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È stato ChatGpt a suggerire a Trump la formula per i dazi?

Diversi utenti hanno notato che i più diffusi chatbot AI, se interrogati in merito a un metodo semplice per riequilibrare il deficit nella bilancia commerciale di un Paese, diano risposte molto simili al calcolo ideato dall’amministrazione Trump. Solo una coincidenza?

Dietro al calcolo utilizzato dall’amministrazione di Donald Trump per definire i dazi imposti a tutti Paesi e territori del mondo (compresi quelli abitati da soli pinguini) c’è davvero ChatGpt? La bizzarra ipotesi potrebbe non essere così campata in aria. E non parliamo solo del fatto che, quando c’è Trump di mezzo, è difficile escludere una possibile motivazione per le sue decisioni, per quando improbabile possa essere. Il punto è che le tariffe doganali imposte recentemente dalla Casa Bianca, e definite dal team di Trump «reciproche e riequilibranti», somigliano in modo sorprendente alle proposte generate da alcuni noti chatbot basati sull’intelligenza artificiale, come ChatGPT, Gemini, Grok e Claude.

La questione ha iniziato a circolare rapidamente tra economisti e analisti dopo che James Surowiecki, giornalista del New Yorker, esperto di finanza e scrittore statunitense di bestseller come «La saggezza delle folle», per primo ha «decodificato» la formula dietro il metodo usato dall’amministrazione Trump per calcolare i nuovi dazi. Il meccanismo del calcolo sulle percentuali da applicare è tanto semplice quanto discutibile: si prende il deficit commerciale degli Stati Uniti con un determinato Paese, lo si divide per il totale delle importazioni americane da quello stesso paese e il risultato diventa automaticamente la tariffa da applicare. La percentuale (tranne che con la tariffa minima del 10%) viene anzi dimezzato, apparendo così come uno forte «sconto» dei dazi che altri Paesi o organizzazioni sovrannazionali come l’Unione europea imporrebbero a Washington. I veri numeri dei dazi protezionistici sono in verità ben altri, tanto che lo stesso Surowiecki (e molti altri) parlano di «straordinaria assurdità».
Diversi utenti hanno iniziato a quel punto a chiedersi se i più diffusi chatbot, per caso, fornissero consigli nella direzione della formula adottata dal team di Trump, quando interrogati su come risolvere, in modo elementare, gli squilibri commerciali. E un po’ a sorpresa le risposte –  positive – hanno iniziato a fioccare sui social come X.

Diversi esperti hanno provato a riprodurre la questione e anche noi abbiamo effettuato questo tipo di test. Abbiamo chiesto a ChatGpt una cosa di questo tipo: «Elabora un modo semplice che gli Stati Uniti potrebbero usare per calcolare dei dazi da imporre ad altri Paesi, pensati per bilanciare i deficit commerciali bilaterali tra gli stessi Stati Uniti e ciascuno dei suoi partner commerciali. L’obiettivo deve essere quello di portare i deficit commerciali bilaterali a zero». 
La risposta di ChatGpt in effetti va dritta nella direzione poi concretizzata dal governo americano. Anzi, è un filo più sofisticata di quella, brutale, adottata da Trump, poiché per arrivare alla percentuale tiene conto anche dell’elasticità della domanda («esempio: −1.5 come stima comune»). 

I risultati che si ottengono dagli altri chatbot AI più diffusi, da Gemini a Claude fino a Copilot e Grok, non variano di molto. Grok e Claude hanno anche specificamente suggerito di dimezzare la percentuale dei dazi, in modo da ottenere quello che Grok chiama un risultato «ragionevole», molto simile all’idea di «sconto» di Trump. 

L’idea che il team di Trump si sia rivolto a uno strumento di AI, generico e non specializzato, per generare in pochi minuti una politica commerciale globale rivoluzionaria, esattamente come fare uno studente in ritardo con la consegna dei compiti, sembra un po’ eccessiva. Ma le analogie sono quanto meno sorprendenti. E per altro non è chiaro come i chatbot -che per loro natura non inventano nulla ma rielaborano e rigurgitano materiali tratti dell’addestramento – siano arrivati alle conclusioni offerte nelle risposte.
Di certo nessuno alla Casa Bianca ha ascoltato ChatGpt quando, in coda alla sua risposta, ha tenuto a precisare: «Questo modello è semplificato e non tiene conto di effetti macroeconomici, ritorsioni, catene di fornitura, investimenti diretti, o dumping. Non considera l’effetto sui consumatori statunitensi né le distorsioni a lungo termine». E inoltre ha avvisato che «azzerare ogni deficit bilaterale non è necessariamente un obiettivo economico sano secondo la maggior parte degli economisti». 

Perché Trump ha voluto nello Studio Ovale il ritratto di James Polk, l’oscuro 11esimo presidente degli Usa

Il ritratto a olio di James Polk, presidente tra il 1845 e il 1849, è stato messo da Trump nello Studio Ovale: la ragione ha a che fare con l’espansionismo (per ora, solo a parole) dell’attuale presidente americano

Paolo Valentino

Di tutti i presidenti degli Stati Uniti, James Polk, che occupò la Casa Bianca tra il 1845 e il 1849, non è sicuramente fra quelli più ricordati e celebrati. Eppure, Donald Trump ha voluto il suo ritratto a olio nello Studio Ovale. Di più, lo ha chiesto espressamente allo speaker della Camera dei Rappresentanti, Mike Johnson, e per fargli spazio al posto d’onore, proprio dietro la poltrona dove siede quanto intrattiene gli ospiti, ha tolto quello di Thomas Jefferson, l’autore della Dichiarazione di Indipendenza e terzo presidente, che ha spedito al Campidoglio.

Trump è un ammiratore incondizionato dell’undicesimo presidente, campione del destino manifesto, soprattutto per una ragione: James Polk è stato il comandante supremo che in soli quattro anni realizzò la più grande espansione territoriale degli Stati Uniti. Nella vulgata trumpiana, sempre influenzata dalla mentalità dell’immobiliarista, «Polk ha acquisito un sacco di terra».

Dopo aver strappato a sorpresa la nomination democratica nel 1844, Polk venne eletto sull’onda di una campagna elettorale centrata su un programma di espansione aggressiva. Sul confine Nord adottò una posizione truculenta, che ricorda molto quella di Trump con la Groenlandia, all’insegna dello slogan «54° 40’ oppure Guerra», in quel caso con il Regno Unito, rivendicando agli USA tutto il territorio fino al confine con l’Alaska, allora russa. Ma nel 1846, si accontentò di un compromesso sul 49mo parallelo, che gli permise di annettersi l’Oregon. Sul versante sud-occidentale, Polk invece annesse il Texas, che era indipendente, e andò guerra con il Messico, che non accettava l’annessione. Il conflitto si concluse con la vittoria degli americani, che occuparono anche Città del Messico, un negoziato molto somigliante a quello che Trump vuole imporre agli ucraini e la cessione di oltre 500 mila miglia quadrate di territorio, incluse tutta la California compresa San Diego, l’Arizona, il New Mexico, il Nevada, l’Utah, parte del Colorado e del Wyoming. In cambio, gli Stati Uniti si accollarono il debito messicano e pagarono 15 milioni di dollari.

«Uno dei più grandi accaparramenti di terra della Storia», secondo lo storico Hampton Sides, che studiato Polk per il suo libro sulla conquista del West. Sides però sottolinea che fra i due presidenti – uno espansionista nei fatti, l’altro per adesso solo a parole – c’è una grande differenza di personalità: «Polk era uno serio, non imprevedibile e bullo come Trump».

È un fatto che, da quando è arrivato alla Casa Bianca, Trump gioca a fare Polk. Vuole la Groenlandia dai danesi e non esclude l’opzione militare per averla, «in un modo o nell’altro». Dice che il Canada dovrebbe essere il 51mo Stato dell’Unione. Minaccia di riprendersi il Canale di Panama e propone che la guerra di Gaza si chiuda con l’arrivo degli americani, che ne farebbero una riviera di cemento.

Potremmo dire che la politica estera di Trump è tutta spiegata in un quadro a olio, quello di James Polk. Ma l’America della metà dell’Ottocento non era una potenza globale e quest’ultimo non doveva preoccuparsi di confini riconosciuti internazionalmente, trattati o quant’altro. Che Trump, 180 anni dopo, lo abbia come modello non può che preoccuparci. Anche al netto della sua sbruffoneria.

Il crollo delle Borse da quando Trump è presidente: il «cigno nero» di Wall Street che ha cancellato il rally di fine anno

Gli ultimi due giorni sui mercati stanno ventilando l’ipotesi del Cigno nero provocato dall’annuncio dei dazi

Gli ultimi due giorni terribili sui mercati finanziari stanno ventilando l’ipotesi del Cigno nero delle Borse provocato dall’era Trump. La «manovra protezionistica americana più violenta degli ultimi 95 anni», per dire con le parole dell’editoriale di Federico Fubini pensando allo Smoot-Hawley Act del 1930, sta sconvolgendo gli equilibri degli indici di Borsa. Ma occorre non farsi prendere dagli allarmismi, pur registrando il crollo azionario dei principali listini in quelli che sono diventati il giovedì (e il venerdì) nero delle Borse mondiali, almeno da cinque anni a questa parte. L’ultimo sommovimento tellurico di questa portata a Milano ci fu il 12 marzo 2020 quando Piazza Affari perse il 16,92% con l’Italia travolta dal Covid e dalle misure di contenimento imposte dal lockdown.

L’idea di protezionismo e i corsi azionari

E allora partiamo dai numeri, perché quelli non mentono mai. Abbiamo preso in considerazione il 5 novembre 2024 come data spartiacque: giorno dell’ufficializzazione della vittoria di Donald Trump nella corsa alla Casa Bianca. Possiamo far partire l’analisi dal 20 gennaio 2025, giorno del suo insediamento e del discorso a Capitol Hill a Washington in cui tratteggiava senza mezzi termini questa nuova politica commerciale che rompe 80 anni di alleanze e di multilateralismo, soprattutto frantuma l’idea di «Occidente collettivo» a guida americana uscito dalle ceneri della Seconda guerra mondiale e disegnata poi concretamente dal piano Marshall. 

Lo scenario e i numeri dal 5 novembre 2024

Ma abbiamo pensato di allargare l’analisi a novembre 2024 perché è il giorno della vittoria di Trump che cambia lo scenario. Sappiamo definitivamente che è finita l’era Biden e dei democratici alla Casa Bianca, torna Donald Trump nel ruolo dei Commander in Chief della prima potenza economica (e militare) mondiale. Così ragioniamo in termini assoluti evitando di farci prendere dal panico. Nell’infografica che potete vedere in questa pagina abbiamo analizzato l’andamento dei principali listini negli ultimi 5 mesi. L’analisi non può che partire dal Dow Jones (ma è estendibile anche all’indice Nasdaq, il tecnologico di Wall Street), prende in considerazione anche il Ftse Mib di Milano, il Ftse 1000 di Londra, il Dax di Francoforte, il Cac di Parigi e offre anche una prospettiva del rapporto di cambio tra euro e dollaro, il principale termometro finanziario delle relazioni transatlantiche.

L’andamento del Dow Jones e le fasi contraddittorie

Così scopriamo che il Dow Jones il 5 novembre 2024 alle 21.30 toccava quota 42.140 punti, il 4 aprile siamo a 40.913 punti, più in basso se pensiamo all’ultimo giorno dell’era Biden. Nel mentre ci sono state due fasi. Ad esempio il 30 gennaio 2025, appena dieci giorni dopo l’insediamento di The Donald l’indice aveva superato 45mila punti facendo registrare il suo massimo. Significa che c’è stata una prima luna di miele tra Wall Street e the Donald che invece ora sembra essere messa in discussione. Perché nella performance degli ultimi mesi la perdita è di circa il 5%. C’è da dire registrare però che dal 2017 ad oggi Wall Street si era probabilmente seduta su una bolla di prezzi, considerando le valutazioni nel rapporto tra prezzo ed utili delle principali aziende americane. Basti pensare che, al picco, Tesla era arrivata a quotare oltre 125 volte gli utili futuri e le altre Big Tech Usa intorno a 25 volte.

I listini principali in Europa

Mentre l’indice Ftse Mib della Borsa di Milano negli ultimi 5 mesi è rimasto sostanzialmente invariato sempre all’interno di due fasi contraddittorie. Perché il 5 novembre 2024 il principale indice chiudeva a 34.472 punti, il 4 aprile viaggia attorno ai 35mila punti considerando il giovedì e il venerdì nero di questa settimana con una perdita complessiva nell’ordine del 10%. Perché nel mentre, in questi cinque mesi, Milano ha avuto una tendenza rialzista sfondando addirittura quota 39.712 punti il 19 marzo scorso. Andamenti simili per Londra, Parigi e Berlino, con i picchi attorno tra il 3-4 marzo e il 20 marzo e poi i successivi riprezzamenti di questi ultimi due mesi. Dunque è come se fossero evaporati in appena due giorni i benefici dei cinque mesi di trumpismo in cui le Borse avevano avuto da festeggiare.

Il tasso di cambio euro dollaro

Interessante l’analisi sul rapporto di cambio. Attualmente scambiato 1 euro per 1,10 dollari, ma il 5 novembre 2024 questo rapporto era a 1,o9. Dunque siamo in linea col finire dell’era Biden. A inizio gennaio 2025, poco dopo l’insediamento della nuova amministrazione alla Casa Bianca il tasso di cambio tra euro e dollaro era però di poco inferiore a 1,03Due mesi di politiche economiche erratiche sono riuscite a realizzare il sogno di un dollaro venduto a man bassa, con un effetto positivo per la bilancia dei pagamenti Usa più efficace rispetto all’introduzione di barriere commerciali, perché può incoraggiare le esportazioni americane verso il resto del mondo e penalizzare quelle europee. L’euro ha così toccato quota 1,1105, sui massimi dall’inizio di ottobre 2024.

Il teorema dello squilibrio nella bilancia commerciale

I mercati ragionano sulle prospettive macroeconomiche incorporate nei prezzi e il nuovo quadro trumpiano sembra far presagire una transizione verso un altro paradigma fatto di steccati tra Paesi, pesanti barriere tariffarie animate soltanto dalla stella polare della bilancia commerciale che però non tiene conto dell’enorme surplus generato dagli Stati Uniti nei confronti dell’Occidente collettivo se ragioniamo in termini di servizi tech. Però la volontà di The Donald è far crescere il settore privato, grazie alla crescita del manifatturiero nazionale protetto dal dumping dei concorrenti esteri con dazi pesanti, meno spinta da parte del bilancio pubblico (più dazi, meno imposte sul reddito) e parziale riequilibrio della bilancia commerciale. I mercati ragionano in prospettiva e al momento si tratta evidentemente di un quadro che non convince troppo. 

Il protezionismo e l’era del Wto

Chiudersi ad un protezionismo vecchia maniera non presenta esempi positivi nella Storia se consideriamo che gli anni ’30 portarono alla Grande depressione e ai totalitarismi in Europa. Però è chiaro i motivi del riprezzamento delle Borse sono tanti. Quel che è certo è che siamo davanti ad un cambio sostanziale del commercio mondiale, la fine probabilmente del modello che aveva nel Wto, l’organizzazione mondiale del Commercio, la stanza di compensazione e che portò nel 2001 all’ingresso della Cina. Le storture ci sono state. Pechino è stata più volte accusato di fare dumping, cioè di vendere sui mercati mondiali ad un prezzo più basso del costo di produzione, inondandoli di merci scontate che però hanno saputo probabilmente tenere artificialmente bassa l’inflazione anche in Europa.

Trump “grazia” San Marino: dazi al 10%. E le aziende italiane chiamano la Serenissima

Le tariffe imposte dalla Casa Bianca a Monte Titano sono più basse di quelle previste per le imprese tricolore. Che hanno già iniziato a interessarsi

Alessandro Cicognani

Fuori dall’Unione Europea, fuori da dazi al 20%. Ecco come la piccola Repubblica di San Marino potrebbe diventare la speranza per le imprese italiane che esportano negli Stati Uniti. La Serenissima si trova infatti in quella che, attualmente, è una posizione strategica per gli scambi commerciali, visto che all’interno della maxi operazione Trump è ricaduta nella lista delle “graziate”, destinataria di un’imposizione minima del 10%. «Il vantaggio competitivo è effettivamente rilevante».

Non si nasconde dietro a un dito il direttore generale della Camera di commercio di San Marino, il cui centralino da giorni ha preso a squillare incessantemente. Dall’altra parte della cornetta la voce di imprenditori italiani in cerca di informazioni. La prima domanda è una conferma: “È vero che da voi i dazi saranno al 10%?”. Risposta affermativa.

La seconda è una richiesta formale: “Come posso aprire un’azienda sul vostro territorio?”. La verità è che dopo gli interventi normativi di questi anni – che hanno imposto al Titano un percorso di adeguamento delle proprie regole interne anche (e soprattutto) dal punto di vista della trasparenza fiscale –, delocalizzare parte delle proprie attività a San Marino è diventato piuttosto semplice. E soprattutto rapido, una decina di giorni appena.

San Marino, i precedenti

Non è la prima volta che la Serenissima si trova ad accogliere l’immigrazione di aziende italiane per puri interessi commerciali. Avvenne lo stesso nel 2014 durante l’avvio del conflitto russo-ucraino. Quando Stati Uniti e Unione Europea imposero le prime sanzioni contro Mosca, le primizie alimentari tricolori trovarono la sponda per raggiungere la Russia proprio passando dalla piccola nazione incastonata tra la Romagna e le Marche. Il passaggio di prosciutti e formaggi divenne celebre. Con l’invasione del 24 febbraio 2022 anche San Marino disse stop. Ma ora torna ad essere terra promessa. A spingerla in questa direzione sono state le scelte della Casa Bianca, sparigliando le carte del commercio globale.

I dazi al 10% per San Marino

Il segretario generale dell’associazione degli industriali sammarinesi, William Vagnini, invita tuttavia alla prudenza. Specie se si parla di economia interna. «Certo per chi ci guarda da fuori la nostra è una posizione in questo momento di favore, ma se l’analizziamo dal punto di vista delle nostre aziende, si tratta comunque di un dazio del 10% che andrà a gravare sui bilanci». Attualmente gli Usa (Italia a parte), sono il principale mercato di sbocco dell’industria del Titano, con esportazioni dirette oltreoceano pari a 36 milioni di euro (dato 2023), a cui se ne aggiungono altre decine e decine indirette tramite le filiere e i clienti italiani ed europei. Attenzione però a non cantare vittoria troppo in fretta, perché il vantaggio potrebbe avere vita breve.

San Marino, i legami con l’Ue

Il governo della Serenissima è infatti impegnato (insieme ad Andorra) nella sigla di un accordo di associazione con l’Unione Europea. Il percorso è iniziato oramai da diversi mesi e quest’anno dovrebbe arrivare la firma. San Marino non entrerà formalmente nell’Ue, ma sono ugualmente previsti trattati che definiscono rapporti per la circolazione di merci e persone. Oltre, e qui viene il nodo, all’equiparazione di condizioni per l’operatività delle attività sammarinesi all’interno del territorio comunitario. Onori e oneri, con questi ultimi che potrebbero voler dire passare a dazi del 20%.

Trump flagello delle Borse. Wall Street brucia 10mila miliardi. Venerdì nero per Piazza Affari

Nelle ultime due sedute persi 5000 miliardi, dal giorno dell’insediamento quasi il doppio. Milano sfiora il risultato negativo dell’11 settembre. Crollano anche le quotazioni del petrolio

Giovanni Pons

Il ciclone Trump travolge le Borse mondiali per il secondo giorno consecutivo. E il conto è molto salato. Secondo i calcoli riportati dal sito Marketwatch, dal giorno dell’insediamento del presidente Wall Street ha bruciato 9.600 miliardi di dollari, di cui 5.000 sono andati in fumo negli ultimi due giorni in seguito all’annuncio dei dazi. In Europa le conseguenze peggiori le ha subite Piazza Affari: ieri il listino di Borsa milanese ha lasciato sul terreno il 6,53%, azzerando quasi del tutto quel 16% che aveva guadagnato da inizio anno. La perdita di ieri è solo un punto in meno rispetto alla caduta subita con il crollo delle Torri gemelle del settembre 2001, quando l’indice perse il 7,5% in una seduta. Ma è ancora distante dal tonfo peggiore nella storia dell’indice Ftse Mib di Milano, provocato dal Covid e dal lockdown il 12 marzo 2020, meno 16,92%.

La pioggia di vendite sulle azioni di Milano è iniziata fin dal primo mattino prendendo di mira le banche che negli ultimi mesi erano cresciute molto grazie alle operazioni di acquisizione in corso. Mps con un meno 12,2% è stata la più penalizzata, seguita da Bper (meno 10,4%) e Mediobanca (meno 10,3%). Ma il ribasso generalizzato ha riguardato tutti i listini europei, con Londra, Parigi e Francoforte che a fine giornata hanno visto i loro indici perdere tra il 4 e il 5%.

La situazione si è andata ingarbugliando con il passare delle ore per alcuni eventi in rapida successione. Verso la fine della mattinata la Cina ha annunciato la sua risposta a Trump con l’introduzione di dazi al 34% per tutte le importazioni americane nel Paese asiatico. Controreplica immediata: «I cinesi se la sono giocata male. Sono andati nel panico. L’unica cosa che non possono permettersi di fare», scrive il presidente Usa sui social invitando gli investitori mondiali ad andare negli Stati Uniti a fare business. Appello non raccolto dalla Francia: «È chiaro che se una grande azienda francese accettasse di aprire una fabbrica negli Stati Uniti, darebbe ragione agli americani», ha detto il ministro dell’Economia Eric Lombard.

Uno spiraglio di luce sembra aprirsi dopo pranzo, quando vengono pubblicati i dati americani di marzo sull’occupazione, migliori del previsto: 228 mila nuovi posti creati rispetto al mese precedente. Ma servono a poco, l’apertura di Wall Street è ancora negativa, in ribasso del 2,5% con i titoli più esposti verso la Cina che soffrono di più, Amazon, Tesla, Apple. I dati sull’occupazione dicono che l’economia Usa sta andando ancora bene, ma gli analisti li interpretano come la «calma prima della tempesta».

I segnali del futuro rallentamento dell’economia Usa sono certificati dal rendimento dei titoli di Stato, in ribasso dappertutto. Il T-bond decennale americano scende sotto il 4% per la prima volta da ottobre scorso. Se i rendimenti scendono i prezzi delle obbligazioni salgono e rappresentano l’unico ancoraggio per gli investitori in queste ore così concitate. Un altro segnale di rallentamento per l’economia viene dal prezzo del petrolio ancora in discesa – il Wti quotato a New York scende del 7,5% a 61,9 dollari al barile. L’incertezza, come noto, è il peggior nemico dei mercati finanziari e il comportamento da scheggia impazzita di Trump non fa che amplificarla. Le banche d’affari sfornano ricerche sui prossimi tagli dei tassi di interesse che potrebbero arrivare dalle banche centrali, a partire dalla Fed. Ma a metà pomeriggio arriva la doccia gelata. Dalla Virginia parla il governatore Jerome Powell e la sua analisi è impietosa: «Le tariffe di Trump portano inflazione più alta e crescita più bassa. La Fed aspetterà di avere un quadro più chiaro delle conseguenze prima di muoversi». È ciò che temono gli economisti, la trappola della “stagflazione” che impedisce di tagliare i tassi per tenere sotto controllo la crescita dei prezzi. Wall Street reagisce di conseguenza, le perdite si ampliano a oltre il 5%, il Nasdaq dei titoli tecnologici è quasi a meno 6%. Ma l’ultima mossa di Trump dà forza a chi crede che i dazi siano solo uno strumento negoziale: il segretario del partito comunista vietnamita To Lam dice che il Vietnam è disposto ad azzerare i dazi in caso di accordo con gli Stati Uniti. Il titolo Nike, che produce metà delle sue scarpe in Vietnam, rimbalza del 4,6%.

Wolf: “Le false certezze di Trump ci riportano agli Anni ‘30 Folle che l’Italia tratti da sola”

Parla il commentatore principale del Financial Times: “Lo zio Sam se n’è andato e l’Europa è pigra, grassa e addormentata. Deve svegliarsi”

Francesco Manacorda

«Lo zio Sam se n’è andato, non è più nostro zio. E l’Europa è pigra, grassa e addormentata. Deve svegliarsi». Parlare con Martin Wolf, economista e commentatore principe del Financial Times, significa confrontarsi con un interprete privilegiato delle dinamiche globali del potere, ma anche ricevere una doccia fredda. «Che cosa mi ricorda questo periodo? Si può paragonare agli anni precedenti alla Prima Guerra mondiale o all’intervallo tra le due Guerre mondiali, quando enormi sconvolgimenti negli equilibri di potere generarono grandi tensioni sociali, che sfociarono poi in ciò che purtroppo sappiamo».

Non incoraggiante. Ma partiamo dai dazi di Trump. I mercati crollano, il mondo non si capacita di quello che accade. Che gioco sta giocando il presidente Usa?

«Trump è un essere davvero eccezionale. È autodidatta, non legge nulla e non ascolta nessuno. Le sue convinzioni sono del tutto personali, basate sulla sua esperienza di uomo d’affari; inoltre ha la capacità di non imparare nulla dai suoi fallimenti, come dimostra il fatto che ha fatto bancarotta sei volte».

E questo come spiega i dazi?

«Lui parte dall’idea che se fai affari con qualcuno devi avere un surplus. Se invece hai un deficit – come accade per la bilancia commerciale americana – la tua controparte ti sta ingannando, perché nessuno può battere l’America. Ovviamente tutto questo non ha assolutamente alcun senso in termini economici. Ma il messaggio di Trump è che lui è un uomo comune, proprio come i suoi elettori, e non come i professoroni che danno lezioni. Questo porta a follie come applicare i dazi più alti in assoluto al Lesotho».

Martin Wolf

Trump però dice che così sposterà molte produzioni in America. Ce la farà?

«Chiunque sa che farlo porterebbe a prodotti non competitivi, a causa dei costi troppo alti, e che la cosa potrebbe funzionare solo se il protezionismo durasse per sempre. Davvero Apple dovrebbe pensare di spostare la produzione di iPhone dalla Cina all’America sapendo che tra quattro anni Trump non ci sarà più e che prima di allora avrà cambiato ancora idea chissà quante volte?».

In Italia si è accarezzata l’idea che un rapporto privilegiato Meloni-Trump ci potesse o ci potrà garantire un trattamento preferenziale da parte degli Usa.

«Sarebbe un colpo terribile per l’Europa, qualsiasi paese lo facesse. E non penso che Meloni possa pensare che per avere un rapporto commerciale preferenziale con Trump valga la pena di mandare gambe all’aria la costruzione europea. E poi l’Italia sarebbe folle a pensare di poter affrontare da sola il mondo globalizzato».

E l’Europa, allora, che cosa può fare?

«Prima di tutto, visto che è un’economia aperta e senza grandi risorse naturali, deve cercare di mantenere un mercato internazionale il più libero possibile. Allo stesso tempo, però, dovrà far fronte a un’offensiva commerciale di paesi come India e Cina che cercheranno di portare qui i prodotti che non possono più vendere negli Usa; sarà difficile mettere barriere tariffarie senza alimentare la guerra dei dazi. E, ancora, dovrà trattare proprio con la Cina, ad esempio decidendo se accogliere o no gli investimenti cinesi. Sarà una negoziazione dura».

C’è il pericolo di una stagnazione nel continente?

«L’economia europea deve rivitalizzarsi e lo deve fare subito, in settori cruciali come la tecnologia o la difesa. Se ci sarà un decennio di stagnazione la società cadrà a pezzi e la nostra età dell’oro sarà finita».

Dazi, il piccolo Lesotho è il più colpito. In ginocchio l’industria dei jeans

Imposizione al 50%. Il ministro del Commercio annuncia l’invio urgente di una delegazione a Washington

Enrico Franceschini

La guerra commerciale dichiarata al mondo intero da Donald Trump colpisce tutti, ma un particolare accanimento è riservato ai Paesi più piccoli e più poveri, specialmente in Africa. Tra questi spicca il caso del Lesotho, un minuscolo Stato grande un decimo dell’Italia, con una popolazione di 2 milioni di abitanti, completamente circondato dal Sudafrica, che è stato colpito con dazi del 50 per cento, i più alti annunciati dalla Casa Bianca. Il governo locale ha deciso l’invio “urgente” di una delegazione a Washington per difendere la propria causa.

Altri Paesi africani sono stati colpiti da dazi doganali ben al di sopra della media oscillante fra il 10 e il 20 per cento imposta dagli Stati Uniti al resto del pianeta: 47 per cento per il Madagascar, 40 per Mauritius, 37 per il Botswana, 30 per la Guinea Equatoriale e per il Sudafrica. Ma il Lesotho è in cima alla lista con il 50. “Dobbiamo recarci urgentemente negli Usa per dialogare con i loro leader”, ha dichiarato il ministro del Commercio Mokheti Shelile, dicendosi preoccupato per “la chiusura immediata delle nostre fabbriche e la perdita di posti di lavoro” come conseguenza del provvedimento.

Il prodotto interno loro del Lesotho, pari a 2 miliardi di dollari l’anno, dipende fortemente dalle esportazioni di prodotti tessili, in particolare di jeans. L’industria tessile è il principale datore di lavoro in questo piccolo regno montuoso, accusato da Trump di essere tra “i peggiori trasgressori” nell’import-export con l’America. In realtà, il Lesotho è semplicemente uno dei trenta Paesi dell’Africa subsahariana che hanno accesso al mercato statunitense nell’ambito dell’Agoa (African Growth and Opportunity Act), un accordo commerciale promulgato nel 2000 che consente l’esportazione negli Stati Uniti di alcuni prodotti senza pagare dazi, per favorire la crescita economica e lo sviluppo democratico della regione.

Con la guerra commerciale per rendere “America First”, Trump ha stracciato il patto firmato dai suoi predecessori. Del resto, nella furia contro il resto del mondo, il presidente ha imposto dazi del 10 per cento perfino a Heard Island e McDonalds Island, alcune isole disabitate dell’Antartide, territori autonomi appartenenti all’Australia, popolate soltanto da pinguini e visitate per l’ultima volta da esseri umani dieci anni fa. Ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere.

Traduzione dell’articolo del 7 Aprile 2022 di Shoshana Wodinsky

Shoshana Wodinsky

Peter Thiel è tante cose: un mega-donatore repubblicano, un fan dichiarato dei monopoli e il responsabile della bancarotta della precedente società madre di questo sito web, Gawker Media, alcuni anni fa. E se la sua ultima apparizione pubblica è un indicatore, è pronto per la guerra. In particolare, guerra contro i potenti anziani delle istituzioni finanziarie istituzionali. 

Alla conferenza Bitcoin 2022 di Miami di giovedì, Thiel, 54 anni, ha dato il via al suo discorso principale, con una clip di se stesso nel 1999 che rimuginava sul futuro dei cellulari, delle banche e delle infrastrutture digitali. 

Poi, il vero Thiel è salito sul palco e ha detto che avrebbe iniziato il suo discorso nello stesso modo in cui avrebbe iniziato i pitch degli investitori nei primi giorni di PayPal: strappando diverse centinaia di dollari e rimproverando gli spettatori per le loro reazioni ingenuamente scioccate al tizio che aveva appena strappato diverse centinaia di dollari.

“Il signore in prima fila vorrebbe avere i soldi?” chiese, accartocciando le banconote e lanciando la mazzetta in prima fila. “Pensavo che voi ragazzi dovreste essere dei massimalisti di Bitcoin!”

Qualche centinaio di dollari è spicciolo per Peter Thiel. È un multimiliardario, il che significa che 100 $ equivalgono allo 0,00001% della sua ricchezza, secondo una stima prudente. 

Dopo un breve e noioso interludio di opinioni su Bitcoin ed Ethereum, Thiel ha offerto i suoi pensieri sul perché le criptovalute non avessero un’adozione mainstream. La stessa domanda posta a chiunque altro, probabilmente darebbe opinioni supportate da prove tangibili: che l’infrastruttura tecnologica mondiale, già in crisi, non può supportare un portafoglio Bitcoin che succhia energia in ogni tasca, o che queste valute sono troppo volatili per essere utili per le transazioni quotidiane. 

Ma se lo chiedi a Peter Thiel, la mancanza di apprezzamento mainstream è il risultato del fallimento totale, dell’ignoranza intenzionale e delle manovre disperate delle banche mondiali.

“Bitcoin è il mercato più onesto al mondo. È il mercato più efficiente”, ha detto Thiel, “Ci sta dicendo che le banche centrali sono in bancarotta, che siamo alla fine del regime della moneta”.

Secondo Thiel, la lenta adozione di Bitcoin è dovuta anche al fatto che il presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, è troppo ingrato verso gli dei della finanza digitale per vedere le opportunità che offre.

“Penso che i banchieri centrali, il signor Powell, gente così, dovrebbero essere estremamente grati a Bitcoin”, ha continuato Thiel, “perché è l’ultimo avvertimento che riceveranno. Hanno scelto di ignorarlo e dovranno pagarne le conseguenze negli anni a venire”.

Peter Thiel

Lo stesso Thiel non è noto come un particolare sostenitore di Bitcoin. Ha detto nello stesso discorso di Miami che avrebbe voluto acquistare la criptovaluta prima. Sulla stessa falsariga, Powell non si è fatto un nemico particolare di Bitcoin, dichiarando di non avere intenzione di vietare le criptovalute e concorda persino sul fatto che potrebbero benissimo rendere i pagamenti elettronici più economici e veloci.

Il motivo per cui Thiel ora se la prende con Powell potrebbe avere a che fare con il candidato presidenziale preferito dal fondatore di Paypal, uno dei pochi membri di spicco della Silicon Valley ad appoggiare pubblicamente Donald Trump durante la campagna del 2016. 

Trump ha nominato Powell ai tempi del suo primo mandato, ma avrebbe continuato a coltivare un’aspra faida con lui. Trump si è scagliato contro Powell definendolo “un fallito” con “nessun coraggio, nessun senso, nessuna visione” da cui le persone erano “MOLTO deluse” a ogni piè sospinto. 

Il giorno prima del discorso principale, il New York Times ha riferito che Thiel aveva unito le forze con la mega-donatrice repubblicana e finanziatrice dell’alt-right Rebekah Mercer per finanziare candidati politici che erano più radicalmente di destra del Partito Repubblicano al potere.

Invece di analizzare tutto questo nel dettaglio, Thiel ha presentato il Bitcoin in termini di vita o morte, noi contro loro. Bitcoin, ha detto, “è un movimento, ed è una questione politica se questo movimento avrà successo o se i nemici del movimento riusciranno a fermarci”. 

Gli ultimi cinque minuti del suo discorso sono stati, ovviamente, dedicati a schiacciare questi nemici, che ha chiamato la “gerontocrazia”. In ordine, i Vecchi della Finanza sulla lista nera di Thiel sono:

Warren Buffett, che è “il nemico numero uno” e “una specie di nonno sociopatico di Omaha”, il Ceo di JP Morgan Jamie Dimon, il Ceo di BlackRock Larry Fink e il resto dei “ragazzi banchieri di New York City”.

A giudicare dai tweet dei partecipanti, sembrava che pochi fossero preoccupati di inquadrare la crescita delle criptovalute come una guerra culturale e politica. In effetti, l’hanno accolta con favore. Forse sapevano cosa sarebbe successo. 

Eric Weinstein, un amministratore delegato di Thiel Capital, ha scritto del discorso: “Peter Thiel fa una chiara dichiarazione a Miami: la Gerontocrazia finanziaria ha dichiarato guerra a Bitcoin come movimento giovanile rivoluzionario per una buona ragione. È quindi giunto il momento che i giovani rivoluzionari capiscano i loro nemici e rispondano al fuoco”.

William McKinley

Dazi, l’esempio di McKinley (per Trump, un eroe) e il messaggio dimenticato

Il venticinquesimo presidente Usa è passato alla storia come «il re dei dazi». Ma causò una recessione, e affondò il suo partito, i Repubblicani. E alla fine sul protezionismo cambiò idea

Paolo Valentino

Nella sua bulimia tariffaria, Donald Trump ha un mito, quello di William McKinley, suo predecessore alla Casa Bianca dal 1897 al 1901. «The Tariff King», il re dei dazi lo ha definito in uno dei suoi primi discorsi, annunciando la decisione di ribattezzare Mount McKinley il Mount Denali, in Alaska, la più alta cima degli Stati Uniti. «Ci ha resi prosperi — ha detto di lui — grazie ai diritti di dogana e ai suoi talenti». Fra questi ultimi, agli occhi di Trump, c’è sicuramente quello di aver costretto la Spagna, dopo una breve guerra, a cedere Cuba, Puerto Rico e le Filippine agli Usa. 

Ma fu sicuramente il protezionismo il marchio di fabbrica di McKinley, che già da rappresentante dell’Ohio al Congresso aveva fatto votare la McKinley Tariff, aumentando i dazi medi dal 38% al 50%. Il risultato era stato la disfatta dei Repubblicani nelle elezioni del 1890 e la recessione del 1893.

Ignorando la lezione, una volta divenuto presidente, era andato ancora più in là portando le tariffe medie al 52% con il Dingley Act del 1897. Quello che tuttavia Trump non sa o finge di non sapere è che, alla fine della sua vita, McKinley aveva cambiato radicalmente posizione, gettando alle ortiche il suo protezionismo. «Non si può riposare su un sentimento illusorio di sicurezza, che consiste nel credere che noi possiamo sempre vendere tutto a tutti e comprare poco o nulla», disse in un discorso a Buffalo il 5 settembre 1901. E aggiunse: «L’espansione del nostro commercio e della nostra industria rimane la questione più urgente. Le guerre commerciali sono sterili. Una politica di buona volontà e di rapporti commerciali amichevoli impedirà le rappresaglie. I trattati di reciprocità sono in armonia con lo spirito del tempo, le misure di rappresaglia no». William McKinley non poteva saperlo, ma fu il suo testamento politico: meno di 24 ore dopo l’anarchico Leon Czolgosz gli sparò due pallottole nello stomaco. Il presidente morì otto giorni dopo. Peccato che il suo messaggio ultimo non sia ancora pervenuto a Donald Trump.  

Con Pechino in gioco l’ordine mondiale

Ettore Francesco Sequi

A 48 ore dall’annuncio di Trump sui dazi a concorrenti e alleati, la Cina risponde con fermezza: dazi del 34% su beni americani, restrizioni su import agricolo, limitazioni alle esportazioni di materie prime critiche. Al di là della simmetria apparente, la reazione cinese rivela un approccio più articolato: l’adattamento calcolato e strategico di una potenza che conosce la natura sistemica della sfida con gli Stati Uniti.

La Cina sa che questa partita va ben oltre il commercio. Non si tratta solo di riequilibrare la bilancia commerciale: l’obiettivo di Trump è ricostruire l’autonomia industriale americana, riportare intere filiere in patria e ridurre al minimo la dipendenza strategica dagli avversari. La Cina è il bersaglio principale, ma non l’unico. I dazi sono infatti una leva di pressione, se non intimidazione, anche su Europa, Sud globale, e persino sull’industria americana globalizzata, che paga ora il prezzo di filiere troppo dipendenti da Pechino.

Per la Cina la posta in gioco è altissima. I dazi fanno male e Xi Jinping deve evitare un pericoloso rallentamento economico, garantire una crescita non inferiore al 5% per contenere la disoccupazione giovanile e salvaguardare la stabilità sociale. Le vulnerabilità sono però molteplici: invecchiamento demografico, fuga di capitali, settore immobiliare in crisi, stagnazione dei consumi. Per compensare una domanda interna che non riparte, il governo ha rafforzato i sussidi industriali, alimentando l’export, principale motore di crescita, ma inasprendo così lo scontro con Washington, che accusa Pechino di distorcere la concorrenza e di scaricare sul mondo il suo eccesso di capacità produttiva. Per questo la Cina non può limitarsi a rappresaglie tariffarie, ma deve preparare un arsenale efficace: restrizioni sull’export di terre rare, indagini su aziende statunitensi attive in Cina, possibili svalutazioni mirate del renminbi, persino una graduale dismissione di quote del debito sovrano Usa. Sono strumenti di pressione per creare spazio di manovra negoziale.

Allo stesso tempo Pechino ridisegna le rotte commerciali, sposta segmenti della produzione verso economie intermedie come piattaforme di transito per aggirare i dazi americani. Rafforza anche i rapporti con i paesi del Sud globale, riorganizza le catene del valore e rilancia la diplomazia economica multilaterale. Per attutire l’impatto dei dazi americani il governo cinese accentua anche le sue offensive di charme verso Giappone e Corea del Sud e, in forme più sottili, verso un’Europa –anch’essa alla ricerca di nuovi mercati– con cui è in corso un discreto corteggiamento reciproco. La Cina vuole presentarsi come attore prevedibile e responsabile. È un messaggio per tutti quei governi disorientati dall’unilateralismo americano: la Repubblica Popolare si propone come forza stabilizzatrice, garante dell’ordine, sostenitrice della Organizzazione Mondiale del Commercio e in grado di offrire infrastrutture, tecnologia e accesso a mercati in espansione. Pechino sa anche che l’indole di Trump è transattiva e opportunistica: ogni scontro nasconde l’ipotesi di un accordo, ma intende arrivarci con buone carte. E non è escluso che, oltre al commercio, in un possibile perimetro negoziale con Washington possano entrare dossier più ampi: la gestione delle tecnologie dual use, la regolazione dell’intelligenza artificiale, la stabilità dello Stretto di Taiwan, il ruolo strategico della Russia. Pechino non accetta più di subire l’ordine globale: vuole contribuire a riscriverlo.

È anche una sfida narrativa. I dazi americani rischiano di rafforzare, in Cina, il racconto della «resilienza sotto assedio»: una grande potenza che resiste alle pressioni esterne, difende la propria dignità economica e accelera l’autosufficienza. Questa narrazione, alimentata dal Partito, giustifica nuovi sussidi, rafforza il controllo statale e mobilita consenso nazionale. In un sistema dove la legittimità politica si fonda su forza, competenza e orgoglio collettivo, le pressioni esterne possono rafforzare il regime, trasformando l’attrito internazionale in leva di stabilizzazione interna.

Secondo Pechino la guerra commerciale in corso non è una crisi temporanea: è la nuova normalità di un ordine in trasformazione. Gli Stati Uniti non stanno semplicemente difendendo la loro industria: stanno cercando di riscrivere le gerarchie dell’economia internazionale, riconfigurando le regole del gioco. La Cina è troppo grande per ritirarsi, troppo esposta per chiudersi, troppo interconnessa per isolarsi. Nella migliore tradizione strategica cinese, anche questa crisi è un’opportunità: per accelerare la transizione verso un mondo multipolare, per consolidare la propria influenza sul Sud globale, per disarticolare un ordine che Pechino contesta e che oggi anche Washington sembra voler abbandonare. La vera domanda non è chi vincerà, ma quale sistema emergerà dopo.

L’assalto di Trump alla Fed indipendente: «Abbassi i tassi di interesse e non faccia politica»

L’ex premier Paolo Gentiloni: Europa troppo lenta a reagire. I timori di una frenata dell’economia Usa

Federico Fubini

Va tutto così veloce con Donald Trump, e lui stesso ha così tanta fretta di compiere la sua rivoluzione prima che in America si torni a votare per il Congresso fra un anno e mezzo, che l’assalto alla Fed è già partito. Con mesi d’anticipo sulle previsioni più allarmate: in un sistema in cui il potere esecutivo aggira sistematicamente il parlamento, ignora i tribunali, vara decreti per mettere a tacere gli studi legali e le università sgradite, una banca centrale indipendente deve sembrare un relitto di un tempo che fu. Incompatibile nel nuovo sistema di cui lo stesso Trump è l’incarnazione più rumorosa, non certo l’unica.

Come ha riassunto ieri al Forum Teha Ambrosetti di Cernobbio l’economista Nouriel Roubini, questo è il tempo in cui «vale il diritto del più forte, l’interventismo invece del mercato, il controllo politico al posto dell’efficienza, i dazi invece della globalizzazione». In una dinamica del genere, che ha riportato Trump al potere, una banca centrale resa indipendente dalle leggi del vecchio ordine liberale appare più un villaggio ribelle da normalizzare. A maggior ragione ora che i mercati adeguano le aspettative alla nuova realtà e dunque crollano, alzando la pressione sulla Casa Bianca.

Aspettando il verdetto della Corte Suprema

È bastato che Jerome Powell, il presidente della Federal Reserve, constatasse i fatti: i dazi annunciati tre giorni fa comportano meno crescita e più inflazione per gli Stati Uniti. A quel punto l’attacco di Trump a Powell è partito. Non è il primo, ma il più feroce: «TAGLIA I TASSI D’INTERESSE, JEROME, E SMETTI DI GIOCARE A FARE POLITICA». Il maiuscolo è di Trump stesso e l’accusa al capo della Fed è di fare ostruzionismo contro l’amministrazione. Il presidente cerca così di scaricare su Powell la colpa di un crollo del 15% dell’S&P500 – il maggiore indice di borsa di Wall Street – da quando lui è al potere.

Altri attacchi verbali seguiranno, poi anche quelli legali. In estate giungerà alla Corte suprema il caso del licenziamento della capa del National Labor Relations Board, un’agenzia indipendente e simile (sul piano istituzionale) proprio alla Fed. Se i giudici decidessero che l’intervento di Trump è stato legale, sarà spianata sul piano del diritto anche la strada per la cacciata anzitempo di Jay Powell. In caso contrario il presidente può sempre sostituirlo con un proprio fedelissimo alla scadenza del mandato alla Fed, fra undici mesi.

Previsioni cupe

È plausibile che quel giorno il dollaro scivolerà nel timore di una gestione della moneta a uso e consumo immediato del potere politico. Del resto il biglietto verde ha sorprendentemente perso terreno anche con l’annuncio dei dazi di mercoledì, benché in teoria avrebbero dovuto scivolare le monete delle economie colpite. Molti analisti e investitori fanno parte dell’élite vincente nel sistema che Trump vuole distruggere — quello basato su liberalismo, primato della legge, mercati aperti, separazione dei poteri — e oggi manifestano sfiducia nel nuovo esperimento. Al Forum Teha Martin Wolf, del «Financial Times» prevede «un 40% di probabilità di stagflazione e per il resto anche peggio».

In difesa di Trump

Ellen Zentner, di Morgan Stanley, stima ora che già nel secondo trimestre di quest’anno l’economia americana subirà una contrazione. Molti importatori e consumatori si sono affrettati a spendere prima dei dazi e ora si fermeranno. «Magari non sarà una recessione, ma verrà avvertita come tale», ha detto ieri a Cernobbio. Ángel Ubide, del maxi-fondo d’investimento Citadel, comprende la strategia di Trump: «Reindustrializzare e ringiovanire l’economia americana, farne un luogo di produzione e non di consumo, con tasse più basse, dazi e la costruzione di una sfera d’influenza: una Fortezza America, che ha bisogno della Groenlandia» — ha detto — a scopo difensivo.

Il pressing di Gentiloni

La contraddizione è che i mezzi di Trump potrebbero allontanare l’obiettivo, affondando l’economia, soprattutto da un’America profondamente indebitata che ha bisogno di finanziatori esteri. Ma Trump, dice Ubide, ha fretta di riuscire prima di essere fermato dall’impopolarità e dal voto di mid-term per il Congresso. Il paradosso è quello messo in luce ieri da Paolo Gentiloni: «Purtroppo viviamo una stagione i cui la sicurezza domina sull’economia», ha detto l’ex premier. L’Europa dovrebbe rafforzarsi su molti piani già quest’anno ma — ha sottolineato Gentiloni – «invece precediamo lenti, troppo lenti».

TRUMP, ‘RESISTETE, NON SARÀ FACILE MA CON DAZI VINCEREMO’

(ANSA) – WASHINGTON, 05 APR – Donald Trump difende i suoi dazi, sostenendo su Truth che la sua “rivoluzione economica” darà risultati storici per gli americani. “Vinceremo. Resistete, non sarà facile, ma il risultato finale sarà storico”, ha scritto Trump, assicurando he le sue politiche economiche stanno “riportando posti di lavoro e aziende come mai prima”.

New York, assalto ai supermercati per i prodotti stranieri. “Adesso i prezzi voleranno”

Dopo l’imposizione delle tariffe agli altri Paesi, negli americani esplode la psicosi per accaparrarsi vino, caffè e cioccolata

Anna Lombardi

Le vendite di prosecco e vino made in Italy, insieme a quelle di champagne francese, erano già leggermente aumentate nei giorni scorsi. Ma dopo il discorso di Trump di mercoledì sera e poi per l’intera giornata di giovedì, i clienti hanno letteralmente preso d’assalto il negozio». Neil Weinstock, proprietario di Beacon Wines and Spirits, l’enoteca all’angolo fra Broadway e la 74esima a Manhattan proprio affianco allo storico Beacon Theater dove Bob Dylan torna a suonare ogni inverno — quella che fra gli scaffali di legno espone buon rosso dell’Etna a prezzi abbordabili — ammette: «Nelle ultime ore gli affari sono andati bene. Ma non sono affatto ottimista sul come andranno in futuro».

Dall’altro lato della strada, pure la commessa del negozio di articoli sportivi canadesi Lululemon, che non vuol dirti il suo nome, annuisce: «Nelle ultime ore le vendite dei nostri pantacollant da yoga e magliettine tecniche sono andate alla grande». La tendenza è nazionale, conferma il Wall Street Journal, descrivendo gli americani scioccati dall’annuncio dei dazi siano «già in modalità “aggiungi al carrello”». Negli store online e nei negozi, da mercoledì sera è corsa a far scorta d’ogni genere di prodotto straniero del cuore: dal caffè alla cioccolata, passando per la salsa di soia e, appunto, il vino. Per arrivare alle tv — e perfino alle auto — di marchio giapponese. Ed è corsa anche agli oggetti americanissimi come gli iPhone Apple e le Nike, prodotti e/o assemblati in Asia: e dunque, in un prossimo futuro, potenzialmente più cari quanto già sono ora.

Se non è proprio panico, almeno nelle forme plateali viste con l’accaparramento della carta igienica al tempo del Covid, poco ci manca. Il nervosismo è evidente fin dalle piccole cose: «La taglia 4 di quell’abito della nuova collezione è esaurita stamattina ovunque, anche online», scuote la testa in un camerino di prova pure il commesso della catena Club Monaco che produce in Vietnam.

Per carità, da questa parte di mondo l’umore era pessimo già prima dell’annuncio dei dazi, tanto più con il costo delle uova talmente alle stelle — nonostante il rallentamento generalizzato degli altri prezzi — che proprio ieri il New York Times consigliava, per questa Pasqua di dipingere al loro posto patate. Col timore dell’inflazione già altissimo (al 57 per cento) pure nel sondaggio sui sentimenti dei consumatori pubblicato a marzo dall’Università del Michigan. Eppure fino all’altro ieri l’atteggiamento di molti era stato attendista, nella convinzione che, alla fine, la guerra commerciale sarebbe stata solo una boutade negoziale.

Mercoledì, invece, è scattato l’allarme. Complice un post subito diventato virale del miliardario Mark Cuban, il popolare ex proprietario dei Dallas Mavericks, protagonista del programma “Shark Tank” (dove a ogni puntata tre super ricchi scelgono un progetto da finanziare) e nemico giurato di Elon Musk. Ebbene, dalla piattaforma Bluesky (dove sono emigrati coloro che per protesta hanno abbandonato X) giovedì ha invitato la gente a far scorte: «Portate gli scatoloni e infilateci dentro ogni cosa compreso dentifricio e sapone. Acquistate il possibile prima che debbano rifornire gli inventari: perché con la scusa dei dazi ne approfitteranno per far aumentare tutto. Pure i prodotti Made in Usa».

Secondo il quotidiano di Wall Street, dal numero di persone avvistate ieri coi carrelli pieni nei parcheggi dei centri commerciali di diverse città, davvero tanti hanno seguito il consiglio. Lo vedi d’altronde pure da Trader Joe’s, la catena di supermercati economici: Luiza Aguiterra, casalinga di 29 anni e tre figli, in fila alla cassa automatica allarga le braccia: «Ho fatto scorta delle solite cose. Molte dovrò congelarle, altre mi sforzerò di farle durare. Ho detto ai miei figli che presto dovranno rinunciare agli avocado sebbene gli piacciano tanto, perché sono tutti importati. Non seguo la politica e mai avrei immaginato un impatto così sulle nostre vite». Pure il Wsj enfatizza il cambio d’abitudini alimentari che gli americani — e non solo — stanno per affrontare: «Ci eravamo abituati a portare a tavola il mondo. Ora tutto questo potrebbe cambiare».

L’America grande di nuovo sognata da The Donald, serve solo pannocchie arrostite e purè di patate.

Stati Uniti, il segretario al Tesoro Bessent pronto a lasciare dopo i dazi di Trump

Secondo diversi media sarebbe sempre più isolato nell’amministrazione e preoccupato per la propria credibilità, a causa degli effetti delle tariffe

Scott Bessent, segretario al Tesoro degli Stati Uniti ed ex gestore di hedge fund, sarebbe pronto a lasciare l’amministrazione Trump. Lo sostiene la rivista The New Republic, secondo cui la decisione sarebbe maturata dopo l’annuncio della nuova politica commerciale di Donald Trump, che prevede un dazio base del 10% su quasi tutte le merci straniere. Una mossa che ha già avuto pesanti ripercussioni sui mercati finanziari, con il Dow Jones e il Nasdaq in calo ai minimi dal 2020.

(reuters)

Durante il programma Morning Joe su Msnbc, la giornalista Stephanie Ruhle ha spiegato che Bessent si trova sempre più isolato all’interno del governo e starebbe valutando l’uscita per salvaguardare la propria credibilità, con l’ipotesi di un futuro ruolo alla Federal Reserve.

Bessent avrebbe cercato di dissuadere altri Paesi da eventuali ritorsioni commerciali, temendo un’escalation delle tensioni globali, ma il suo appello è apparso scollegato dalle pressioni politiche cui sono sottoposti i leader stranieri.

Nonostante in passato avesse minimizzato gli effetti dei dazi definendoli semplici “aggiustamenti di prezzo”, Bessent sembrerebbe ora più consapevole del loro impatto negativo, in particolare per le fasce più vulnerabili della popolazione americana, che dipendono da beni d’importazione a basso costo. Secondo Ruhle, il segretario è ben conscio dei danni provocati dalle politiche economiche di Trump e starebbe cercando una via d’uscita prima che la sua posizione diventi insostenibile.