
Usa, proteste anti Trump in 50 Stati. Il presidente: «Resistete, vinceremo»
Economia, risparmi, licenziamenti: 200 associazioni e uno slogan, «Giù le mani». Il segretario al Tesoro Bessent vorrebbe lasciare il governo
L’altra America torna in piazza. Migliaia di persone hanno partecipato a più di mille manifestazioni, nelle piccole e nelle grandi città, in ciascuno dei 50 Stati. Slogan comune: «Hands Off!», giù le mani. Prima di tutto dall’economia, dai risparmi, esposti a grave rischio dai dazi imposti da Donald Trump. Ma «giù le mani» anche dai posti di lavoro nella pubblica amministrazione, tagliati da Elon Musk, alla testa del «Doge», il Department of government efficency. E ancora «giù le mani» dalla comunità «Lgbtq» (omosessuali e transgender). «Giù le mani» dagli immigrati che vivono e lavorano negli Stati Uniti, ma non ancora regolarizzati. Ognuna delle 200 associazioni coinvolte ha portato le proprie rivendicazioni, raccogliendo complessivamente 250 mila adesioni online. Solo per citarne alcune: «Indivisible», ex funzionari del Congresso per «un’agenda progressista»; «Women march», protagonista della marcia del 2017 a Washington; «Move on», difesa dell’integrità delle elezioni; «Tax the Greedy Billionaires», a favore di una maggiore tassazione sui super ricchi; «Color of Change», per la «giustizia razziale»; «Planned Parenthood Action Fund», per la libertà di scelta sulla maternità. Presenti anche diversi sindacalisti e rappresentanti del partito democratico, tra i quali le deputate Ilhan Omar e Katherine Klark, il senatore Ed Markey.
La prima da «Black Lives Matter» nel 2020
È la prima protesta corale da quando Donald Trump è tornato alla Casa Bianca e per trovare un precedente bisogna risalire al 2020 con i cortei organizzati dagli attivisti di «Black Lives Matter», dopo l’omicidio di George Floyd da parte della polizia di Minneapolis. Ed è anche la ricomparsa della società civile sulla scena politica nazionale, forse data per dispersa in modo troppo frettoloso.
Gli eventi più seguiti si sono tenuti a Boston, New York, Atlanta, Chicago, Portland. A Washington ha preso la parola il parlamentare Jamie Raskin ha detto che Trump vuole mettere insieme «i poteri di Mussolini e le idee economiche di Herbert Hoover». Come dire un aspirante dittatore che applica le politiche economiche di un presidente che negli anni Trenta fece precipitare gli Stati Uniti nella «Grande Depressione».
Trump dal golf: «Vinceremo»
Ma nella mattinata, dalla Florida, prima di giocare a golf, Trump ha scritto sul suo social «Truth»: «Vinceremo. Resistete, non sarà facile, ma il risultato sarà storico». Il presidente ha poi aggiunto che la strategia «sta riportando (negli Usa, ndr) posti di lavoro e aziende come mai prima»; gli investimenti sarebbero «più di 5 mila miliardi di dollari e in rapida crescita!».
Bessent cerca una via d’uscita
Il rullo compressore trumpiano, però, comincia a spaventare anche qualche repubblicano di rilievo. Secondo la tv Msnbc il segretario al Tesoro Scott Bessent «starebbe cercando una via d’uscita» per lasciare l’Amministrazione. Bessent è un ex gestore di un «hedge fund». Ora teme di perdere «la sua reputazione» a Wall Street. Sempre stando alle indiscrezioni, Bessent starebbe cercando di farsi nominare presidente della Federal Reserve, accorciando il mandato di Jerome Powell.
Al Congresso
C’è agitazione anche nel Congresso. Il senatore repubblicano Chuck Grassley ha presentato, assieme alla collega democratica Maria Cantwell, una proposta di legge per assegnare la decisione finale sui dazi al Parlamento. Il deputato conservatore Don Bacon si prepara a fare la stessa cosa alla Camera. Il senatore Ted Cruz teme che le scelte di Trump possano tradursi «in un bagno di sangue politico per i repubblicani» nelle elezioni di mid-term, in programma nel novembre del 2026.
Dazi, la strana matematica di Trump e perché le tariffe Usa non sono «reciproche»
Perché la narrazione del presidente americano non ha fondamento economico e non esiste alcun dazio Ue del 39% sui prodotti americani
Non c’è alcuna reciprocità nei dazi di Donald Trump e il presidente americano non ha ragione di sostenere che l’Unione europea abbia «sfruttato» gli Stati Uniti attraverso pratiche commerciali per loro sfavorevoli o che il deficit commerciale degli Usa sia necessariamente frutto di presunte barriere. Con l’aiuto dell’economista Antonio Villafranca, vicepresidente per la ricerca dell’Ispi, vediamo perché la narrazione del 47esimo inquilino della Casa Bianca non ha alcun fondamento economico e i dazi, in assenza di pratiche sleali, fanno male sia a chi li subisce che a chi li impone. Motivo per cui l’Europa deve pesare bene le contro-misure.
1) Come ha spiegato la stessa amministrazione Trump, i dazi sono stati calcolati dividendo il deficit commerciale degli Stati Uniti verso un Paese per il totale delle importazioni da quel Paese. Cosa significa?
Prendiamo l’esempio dell’Unione europea. Nel 2024 il deficit commerciale Usa-Ue valeva 235,6 miliardi di dollari. Questo numero si ottiene facendo la differenza tra i beni che gli Stati Uniti hanno importato dall’Ue, per un valore di 605,8 miliardi di dollari, e le merci che hanno esportato verso l’Ue per 370,2 miliardi. Questi 235,6 miliardi sono stati divisi per i 605,8 miliardi di dollari di importazioni Usa. Il risultato è 0,39 o 39%, che diviso due fa 19,5%, arrotondato poi al 20%: il dazio imposto all’Ue.
2) Sulla base di questo calcolo, Trump sostiene che l’Ue impone dazi del 39% agli Stati Uniti, ma non è così. Cosa dicono le cifre reali?
L’Ufficio del Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti, in un documento pubblicato il 31 marzo, sostiene che l’aliquota tariffaria media applicata dall’Unione europea era del 5% nel 2023. Una cifra, quindi, molto lontana dal 39% di cui parla il presidente americano. Ma quel 5% non è altro che la media delle tariffe europee sulle merci americane. Se ponderata per i settori merceologici, l’aliquota reale è poco al di sopra dell’1%, secondo le stime della Commissione europea. Ed è inferiore, anche se di poco, all’aliquota media ponderata dei dazi americani imposti sulle merci europee.
3) Tra le barriere che Trump contesta a Bruxelles ci sono anche standard e norme che, a suo dire, danneggiano gli Usa. Esiste davvero questo squilibrio?
L’Ue si è data degli standard ambiziosi, sia dal punto di vista ambientale che sanitario, che impone anche ai prodotti di importazione. Lo fa per tutelare i consumatori europei ma anche le aziende dal rischio di subire la concorrenza sleale di prodotti più a basso costo ma con standard inferiori. Per quel che riguarda la normativa sul digitale, la più invisa agli Stati Uniti, l’obiettivo è garantire una gestione dei dati che tuteli i cittadini e una concorrenza leale tra le piattaforme, evitando situazioni di monopolio.
4) Questo ha danneggiato Big Tech?
Al netto delle multe dell’Antitrust e dello sforzo che le aziende americane devono fare per adeguarsi agli standard europei, il vantaggio degli Usa sul digitale rimane fortissimo. I numeri parlano chiaro: l’Ue ha un deficit di 109 miliardi di euro nei servizi. Molti dei quali sono erogati dai colossi di Big Tech, che fanno grandi profitti in Europa.
5) Quali sono i rischi dei dazi?
Secondo le prime stime, a una famiglia media americana potrebbero costare 2.100 dollari l’anno. E peseranno sull’economia italiana per oltre mezzo punto percentuale nel triennio 2025-2027, secondo la Banca d’Italia. Fare una stima complessiva delle ricadute è difficile, perché non si può tenere conto solo dell’impatto diretto e bilaterale delle tariffe. Ad esempio, come effetto collaterale della guerra commerciale Usa-Cina, l’Ue rischia di essere inondata di importazioni cinesi a basso costo.
Trump al bivio: marcia indietro o avanti tutta (guidato dalle sue ossessioni)
Parla di «rivoluzione economica» ma gli imprenditori sono nel panico
Stephen Schwarzman, capo del gigante finanziario Blackstone, è stato il più convinto sostenitore di Donald Trump nel mondo di Wall Street. Tra giovedì e venerdì, in quelli che sono stati due dei giorni più disastrosi della storia del capitalismo (distrutta ricchezza per 6.600 miliardi di dollari, tre volte il Pil dell’Italia), il gruppo del fedele scudiero del presidente ha perso addirittura il 15% del suo valore.
Trump ha fatto male i suoi calcoli e ora, spaventato, medita una mezza marcia indietro mascherata da vittoria? O, sentendosi ormai il «messia» che apre una nuova era, andrà avanti a oltranza? Prevedere le reazioni di un leader che si vanta di avere nell’imprevedibilità un suo punto di forza è arduo, ma ci sono buoni motivi per ritenere che seguirà la seconda strada: guerra commerciale col resto del mondo anche se i mercati, da lui in passato sempre rispettati, lo stanno bocciando.
«Sofferenze nel breve periodo»
Non sembra curarsene: era stato avvertito che, imponendo dazi, avrebbe seminato il panico tra investitori e imprese. Ma lo ha fatto lo stesso. E dopo i crolli ha rilanciato sulla sua rete social: «Sofferenze nel breve periodo, ma alla fine otterremo risultati storici per l’America e le sue imprese». E, poi, a caratteri cubitali: «Questa è una rivoluzione economica».

(Charly Triballeau/Afp)
Avanti o indietro
I giornalisti che chiedono alla Casa Bianca se il presidente cambierà rotta si sentono rispondere che Trump tirerà dritto, qualunque sia l’umore dei mercati, perché sta semplicemente attuando la politica che aveva annunciato nei comizi prima del voto: sta, quindi eseguendo la volontà del popolo. Steve Rattner, ex capo della banca Lazard e della task force che salvò l’industria Usa dell’auto durante la presidenza Obama, è lapidario: «Mai visto un disastro simile nei 50 anni che ho vissuto nel cuore della finanza. Ed è stato un disastro chiaramente annunciato».
Tre distorsioni
Tutto ciò accade perché Trump non sta ragionando in termini economici ma in termini politici, seguendo una visione autoritaria, imperiale, alimentata da almeno tre ordini di distorsioni che, annidiate da anni nella sua psicologia, sono state trasmesse anche a buona parte dell’opinione pubblica americana.
Così, innanzitutto è arrivata la resa dei conti sulle falsità che il presidente ha impunemente diffuso per anni. Sono entrate nel sistema linfatico del Paese cambiando la stessa natura del dibattito politico. Quando, poi, dalle falsità politiche, Trump è passato a prendere decisioni economiche estreme sulla base di dati falsi, è arrivato il crollo. I leader dell’economia produttiva (secondo elemento) avrebbero potuto energicamente richiamarlo alla realtà. Non lo hanno fatto per il timore delle reazioni di un presidente tanto potente quanto vendicativo.
Istinti estremi
E lui, circondato solo da fedelissimi accondiscendenti, visto che tutti i «conservatori responsabili» della prima era Trump sono stato epurati, ha seguito i suoi istinti più estremi. Trasferendo (terzo elemento), le sue ossessioni e i rancori per essersi sentito sottovalutato e ingiustamente osteggiato per anni, dalla sfera degli Usa a quella planetaria: il ruolo svolto dagli Stati Uniti nel Dopoguerra, sicuramente costoso per quanto riguarda la difesa militare dell’Occidente, ma anche vantaggioso in termini di leadership economica e di «regno» del dollaro, è diventato, nella sua narrativa avvelenata, la storia di un’America umiliata e sfruttata dagli altri Paesi, soprattutto quelli amici. Un’ingiustizia che i suoi predecessori hanno tollerato: solo lui ha avuto gli attributi per denunciarla e troncarla.
Gli imprenditori
Davanti ai suoi insuccessi diplomatici (soprattutto Putin e Israele che continuano ad andare per la loro strada nei conflitti che Trump aveva promesso di far cessare immediatamente) e ai disastri economici, Trump cambierà rotta? Può darsi: davanti al disastro gli imprenditori cominceranno a farsi sentire, mentre repubblicani fin qui allineati e pressoché silenziosi, cominciano ad agitarsi. Qualcuno chiede di limitare i poteri del presidente mentre il senatore del Texas Ted Cruz parla di «bagno di sangue» per il suo partito alle elezioni di mid term del prossimo anno se la guerra commerciale di dazi e contro dazi durerà per altri 90 giorni.
Imperiale e oligarchico
Ma quello che continuiamo a vedere è un Trump «imperiale» non solo negli atteggiamenti politici, ma anche nella sua volontà di trasformare il capitalismo, col dominio delle forze di mercato, sostituito da un controllo economico esercitato dal centro. Un modello oligarchico nel quale ha mostrato fin qui di trovarsi bene anche Elon Musk mentre il suo «gemello» della Silicon Valley, Peter Thiel, vede avvicinarsi il traguardo che aveva indicato tre anni fa: spazzare via la «gerontocrazia delle banche centrali» e di un sistema finanziario tradizionale: per lui un ostacolo allo sviluppo della nuova era delle valute digitali.
Dazi, anche l’happy hour piange e a New York lo spritz diventa più caro
Nella nuova America terremotata dai dazi anche l’Happy Hour piange. Le previsioni dei barman sono infatti particolarmente fosche perché già prima di annunciare i nuovi tributi, Trump — che è astemio e indulge solo in Diet Coke — lo scorso 13 marzo aveva ipotizzato tasse addirittura al 200% sulle bevande alcoliche prodotte nei paesi dell’Unione europea se questa non avesse cancellato una tassa pianificata sul whisky americano.
La Ue aveva risposto ritardandola fino a metà aprile, ipotizzando l’avvio di negoziati specifici. Ma l’introduzione della gabella al 20 per cento rende ora quella trattativa più complicata. Il consiglio degli esperti è brutale: fate scorta perché pure i decisamente non economici cocktail (il prezzo medio fluttua dai 18 ai 25 dollari) affronteranno un’impennata di prezzi. Colpa — proprio come per l’iPhone — del costo delle materie prime. I più ordinati al bancone hanno infatti come base liquori prodotti in Europa. Alternative all’aumento spropositato, scrive il Washington Post sarà eliminarli o inventarne di nuovi con prodotti locali.
A rischio estinzione nei mitici bar americani ci sono dunque soprattutto due formule italianissime che negli anni recenti hanno avuto immenso successo da questa parte dell’Oceano: il veneto Spritz, realizzato al 95% con prodotti d’importazione (Aperol e prosecco, il restante 5 è acqua tonica) e il Negroni composto al 64 per cento da Campari e Vermouth, con un restante 36 di gin che arriva dalla meno tartassata Gran Bretagna. Per far bere ancora l’America bisognerà dunque rispolverare il drink Made in Usa per eccellenza: quell’Old-Fashioned caro ai gangster di Chicago nato per stemperare con zucchero e soda il gusto acido del whisky di contrabbando.
Borse, l’incubo di un nuovo crollo dopo la settimana più nera
I mercati guardano al vertice europeo di domani che deve calibrare la risposta a Trump. Speranza nei negoziati ma timori per l’escalation, decisivo l’orientamento dei grandi fondi
Come un uragano, i dazi di Trump si sono abbattuti sulle Borse globali. I mercati hanno sofferto tutta la settimana, penalizzati dall’incertezza per il futuro dell’economia.
Trump affonda le Borse
L’annuncio del presidente Usa di mercoledì sera ha inferto un colpo sordo al mondo finanziario, provocando un crollo dei listini simile a quello dell’11 settembre. In Europa tra giovedì e venerdì sono stati bruciati 1.241 miliardi di capitalizzazione, come se si fosse volatilizzato il valore di Meta, una delle magnifiche sette della tecnologia Usa e tra le maggiori quotate al mondo.
Ad aggravare la situazione si sono aggiunti i controdazi cinesi e lo spettro di una stagflazione preannunciato dal presidente della Fed, Jerome Powell. E ora i mercati vivono l’incubo di un nuovo crollo. Domani riaprono le Borse e gli operatori guardano al vertice dei ministri del Commercio della Ue e alla possibile rappresaglia alla vigilia della partenza dei dazi bilaterali (mercoledì).
Milano la peggiore
Nel frattempo si contano le perdite. Milano è stata la più penalizzata del Vecchio continente, con un calo di oltre il 10%. “Piazza Affari ha perso più delle altre Borse europee anche perché il peso delle banche rappresenta oltre un terzo della composizione dell’indice Ftse Mib, e per lo stesso motivo aveva guadagnato molto nei mesi precedenti”, spiega Orlando Barucci, presidente di Vitale & co.
“Ma del panic selling delle ultime due sedute ne hanno risentito anche titoli industriali meno colpiti dai dazi, che hanno scontato un aggiustamento al ribasso delle quotazioni per motivi tecnici: i fondi passivi che replicano l’indice, hanno dovuto vendere indistintamente tutte le aziende che ne facevano parte”.
Pesa l’economia basata sull’export
L’Italia ha pagato anche il conto di un’economia basata sull’export, dove gli Usa sono un alleato storico e un importante mercato di sbocco. Un terremoto acuito dal calo del dollaro, voluto da Trump per mitigare il deficit. “Un dollaro debole penalizza una grande fetta dell’industria italiana – aggiunge Barucci – non solo chi esporta ma anche chi produce e fattura in valuta Usa, che vedrà i ricavi e i margini tradotti in euro diminuire”.
L’Inghilterra la meno penalizzata
Londra, invece, su cui pende solo la tariffa base del 10%, ha visto andare in fumo “appena” il 4,5%. Del resto, la manifattura, il vero obiettivo di Trump, non incide troppo sull’economia inglese, orientata verso i servizi, per ora esenti da dazi.
Crollano anche i titoli tech americani
Wall Street non è stata da meno. La Borsa di New York ha perso in due sedute quasi cinque mila miliardi di dollari, trascinata al ribasso dai titoli delle aziende tecnologiche, comprese quelle i cui manager avevano presenziato all’insediamento di Trump: dall’introduzione dei dazi, Amazon ha perso il 13%, Meta il 14%, Alphabet (Google) il 7% e Apple il 16%.
Tesla, la casa automobilistica fondata dal braccio destro del presidente Usa, Elon Musk, è crollata del 15%. La volatilità dei mercati avrebbe poi indotto anche alcune società, come Klarna e StubHub, a rimandare la loro quotazione, in attesa di tempi migliori.
Petrolio e oro, entrambi in calo
La tempesta non ha risparmiato neanche il petrolio, influenzato pure dall’aumento di produzione annunciato da alcuni Paesi dell’Opec+. L’oro, storico bene rifugio, ha perso terreno, pur rimanendo vicino ai massimi di sempre.
Cosa succede adesso
“Per capire come andranno le Borse bisognerà vedere quale sarà la reazione dell’Europa alle tariffe Usa, se e a quali condizioni Trump negozierà con i vari Stati e infine se il presidente continuerà a ignorare il chiaro segnale che gli hanno dato i mercati – prosegue Barucci -. Occorre inoltre seguire con attenzione come e dove i fondi internazionali che hanno venduto Wall Street decideranno di reindirizzare i loro investimenti: ovvero su quali geografie e su quali asset, anche in chiave geopolitica, vedono migliori prospettive economiche”.
I bond governativi, europei e statunitensi, hanno poi attratto quegli investitori spaventati che cercavano rifugio dalle intemperie di Borsa. “L’enorme possibile perdita di credibilità accusata dagli Usa, accompagnata dal rischio crescente di una recessione, potrebbe anche innescare una nuova crisi finanziaria”, conclude Barucci. La Casa Bianca, per ora, sembra ignorare l’allarme dei mercati. Trump e il vice JD Vance, minimizzano l’accaduto. Pensavano che le Borse avrebbero reagito peggio.
VON DER LEYEN A STARMER, ‘NEGOZIAMO, PRONTI A RISPONDERE’
(ANSA) – BRUXELLES, 06 APR – Colloquio telefonico tra la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen e il primo ministro britannico Keir Starmer sul dossier tariffe. Von der Leyen ha espresso la propria “profonda preoccupazione” per i dazi che – ha sottolineato – “rappresentano un punto di svolta importante per gli Stati Uniti”.
Von der Leyen “ha ribadito l’impegno dell’Ue nei negoziati con gli Stati Uniti, chiarendo al contempo che l’Ue è pronta a difendere i propri interessi attraverso contromisure proporzionate, se necessario.”
“Allo stesso tempo, ha sottolineato la sua determinazione a collaborare con i partner per rispondere a questa nuova realtà dell’economia globale, riconoscendo che ogni partner commerciale agirà secondo le proprie priorità”, si legge in una nota della Commissione.
La presidente e il primo ministro hanno discusso i preparativi per il prossimo vertice Ue-Regno Unito del 19 maggio, che offrirà un’importante opportunità per rafforzare la cooperazione Ue-Regno Unito in settori chiave, tra cui la sicurezza e la difesa, il commercio e l’economia. La Presidente ha confermato che incontrerà il primo ministro a Londra il 24 aprile, in occasione del Vertice internazionale sul futuro della sicurezza energetica a Lancaster House.
DAZI: STARMER, ‘FINITO MONDO CHE CONOSCEVAMO, PROTEGGEREMO AZIENDE DA TEMPESTA’
(Adnkronos) – “Il mondo, come lo conoscevamo, è finito. In una guerra commerciale non ci sono vincitori” e “siamo pronti a usare la politica industriale per contribuire a mettere al riparo dalla tempesta le aziende britanniche”. Così sul Telegraph il premier britannico, Keir Starmer, che – rilancia la Bbc – assicura che continuerà a spingere per un accordo commerciale con gli Stati Uniti per evitare parte dei dazi, ma ipotizza anche un intervento del governo britannico.
“Alcuni potrebbero non trovarsi a loro agio, l’idea che lo Stato possa intervenire direttamente per modellare il mercato è stata spesso derisa”, osserva. Ma, aggiunge dopo i dazi al 10% sull’import dal Regno Unito voluti da Donald Trump, “semplicemente non possiamo aggrapparci a vecchie opinioni quando il mondo gira tanto velocemente”.


Qui il discorso di Reagan sui dazi del 1987
Cari concittadini americani,
la prossima settimana il Primo Ministro Nakasone del Giappone verrà a trovarmi qui alla Casa Bianca. Si tratta di una visita importante, perché se da un lato affronteremo i nostri rapporti con il Giappone — nostro buon amico, con cui le relazioni complessive restano eccellenti — dall’altro saranno in cima all’agenda anche recenti disaccordi tra i nostri due Paesi in materia di commercio.
Come forse avrete sentito, la scorsa settimana ho imposto nuovi dazi su alcuni prodotti giapponesi in risposta all’incapacità del Giappone di far rispettare l’accordo commerciale con noi riguardante dispositivi elettronici chiamati semiconduttori. Ora, imporre dazi, barriere commerciali o restrizioni di qualsiasi tipo è una misura che sono restio a prendere. Tra poco vi spiegherò le ragioni economiche solide di questa posizione: sul lungo periodo, queste barriere danneggiano ogni lavoratore e consumatore americano. Ma i semiconduttori giapponesi rappresentavano un caso speciale. Avevamo prove chiare che alcune aziende giapponesi stavano adottando pratiche commerciali scorrette, violando l’accordo tra Giappone e Stati Uniti. Ci aspettiamo che i nostri partner commerciali rispettino gli accordi presi. Come ho spesso detto: il nostro impegno per il libero scambio è anche un impegno per uno scambio equo.
Ma, vedete, nel prendere questi provvedimenti non volevamo certo avviare una guerra commerciale: stavamo solo cercando di affrontare un problema specifico. La prossima settimana trasmetterò questo stesso messaggio al Primo Ministro Nakasone: vogliamo continuare a collaborare per risolvere i problemi commerciali e desideriamo davvero eliminare queste restrizioni il prima possibile, non appena le prove lo consentiranno. Vogliamo farlo perché riteniamo che sia il Giappone sia gli Stati Uniti abbiano l’obbligo di promuovere la prosperità e lo sviluppo economico che solo il libero scambio può garantire.
Questo stesso messaggio sul libero scambio l’ho trasmesso anche ai leader del Canada poche settimane fa, ed è stato accolto con calore. In effetti, in tutto il mondo cresce la consapevolezza che la via verso la prosperità per tutte le nazioni passi dal rifiuto del protezionismo e dalla promozione di una concorrenza leale e libera. Ci sono solide ragioni storiche per tutto ciò. Per noi che abbiamo vissuto la Grande Depressione, il ricordo della sofferenza di quel periodo è profondo e indelebile. E oggi, molti economisti e storici sostengono che l’approvazione, in quel periodo, della legge Smoot-Hawley sui dazi doganali contribuì in modo determinante ad aggravare la crisi e a ritardare la ripresa economica.
Vedete, all’inizio, quando qualcuno dice: “Imponiamo dazi sulle importazioni estere”, può sembrare un atto patriottico, per proteggere i prodotti e i posti di lavoro americani. E a volte, per un breve periodo, funziona — ma solo per poco. Quello che accade alla fine è che le industrie nazionali iniziano a contare sulla protezione del governo sotto forma di dazi elevati. Smettono di competere, e smettono di innovare nella gestione e nella tecnologia, che sono invece essenziali per avere successo nei mercati globali.
E mentre tutto questo accade, succede qualcosa di ancora peggiore: i dazi elevati portano inevitabilmente a ritorsioni da parte degli altri Paesi e all’innesco di dure guerre commerciali. Il risultato è un’escalation di dazi, barriere sempre più alte, e concorrenza sempre più scarsa. Alla fine, a causa dei prezzi artificialmente elevati, che sovvenzionano l’inefficienza e la cattiva gestione, la gente smette di comprare. E allora succede il peggio: i mercati si restringono e crollano; le aziende e le industrie chiudono; e milioni di persone perdono il lavoro.
Il ricordo di quanto accadde negli anni ’30 mi ha reso determinato, quando sono arrivato a Washington, a risparmiare al popolo americano la rovina del protezionismo. Non è sempre stato facile. In questo Congresso, come già accadeva negli anni ’30, ci sono persone pronte a inseguire vantaggi politici immediati, disposte a rischiare la prosperità americana per compiacere qualche gruppo d’interesse particolare, dimenticando che oltre 5 milioni di posti di lavoro americani dipendono direttamente dall’export, e altri milioni sono legati all’importazione.
Ecco, io quei posti di lavoro non li ho mai dimenticati. E tutto sommato, sulle questioni commerciali, abbiamo fatto bene. In alcuni casi selezionati, come quello dei semiconduttori giapponesi, siamo intervenuti contro pratiche sleali, ma abbiamo sempre mantenuto il nostro impegno di fondo a favore del libero scambio e della crescita economica.
Dunque, con l’incontro con il Primo Ministro Nakasone e il vertice economico di Venezia alle porte, è fondamentale non limitare le opzioni a disposizione del Presidente negli accordi commerciali con i governi stranieri. Purtroppo, alcuni membri del Congresso stanno cercando di fare proprio questo. Vi terrò informati su questa pericolosa proposta di legge, perché si tratta solo di un’altra forma di protezionismo, e potrei aver bisogno del vostro aiuto per fermarla. Ricordate: in gioco ci sono i posti di lavoro e la crescita dell’America.
Grazie per avermi ascoltato. E che Dio vi benedica.







