi crescita asfittica o nulla accompagnata dall’inflazione. Come negli anni ’70.

Le posizioni in campo

La Francia, tra i falchi del Vecchio continente in questa partita, ha alzato la posta e invitato i governi a “non escludere alcuna opzioneanche se estremamente aggressiva“. Il ministro delegato per il Commercio, Laurent Saint-Martin, ha spiegato che Parigi è contraria “a qualsiasi guerra commerciale” e che farà “di tutto per un confronto”. Se l’obiettivo del negoziato dovesse allontanarsi, l’Ue – ha ricordato –dovrà “reagire fermamente” alla luce del “momento molto pesante, importante per l’unità europea”.

Lo stesso appello all’unità è arrivato anche dalla Germania, con le parole del titolare dell’Economia, Robert Habeck. “Se ogni Paese comincia a elencare i prodotti per i quali avrebbe uno svantaggio nel caso di un aumento dei prezzi, allora non riusciremo mai a stilare una lista sensata. I dazi sono una cosa negativa. Dobbiamo quindi, in linea generale, evitare un’escalation e – ha aggiunto i ministro tedesco – utilizzare i dazi solo in modo mirato per compensare squilibri nei mercati o vantaggi che alcuni Paesi si concedono reciprocamente”. Insomma, Berlino non ha interesse “che questa spirale di dazi continui all’infinito”, ma per evitarla la strada di Habeck resta una: “rimanere uniti”.

In linea con la posizione francese, Berlino non esclude di metter mano alla fondina e utilizzare lo strumento anti-coercizione: “Si tratta di misure che – ha ricordato il ministro tedesco – vanno ben oltre la politica doganale. Hanno una vasta gamma: includono quindi i servizi digitali, ma hanno a disposizione un ventaglio di strumenti molto più ampio rispetto a una semplice tassa digitale. E anche questo deve essere preparato. Preparazione e unità sono ora i fattori decisivi per l’unità dell’Europa”.

Il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani, volato a Lussemburgo, ha anticipato che “ci sarà con effetto dal 15 aprile una lista di prodotti americani su cui mettere i dazi. È una vecchia lista congelata, io ho chiesto il rinvio ma mi pare che la posizione prevalente sia di cominciare dal 15″, ha detto il ministro. La lista, secondo le anticipazioni, “verrà stilata tra stasera e domani, diciamo che sono moderatamente ottimista”, ha spiegato ancora Tajani, aggiungendo che la seconda serie di contromisure dovrebbe entrare in vigore il 15 maggio ma, “da qui al 15 c’è ancora tempo per la trattativa”.

La web tax

Intanto i tecnici di Palazzo Berlaymont si concentrano sui servizi, settore nel quale gli Stati Uniti hanno un consistente surplus, e non sui beni. L’ipotesi di introdurre una nuova web tax – una sorta quindi di dazio occulto – è tra quelle più accreditate. Magari accompagnate dall’accelerazione di alcune procedure antitrust sanzionatorie nei confronti delle “Big Tech”, come Apple e Meta.

L’offerta di von der Leyen: dazi zero per i beni industriali

“Siamo pronti a negoziare con gli Stati Uniti. Abbiamo offerto dazi zero per i beni industriali, come abbiamo fatto con successo con molti altri partner commerciali, perché l’Europa è sempre pronta per un buon affare”, ha anticipato la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, in punto stampa con il premier norvegese, Jonas Gahr Store. “Questi dazi comportano innanzitutto costi immensi per consumatori e aziende europei, ma allo stesso tempo hanno un impatto enorme sull’economia globale, in particolar modo su altri Paesi in via di sviluppo duramente colpiti, e questo rappresenta un punto di svolta fondamentale per gli Stati Uniti”.

La presidente dell’esecutivo europeo ha confermato che è allo studio “una lista potenziale per ritorsione e altre misure di ritorsione se sarà necessario, ma preferiamo avere una soluzione negoziata. I partner interessati, Sefcovic, il nostro commissario per il Commercio e il segretario al commercio, Lutnick, ad esempio, sono in contatto molto stretto su questo argomento ed è chiaro che i negoziati devono andare in profondità nei dettagli tecnici che devono essere risolti prima”.

L’Unione europea sui dazi: pronti a ogni «opzione». Il peso del viaggio di Meloni nella trattativa con gli Usa

La presidente della Commissione ue Ursula Von der Leyen: le risposte saranno proporzionate

Francesca Basso

La presidente della Commissione europea non si stanca di ripeterlo: la strategia dell’Unione con gli Usa sui dazi è la trattativa. Ursula Von der Leyen ha ribadito anche domenica al premier britannico Keir Starmer, in un colloquio telefonico, «l’impegno nei negoziati con gli Stati Uniti, chiarendo al contempo che l’Ue è pronta a difendere i propri interessi attraverso contromisure proporzionate, se necessario». E l’aggettivo «proporzionate» serve a sottolineare la volontà di evitare un’escalation.

Von der Leyen ha espresso «profonda preoccupazione» per i dazi annunciati dal presidente Trump il 2 aprile e «per il danno che essi arrecano a tutti i Paesi, sia attraverso i loro effetti diretti che indiretti, anche sulle nazioni più povere del mondo». Bruxelles ha anche sottolineato a Starmer «la determinazione a lavorare con i partner per rispondere a questa nuova realtà per l’economia globale, riconoscendo che ogni partner commerciale agirà in base alle proprie priorità».

Lunedì 7 aprile a Lussemburgo i ministri del Commercio dei Ventisette discuteranno per la prima volta della risposta alle tariffe «reciproche», ma non sono attese decisioni. Come ha spiegato una fonte diplomatica Ue, l’obiettivo è «uscire dalla riunione con un messaggio unitario, tenendo presente che le politiche commerciali sono di competenza esclusiva della Commissione». Sarà «il momento di definire la leva politica sulla quale costruire la risposta commerciale di merito». Il commissario al Commercio Šefcovic riferirà delle due ore di confronto avute venerdì con il segretario al Commercio Usa Howard Lutnick e l’ambasciatore Jamieson Greer
Uno scambio definito «franco» da Šefcovic, che nel linguaggio diplomatico significa duro. Il commissario aggiornerà i ministri anche sull’esito della sua missione in Cina.

La strategia della Commissione è di «non escludere alcuna opzione» per poter negoziare da una posizione di forza: controdazi ma anche altri strumenti. La scelta di Bruxelles è stata finora di non fare annunci. Il ministro francese delle Finanze Eric Lombard ha però detto in un’intervista al Journal du dimanche che «abbiamo diversi strumenti a nostra disposizione a livello europeo: normativo, fiscale, doganale», spiegando che «ad esempio, possiamo rafforzare determinati requisiti ambientali o regolamentare l’uso dei dati da parte di determinati attori digitali».

Sul tavolo c’è anche lo strumento anti coercizione, anche se rappresenta l’ultima opzione e non risulta che ne stiano discutendo. La proposta su come intervenire spetta alla Commissione, che nelle dichiarazioni si sta mostrando cauta anche se ferma. Lo sforzo è quello di attivare tutti i canali possibili per portare avanti una trattativa con l’amministrazione Trump. In questo senso viene letto a Bruxelles il possibile viaggio della premier Meloni a Washington il 16 aprile. La presidente von der Leyen, in un’intervista al «Corriere», aveva spiegato che «più legami ci sono tra le due sponde dell’Atlantico, meglio è» e aveva definito «molto positivo» il rapporto di Meloni con Trump.

La Commissione lunedì presenterà ai governi anche le due liste di prodotti Usa, per un valore di 26 miliardi di euro, che saranno colpiti in risposta ai dazi che gli Stati Uniti hanno imposto su acciaio e alluminio Made in Eu. È atteso un voto il 9 aprile e in caso di via libera, le contromisure Ue entrerebbero in vigore il 15 aprilema la maggior parte dei dazi sarà raccolta dal 15 maggio. Mentre per la risposta alle tariffe «reciproche» ci vorrà più tempo. C’è timore tra i Paesi Ue che le contromisure possano portare a un’escalation. Il ministro polacco delle Finanze Andrzej Domanski ha invitato a «evitare una risposta radicale troppo in fretta» in un’intervista a Federico Fubini domenica sul Corriere.

(ANSA) – C’e’ una prima vittima nella guerra commerciale di Donald Trump: l’economia del Michigan, uno degli stati in bilico vinto (di poco) dal tycoon. Così titola il Wall Street Journal sottolineando che l’industria automobilistica, che sostiene un posto di lavoro su 10 nello stato, è diventata sempre più dipendente da parti e veicoli provenienti da Canada, Messico e Cina, importazioni che il presidente ha colpito con tariffe doganali elevate nelle ultime settimane (il Michigan si classifica al quinto posto negli Usa per dimensioni delle sue importazioni ed esportazioni, anche se la sua economia totale e’ al 14mo posto).

Per arginare gli effetti peggiori dei dazi, poche ore dopo l’annuncio del ‘Liberation Day’ la scorsa settimana, Stellantis ha licenziato temporaneamente circa 900 lavoratori in Michigan e Indiana che forniscono parti alle fabbriche in Canada e Messico che l’azienda ha lasciato inattive nello stesso periodo.

Anderson Economic Group, una società di consulenza del Michigan, stima che i dazi aggiungeranno da 2.500 a 12.000 dollari al prezzo di molte auto nuove e fino a 20.000 per le importazioni di lusso. “Questo avrà un effetto negativo drammatico sulle vendite di auto negli Stati Uniti, e ci saranno arresti della produzione”, ha affermato Patrick Anderson, ceo dell’azienda: “L’epicentro delle perdite di posti di lavoro dovute a questi dazi è tra Detroit, Michigan, e Windsor, Canada”.

Dazi, Bill Ackman attacca Lutnick: «Guadagna mentre l’economia implode». Dimon: rischio inflazione. La Casa Bianca: più forti con Trump

Da Bill Ackman a Ray Dalio cresce la protesta per l’impatto delle mosse di Trump

I grandi gestori di Wall Street intervengono contro l’impatto dei dazi voluti da Donald Trump e le conseguenze nefaste sulle Borse globali. E anche chi aveva sostenuto il tycoon durante la campagna elettorale comincia ad allontanarsi. Da Bill Ackman a Ray Dalio fino a Larry Fink e Jamie Dimon. La Casa Bianca affida a un consigliere del presidente la replica: «Le politiche Trump ci stanno rendendo più forti».

Il ceo di JPMorgan Chase Jamie Dimon ha messo in guardia gli investitori che la turbolenza causata dai dazi statunitensi e da una guerra commerciale globale potrebbe rallentare la crescita della più grande economia del mondo, stimolare l’inflazione e potenzialmente portare a conseguenze negative durature. Nella sua lettera annuale agli azionisti, pubblicata lunedì dopo le perdite degli indici la scorsa settimana che hanno spazzato via migliaia di miliardi di dollari dai mercati azionari globali, Dimon ha espresso preoccupazioni su come i dazi avrebbero avuto un impatto sulle alleanze economiche a lungo termine dell’America. «L’economia sta affrontando notevoli turbolenze (inclusa la geopolitica), con i potenziali aspetti positivi della riforma fiscale e della deregolamentazione e i potenziali aspetti negativi dei dazi e delle ”guerre commerciali”, l’inflazione persistente, gli elevati deficit fiscali e i prezzi delle attività ancora piuttosto elevati e la volatilità», ha scritto Dimon.

Jamie Dimon

Dimon, 69 anni, ha diretto la più grande banca statunitense per 19 anni ed è una delle voci più importanti nell’America aziendale. «Probabilmente assisteremo a risultati inflazionistici… Se la lista dei dazi causerà o meno una recessione resta un interrogativo, ma rallenterà la crescita». Gli economisti di JPMorgan hanno aumentato il rischio di una recessione negli Stati Uniti e nel mondo quest’anno dal 40% al 60% dopo che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha svelato la scorsa settimana le barriere commerciali più ripide degli ultimi 100 anni. Quando domenica gli è stato chiesto del calo dei mercati, Trump ha detto che a volte bisogna prendere medicine per risolvere qualcosa.

Dimon ha notato il potenziale di ritorsione da parte di altri paesi e ha detto che le tariffe potrebbero influenzare la fiducia economica, gli investimenti, i flussi di capitale, gli utili aziendali e il dollaro. «Più rapidamente questo problema verrà risolto, meglio sarà perché alcuni degli effetti negativi aumenteranno cumulativamente nel tempo e sarebbero difficili da invertire», ha scritto il ceo. Le tariffe sollevano anche interrogativi sulla direzione dei tassi di interesse, ha affermato Dimon. Mentre i tassi sono diminuiti di recente a causa del dollaro più debole, la prospettiva di una crescita più lenta e di un calo della propensione al rischio potrebbero causare un aumento dei tassi, ha affermato, riferendosi alla stagflazione degli anni ’70.

Anche le aspettative di una modesta crescita degli Stati Uniti, nota come atterraggio morbido, potrebbero essere deragliate. «Entriamo in questo periodo di incertezza con prezzi elevati di azioni e obbligazioni, anche dopo il recente declino… i mercati sembrano ancora valutare gli asset partendo dal presupposto che continueremo ad avere un atterraggio abbastanza morbido. Non ne sono così sicuro», ha scritto Dimon.

Bill Ackman

L’attacco più duro arriva da Bill Ackman, grande gestore di hedge fund, che in un tweet prende di mira il segretario al Commercio Howard Lutnick, già Ceo e presidente del colosso finanzario Cantor Fitzgerald: «Ho appena capito – ha scritto Ackman su X – perché@howardlutnick è indifferente al mercato azionario e al crollo dell’economia. Lui e Cantor sono lunghi sulle obbligazioni. Lui guadagna quando la nostra economia implode. È una pessima idea scegliere un Segretario al Commercio la cui azienda ha massicci investimenti sul reddito fisso. È un conflitto di interessi inconciliabile».

Nell’ultima settimana in effetti i rendimenti sui Treasury decennali americani sono scesi dal 4,355 al 3,95% facendo ottenere lauti guadagni a chi ha i titoli di Stato americani in portafoglio. Cantor Fitzgerald è uno dei 24 primary dealers del Tesoro Usa, le società autorizzate a comprare le obbligazioni direttamente dal Tesoro per poi rivenderle agli investitori.

Il nuovo regime commerciale è un «errore», ha dichiarato in precedenza Ackman con un altro post su X, segnando con la sua presa di posizione una rottura netta da parte di uno dei principali sostenitori del Presidente all’interno di Wall Street, un sostegno diventato esplicito dopo il tentato omicidio di luglio durante la campagna elettorale.

«Imponendo tariffe massicce e sproporzionate sia ai nostri amici che ai nostri nemici e lanciando così una guerra economica globale contro il mondo intero in un colpo solo, stiamo distruggendo la fiducia nel nostro Paese come partner commerciale», ha scritto Ackman. «Le conseguenze per il nostro Paese e per i milioni di cittadini che hanno sostenuto il Presidente – in particolare per i consumatori a basso reddito, già sottoposti a un enorme stress economico – saranno gravemente negative. Non è per questo che abbiamo votato», ha dichiarato il gestore di hedge fund.

La sua società Pershing Square ha solo un investimento – le opzioni call a 3 anni di Nike – direttamente interessato dalle tariffe, una posizione che rappresenta l’1,5% del portafoglio dell’azienda, ha dichiarato Ackman, secondo cui la società non sarà «venditrice in un mercato in declino», anche se subirà perdite mark-to-market in caso di crollo del mercato. «Saremo acquirenti di grandi aziende a prezzi altamente scontati che andranno a beneficio nostro e dei nostri investitori nel lungo periodo», si legge nel post.

Ray Dalio

La posizione di Ackman si aggiunge a quanto scritto recentemente da Ray Dalio, fondatore di Bridgewater Associates, il più grande hedge fund del mondo: «Le conseguenze immediate – ha affermato Dalio – saranno significativamente stagflazionistiche negli Stati Uniti».

Larry Fink

Nei giorni scorsi, alla vigilia dell’avvio dei dazi, Larry Fink, Ceo di BlackRock, in occasione della tradizionale lettera annuale agli azionisti, aveva detto che gli Stati Uniti potrebbero accusare i contraccolpo dell’enorme debito e dell’incertezza a scapito del dollaro, «che potrebbe perdere lo status di valuta di riserva globale a favore del Bitcoin».

(ANSA) – Mercati azionari del Vecchio continente ancora in scivolata con l’introduzione dei dazi statunitensi: la Borsa peggiore è stata quella di Madrid, che ha chiuso con un ribasso del 5,1%, seguita da Parigi e Amsterdam in calo del 4,7%. Londra ha ceduto il 4,4% finale, mentre Francoforte ha perso il 4%.

90 giorni di pausa per i dazi? Ecco il video che ha fatto ballare le borse di tutto il mondo

Caos a Wall Street e sui mercati. Le borse reagiscono con entusiasmo al presunto annuncio di Kevin Hassett, direttore del Consiglio economico nazionale degli Stati Uniti, secondo cui Trump sarebbe pronto a una pausa di 90 giorni nei dazi. L’annuncio fa il giro dei social grazie al tweet di tale Walter Bloomberg (nessun legame con l’agenzia di notizie). Ma a ben vedere Hassett, nell’intervista alla Fox da cui tutto avrebbe avuto inizio, non risponde “sì” alla domanda sullo stop di 90 giorni. Usa solo un intercalare. Walter Bloomberg cancella il post e sostiene che la prima a dare la notizia sarebbe stata l’agenzia Reuters. Comunque sia, la Casa Bianca dopo poco smentisce l’idea dei 90 giorni di pausa, e i mercati tornano a crollare

’WASHINGTON POST’’: QUESTO SENATORE REPUBBLICANO GUIDA LA CARICA CONTRO I DAZI E L’ECCESSO DI POTERE DI TRUMP – “HO VOTATO E SOSTENUTO TRUMP, MA NON SOSTENGO IL GOVERNO DI UNA SOLA PERSONA” – “I REPUBBLICANI DEL CONGRESSO STANNO RINVIANDO, DELEGANDO E ABDICANDO ALLA LORO RESPONSABILITÀ NEI CONFRONTI DI TRUMP. IL CHE È MOLTO PERICOLOSO’’ – SETTE SENATORI REPUBBLICANI SOSTENGONO UNA PROPOSTA DI LEGGE BIPARTISAN CHE ELIMINEREBBE LE NUOVE TARIFFE DOPO 60 GIORNI, A MENO CHE IL CONGRESSO NON VOTI PER APPROVARLE. MA TRUMP POTREBBE PORRE IL VETO ANCHE SE VENISSE APPROVATA. CI VORREBBERO DUE TERZI DEI SENATORI, TRA CUI ALMENO 20 REPUBBLICANI, PER ANNULLARE IL VETO…

Traduzione di un estratto dell’articolo di Liz Goodwin e Theodoric Meyer

Il senatore Rand Paul, proveniente da uno stato profondamente repubblicano, è per certi versi una figura improbabile per articolare un’argomentazione scottante contro il programma di Donald Trump.

Ma il senatore del Kentucky sta lanciando un duro avvertimento ai colleghi repubblicani che le politiche tariffarie di Trump potrebbero portare a una perdita politica generazionale per il partito.

E sta raccogliendo sorprendenti elogi dai suoi colleghi democratici mentre respinge senza sosta sulle onde radio e al Senato ciò che descrive come l’eccesso di potere esecutivo e la violazione del Congresso da parte di Trump.

In un appassionato discorso in aula prima del suo voto per revocare i dazi canadesi di Trump mercoledì, il senatore ha affermato che i membri del Congresso hanno “abdicato al loro potere” per decenni e ha attribuito la colpa a entrambe le parti.

“Sono un repubblicano. Sono un sostenitore di Donald Trump. Ma questo è un problema bipartisan”, ha detto Paul. “Non mi interessa se il presidente è un repubblicano o un democratico. Non voglio vivere sotto un governo di emergenza. Non voglio vivere dove i miei rappresentanti non possono parlare per me e avere un controllo e un equilibrio sul potere”.

Mentre molti dei suoi colleghi stanno cedendo l’autorità del Congresso a Trump sul potere della borsa e su altre questioni, Paul è una voce scomoda.

È stato il primo senatore del GOP a sostenere che i tagli apportati dal miliardario Elon Musk dovevano essere codificati dal Congresso per essere legali, una tattica che la Casa Bianca ha ora mostrato di voler perseguire. E Paul ora si oppone alla dichiarazione di emergenza nazionale di Trump per eludere il Congresso e imporre dazi.

Libertario e in un certo senso lupo solitario al Senato, Paul da anni esprime preoccupazione per quella che considera una crescita eccessiva del potere esecutivo, citando una frase di Franklin secondo cui “Coloro che rinuncerebbero alla libertà essenziale, per acquistare un po’ di sicurezza temporanea, non meritano né la libertà né la sicurezza”.

La decisione di Paul e di gli altri senatori repubblicani di opporsi alle tariffe sul Canada ha scatenato la rabbia di Trump, definendoli “incredibilmente sleali”.

In un’intervista, Paul ha dichiarato che alcuni senatori repubblicani gli avevano detto in privato di sostenere i suoi sforzi, anche se non erano disposti a sfidare Trump votando contro per annullare i suoi dazi.

“Tutti vedono il mercato azionario e sono tutti preoccupati”, ha detto Paul. “Ma si irrigidiscono per cercare di comportarsi come se nulla stesse accadendo e sperare che passi”.

Sette senatori repubblicani stanno sostenendo una proposta di legge bipartisan che eliminerebbe le nuove tariffe dopo 60 giorni, a meno che il Congresso non voti per approvarle.

Ma la proposta di legge affronta dure probabilità al Congresso, e Trump potrebbe porre il veto anche se venisse approvata. Ci vorrebbero due terzi dei senatori, tra cui almeno 20 repubblicani, per annullare un veto.

Quando gli è stato chiesto in precedenza se avesse ricevuto qualche reazione negativa in Kentucky per la sua posizione tariffaria, Paul ha risposto seccamente “solo elogi” e ha riso.

“È molto rispettoso di Donald Trump, ma è anche molto rispettoso dei suoi principi”, ha detto il senatore Kevin Cramer (North Dakota), descrivendo Paul come “la coscienza della fazione libertaria del nostro partito”.

È stato tra i più accaniti critici della risposta alla pandemia degli Stati Uniti e di Anthony S. Fauci, e nel 2021 ha dichiarato che non si sarebbe vaccinato contro il coronavirus perché era già stato infettato. Ora Paul presiede il Comitato per la sicurezza interna del Senato.

Il senatore Peter Welch (D-Vermont) ha elogiato Paul per aver difeso l’autorità del Congresso di imporre tariffe e guerre, autorità che i legislatori hanno eroso nel corso di molti decenni.

“I repubblicani del Congresso stanno rinviando, delegando e abdicando alla loro responsabilità nei confronti di Trump”, ha aggiunto Welch (Vermont). “Il che è molto pericoloso. E rispetto e ammiro Rand che si oppone a ciò”.

Paul, da parte sua, ha continuato a sostenere che la sua posizione non riguarda la politica. “Non riguarda il partito politico”, ha detto. “Ho votato e sostenuto il presidente Trump, ma non sostengo il governo di una sola persona”.