News of the day

HASTA IL VISTO – QUELL’EGOMANE DI TRUMP HA MESSO IL SUO FACCIONE ANCHE SUI “VISTI D’ORO”, I PARTICOLARI PERMESSI DI SOGGIORNO CHE GLI ULTRARICCHI POTRANNO COMPRARE VERSANDO 5 MILIONI DI EURO ALLO STATO AMERICANO – SULL’AEREO PRESIDENZIALE, L’AIR FORCE ONE, IL TYCOON HA MOSTRATO AI GIORNALISTI LA “TRUMP CARD”: TUTTA DI COLOR ORO, CON LA SUA IMMAGINE E LA FIRMA…

Trump svela il design dei visti d’oro, hanno la sua immagine

(ANSA) – Donald Trump svela il design dei ‘visti d’oro’ che, grazie al pagamento di cinque milioni di dollari, consentiranno a chi può permetterselo di ottenere permessi di soggiorno permanenti con la possibilità di ottenere la cittadinanza Usa per gli stranieri. Sull’Air Force One diretto a Mar-a-Lago, il presidente americano ha presentato la ‘Trump card’: tutta di color oro, con la sua immagine.

VANCE, ‘CONDANNA LE PEN? NON È DEMOCRAZIA’

‘E’ in testa ai sondaggi e vogliono metterla in prigione’

 (ANSA) – NEW YORK, 03 APR – “Questa non è la democrazia”. JD Vance ha commentato così la condanna di Marine Le Pen. “E’ in testa in alcuni sondaggi. E per un’accusa particolarmente minore stanno cercando di metterla in prigione e tenerla fuori” dal voto, ha osservato il vicepresidente americano.

VANCE MINIMIZZA TONFO BORSE, ‘BRUTTA GIORNATA MA MERCATO SALIRÀ’

 (ANSA) – NEW YORK, 03 APR – Il vicepresidente americano JD Vance minimizza il crollo dei mercati. “Pensavo che sarebbe andata anche peggio vista la grande transizione”, ha spiegato Vance precisando che in Borsa è stata una “brutta giornata” ma il calo va visto in prospettiva. “Avremo un mercato forte e in espansione perché stiamo investendo di nuovo negli Stati Uniti”, ha aggiunto il vice di Donald Trump.

Dazi, ecco la formula (sbagliata) usata da Trump per calcolarli e perché non aiuterà l’economia Usa

Monacelli (Bocconi): molta propaganda e poca logica economica. Saliranno tassi e inflazione

Valentina Iorio

Donald Trump ha imposto dazi «reciproci» nei confronti dell’Unione europea del 20%. Ma come è stata calcolata questa percentuale? La formula tiene conto del deficit commerciale del 2024. Deficit che nel caso dell’Unione europea valeva 235,6 miliardi di dollari, secondo i dati dell’Us Census Bureau. Questo valore è stato diviso per il totale delle importazioni degli Stati Uniti dall’Ue (605,8 miliardi): il risultato è 0,39, ovvero il 39%. Questa percentuale è stata divisa per due: è lo «sconto» di cui parla Trump. Così si arriva al 19,5% arrotondato poi al 20%. E questo è il dazio imposto a tutte le importazioni provenienti dall’Unione europea e quindi anche dall’Italia.

«Trump ha accusato l’Ue di imporre dazi del 39%, ma è un numero completamente inventato. Pensare che il deficit commerciale verso un paese sia causato necessariamente da barriere commerciali imposte da questo paese non ha alcun fondamento economico», spiega Tommaso Monacelli, professore ordinario di Macroeconomia all’Università Bocconi di Milano.

La formula usata dall’amministrazione Trump per calcolare i dazi

La strategia populista di Trump

«Tutto il ragionamento che sta alla base della guerra commerciale avviata da Trump è un’operazione populista dietro la quale c’è pochissima logica economica e moltissima propaganda. Per cui il presidente americano e i suoi consiglieri ritengono che se l’Ue vende negli Stati Uniti più di quanto non compri debba per forza essere il risultato di qualche pratica scorretta, che in realtà però non esiste», aggiunge Monacelli. I deficit commerciali così come i surplus non sono intrinsecamente un bene o un male, ricorda l’economista: «Gli Stati Uniti hanno un forte deficit commerciale perché hanno una domanda interna molto sostenuta e una quota di risparmi limitata rispetto agli investimenti. Hanno una grande capacità di trasformare facilmente i risparmi in investimenti. E questo, ad esempio, è un punto di forza dell’economia americana. Viceversa l’Ue non ha questa capacità». 

La contraddizione è che Trump si illude di usare i dazi come strumento per abbattere il deficit commerciale statunitense, ma rischia di ottenere esattamente il contrario. «La sua politica protezionistica porterà più inflazione e maggiori tassi di interesse. Quindi un dollaro più forte e questo alla fine farà aumentare il deficit commerciale», sottolinea Monacelli. «Se è vero che i dazi possono avere un piccolo effetto di protezione per alcuni settori, venendo incontro a quelle che erano le richieste di una fetta dell’elettorato trumpiano, questo avviene però a scapito dell’export. E una contrazione dell’export, unita alla crescente incertezza generata dalla guerra commerciale può diventare un boomerang molto pericoloso per l’economia americana», spiega il docente della Bocconi. Se volessero davvero ridurre il loro deficit commerciale, gli Stati Uniti dovrebbero aumentare i risparmi e soprattutto ridurre l’espansione fiscale. «Ma le promesse di tagliare le tasse fatte da Trump in campagna elettorale vanno esattamente nella direzione opposta», ricorda Monacelli.

Le opportunità per l’Europa

Questa situazione di grande incertezza e la conseguente fuga di capitali dagli Usa, secondo Monacelli rappresentano una grande occasione per l’Europa. «L’Unione europea può trarne enormi vantaggi e proprio per questo non deve chiudersi a sua volta dentro le barriere protezionistiche — conclude l’economista — . Ma deve reagire rafforzando gli accordi commerciali con altre aree del mondo. Come ha ricordato di recente Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera, una maggiore diversificazione degli sbocchi commerciali, incentivi all’innovazione e una politica monetaria flessibile, consentirebbero all’Unione europea di compensare le ricadute negative dei dazi statunitensi, molto più di quanto non possano fare contromisure protezionistiche troppo drastiche».

WALL STREET AFFONDA, DJ CHIUDE A -3,98%, NASDAQ -5,97%

(ANSA) – Tonfo Wall Street con i dazi. Il Dow Jones chiude in calo del 3,98% a 40.544,64 punti, il Nasdaq perde il 5,97% a 16.550,61 punti dopo essere arrivato a cedere il 6,04%. Lo S&P 500 arretra del 4,84% a 5.396,60 punti.

DOLLARO BRUCIA I GUADAGNI REALIZZATI DA ELEZIONE TRUMP

(ANSA) – L’euro è scambiato a 1,1026 dollari dopo la chiusura di Wall Street. La moneta unica sale dell’1,58% verso il biglietto verde, che ha perso – riporta l’agenzia Bloomberg – tutti i guadagni accumulati dall’elezione di Donald Trump.

TONFO AMAZON E APPLE, PERDONO IL 9%. NIKE -14,47% ++

(ANSA) – Amazon chiude in forte calo a Wall Street, dove perde il 9%. Apple archivia la seduta cedendo il 9,25% dopo essere arrivata a perdere il 10%. Nike perde il 14,47%.

PER S&P 500 PEGGIORE SEDUTA DAL 2020, BRUCIA 2.000 MILIARI

(ANSA) – Lo S&P 500 chiude la sua peggiore seduta dal 2020 e brucia circa 2.000 miliardi di dollari di valore.

Crolla il dollaro, euro ai massimi da 5 mesi: cosa sta facendo Trump?

Marco Sabella

Che sia l’affossamento del dollaro il primo obiettivo della politica dei dazi e della guerra commerciale contro il mondo voluta da Donald Trump? La domanda non è peregrina nel giorno in cui l’euro sfonda al rialzo la soglia di 1,11 dollari per la prima volta da oltre cinque mesi. A inizio gennaio, poco dopo l’insediamento della  nuova amministrazione alla Casa Bianca il tasso di cambio tra euro e dollaro era di poco inferiore a 1,03%. Due mesi di politiche economiche erratiche sono riuscite a realizzare il sogno di un dollaro venduto a man bassa, con un effetto positivo per la bilancia dei pagamenti Usa di gran lunga più efficace rispetto all’introduzione di barriere commerciali.  L’euro ha così guadagnato nella giornata del 3 aprile quasi il 2,5% e nel pomeriggio  ha toccato quota 1,1105, sui massimi dall’inizio di ottobre 2024.

Deflusso di capitali

La corsa alla vendita del dollaro è stata innescata da una crescente sfiducia degli investitori per la stabilità a lungo termine del biglietto verde, minacciato da una possibile ripresa dell’inflazione a causa della crescita dei costi per le aziende Usa innescata dalla politica dei dazi voluta da Donald Trump e dal contemporaneo rallentamento della crescita economica dovuto alle ritorsioni dei partner commerciali e soprattutto dal crollo della fiducia di imprese e consumatori negli Stati Uniti. 

C’è poi un problema di deflusso di capitali perché le grandi case di investimento stanno alleggerendo le loro posizioni in attivi denominati in dollari (azioni, bond) nella convinzione che le quotazioni di Wall Street e del Treasury siano destinate a scendere ancora. 

La sfiducia sul dollaro è anche alimentata da un timore più «politico», vale a dire che la Casa Bianca possa fare pressioni indebite sulla Fed per una riduzione dei tassi di interesse in un contesto inflazionistico, venendo meno al rispetto delle decisioni autonome della Banca Centrale. Se così dovesse essere si aprirebbe per il biglietto verde uno scenario da «lira turca», una valuta colpita da svalutazioni drammatiche proprio a causa delle interferenze del potere politico sulle decisioni strettamente monetarie. 

Bce, verso un taglio dei tassi a metà aprile? 

Intanto dai verbali dei Consiglio direttivo Bce di marzo, pubblicati oggi,
emerge che per la riunione del 16 e 17 aprile «sul tavolo» ci sono sia un nuovo taglio che una pausa sulla manovra di riduzione dei tassi. Il rally dell’euro ha effetti disinflazionisti e potrebbe essere un fattore che spinge l’istituzione di Francoforte a un nuovo taglio, laddove altre ricadute dei dazi commerciali possono avere l’effetto opposto.

TRUMP, PENSO CHE ZELENSKY E PUTIN PRONTI A FARE UN ACCORDO

(ANSA) – “L’Europa non ha avuto successo nel trattare con Putin, ma penso che io lo avrò”.

Lo ha detto Donald Trump, secondo il quale il presidente ucraino Volodymyr Zelensky è “pronto a fare un accordo. E penso che anche” quello russo Vladimir “Putin sia pronto” a farlo, ha osservato il presidente americano.

INVIATO PUTIN, VEDIAMO DINAMICHE POSITIVE FRA USA E RUSSIA

(ANSA) –  “Vediamo dinamiche positive nelle relazioni” fra Stati Uniti e Russia ma “ci vorranno molti altri incontri per risolvere tutte le nostre divergenze. Il processo di dialogo e di risoluzione richiederà tempo.

Ma, allo stesso tempo, si sta procedendo in modo positivo e costruttivo”. Lo ha detto l’inviato per l’economia di Putin Kirill Dmitriev, secondo quanto riportato dai media americani, durante la sua visita a Washington, dove ha incontrato Steve Witkoff, l’inviato di Donald Trump

INVIATO PUTIN, CON USA PARLIAMO DELLA RIPRESA DI VOLI DIRETTI

(ANSA) – Gli Stati Uniti e la Russia stanno parlando della ripresa dei voli diretti fra i due paesi. Lo ha detto l’inviato per l’economia di Putin Kirill Dmitriev, secondo quanto riportato dai media americani.

Dmitriev è in visita a Washington, dove ha incontrato alcuni funzionari dell’amministrazione Trump. “Si è parlato di cooperazione nell’Artico e sulle terre rare”, ha aggiunto precisando che molte aziende americano vorrebbero sostituire quelle europee in Russia.

MEDIA, HEGSETH DISERTERÀ IL GRUPPO DI CONTATTO SULL’UCRAINA

(ANSA) –  Pete Hegseth non parteciperà all’incontro del gruppo di contatto per l’Ucraina l’11 aprile a Bruxelles, secondo quanto hanno dichiarato diversi funzionari europei e un funzionario americano al sito Defensenews.

Se fosse confermato sarebbe la prima volta che il meeting si svolgerà senza il capo del Pentagono. Hegseth ha partecipato all’ultimo meeting, a febbraio, anche se in quell’occasione per la prima volta dalla sua creazione un segretario alla difesa Usa volta non lo ha presieduto.

FMI,DA DAZI USA SIGNIFICATIVI RISCHI A PROSPETTIVE GLOBALI

(ANSA) –  Il Fondo Monetario Internazionale sta ancora valutando le implicazioni macroeconomiche dei dazi di Donald Trump ma le tariffe “rappresentano chiaramente un rischio significativo alle prospettive globali in un momento di crescita lenta”. Lo ha detto la direttrice del Fmi Kristalina Georgieva esortando gli Stati Uniti e i loro partner commerciali a lavorare in modo costruttivo per risolvere le tensioni e ridurre l’incertezza.

GIAPPONE, I DAZI USA SONO UNA ‘CRISI NAZIONALE’

(ANSA-AFP) – I dazi del presidente americano Donald Trump sui prodotti giapponesi sono una “crisi nazionale”, ha affermato oggi il primo ministro nipponico Shigeru Ishiba prima dei previsti colloqui tra i partiti del Giappone per mitigare l’impatto delle tariffe Usa.

CASA BIANCA, ‘TRUMP RIVOLUZIONA COMMERCIO, DAZI RAFFORZANO USA’

(ANSA) – La Casa Bianca sta consigliando ai repubblicani del Congresso americano di concentrarsi sull’impatto di lungo termine dei dazi di Donald Trump, mettendo in evidenza che il presidente sta “rivoluzionando il commercio mondiale” e che le tariffe innescheranno il ritorno delle aziende negli Stati Uniti, ampliando la base manifatturiera e “creando posti di lavoro ben pagati”. Le pratiche commerciali – è la tesi illustrata dalla Casa Bianca – hanno “creato un’emergenza nazionale: l’ordine esecutivo del presidente impone dazi per rafforzare la posizione economica degli Stati Uniti e proteggere i lavoratori americani”.

Trump, tratterei sui dazi in cambio di offerta fenomenale

(ANSA) – Donald Trump afferma di essere disposto a trattare sui dazi se i Paesi “offrissero qualcosa di fenomenale”. Lo ha detto il presidente a bordo dell’Air Force One, secondo quanto riportato dall’agenzia Bloomberg.

‘TRUMP CONTRADDICE SUOI CONSIGLIERI E APRE A TRATTATIVE SU DAZI’

(ANSA) – Donald Trump ha contraddetto i suoi collaboratori sui dazi. Dopo che il segretario al Commercio americano Howard Lutnick e il consigliere Peter Navarro hanno ribadito a più riprese che non c’era spazio per trattare sulle tariffe, il presidente Usa ha definito le tariffe uno strumento per trattate e ha aperto a negoziazioni.

Lo mettono in evidenza i media americani. “Tutti i paesi ci stanno chiamando. Abbiamo preso il comando: se avessimo chiesto a questi paesi di farci un favore, avrebbero detto di no. Ora, invece, farebbero qualsiasi cosa per noi. I dazi ci danno un grande potere per negoziare”, ha spiegato Trump.

DA SENATORI USA MISURA PER LIMITARE AUTORITÀ PRESIDENTE SUI DAZI

(ANSA) – Al Senato americano è stato presentato un progetto bipartisan che concede al Congresso il via libera finale sui dazi imposti da un presidente. Il provvedimento porta la firma del repubblicano Chuck Grassley e della democratica Maria Cantwell. La misura ha poche chance di essere approvata, ma mostra il disagio di alcuni esponenti gop nei confronti delle tariffe di Donald Trump.

Good morning. We’re covering global reactions to Trump’s tariffs

Le azioni statunitensi sono crollate dopo l’introduzione dei dazi di Trump

Ieri Wall Street è crollata al suo peggior giorno dalla pandemia in risposta al grande giro di dazi sulle importazioni statunitensi imposto dal presidente Trump, mentre i paesi che si sono ripresi dal colpo hanno soppesato le contromisure. Anche le azioni in Asia ed Europa sono scese.

Alcuni leader europei hanno giurato di reagire dopo che Trump ha imposto un dazio del 20 percento all’UE. “Se te la prendi con uno di noi, te la prendi con tutti noi”, ha affermato Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea.

La Cina, che deve affrontare un nuovo dazio del 34 percento in aggiunta alla tassa di importazione generale imposta all’inizio di quest’anno, ha giurato di rispondere per “salvaguardare i propri diritti e interessi”. La Gran Bretagna ha affermato che i negoziati con gli Stati Uniti sarebbero continuati.

L’S&P 500 è sceso del 4,8 percento, il suo peggior calo da giugno 2020, al culmine della pandemia di coronavirus. La reazione ha suggerito che la portata delle tariffe era stata una sorpresa. Apple ha guidato una svendita tecnologica, con un calo di circa il 9 percento.

Reazioni: Il primo ministro Mark Carney ha affermato che il Canada ha introdotto una tariffa del 25 percento su auto e camion e ha chiesto un nuovo ordine commerciale globale senza gli Stati Uniti. La presidentessa messicana Claudia Sheinbaum ha annunciato piani per aumentare la produzione nazionale di cibo, energia, tessuti e altri articoli nel tentativo di attenuare l’impatto delle tariffe. Il presidente francese, Emmanuel Macron, ha invitato le aziende europee a sospendere tutti gli investimenti negli Stati Uniti “finché le cose non saranno chiarite”.

L’Asia duramente colpita: le tariffe punitive su Vietnam, Cambogia, Thailandia e altri nella regione minacciano la loro posizione di centri di produzione per il mercato statunitense e come alternativa alla Cina. Le tariffe di Trump colpiscono duramente anche i produttori di abbigliamento in Bangladesh e Sri Lanka.

Veicoli: ieri sono entrate in vigore nuove tariffe del 25 percento su tutte le automobili prodotte al di fuori degli Stati Uniti. Trump ha affermato che le tariffe avrebbero incoraggiato gli investimenti nelle fabbriche statunitensi, ma gli analisti hanno affermato che gli acquirenti di auto avrebbero finito per pagare di più.

La guerra commerciale di Trump avrà solo perdenti. E il più grande perdente potrebbe essere Trump.

Traduzione di un estratto dell’articolo di Janet Daley

Janet Daley

Nella grande tradizione della televisione reality, i vincitori e i vinti dell’annuncio sui dazi della “giornata della liberazione” di Donald Trump sono stati tenuti segreti fino all’ultimo momento. Solo che, in realtà, non c’erano vincitori: solo vinti e vinti ancora peggiori. […]

I Paesi che sarebbero stati puniti si meritavano tutto, secondo Trump. Per decenni avevano saccheggiato, derubato, sfruttato e metaforicamente stuprato gli innocenti americani. Ora era giunto il momento della vendetta. Trump ha elencato tutte le industrie — vecchie e nuove — che sarebbero state minate da questi attacchi contro una popolazione impoverita dagli stranieri.

Malgrado i riferimenti alle nuove tecnologie, era chiaro che si trattava di una promessa di resurrezione per la Rust Belt, e in particolare per l’industria automobilistica, la cui crisi, nella narrazione trumpiana, era interamente colpa dell’ingiustizia della concorrenza straniera.

Nessun accenno al fatto che molti americani, semplicemente, preferiscono le auto straniere a quelle americane. La soluzione? Costringere quei produttori stranieri a spostare la loro produzione negli Stati Uniti — un processo che richiederà anni, nuovi impianti, nuove catene di approvvigionamento, con conseguenti aumenti dei costi e quindi dei prezzi.

[…] Ma cosa si nasconde davvero dietro questa potenzialmente disastrosa frattura nelle relazioni commerciali globali? Il senatore democratico Chris Murphy ha suggerito che si tratti di una strategia deliberata per generare caos e recessione, con l’obiettivo di preparare il terreno a un passaggio dalla democrazia all’autocrazia. Trump, insomma, starebbe creando instabilità per poi giustificare l’attivazione di poteri speciali.

Devo dire che trovo questa teoria piuttosto fantasiosa, non perché mi fidi delle convinzioni democratiche di Trump, ma perché non credo che egli rifletta sulle conseguenze delle sue azioni oltre le 48 ore successive. Il che rende difficile immaginare un disegno politico di lungo periodo.

Non è stato detto assolutamente nulla sull’impatto che questi provvedimenti avranno sul costo della vita degli stessi cittadini americani nel cui nome tutto ciò viene fatto — cittadini che si ritroveranno con prezzi molto più alti per i beni d’importazione. Per non parlare degli effetti economici catastrofici sui Paesi storicamente molto meno prosperi degli Stati Uniti.

Ma il loro destino non rientra minimamente nei calcoli. Questa è una questione che riguarda solo l’America — o meglio, Trump e la sua missione personale di salvare il cuore industriale del Paese, sperando di passare alla storia. Ma se questo azzardo colossale dovesse fallire — se gli operai di Detroit e le start-up della West Coast non dovessero ritrovarsi in un nuovo mondo di opportunità e benessere, e se il resto del mondo chiedesse il conto — che cosa accadrà allora?

L’UE PREPARA IMPORTANTI SANZIONI CONTRO X DI ELON MUSK

Traduzione di un estratto dell’articolo di Adam Satariano

Adam Satariano

I regolatori dell’Unione Europea stanno preparando pesanti sanzioni contro X, la piattaforma social di Elon Musk, accusata di aver infranto una legge fondamentale volta a contrastare la disinformazione e i contenuti illeciti. Lo hanno riferito quattro fonti a conoscenza diretta dei piani, sottolineando che la decisione rischia di acuire le tensioni con gli Stati Uniti, poiché colpisce uno dei più stretti consiglieri del presidente Trump.

Secondo le fonti, le sanzioni prevedono una multa e l’obbligo di apportare modifiche strutturali alla piattaforma. L’annuncio ufficiale è atteso per l’estate e rappresenterebbe la prima applicazione concreta del Digital Services Act (DSA), la nuova normativa europea che impone alle piattaforme digitali di sorvegliare attivamente i contenuti pubblicati.

Le autorità europee stanno ancora valutando l’ammontare esatto della multa da infliggere a X, consapevoli del rischio di inasprire ulteriormente i rapporti con Trump in un momento già segnato da tensioni transatlantiche […]. Una delle fonti riferisce che la multa potrebbe superare il miliardo di dollari, nell’intento di fare di X un caso esemplare e scoraggiare altre aziende dal violare la legge.

[…] Un accordo rimane comunque possibile: se X accettasse di apportare modifiche che soddisfino le autorità di regolamentazione, potrebbe ancora evitarsi una sanzione definitiva, spiegano i funzionari.

X è però coinvolta anche in una seconda indagine da parte dell’UE, più ampia e potenzialmente più grave. In quest’ambito, secondo due fonti, Bruxelles sta costruendo un caso per dimostrare che l’approccio permissivo di X verso i contenuti generati dagli utenti ha trasformato la piattaforma in un centro di diffusione di hate speech, disinformazione e altri contenuti ritenuti dannosi per la democrazia nei 27 Stati membri.

[…] Dopo la pubblicazione dell’articolo, X ha definito le azioni delle autorità europee «un atto di censura politica senza precedenti e un attacco alla libertà di espressione». Ha aggiunto che farà tutto il possibile per difendere la propria attività e «proteggere la libertà di parola in Europa».

A Bruxelles ci si aspetta che Musk, da tempo critico verso le normative europee considerate una forma di censura, si opponga strenuamente a qualsiasi regolamento. Lo scorso luglio, dopo la diffusione delle prime conclusioni preliminari dell’UE, Musk aveva affermato di essere pronto a contestare qualunque sanzione «in una battaglia pubblica in tribunale».

Questo potrebbe aprire un contenzioso legale dagli esiti imprevedibili. Se Musk dovesse rifiutarsi di adeguarsi alle richieste dell’UE, si potrebbe creare uno scontro istituzionale.

L’indagine su X è seguita con particolare attenzione in quanto rappresenta il primo vero banco di prova per l’applicazione del Digital Services Act, che obbliga le piattaforme digitali a controllare meglio i contenuti pubblicati e a garantire maggiore trasparenza sul funzionamento dei propri servizi.

[…] Dopo l’elezione di Trump, i regolatori europei avevano rallentato l’indagine per valutare le potenziali conseguenze politiche, ha riferito una fonte. Tuttavia, con l’acuirsi delle tensioni commerciali, le autorità hanno deciso di andare avanti.

Lo scorso anno, i regolatori UE avevano concluso che X stava violando la legge rifiutandosi di fornire dati agli studiosi esterni, rendendo difficile valutare la diffusione della disinformazione e di altri contenuti dannosi. Inoltre, X è accusata di non garantire sufficiente trasparenza sugli inserzionisti e di non verificare l’autenticità degli utenti che pagano per ottenere un account “verificato”, rendendo così la piattaforma più vulnerabile ad abusi e interferenze straniere.

[…] Le autorità europee fanno sapere che l’ammontare esatto della sanzione non sarà definito prima della comunicazione finale. Secondo il DSA, le aziende possono essere multate fino al 6% del fatturato globale, anche se raramente si ricorre alla sanzione massima. […]

Un iPhone Apple da 2.300 dollari? I dazi di Trump potrebbero renderlo realtà.

Traduzione dell’articolo di Akash Sriram

Akash Sriram

Il tuo iPhone preferito potrebbe presto diventare molto più costoso, a causa delle tariffe.Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha imposto una serie di dazi ingenti su paesi in tutto il mondo che potrebbero modificare drasticamente il panorama del commercio globale; i beni di consumo come gli iPhone potrebbero essere tra i più colpiti, hanno affermato giovedì gli analisti, con aumenti dal 30% al 40% se l’azienda dovesse trasferire i costi sui consumatori.

La maggior parte degli iPhone è ancora realizzata in Cina, che è stata colpita da una tariffa del 54%. Se queste imposte persistono, Apple si trova di fronte a una scelta difficile: assorbire la spesa extra o scaricarla sui clienti.

Giovedì le azioni della società hanno chiuso in ribasso del 9,3%, registrando la giornata peggiore da marzo 2020.Apple vende più di 220 milioni di iPhone all’anno; i suoi mercati più grandi sono gli Stati Uniti, la Cina e l’Europa.Il modello più economico di iPhone 16 è stato lanciato negli Stati Uniti con un prezzo di listino di 799 dollari, ma potrebbe arrivare a costare fino a 1.142 dollari, secondo i calcoli basati sulle proiezioni degli analisti di Rosenblatt Securities, che affermano che il costo potrebbe aumentare del 43%, se Apple riuscisse a trasferire questa cifra ai consumatori.Un iPhone 16 Pro Max più costoso, con un display da 6,9 pollici e 1 terabyte di spazio di archiviazione, attualmente in vendita a 1599 dollari, potrebbe arrivare a costare quasi 2300 dollari se ai consumatori venisse applicato un aumento del 43%.

Trump ha imposto tariffe su una vasta gamma di importazioni cinesi nel suo primo mandato da presidente per fare pressione sulle aziende statunitensi affinché riportassero la produzione negli Stati Uniti o in paesi vicini come il Messico, ma Apple ha ottenuto esenzioni o rinunce per diversi prodotti. Questa volta, non ha ancora concesso alcuna esenzione.”Tutta questa questione dei dazi sulla Cina si sta svolgendo in questo momento in modo completamente contrario alle nostre aspettative, ovvero che l’icona americana Apple sarebbe stata trattata con i guanti, come l’ultima volta”, ha affermato in una nota Barton Crockett, analista di Rosenblatt Securities.L’iPhone 16e, lanciato a febbraio come punto di ingresso più economico per la suite di funzionalità di intelligenza artificiale di Apple, costa $ 599. Un aumento del prezzo del 43% potrebbe spingere quel costo a $ 856. Anche i prezzi di altri dispositivi Apple potrebbero aumentare.

Apple non ha risposto immediatamente a una richiesta di commento. Molti clienti pagano i loro telefoni per un periodo di due o tre anni tramite contratti con i loro fornitori di telefonia mobile.

Tuttavia, altri analisti hanno notato che le vendite di iPhone sono in difficoltà nei principali mercati dell’azienda, poiché Apple Intelligence, una suite di funzionalità che aiuta a riassumere le notifiche, riscrivere le e-mail e fornire agli utenti l’accesso a ChatGPT, non è riuscita a entusiasmare gli acquirenti.Le recensioni degli esperti suggeriscono che queste funzionalità, pur essendo innovative, non costituiscono una ragione sufficientemente convincente per giustificare l’aggiornamento a modelli più recenti.La stagnazione della domanda potrebbe esercitare un’ulteriore pressione sui profitti di Apple, soprattutto se i costi dovessero aumentare a causa dei dazi.Angelo Zino, analista azionario presso CFRA Research, ha affermato che l’azienda avrà difficoltà a trasferire ai consumatori più del 5-10% dei costi.”Ci aspettiamo che Apple rinvii eventuali aumenti significativi sui telefoni fino a questo autunno, quando è previsto il lancio dell’iPhone 17, poiché è in genere così che gestisce gli aumenti di prezzo pianificati”.Anche se una parte della produzione è stata trasferita in Vietnam e India, la maggior parte degli iPhone viene ancora prodotta in Cina, e neanche questi paesi sono stati risparmiati dai dazi: il Vietnam ha ricevuto un’imposta del 46% e l’India del 26%.Secondo Neil Shah, co-fondatore di Counterpoint Research, Apple dovrebbe aumentare i suoi prezzi almeno del 30% in media per compensare i dazi all’importazione.Un potenziale brusco aumento dei prezzi potrebbe frenare la domanda di smartphone e dare alla Samsung Electronics della Corea del Sud, un vantaggio, poiché il paese asiatico deve far fronte a tariffe doganali più basse rispetto alla Cina, dove vengono realizzati tutti gli iPhone venduti negli Stati Uniti.

“Un rapido calcolo sui dazi di Trump per il Liberation Day suggerisce che potrebbero far saltare in aria Apple, con un costo potenziale per l’azienda fino a 40 miliardi di dollari”, ha osservato Crockett di Rosenblatt Securities, aggiungendo che è probabile che si verifichino trattative tra Apple, la Cina e la Casa Bianca.”È difficile per noi immaginare che Trump faccia saltare in aria un’icona americana… ma questa sembra una cosa piuttosto dura.”

Il padre di Musk, ‘la nostra famiglia ammira Putin, anche Elon’

(ANSA) – Nella famiglia Musk, c’è una certa ammirazione per il presidente russo, Vladimir Putin. Ad affermarlo è il padre di Elon Musk, Errol, in un’intervista con la Bbc Russia. “Se guardi Putin come un uomo, e non nel contesto della politica internazionale, è difficile non avere rispetto per lui”, ha affermato.

E a una domanda se Elon abbia detto qualcosa di simile sullo zar, Errol ha confermato che le loro opinioni sono simili, spiegando che le persone intorno a lui spesso cercano di convincere gli altri a non fidarsi di Putin, ma lui stesso lo considera un esempio di leader forte. In risposta all’osservazione secondo cui è stato Putin a iniziare la guerra in Ucraina, Errol ha ribattuto che “solo con il tempo capiremo chi l’ha davvero iniziata”.

In merito alla posizione di Elon sull’Ucraina, secondo Musk senior, la decisione di dare all’Ucraina l’accesso alla rete Internet satellitare Starlink sembrava giusta all’inizio della guerra, ma col tempo il conflitto si è trascinato. In ogni caso, ha categoricamente respinto l’idea che il cambiamento di opinione di Elon fosse dovuto a interessi commerciali.

Parlando della discesa in campo del figlio al fianco di Donald Trump, Errol Musk ha dichiarato di ritenere che nonostante il suo successo negli affari, Elon non sia in realtà tagliato per la politica: “È uno specialista tecnico, persone così si sforzano di raggiungere la logica e l’ordine. La politica è un caos senza fine in cui non c’è fondo, non ci sono confini e in cui è impossibile vincere”, ha dichiarato. E per quanto riguarda l’episodio del gesto condannato da molti come un saluto nazista, Musk senior ha negato questa ricostruzione parlando di disinformazione contro il figlio.

Dazi, per i Paesi asiatici è un incubo

Tributi del 34% per la Cina, 32% per Taiwan, 25% per la Corea del Sud e 24% per il Giappone. Le esportazioni di Pechino verso gli USA potrebbero ridursi del 30%. E c’è chi ipotizza la vendita in massa dei titoli del tesoro americano

Lorenzo Lamperti 

La Cina, certo, rivale numero uno. Ma anche partner e alleati storici. I dazi del “Liberation Day” di Donald Trump colpiscono tutta l’Asia, senza eccezioni. C’era chi se lo aspettava, come Pechino, pur sperando in misure meno radicali. C’è invece chi è sorpreso e vive la mancata esenzione come una sorta di tradimento. Di certo, giovedì 3 aprile il risveglio per i Paesi asiatici è stato simile a un incubo, trascorso a passare in rassegna le percentuali dei dazi imposte dalla Casa Bianca: 34% per la Cina, 32 per Taiwan, 25 per la Corea del Sud, 24 per il Giappone. Addirittura 46% per il Vietnam.

Fino a poco tempo fa, a Pechino erano sorpresi dell’apparente moderazione di Trump, che in campagna elettorale aveva minacciato dazi fino al 60% su tutte le importazioni dalla Cina. Nei due round di febbraio e marzo, si era invece fermato a un totale del 20%, peraltro motivato dalla presunta mancata cooperazione cinese nel controllare i flussi di sostanze e materiali utili alla produzione dell’oppioide Fentanyl. Ora, però, quella moderazione pare scomparsa e col 34% aggiuntivo appena annunciato si arriva a un totale del 54%, molto vicino allo spauracchio del 60%. L’impatto sull’economia cinese non sarà banale. Nessun altro Paese al mondo si avvicina alle vendite annuali di oltre 400 miliardi di dollari di merci negli Stati Uniti da parte della Cina. Kaiyuan Securities prevede che le nuove tariffe potrebbero ridurre le esportazioni cinesi verso gli Stati Uniti del 30%, ridurre le esportazioni complessive di oltre il 4,5% e ridurre dell’1,3% la crescita del prodotto interno lordo cinese per il 2025. Dati a dir poco preoccupanti per Pechino, che è esposta come pochi altri al contraccolpo dei dazi, visto che a causa della debolezza dei consumi interni la dipendenza dall’export è ancora notevole: una fetta importante della crescita del 2024 si è poggiata su un gigantesco surplus commerciale di mille miliardi di dollari.

Se verrà seguito lo stesso metodo degli scorsi mesi, probabile che verranno annunciate ritorsioni nel momento dell’entrata in vigore delle tasse aggiuntive della Casa Bianca. Oltre ai dazi, ci si aspetta una svalutazione della moneta e una nuova stretta sulle esportazioni delle risorse minerarie. Pechino ha già dato segnali di poter ridurre o bloccare l’export delle terre rare o di metalli strategici come grafite, germanio, magnesio e diversi altri. Si tratta di materiali cruciali per l’industria elettronica e della difesa, ma anche per settori della tecnologia verde, come la produzione di auto elettriche. C’è chi ipotizza la vendita in massa dei titoli del tesoro americano. La Cina ne detiene al momento 768 miliardi di dollari, seconda solo al Giappone.

Sottotraccia non è da escludere che si tenti di avviare dei negoziati, ma intanto Pechino proverà ad approfittare del malcontento generale verso Trump per migliorare i rapporti coi vicini asiatici e con l’Europa. “Cedere o fare concessioni significa rendere più forte il bullismo americano”, scrivono i media cinesi, auspicando una risposta comune. D’altronde, la raffica di dazi di Trump va a colpire un altro elemento fondamentale, utilizzato da Pechino nel corso della prima guerra commerciale per attutire l’impatto delle tasse aggiuntive: la delocalizzazione della produzione al di fuori dei confini nazionali. A partire dal Vietnam e altri asiatici. Colpendo indiscriminatamente tutti, Washington vuole impedire anche questa strategia.

Per questo, i dazi sono altissimi anche e soprattutto per i Paesi del Sud-Est asiatico. “Per ogni dollaro che vendiamo alla Cambogia, loro ci vendono 39 dollari e il motivo per cui la Cambogia ci vende qualcosa è che la Cina ha trasformato la Cambogia nel più importante hub di trasbordo che la Cina comunista usa per eludere le nostre tariffe”, ha dichiarato la Casa Bianca prima di annunciare la tabella dei dazi. I Paesi del Sud-Est asiatico erano usciti vincitori dalla prima guerra commerciale, attraendo investimenti e linee produttive in uscita dalla Cina. In primis Vietnam, Indonesia e Thailandia, che hanno accolto in questi anni un numero crescente di grandi aziende internazionali, compresi i colossi tecnologici statunitensi. Negli scorsi giorni, Hanoi aveva tagliato le tasse sui prodotti statunitensi e aveva dato il via libera all’ingresso di Starlink nel Paese, cambiando le regole sui prodotti digitali e satellitari stranieri. Lo scopo era ammansire Trump ed Elon Musk. Ma non è bastato. Il Vietnam è forse tra i Paesi che hanno più da perdere, visto che il terzo maggiore surplus commerciale con gli USA, dietro solamente a Cina e Messico. Ma, soprattutto, Hanoi si era guadagnata in questi anni lo status du hub globale, che ora potrebbe vacillare.

I dazi di Trump non hanno risparmiato nemmeno gli alleati storici degli Stati Uniti. Il Giappone ha definito le tasse aggiuntive “estremamente deplorevoli”, anche perché si aggiungono a quelle annunciate la scorsa settimane sulle automobili straniere. Per il Giappone, le auto rappresentano oltre il 30% delle esportazioni negli Stati Uniti e il 7% dell’export totale. Compagnie come la Subaru generano oltre il 70% delle vendite sul mercato statunitense, fondamentale anche per giganti come Honda e Toyota, il cui presidente ha non a caso partecipato venerdì scorso all’incontro di Pechino fra 40 grandi manager internazionali e il presidente cinese Xi Jinping. Tokyo proverà a trattare esenzioni o riduzioni, magari fissando delle quote massime per l’export come aveva fatto al culmine della rivalità tecnologica degli anni Ottanta. Ma non si escludono ripercussioni più ampie, visto che il Giappone è il primo investitore diretto estero negli Stati Uniti.

Rabbia anche in Corea del Sud. Seoul ha annunciato che tratterà i dazi come una “emergenza nazionale”, vista la grande dipendenza della sua economia dall’export. Anche qui c’è risentimento, dopo che negli scorsi anni si è molto rafforzata l’alleanza militare e commerciale con Washington. Solo poche settimane fa, Hyundai ha annunciato un investimento da 21 miliardi di dollari per un impianto di produzione di auto in Louisiana. Anche qui, non è bastato.

Sgomento ancora maggiore a Taiwan dove il governo aveva giustificato il recente maxi investimento da 100 miliardi di dollari del colosso dei chip TSMC negli Stati Uniti come un modo per evitare i dazi. Non è bastato. E, viste le rivendicazioni cinesi, Taipei non può nemmeno ribilanciare le sue relazioni con la Cina come stanno pensando di fare Giappone e Corea del Sud. In un trilaterale dei rispettivi ministri del Commercio di qualche giorno fa, Pechino, Tokyo e Seoul hanno annunciato un’accelerazione nelle trattative per un possibile trattato di libero scambio. Evoluzione che avrebbe del clamoroso, viste le forti tensioni che hanno diviso i tre Paesi negli ultimi anni. Forse solo tatticismi, con cui gli alleati degli USA provano a mostrare qualche leva negoziale al cospetto di Trump. La raffica di dazi a tappeto annunciata dalla Casa Bianca pare segnalare che, almeno sin qui, non ha funzionato.

Fukuyama: “I dazi sono una scelta folle, andremo in recessione e si rischia un’altra guerra”

Intervista al professore di Stanford, teorico della Fine della Storia: “La politica di Trump distruggerà l’Alleanza atlantica e cancellerà ogni tipo di solidarietà tra le democrazie. Russia e Cina sono felici”

Paolo Mastrolilli

Lamenta Francis Fukuyama che la storia ha ripreso a correre, ma nella direzione sbagliata: «Trump ripete le politiche che negli anni Trenta ci portarono alla guerra».

Come giudica i nuovi dazi?

«Sono la decisione più idiota – risponde il professore di Stanford, teorico della Fine della Storia – che abbia mai visto da un presidente americano. Saranno completamente controproducenti e probabilmente getteranno l’economia mondiale in una recessione molto grave, se non nella depressione. Tutto si basa sull’incapacità di Trump di capire come funziona l’economia. È difficile per me comprendere come un presidente americano possa fare qualcosa di così ridicolo e dannoso per la sua stessa società».

Lui sostiene che gli Usa sono stati manipolati per decenni.

«Non ha alcun senso. L’America ha prosperato enormemente grazie all’ordine commerciale liberale globale. Lui pensa che avere un deficit sia segno di sfruttamento, ma qualunque economista può spiegarti che non è così, è solo l’altro lato della medaglia del dominio del dollaro come moneta di riserva mondiale. Le decisioni di Trump sono basate su un’ignoranza così incredibile, che è difficile comprendere come sia potuto diventare presidente».

Sostiene che i dazi riporteranno negli Usa la manifattura.

«No, non funzionerà così. Il costo per riportare negli Usa la produzione di tutte queste catene di approvvigionamento sarà semplicemente enorme. Le aziende americane non potranno permettersi di costruire impianti completamente nuovi, per l’alto costo della manodopera. E poi chi investirà tutti questi soldi, quando hai un presidente incoerente che cambia idea ogni due giorni? Tra due o quattro anni torneranno i democratici, tutto ciò sarà invertito, e avrai buttato i capitali. Non penso che accadrà».

Alcuni dei Paesi più colpiti sono i migliori alleati degli Usa.

«Trump si sta muovendo rapidamente verso questo mondo di grandi potenze del XIX secolo, dove tutti hanno una sfera di influenza. Valori e idee non contano nulla e non c’è alcuna differenza tra amico e nemico. Non penso sia il mondo in cui vogliamo vivere».

Due studiosi del Cato Institute, Scott Lincicome e Colin Grabow, hanno detto che queste politiche non si vedevano dagli anni Trenta, quando ci portarono alla Guerra mondiale. C’è questo rischio?

«Sì. Trump ha cambiato schieramento nel conflitto globale tra democrazia e autocrazia. Si allinea con gli autocrati perché vuole esserne uno e cerca di muovere il sistema americano in tale direzione. L’unica speranza è che questa politica così stupida gli si ritorcerà contro. I prezzi aumenteranno e probabilmente getterà gli Usa e molte altre economie in una recessione enorme. Ciò non piacerà agli elettori americani, che sognavano l’età dell’oro».

Rischiamo di ripetere gli errori degli anni Trenta?

«Certo. Penso ci vorrà del tempo perché accada, ma quando le persone perdono il lavoro e il mondo cade in una depressione che delegittima i governi esistenti, quel tipo di instabilità crea conflitti. La politica di Trump distruggerà l’Alleanza atlantica e cancellerà ogni tipo di solidarietà tra le democrazie. Russia e Cina sono felici di trarre vantaggio da questa debolezza».

Teme l’esplosione di guerre?

«Sì, e non solo per i dazi. La decisione di Trump di indebolire l’Ucraina spingerà la Cina a muoversi su Taiwan. Quindi Mosca e Pechino si impegneranno nell’espansionismo aggressivo. Gli Usa poi minacciano di attaccare la Danimarca per la Groenlandia. Quindi sì, ci troviamo in una situazione brutta con gravi conseguenze».

Francis Fukuyama

Pensa possa esserci una reazione politica in tempo per evitarle?

«C’è già qualche segnale, ad esempio la sconfitta subita dal trumpismo nelle elezioni di martedì in Wisconsin».

Trump vuole il terzo mandato.

«Tutti gli elementi della sua politica hanno come fonte comune l’ambizione autoritaria. Il futuro dipenderà dalla resistenza che si riuscirà a mettere in piedi, tra i tribunali e le elezioni midterm del 2026. Poi c’è il rischio che la Cina invada Taiwan nelle prossime settimane o mesi, e una crisi internazionale potrebbe demolire il suo potere».

Putin e Xi vogliono approfittare di questo caos?

«Lo stanno già facendo. Basta guardare alle condizioni poste dal capo del Cremlino per finire la guerra in Ucraina».

I democratici sperano di fermarlo alle midterm: è una strategia sufficiente?

«Dipende. Il paese non crollerà in un anno. Lo scenario ottimistico è che sia ricostruibile, dopo i danni di Trump».

Il presidente ha ripudiato l’economia di mercato?

«Sì, è l’opposto del liberalismo. Lui non crede nel libero mercato. Vuole controllare l’economia con un dirigismo statalista, rompendo con la tradizione di Reagan».

Non è quanto fanno i regimi autoritari, a destra e a sinistra?

«Esatto. E questa è la vera posta in gioco».

Parigi e Berlino rispondono così

Di solito attento a usare toni concilianti verso Donald Trump, il presidente francese Emmanuel Macron ieri non ha saputo trovare frasi di circostanza per bilanciare il suo disappunto.
Poco prima di incontrare all’Eliseo i rappresentanti dei settori economici più colpiti, Macron si è rivolto ai francesi definendo i nuovi dazi americani «uno choc per il commercio internazionale» risultato di una «decisione brutale e infondata». E ha fatto appello a quanti stanno per impegnarsi negli Stati Uniti o lo hanno già fatto nelle ultime settimane (per esempio l’armatore Rodolphe Saadé di Cma Ccg, che un mese fa aveva annunciato 20 miliardi di investimenti): «Gli investimenti a venire o appena annunciati devono essere sospesi, finché non abbiamo chiarito le cose con gli Stati Uniti.
Che messaggio daremmo, nel momento in cui gli americani ci danno addosso? È il momento di una solidarietà collettiva».
L’Europa risponderà in due tappe: «La prima a metà aprile, con le tasse già decise su acciaio e alluminio; la seconda risposta, più massiccia, a fine mese dopo uno studio settore per settore, e un lavoro con gli Stati membri».

L’obiettivo è costringere Trump a fare marcia indietro e «smantellare i dazi». L’Europa può riuscirci, perché «siamo un mercato di 450 milioni di abitanti, più grande degli Stati Uniti». Ma i Paesi più vicini a Trump (per esempio l’Italia, seppure non citata esplicitamente) non cedano a trattative separate: «Dobbiamo restare uniti e determinati. I Paesi europei più grandi potrebbero voler giocare da soli. Non è una buona idea».

Quanto alla Germania, l’annuncio di Trump significa che anche il 2025 sarà con ogni probabilità un anno di recessione, il terzo consecutivo. Secondo i calcoli del KIW, l’Istituto di Kiel per l’economia mondiale, il più autorevole think tank sul commercio estero, i dazi «reciproci» costeranno alla Germania lo 0,5% di crescita economica nel primo anno dopo l’entrata in vigore. La crescita prevista — al netto dello stimolo di Merz, che però entrerà a regime solo nella seconda parte dell’anno — era dello 0,4%, e i dazi daranno il colpo finale.

Berlino punterà sulle alleanze. Il cambio di governo dovrebbe avvenire a breve, tra due o tre settimane. Ieri è toccato all’attuale ministro dell’Economia, il verde Robert Habeck, dare una prima risposta. Si cercherà di rafforzare i legami con Canada e Messico: «Stanno emergendo nuove opportunità per alleanze che dovremmo cogliere con determinazione e decisione», ha detto Habeck.
Il cancelliere Olaf Scholz ha sentito ieri il premier canadese Mark Carney: «Di fronte alla crisi causata dai dazi del presidente Trump — ha scritto Scholz su X — i partner commerciali affidabili sono più importanti che mai».
Berlino guarda anche all’America Latina. Da tempo spinge per la firma dell’accordo con il Mercosur, che introdurrebbe il libero scambio con l’America Latina, una scelta a cui si era opposta la Francia. È probabile che Berlino tornerà alla carica in tempi brevi, e che poi cercherà di individuare mercati alternativi il più in fretta possibile.

PIAZZA AFFARI IN CALO COME L’11 SETTEMBRE 2001

(ANSA) – A Piazza Affari, con l’indice Ftse Mib che in giornata ha toccato una flessione di oltre il 7,5%, si è registrato un calo come nel giorno dell’attacco alle Torri Gemelle l’11 settembre 2001.

L’indice ha registrato negli anni le dieci sedute peggiori: il 24 giugno del 2016, in occasione del post referendum della Brexit, il listino ha registrato un calo del 12,48%. Il 6 ottobre 2008, con il fallimento Lehman Brothers, la flessione è stata dell’8,24%. In occasione dell’attacco alle Torri Gemelle e al Pentagono, il calo fu del 7,57%. 

BORSA: MILANO -7,2%, A METÀ SEDUTA IN FUMO 61 MILIARDI

(ANSA) – La Borsa di Milano prosegue in profondo rosso, in linea con gli altri listi europei. L’indice Ftse Mib cede il 7,1% a 34.418 punti, bruciando, a metà seduta,

già 61 miliardi di capitalizzazione. A Piazza Affari il conto sono le banche. Mps, Banco Bpm e Popolare di Sondrio che perdono oltre l’11%.

Pesanti anche Unicredit e Mediolanum (-10%), Mediobanca e Intesa (-9%). Nel listino principale sono in profondo rosso Iveco (-11,8%), Leonardo (-11,4%), Azimut (-11,3%). Soffrono Stellantis (-8%) e Tim (-7,6%). In controtendenza Diasorin (+3,6%) e Amplifon (+0,7%) (ANSA).

BORSA: L’EUROPA PESANTE, MILANO SPROFONDA A -7%

(ANSA) – Le Borse europee peggiorano ancora con i timori di una recessione globale, dopo i dazi decisi da Donald Trump ed i rischi di una guerra commerciale. La Borsa di Milano è senza freni e peggiora ancora mentre si guarda all’avvio di Wall Street dove i future sono in calo.

Il Ftse Mib lascia sul terreno il 7% 34.464 punti, portandosi a livelli di gennaio 2025. A Piazza Affari sprofondano le banche e le assicurazioni. Unipol (-13%), Bper, Mps, Unicredit Banco Bpm (-11%), Popolare Sondrio e Intesa (-10%). Generali (-7%). Nel Vecchio continente pesante anche Madrid (-4,9%), Francoforte (-3,6%), Parigi (-3%), Londra (-2,7%).

BORSA: L’EUROPA AFFONDA CON I DAZI DELLA CINA, MILANO -7,1%

(ANSA) – MILANO, 04 APR – Le Borse europee affondano dopo la decisione della Cina di imporre tariffe aggiuntive del 34% sui prodotti statunitensi a partire dal 10 aprile, e il ricordo al Wto contro le tariffe americane.

Sui mercati si ampliano i timori che una guerra commerciale porterà ad un balzo dell’inflazione e ad una recessione globale. Uno scenario che provoca un forte calo di petrolio e gas e dei rendimenti dei titoli di Stato. Lo stoxx 600 lascia sul terreno il 4,4%. Maglia nera Milano (-7,1%). In forte calo anche Madrid (-5,9%), Francoforte (-4,9%), Parigi (-4,3%), Londra (-3,9%).

I future di Wall Street peggiorano, profilandosi un avvio di seduta difficile. In netto calo il petrolio. Il Wti cede il 6,7% a 62,53 dollari al barile. Il Brent lascia sul terreno il 6,2% a 65,81 dollari. Il prezzo del gas è in flessione del 7,4% a 36,30 euro al megawattora. Sul fronte dei titoli di Stato lo spread tra Btp e Bund si attesta a 121 punti, con il rendimento del decennale italiano al 3,72%.

L’euro è poco mosso a 1,1046 sul dollaro. A Piazza Affari a pagare il conto sono le banche. Bper (-13%), Mps (-12%), Popolare Sondrio, Unicredit, Banco Bpm (-11%), Intesa (-9%). Male anche Iveco (-11,8%), Leonardo (-11%), Stellantis (-8%).

CINA, DAZI AGGIUNTIVI DEL 34% SU PRODOTTI USA DA 10 APRILE

(ANSA-AFP) – La Cina imporrà tariffe aggiuntive del 34% sui prodotti statunitensi a partire dal 10 aprile.

CINA, CONTROLLI SU EXPORT 7 ARTICOLI LEGATI A TERRE RARE

(ANSA-AFP) – La Cina imporrà controlli sulle esportazioni di 7 “articoli correlati alle terre rare”. “In conformità con la legge sul controllo delle esportazioni della Repubblica Popolare Cinese e altre leggi e normative pertinenti, il 4 aprile il Ministero del Commercio, insieme all’amministrazione generale delle dogane, ha emesso un annuncio sull’attuazione di misure di controllo delle esportazioni su sette tipi di articoli medi e pesanti correlati alle terre rare, tra cui samario, gadolinio, terbio, disprosio, lutezio, scandio e ittrio, ed è stato ufficialmente implementato nella data di emissione”, si legge sul sito del ministero cinese. Il gadolinio viene comunemente utilizzato nelle risonanze magnetiche, mentre l’ittrio è impiegato nell’elettronica di consumo.

IL PETROLIO PERDE OLTRE IL 5% DOPO I DAZI CINESI AL 34%

(ANSA-AFP) – Già appesantiti dagli annunci doganali di Donald Trump, i prezzi del petrolio sono crollati ulteriormente, con un calo di oltre il 5%, dopo la reazione della Cina che ha imposto dazi doganali del 34% sui prodotti americani.

Il prezzo di un barile di Brent del Mare del Nord, con consegna a giugno, è sceso del 4,99% a 66,64 dollari, dopo aver toccato il minimo da dicembre 2021, a 66,53 dollari. Un barile di West Texas Intermediate, il benchmark americano, con consegna a maggio, è sceso del 5,23% a 63,45 dollari.

WALL STREET VERSO UNA NUOVA SEDUTA DIFFICILE, GIÙ I FUTURE

(ANSA) – Wall Street si avvia ad una nuova seduta difficile, dopo il tonfo della vigilia, con la Cina che imporrà tariffe aggiuntive del 34% sui prodotti statunitensi a partire dal 10 aprile. I future dei listini americani sono in netto calo. Il Dow Jones cede il 2,6%, lo S&P 500 il 2,7% e il Nasdaq il 2,9%. In fase di pre-apertura si muovono pesanti Apple (-4,6%), Tesla (-5,3%) e Amazon (-6%).

IL RAME IN CALO DEL 5%, LA PEGGIOR FLESSIONE DA LUGLIO

(ANSA) – Il rame è in calo del 5% a 8.890 dollari la tonnellata (8.890 dollari la tonnellata – Rpt), con i dazi decisi dagli Stati Uniti e le tariffe aggiuntive del 34% decise dalla Cina sui prodotti statunitensi a partire dal 10 aprile. La flessione del rame, secondo quanto scrive Bloomberg, è la peggiore da luglio 2022.

DAZI, TRUMP COLPISCE ANCHE LE ISOLE DISABITATE. PERCHÉ MANCA LA RUSSIA?

Traduzione di un estratto dell’articolo di David Gilmour

David Gilmour

La Casa Bianca ha risposto alle critiche secondo cui il presidente Donald Trump avrebbe deliberatamente escluso la Russia dalla nuova ondata di dazi globali annunciata mercoledì, suscitando interrogativi su un possibile trattamento di favore.

La portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha dichiarato ad Axios che l’esclusione è stata una scelta voluta, spiegando che le sanzioni già in vigore contro Mosca “precludono qualsiasi scambio commerciale significativo.”

Tuttavia, questa spiegazione ha sollevato più domande di quante ne abbia risolte. Come ha fatto notare Sarah Rumpf di Mediaite, gli Stati Uniti commerciano ancora più con la Russia che con alcuni microstati e territori inclusi invece nella lista dei dazi. Axios, ad esempio, cita Tokelau (popolazione: 1.500) e Svalbard, l’avamposto artico della Norvegia (popolazione: 2.500).

Leavitt ha difeso la decisione osservando che anche Paesi come Cuba, Bielorussia e Corea del Nord sono stati esclusi per via delle restrizioni già estremamente severe a cui sono sottoposti.

«La Russia potrebbe comunque essere oggetto di ulteriori sanzioni pesanti», ha aggiunto — un riferimento alla crescente irritazione di Trump nei confronti del presidente russo Vladimir Putin per i progressi insoddisfacenti nei negoziati di pace sulla guerra in Ucraina.

In settimana, Trump ha dichiarato ai giornalisti di essere «molto irritato» con il leader del Cremlino per le sue ultime dichiarazioni sull’Ucraina, arrivando perfino a ipotizzare dazi secondari sul petrolio russo.

Ciononostante, l’impressione di risparmiare la Russia, nonostante minacce e retorica, alimenta la percezione — già diffusa — di un atteggiamento ambiguo da parte di Trump nei confronti di Mosca. Con il volume degli scambi commerciali tra Stati Uniti e Russia passato da 35 miliardi di dollari nel 2021 a soli 3,5 miliardi lo scorso anno, la Casa Bianca sostiene che non ci sia più molto da colpire.

Ma secondo i critici, si tratta piuttosto di una scelta politica calcolata.

Se Musk inciampa sul progetto Marte

Basta sprecare soldi con la Luna e con la Stazione spaziale internazionale, dice Elon: concentriamoci su Marte. Qui, però, Musk rischia di inciampare: sugli strateghi che considerano essenziale creare una base lunare per non lasciare campo libero alla Cina (ne potrebbe avere una entro il 2030), mentre Marte è un progetto futuribile, con molti problemi irrisolti

Massimo Gaggi

«Andiamo diretti verso Marte, la riconquista della Luna è una distrazione». E poi: il programma lunare della NASA «è inefficiente: fatto per massimizzare i posti di lavoro, non i risultati». Elon Musk fa notizia per le entrate a gamba tesa nel territorio della politica, per l’uso del suo enorme potere mediatico a favore della destra radicale e per il tentativo di rivoluzionare la macchina dello Stato con una cura fatta di licenziamenti di massa e grandi tagli di spese secondo lui inutili.

I parlamentari repubblicani, attoniti davanti alle invasioni nel campo del Congresso con mosse brusche e impopolari, speravano che fosse il presidente a tirare il freno. Lui ha mandato qualche segnale («meglio il bisturi della scure» per i tagli), ma Elon tira dritto. Lo sta facendo anche per Marte: materia poco seguita, benché affascinante, perché priva di presa politica sull’elettorato. Ma è questa la vera missione della sua vita, è qui che Musk esercita la massima pressione. Ha messo a capo della NASA Jared Isaacman, un amico imprenditore che è anche suo fornitore e astronauta e ora punta all’abbandono del programma lunare Artemis: un’impresa in enorme ritardo, basata sul gigantesco e problematico missile SLS della Boeing , costata già 40 miliardi di dollari. Basta sprecare soldi con la Luna e con la Stazione spaziale internazionale, dice Elon: concentriamoci su Marte. Qui, però, Musk rischia di inciampare: sugli strateghi che considerano essenziale creare una base lunare per non lasciare campo libero alla Cina (ne potrebbe avere una entro il 2030), mentre Marte è un progetto futuribile, lontano nello spazio e nel tempo, con molti problemi irrisolti. Ma, soprattutto, stavolta senatori e deputati sono davvero in fermento: la «fabbrica di posti di lavoro» attaccata da Elon è concentrata nel Sud repubblicano con le basi della Nasa in Florida, Alabama e Texas. Intoccabili, per Cruz e Tuberville, potenti senatori del Sud, la Stazione spaziale e l’SLS. E il Senato, che ha già ratificato quasi tutte le nomine di Trump, non ha ancora aperto il dossier Isaacman. 

Forse a maggio e c’è già chi denuncia conflitti d’interesse. Musk, però, va avanti: col DOGE sta già ristrutturando la NASA al cui vertice ha istallato fin da gennaio un altro fedelissimo, Michael Altenhofen: formalmente solo un senior advisor, di fatto un manager con ampi poteri.  

TRUMP MINACCIA TAGLI ANCHE ALLA BROWN UNIVERSITY

(ANSA) – L’amministrazione Trump si prepara a bloccare oltre 510 milioni di dollari in contratti e sovvenzioni federali diretti alla Brown University, nell’ambito della campagna per ritenere le università responsabili di quello che definisce un antisemitismo dilagante nei campus Usa.

Lo riferiscono funzionari della Casa Bianca, citati dal New York Times. La Brown diventa così la quinta prestigiosa università americana che rischia di perdere fondi federali, alimentando l’incertezza tra altri atenei già nel mirino dell’esecutivo Usa. La sospensione dei finanziamenti — anche se distribuita su più anni — potrebbe avere un impatto rilevante sull’università del Rhode Island: solo nell’anno fiscale 2024, la Brown ha ricevuto circa 184 milioni di dollari attraverso contratti e sovvenzioni federali.

NY UNIVERSITY ANNULLA A SORPRESA CONFERENZA SU CRISI UMANITARIE

 (ANSA) – Il Nyu Langone Health ha annullato all’ultimo momento una conferenza della dottoressa Joanne Liu, esperta di crisi umanitarie, temendo che alcuni contenuti potessero essere percepiti come antigovernativi o antisemiti. A rivelarlo è il New York Times, secondo cui soltanto la sera prima che Liu tenesse il discorso pianificato da tempo all’ospedale affiliato alla sua alma mater, ha ricevuto una chiamata con cui le veniva comunicato che la sua presentazione era annullata.

Un funzionario dell’università ha sollevato preoccupazioni in merito al riferimento della presentazione ai tagli dell’Usaid e all’inclusione di un grafico che riportava il numero di operatori umanitari uccisi in tutto il mondo, tra cui Gaza, Sud Sudan e Sudan. Il Nyu Langone Health è un importante sistema ospedaliero di Manhattan affiliato alla facoltà di medicina della New York University. Per Liu, oggi docente alla McGill University di Montreal e medico pediatrico d’urgenza all’ospedale Sainte-Justine, l’annullamento sottolinea la paura tra i leader delle università statunitensi di andare contro le politiche dell’amministrazione di Donald Trump.

Tutti contro Rubio, la crisi dei dazi irrompe nel vertice della Nato

Il segretario di Stato Usa arriva a Bruxelles poche ore dopo l’annuncio delle misure commerciali dell’amministrazione Trump. Per la Francia l’unità dell’Alleanza “è messa a dura prova”. Tajani ricorda l’articolo 2 sulla sicurezza economica

Gianluca Di Feo

«Voglio andarmene da qui con l’impegno di ogni membro della Nato a raggiungere il livello di spesa per la difesa pari al 5 per cento del Pil». Il segretario di Stato americano Marco Rubio ha scelto il giorno sbagliato per cercare di rassicurare gli alleati. La trasferta a Bruxelles per partecipare alla sua prima riunione dei ministri degli esteri atlantici è iniziata poche ore dopo l’annuncio dei dazi, che hanno ulteriormente inasprito i rapporti con il resto della coalizione. La questione è stata sollevata subito dai canadesi; il francese Jean-Noël Barrot ha dichiarato che l’unità della Nato «è messa alla prova dalle decisioni della Casa Bianca» e Antonio Tajani ha ricordato che l’articolo 2 del Trattato riguarda proprio la sicurezza economica: «Non prevede certamente la guerra commerciale, dobbiamo evitarla».

Il testo è chiaro, in netto contrasto con la linea della Casa Bianca: “I membri si sforzeranno di eliminare ogni contrasto nelle loro politiche economiche internazionali e incoraggeranno la cooperazione economica tra ciascuna di loro o tra tutte”. «L’Italia è pronta ad arrivare al 2% – ha concluso Tajani – ma se si chiede di raggiungere il 5% e contemporaneamente si pongono i dazi, è un po’ difficile fare entrambe le cose». L’obiettivo preteso dagli Usa per il nostro Paese significa triplicare il budget per le forze armate.

Il segretario generale, l’olandese Mark Rutte, ha cercato di fare da paciere e allontanare il problema: «La Nato non è un forum economico, la nostra attenzione è concentrata sulla difesa dalla Russia e da altre sfide in altri teatri». Ma Rubio invece ha subito posto l’accento sulla partita dei finanziamenti, senza accettare confronti: «Vogliamo andarcene da qui con la consapevolezza che siamo sulla strada giusta, una strada realistica, affinché ogni singolo membro si impegni e mantenga la promessa di raggiungere fino al 5% della spesa, e questo significa che anche gli Stati Uniti dovranno aumentare la loro percentuale. Comprendo le ragioni di politica interna, nessuno si aspetta che ci riusciate in un anno o due ma il percorso deve essere reale. Questa è la dura verità».

Il segretario di Stato ha ribadito in tutti i modi che gli Stati Uniti non abbandoneranno l’Alleanza, ma anche in questo ha posto l’accento sulla necessità di un maggiore contributo: «Vedo dell’isteria in giro per il mondo: gli Usa sono attivi nella Nato come non mai. Trump non è contro la Nato, è contro un’alleanza che non ha le capacità di mantenere gli obblighi che il Trattato impone a ciascun membro».

Pure l’incontro tra Rubio e il danese Lars Lokke Rasmussen non è stato sereno. Secondo i media di Copenhagen, Rasmussen ha sottolineato che le «continue dichiarazioni del presidente americano riguardo all’ambizione di acquisire la Groenlandia non sono in alcun modo sostenibili. La situazione ha raggiunto un punto tale da non essere più in linea con il diritto internazionale e da mettere in discussione la nostra sovranità». Rubio dal canto suo ha replicato che gli Usa «rispettano il diritto all’auto-determinazione della Groenlandia».

E l’Ucraina? Se ne è discusso nella cena di lavoro. Il ministro degli Esteri di Kiev, Andrii Sybiha, ha chiesto di fare pressioni sulla Russia per ottenere «un dialogo reale» e «un pacchetto di deterrenza». Un tema che sembra interessare solo alla “coalizione dei volenterosi”, guidata da Londra e Parigi, che tornerà a riunirsi la prossima settimana.

Il segretario al Commercio Usa Howard Lutnick: «Sui dazi Trump non farà marcia indietro. Meloni? Chiami pure»

È stato definito dal sito «Politico» il probabile capro espiatorio se il piano dei dazi non dovesse funzionare. Sulle tariffe spiega: «Il presidente non vuole chiacchiere, solo azioni concrete»

Viviana Mazza

Il segretario al Commercio Howard Lutnick insiste che Trump non cederà se l’Unione europea risponde con ulteriori dazi a quelli americani. Le ha definite più volte minacce «arroganti» e «irrispettose». Lo avviciniamo nel Giardino delle Rose della Casa Bianca mentre sta dicendo a un giornalista americano: «Non importa se ci colpiscono, noi siamo il più grande cliente del mondo, perderanno». Lutnick è stato definito dal sito Politico il probabile capro espiatorio se il piano dei dazi non funziona, ma lui è tranquillo: è amico da oltre trent’anni del presidente e da quando lo conosce condividono questa visione. Ci concede solo un breve scambio prima di dirigersi con il segretario al Tesoro Scott Bessent a «Pebble Beach», soprannome dell’area coperta di ghiaia davanti alla Casa Bianca adibita alle televisioni, perché il loro primo obiettivo non è parlare agli stranieri ma convincere gli americani.

State negoziando con l’Ue, non con i singoli Paesi membri, giusto?
«Per ora sì, ma se la vostra premier vuole telefonare al presidente Trump non ci sono ragioni per non farlo».

Ma c’è margine per trattare o no?
«Stiamo discutendo, ma il presidente vuole azioni concrete. L’avete sentito: non vuole più parole, chiacchiere, vuole azioni, vuole vedere che cosa fanno. Non farà marcia indietro rispetto a quello che ha annunciato ma ciò che può fare l’Europa è togliere i dazi e le altre barriere non tariffarie al commercio che sono molto peggio dei dazi. Solo allora il presidente Trump farà un accordo con ciascuno, quando e solo se i Paesi che ci hanno sfruttato cambiano davvero il loro approccio». 

A marzo le abbiamo chiesto se ci sarebbero state eccezioni per i vini e i prodotti gastronomici italiani, e lei ci ha risposto che il vostro è un «approccio olistico» che mira a «equilibrare le cose»: ha citato la creazione di industrie in America, il Digital Services Act (cambiare le regole sul Big Tech dell’Ue, ndr) e la rimozione dell’Iva. Che altro c’è sul tavolo?
«L’ingresso nel vostro mercato per le nostre auto e per i nostri prodotti agricoli. I nostri agricoltori sono bloccati e non possono vendere quasi da nessuna parte. L’Europa per esempio non ci permette di vendere la carne. Quando apriremo quei mercati, i nostri agricoltori potranno vendere e i prezzi al supermercato scenderanno, Donald Trump riordinerà l’economia mondiale».

Chi colpiscono davvero i dazi di Trump

La formula alla base delle tariffe reciproche è un grande bluff, perché prende di mira il semplice surplus commerciale, e comporta un conto salato per i consumatori. Anche americani

Filippo Santelli

Reciproche di nome, non di fatto. Le tariffe annunciate ieri dal presidente Usa nel Giardino delle Rose sono piene di paradossi. Il primo è il metodo con cui sono state calcolate, che non rispecchia gli ostacoli fronteggiati dalle merci americane all’estero, ma solo il deficit commerciale con i vari Paesi. «Un calcolo senza senso», dice Fabrizio Pagani, partner dello studio Vitale e ex capo della segreteria del ministro delle Finanze. Ne deriva un secondo paradosso: molti, tra cui l’Europa, vengono puniti con dazi ben superiori a quelli che impongono ai prodotti americani. Altri si “salvano”, tassati meno di quanto facciano loro. Il terzo paradosso riguarda gli effetti: secondo Trump pagheranno gli altri Paesi, in realtà saranno penalizzati di più i consumatori americani, con inflazione e meno consumi. «L’ipotesi migliore è che quel calcolo assurdo apra la strada a un negoziato, la peggiore è che i dazi siano l’architrave ideologica di questa presidenza», dice Pagani.

Come ha quantificato le sue percentuali Trump?

La formula, che la stessa Casa Bianca ha condiviso nelle scorse ore, sembra cosa da economisti veri. Ma in realtà il calcolo con cui Donald Trump ha definito le tariffe reciproche annunciate l’altro ieri è molto semplice, e ha ben poco a che vedere con la sbandierata logica della reciprocità. Si prende il deficit commerciale che gli Stati Uniti hanno nei confronti di un Paese, lo si divide per le importazioni totali dello stesso Paese negli Usa, e poi si applica lo “sconto gentile” dividendo per due. Esempio: il 20% che si becca l’Europa è il risultato del suo surplus verso gli Usa, 236 miliardi di dollari, diviso il totale delle esportazioni, cioè 606 miliardi, che fa 0,388; un 39% poi scontato e arrotondato.

In che senso si possono definire “reciproche”?

In un senso molto ingannevole. Trump sostiene che le sue tariffe pareggino “occhio per occhio” le barriere alzate dagli altri Paesi contro le merci americane: dazi, altri limiti alle importazioni e anche tasse come l’Iva (sebbene si applichi a tutti i prodotti senza distinzione di bandiera). C’era curiosità per capire come tutto questo sarebbe stato conteggiato, in realtà la formula magica fa altro: non colpisce chi “penalizza” i prodotti americani (chi «ci frega», per dirla con Trump) ma chi, per esempio perché molto competitivo, ha un surplus più ampio con gli States. Punisce il commercio in sé, non quello sleale. Altro bluff: il calcolo tiene conto solo dei beni e non anche dei servizi, dove gli Usa hanno ampi avanzi con il resto del mondo.

Quali sono le economie più penalizzate al mondo?

I risultati hanno del paradossale. La tariffa del 20% applicata all’Europa, per esempio, è del tutto sproporzionata rispetto al dazio medio che l’Ue impone alle merci Usa: il 2,7%. Dipende dalle barriere non tariffarie? No, e poi anche gli Stati Uniti ne hanno. Dipende dall’Iva? No, altrimenti non si capirebbe perché il Regno Unito, che pure la applica, sia tassato solo al 10%. E ancora: il Vietnam paga molto più dell’India, nonostante il livello delle sue tariffe sia più basso, perché ha un surplus più ampio. Mentre chi compra dagli Usa più di quanto venda, o poco meno, si salva con la tariffa base del 10%, anche quando ne applica una più alta. È il caso di Turchia o Argentina.

Le imposte di Washington si applicano a tutti i settori?

I dazi reciproci sono “orizzontali”, cioè riguardano tutta la merce importata negli Stati Uniti. O meglio: quasi tutta. Alcuni settori come acciaio, alluminio o automotive erano già stati oggetto di specifici pacchetti tariffari, con aliquota al 25%, che restano validi. Altri comparti, invece, come per esempio la farmaceutica, sono esentati da queste tariffe reciproche ma – dice Trump – ma saranno oggetto di intervento futuro (si capirà se più mirato, vista la delicatezza del prodotto). La tariffa base del 10% scatterà per tutti da domani, quelle specifiche per Paese mercoledì. Della lista non fanno parte Canada e Messico: per loro resta il regime “speciale” precedente, che colpisce alcuni prodotti al 25% e ne salva altri.

Chi paga la tassa in dogana e a quanto ammonta?

Al contrario di quanto lascia intendere Trump, sono gli importatori a versare materialmente alla dogana l’importo di un dazio, calcolato applicando la percentuale stabilita sul valore del bene. Dalla prossima settimana, insomma, una azienda americana che compra un macchinario italiano del valore di 10.000 dollari ne pagherà 2.000 all’Erario statunitense. L’anno scorso il valore di tutte le importazioni negli Usa è stato di 3.300 miliardi, su cui le dogane ne hanno incassati circa 83: con le nuove tariffe la somma salirà in teoria a quota 960 miliardi. Quella sulle sole merci europee passerà invece da sette miliardi di euro a 81, secondo una stima fatta ieri dalla Commissione.

Perché si teme una nuova fiammata dell’inflazione?

Di fronte a quel costo extra alla dogana le aziende avranno di fronte una scelta. Provare ad assorbirlo, riducendo i propri profitti, o più probabilmente scaricarlo sui propri clienti, trasformandolo in dolorosa inflazione per i consumatori americani. Se Apple lo facesse per intero, per esempio, il prezzo di un iPhone (assemblato in Cina o India) potrebbe arrivare a 2.300 dollari. Questo succederà soprattutto con i beni che non hanno alternative made in Usa. Ma anche se parte della produzione dovesse spostarsi negli Stati Uniti – come auspica Trump – l’azienda dovrebbe sostenere costi più alti, contribuendo così ad alzare il livello dei prezzi.

SI METTE MALE PER MIKE WALTZ E PETE HEGSETH – IL PENTAGONO LANCIA UN’INDAGINE INTERNA SUL “SIGNALGATE”, IN CUI IL DIRETTORE DI “THE ATLANTIC”, JEFFREY GOLDBERG, È STATO AGGIUNTO IN UNA CHAT CON I PIANI DI GUERRA CONTRO GLI HOUTHI – TRUMP CONTINUA A DIFENDERE PUBBLICAMENTE IL CONSIGLIERE PER LA SICUREZZA E IL MINISTRO DELLA DIFESA, MA DIETRO LE QUINTE STAREBBE CHIEDENDO DI…

(ANSA) – Il Pentagono lancia un’indagine interna sull’uso di Signal da parte del ministro della Difesa. Mentre la Casa Bianca cerca di minimizzare il chatgate che ha travolto alcuni dei suoi funzionari più alti in grado, il Pentagono intende vederci chiaro e accertare se Pete Hegseth ha rispettato “le politiche e le procedure del ministero nel suo uso dell’applicazione di messaggistica commerciale per condurre affari ufficiali”.

L’inchiesta è stata sollecitata da una commissione del Senato dopo che il contenuto della chat – incluse le informazioni riservate che vi erano contenute sull’attacco americano contro gli Houthi – è stato pubblicato. La volontà del Pentagono di fare chiarezza mostra come lo scandalo continua a perseguitare l’amministrazione e Donald Trump.

Il presidente non ha finora licenziato nessuno di altro profilo per il chatgate, anche se diversi membri del suo consiglio alla sicurezza nazionale sarebbero in bilico. Fra questi, il consigliere Mike Waltz, responsabile di aver aggiunto involontariamente un giornalista di The Atlantic alla chat, facendo scoppiare il caso.

Waltz è anche accusato di aver usato il suo account Gmail per le comunicazioni governative e di aver creato almeno 20 chat su Signal per coordinare il lavoro ufficiale su questioni sui principali dossier di politica estera come Ucraina, Cina, Gaza, Africa ed Europa. Pubblicamente Trump continua a sostenere Waltz ma dietro le quinte starebbe chiedendo ai suoi se dovrebbe cacciarlo o meno. Per ora ha deciso di non rimuoverlo per non darla vinta ai democratici e ai media, e soprattutto evitare il ripetersi di quanto accaduto nei suoi primi quattro anni alla Casa Bianca con uscite eccellenti dall’amministrazione poco dopo l’insediamento.

La scure di Trump si sarebbe però abbattuta su tre membri dello staff del Consiglio per la sicurezza nazionale dopo che Laura Loomer, l’attivista e cospirazionista di estrema destra che lo ha accompagnato in diverse tappe della campagna elettorale, lo ha esortato a cacciarli perché “sleali”. Tra le persone coinvolte ci sarebbe anche il vice consigliere di Mike Waltz, Alex Wong, che la donna ha accusato di “non essere mai stato un trumpiano”.

ANCHE BEZOS VUOLE IL SUO “STARLINK” – AMAZON È PRONTA A LANCIARE UNA “COSTELLAZIONE” DI SATELLITI PER L’INTERNET GLOBALE – I PRIMI 27 SATELLITI KUIPER PARTIRANNO IL 9 APRILE: L’OBIETTIVO È DI LANCIARNE 3.236 ENTRO IL 2029 – MA IL TEMPO STRINGE: PER SODDISFARE I REQUISITI IMPOSTI DALLA COMMISSIONE FEDERALE PER LE COMUNICAZIONI AMERICANA, L’AZIENDA DOVRÀ…

(ANSA) – Un’altra mega-costellazione di satelliti per l’Internet globale è pronta ad andare in orbita: il 9 aprile è previsto il lancio dei primi 27 della costellazione Kuiper di Amazon, a bordo di un razzo Atlas 5 della United Launch Alliance, joint venture tra Lockheed Martin e Boeing. La partenza è stata fissata a partire dalle ore 18 italiane, in un arco di tempo che copre le successive 3 ore. Il lancio arriva a quasi due anni di distanza da quello dei primi due satelliti prototipi, avvenuto a ottobre 2023 in un volo dimostrativo sempre a bordo di un Atlas 5.

Da allora, secondo Amazon, sono state apportate molte modifiche al design iniziale e i satelliti saranno anche rivestiti con una particolare pellicola a specchio progettata per ridurre la loro visibilità dagli astronomi. Kuiper dovrebbe comprendere un totale di 3.236 satelliti, distribuiti su tre diverse altitudini di 590, 610 e 630 chilometri dalla Terra, e il servizio fornito partirà una volta dispiegati i primi 578 dispositivi.

Ma la compagnia dovrà accelerare il passo se intende vedere completato il progetto: per soddisfare i requisiti imposti dalla Commissione federale per le comunicazioni americana (Fcc), Amazon dovrà lanciare e far funzionare il 50% dei satelliti entro il 30 luglio 2026, e completare l’intera costellazione entro il 30 luglio 2029. Per raggiungere il primo obiettivo, sarà dunque necessario lanciare 1.618 dispositivi entro luglio 2026, con una media di circa 95 al mese.

La Fcc ha affermato che, in caso contrario, l’autorizzazione potrebbe ridursi ai soli satelliti già operativi al momento della data fissata. Per il progetto Kuiper, Amazon ha già prenotato 9 voli su un razzo Atlas V, dei quali questo sarà il primo, e 38 su un Vulcan, sempre della Ula, che ha una capacità di carico maggiore, riuscendo a portare in orbita fino a 45 satelliti. Si è poi assicurata 18 lanci con il razzo europeo Ariane 6 di Arianspace e da 12 a 27 lanci sul New Glenn della Blue Origin, la società di Jeff Bezos. Infine, ha anche firmato un contratto con SpaceX per 3 voli su un Falcon 9.

LA CASA BIANCA È IN MANO A DEGLI INFLUENCER COMPLOTTARI DI ESTREMA DESTRA – TRUMP HA LICENZIATO IL CAPO DELLA NATIONAL SECURITY AGENCY, TIMOTHY HAUGH, E LA SUA VICE, WENDY NOBLE – A CONVINCERE IL TYCOON A SILURARE I DUE È STATA LAURA LOOMER, COLEI CHE DIFFUSE LA FAKE NEWS SUGLI HAITIANI CHE SI MANGIANO CANI E GATTI (GLI ADDETTI AI LIVORI AMERICANI CREDONO CHE TRA TRUMP E LOOMER CI SIA “UN’AMICIZIA SPECIALE”) – L’INFLUENCER HA ANCHE CONVINTO “THE DONALD” A LICENZIARE SEI FUNZIONARI DEL CONSIGLIO DI SICUREZZA NAZIONALE, CONSIDERATI “INFEDELI”

MEDIA, ‘TRUMP SILURA IL CAPO DELL’NSA E LA SUA VICE’

(ANSA-AFP) – WASHINGTON, 04 APR – Il direttore della National Security Agency (Nsa) degli Stati Uniti, Timothy Haugh, è stato licenziato ieri da Donald Trump, una decisione condannata dai parlamentari democratici. Lo riportano i media americani, tra cui il Washington Post, che cita funzionari Usa.

Anche Wendy Noble, numero due della Nsa, è stata licenziata. Secondo il New York Times, l’attivista e cospirazionista di estrema destra Laura Loomer ha chiesto a Trump di licenziare Haugh in un incontro alla Casa Bianca mercoledì. Haugh e Noble “hanno dimostrato slealtà nei confronti del presidente Trump. Ecco perché sono stati licenziati”, ha scritto Loomer su X.

Così Laura Loomer, la complottista degli immigrati che mangiano cani e gatti, ha convinto Trump a licenziare 6 funzionari «infedeli»

L’attivista di estrema destra, molto vicina al presidente, è arrivata alla Casa Bianca con un faldone pieno di «prove» contro i funzionari e le ha mostrate durante un incontro con Trump, Vance e Waltz

Andrea Marinelli

Donald Trump ha licenziato il direttore della National Security Agency, la sua vice e sei funzionari del consiglio di Sicurezza nazionale dopo un incontro di 30 minuti avvenuto nello Studio Ovale con l’attivista di estrema destra e complottista Laura Loomerla fonte dell’ormai celebre storia — falsa, a cui però Trump diede risalto nazionale durante il dibattito con Kamala Harris — sugli immigrati haitiani che in Ohio avrebbero mangiato cani e gatti. Ad essere allontanati sono stati il generale Timothy Haugh, che dalla fine del 2023 dirigeva l’agenzia di cyberspionaggio al centro dello scandalo Snowden, la sua vice Wendy Noble e sei funzionari del consiglio per la Sicurezza nazionale: tra i licenziati ci sono Brian Walsh, Thomas Boodry, David Feith e Maggie Dougherty.

Secondo diversi membri anonimi dell’amministrazione Loomer, 31 anni, ha compilato una lista delle persone ritenute «non fedeli» al presidente e si è presentata giovedì alla Casa Bianca con un faldone pieno di «prove» da mostrare a Trump, quella che in gergo si definisce «oppo research», la raccolta di informazioni compromettenti per screditare i rivali. Durante l’incontro Loomer ha criticato aspramente diversi funzionari della sicurezza nazionale davanti a Trump, al vicepresidente JD Vance e al consigliere per la Sicurezza nazionale Mike Waltz, colui che aveva inserito per errore il direttore dell’Atlantic Jeffrey Goldberg nella chat di Signal con i piani per l’attacco agli Houthi.

Waltz avrebbe difeso i funzionari accusati, sarebbe riuscito a salvare il suo vice Alex Wong, che pure era uno degli obiettivi principali dell’attivista conservatrice perché la moglie Candice ha lavorato al dipartimento di Giustizia durante le amministrazioni di Barack Obama e Joe Biden, ma Loomer ha avuto la meglio: la sua grande influenza sul presidente ha turbato gli stessi membri del team Trump. «È stato un onore incontrare il presidente e mostrargli i dati raccolti», ha commentato con un comunicato Loomer, confermando l’incontro senza tuttavia rivelarne i dettagli «per rispetto del presidente e della privacy dello Studio Ovale».

Su X ha poi affermato che il generale Haugh è stato licenziato perché ritenuto non fedele al presidente e perché era stato scelto dal generale Mark Milley, ex capo di stato maggiore congiunto dell’esercito americano e acerrimo rivale di Trump, che definì «fascista». In un altro post, l’influencer conservatrice ha poi invitato Waltz a cacciare anche un funzionario transgender del consiglio per la Sicurezza nazionale: «Se sapete come si chiama ditemelo e posterò la sua identità», aveva scritto nei giorni passati. «È una patriota», ha commentato Trump nella serata di giovedì, negando che avesse qualcosa a che fare con i licenziamenti.

Molto attiva sui social, dove si definisce giornalista investigativa, Loomer ha tentato due volte la candidatura al Congresso in Florida senza successo, nel 2020 e nel 2022, e a marzo ha lanciato Loomered Strategies, che definisce una società di ricerca specializzata proprio in «oppo research». Nota per i suoi attacchi islamofobi, omofobi, antisemiti, anti immigrati e razzisti — si definisce nazionalista «pro-bianchi» — è finita nel tempo in numerose controversie. Oltre alla fake news sugli haitiani, riferita a Trump mentre viaggiavano a bordo del suo aereo verso il dibattito di Philadelphia del 10 settembre scorso, ha litigato con Elon Musk sui visti per gli immigrati qualificati — lui favorevole, lei contraria — e aveva scritto su X che, se Kamala Harris avesse vinto le presidenziali, la Casa Bianca avrebbe puzzato di curry e le chiamate sarebbero state gestite da un call center.

Loomer è diventata nota nel mondo dell’estrema destra grazie a un podcastLoomer Unleashed, ed è sostenitrice di teorie complottistiche sull’11 settembre: nel tempo ha affermato che l’attacco terroristico fosse un «inside job del governo americano», e che a Washington nascondano qualcosa. Proprio queste posizioni hanno scatenato forti polemiche lo scorso anno, quando accompagnò Trump alle commemorazioni degli attentati a Shankskville, in Pennslylvania, e New York: Trump — che pure ha sempre preso le distanze dalle posizioni più scomode — fu accusato di portare una complottista sui luoghi del dolore americano. Nello Studio Ovale, mentre Loomer attaccava i funzionari della sicurezza nazionale, c’era anche il segretario al Commercio Howard Lutnick, il cui fratello morì nel crollo delle Torri Gemelle.

TRUMP AGLI INVESTITORI, È IL MOMENTO DI ARRICCHIRSI

(ANSA) – “Le mie politiche non cambieranno mai. Questo è un grande momento per arricchirsi, per arricchirsi più che mai”. E’ il messaggio lanciato da Donald Trump su Truth agli investitori “che vengono negli Stati Uniti e investono”.

La Casa Bianca esulta dopo i dazi: “Ora siamo più forti”. Ma l’America si spacca

Trump: “Davanti a offerte straordinarie sono disposto anche a negoziare”. Ma per la Cbs il 55% dei cittadini boccia le misure

Anna Lombardi

Il dazio è tratto e Donald Trump è più ottimista che mai. «L’intervento è finito! Il paziente è sopravvissuto e la prognosi dice che sta guarendo e sarà più forte, più grande e più resiliente di prima. Stiamo facendo l’America grande di nuovo!!!», ha cinguettato ieri, in un post zeppo di punti esclamativi pubblicato di buon mattino sul suo social Truth, paragonando l’America a un malato convalescente, mentre, novello Nerone, assisteva dalla residenza di Mar-a-Lago – dove si è ritirato dopo l’annuncio – al rogo di 2mila miliardi di dollari dallo S&P 500 provocato dai nuovi tributi.

«Fedele al suo istinto e al suo stomaco The Donald va avanti per la sua strada», scriveva ieri il New York Times. Lui, ai giornalisti che lo accompagnavano sull’Air Force One, ha ostentato sicurezza. Dopo aver ricordato di essere vicino alla vendita di TikTok, ha affermato: “La risposta dei mercati era attesa. Il Paese esploderà, ci sarà un boom e nelle nostre casse arriveranno 6-7mila miliardi”. Poi ha aggiunto sibillino: “Sono disposto a trattare solo se i Paesi mi offrissero qualcosa di fenomenale”. Intanto in tv mandava i suoi collaboratori, affidando loro il compito di rispondere agli analisti impegnati a sventolare lo spauracchio della recessione: e “vendere” agli americani quella che ha ribattezzato «la nostra rivoluzione d’indipendenza economica». Col figlio Eric ad alimentare il surreale clima da reality show già creato dall’evento nel giardino delle rose della Casa Bianca attentamente coreografato con gli operai in prima fila, elargendo – sempre via social – suggerimenti da contest televisivo agli alleati sconfitti: «Venite a negoziare con mio padre. Il primo ad arrivare vince, l’ultimo perde tutto».

E pazienza se gli economisti ieri hanno contestato i metodi di calcolo usati da Trump, col Nobel per l’economia Paul Krugman a bollare come «stupide» le percentuali d’imposta che l’amministrazione sostiene aver basate su quanto gli altri ricavano dai prodotti Usa, nonostante i dati reali dimostrano il contrario. Il Washington Post ha pubblicato il fact-ckecking del discorso dove The Donald ha dipinto il suo paese come povero e depredato, mentre in realtà ha il Pil pro capite più alto al mondo. E i supermercati si sono riempiti di gente corsa a far scorta di caffè, vino e cioccolata, prima che i prezzi già alle stelle salgano ancora. «Fidatevi del presidente, la sua è una politica del buon senso» ha ugualmente insistito la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt, davanti alle telecamere di Cnn: una delle rare interviste concesse alla rete liberal, dimostrazione di quanto l’amministrazione questa volta voglia far arrivare il proprio messaggio a tutti. Evidentemente conscia dell’impopolarità delle nuove gabelle globali, bocciate dal 55 per cento degli americani mentre solo il 38 le approva (dati di un sondaggio Cbs/YouGov pubblicato lunedì).

Ecco perché Leavitt ha anche lanciato un avvertimento minaccioso agli investitori di Wall Street e a quei governi stranieri che già si ribellano: «Questa è un’emergenza nazionale. Non scommettete contro di noi». Presumibile ammonimento al vicino Canada, pronto a rispondere con dazi del 25 per cento sulle auto Usa, non incluse nel trattato commerciale tra Washington, Ottawa e il Messico. E forse pure ai quattro senatori repubblicani che un’ora dopo il varo delle nuove tariffe hanno votato con i democratici a favore di una risoluzione volta a tutelare almeno il vicino e storico alleato canadese: facendola passare 51 a 48. Un dissenso destinato a rimanere meramente simbolico, perché sarà certo bocciata alla Camera (e se pure dovesse passare, Trump lo ha già promesso: imporrà il veto).

Sempre attraverso le tv, un generalizzato invito alla calma è arrivato pure dal Segretario al Tesoro Scott Bessent: «Consiglio a tutti di non reagire. Stiamo a vedere come va. Se vi opponete è peggio. Ci sarà un’escalation». Mentre è toccato al responsabile del Commercio Howard Lutnick rincarare la dose: «Non ci saranno marce indietro, Trump è molto determinato. L’economia mondiale è rotta, lasciate che l’aggiusti». Poi, interrogato dai giornalisti, ha smentito – ma solo in parte – le analisi di chi ritiene che uno degli scopi delle nuove gabelle sia indebolire il dollaro: «Il nostro è un piano per gli americani non per la moneta». Ammettendo però che se il biglietto verde perde valore «per noi sarà più facile esportare».

Intanto ritrovano grinta pure gli intorpiditi democratici, risvegliati dal discorso-maratona del senatore Cory Booker che fra lunedì e martedì ha parlato per 25 ore consecutive contro le politiche di Trump. Si schierano compatti contro la guerra commerciale che il presidente ha dichiarato al mondo: «Un’enorme tassa sulle famiglie americane più povere che serve solo ad aiutare i miliardari a pagare meno tasse» denuncia il leader della minoranza al Senato Chuck Schumer: «Tutti gli americani dovrebbero reagire indignati».

WALL STREET PEGGIORA, DJ -4,06%, NASDAQ -5,79%

(ANSA) – Wall Street ancora più in calo. Il Dow Jones perde il 4,06% a 38.930,04 punti, il Nasdaq cede i 5,79% a 15.655,62 punti mentre lo S&P 500 lascia sul terreno il 5,1% a 5.130,38 punti. 

POWELL, PROBABILE CHE DAZI AUMENTINO L’INFLAZIONE

(ANSA) –  “E’ possibile che i dazi possano avere un impatto persistente sull’inflazione”: è probabile che aumenteranno l’inflazione nei prossimi trimestri. Lo ha detto il presidente della Fed Jerome Powell. 

POWELL, IMPATTO ECONOMICO DEI DAZI PIÙ AMPIO DEL PREVISTO 

(ANSA) – NEW YORK, 04 APR – L’impatto economico dei dazi sarà probabilmente più ampio del previsto. Lo ha detto il presidente della Fed Jerome Powell. 

POWELL, INCERTEZZA ALTA, RISCHI PER DISOCCUPAZIONE PIÙ ALTA +

(ANSA) – NEW YORK, 04 APR – “L’incertezza è alta e i rischi al ribasso sono aumentati”. Lo ha detto il presidente della Fed Jerome Powell, sottolineando che i rischi di una disoccupazione e di un’inflazione maggiori sono elevati.

TRUMP, È MOMENTO PERFETTO PER POWELL PER TAGLIARE I TASSI

(ANSA) – “Questo sarebbe il momento perfetto di tagliare i tassi per il presidente della Fed Jerome Powell. E’ sempre in ‘ritardo’ ma potrebbe ora cambiare la sua immagine rapidamente”. Lo afferma Donald Trump su Truth. (ANSA).

POWELL, ATTENDIAMO CHIAREZZA PER LA STRADA DA SEGUIRE

(ANSA) – La Fed “non stima le probabilità di recessione”: chi fa previsioni all’esterno però “ha aumentato” le chance di una recessione. Lo ha detto Jerome Powell, sottolineando che la Fed “sta aspettando chiarezza su quale dovrebbe essere la sua strada” per la politica monetaria. 

Traduzione di un estratto dell’articolo di James Mackintosh

James Mackintosh

Ora “recessione” si scrive T-A-R-I-F-F (dazio)? I mercati sono stati travolti […] dopo che i dazi annunciati mercoledì dal presidente Trump hanno minacciato una guerra commerciale globale. I rendimenti dei Treasury, i future azionari e il dollaro sono crollati.

Non si tratta di un’esagerazione […]. Giovedì è stata solo la sesta volta nella storia in cui l’S&P 500 è sceso di oltre il 4% mentre il dollaro perdeva più dell’1% — con gli investitori sorpresi dal fatto che il biglietto verde avesse fallito nel suo consueto ruolo di bene rifugio.

Il bagno di sangue sui mercati potrebbe essere solo l’inizio: se il più grande aumento di tasse negli Stati Uniti dal 1950 in poi dovesse causare una contrazione dell’economia, le azioni e i rendimenti dei Treasury avrebbero ancora molta strada da fare verso il basso.

Quando la recessione prende piede, le azioni sono colpite sia da utili in calo sia da valutazioni più basse, poiché la spesa diminuisce e i risparmiatori si rifugiano in asset più sicuri. I titoli difensivi — come quelli alimentari o dei beni di prima necessità — tendono a reggere meglio rispetto a quelli ciclici, che riguardano acquisti discrezionali come beni di lusso o automobili.

Dall’apice raggiunto dall’S&P 500 a metà febbraio, gli investitori si sono mossi in fretta per vendere titoli ciclici e puntare sui difensivi. Il mio indicatore dei settori ciclici […] ha registrato il peggior divario rispetto ai difensivi da un periodo così breve dai tempi del lockdown pandemico del marzo 2020.

Anche le obbligazioni ad alto rendimento con rating più basso, le cosiddette junk bond più esposte al rischio di default in tempi difficili, sono state colpite duramente. Il rendimento extra rispetto ai Treasury è aumentato di oltre 2 punti percentuali. Un incremento simile si era visto l’ultima volta quando, nel 2022, gli economisti erano certi dell’imminenza di una recessione (che poi non si è verificata).

[…]

Scendendo nei dettagli: secondo un modello usato da Pimco, le opzioni su azioni implicano una probabilità di recessione nei prossimi 12 mesi del 15%, in aumento rispetto al 10% precedente all’annuncio dei dazi. I derivati sui tassi d’interesse indicano una probabilità del 18%, misurata come possibilità che i tassi siano sotto l’1,75% tra due anni. Nessuno dei due indicatori è infallibile: dopo lo scoppio della bolla dot-com, per esempio, le valutazioni impiegarono anni a tornare a livelli normali, nonostante la recessione. L’inflazione indotta dai dazi, inoltre, potrebbe limitare il margine della Fed per tagliare i tassi in caso di rallentamento.

I rendimenti dei Treasury, in realtà, non sono scesi così tanto. Il decennale è calato di 0,76 punti percentuali rispetto ai massimi di inizio anno. Tuttavia, ci sono stati tre cali maggiori in un periodo simile negli ultimi due anni, due dei quali si sono poi estesi a oltre un punto percentuale.

Poiché le recessioni in genere portano a tagli dei tassi di almeno tre punti, sarebbe necessaria una discesa molto più marcata dei rendimenti se la recessione diventasse una certezza. A meno che, ovviamente, la stagflazione non impedisca alla Fed di intervenire — il che comporterebbe danni ancora maggiori per l’economia, i mercati azionari e le obbligazioni societarie.

Per il momento, i mercati pensano che la Fed guarderà oltre i dazi e procederà comunque con i tagli, anche se le nuove imposte faranno salire i prezzi. Sebbene il presidente Jerome Powell difficilmente ripeterà la descrizione dell’inflazione del 2022 come “transitoria”, potrebbe ragionevolmente trattare i dazi come eventi isolati, a patto che le aspettative d’inflazione non aumentino troppo.

I mercati considerano questo scenario probabile: secondo il CME FedWatch, la probabilità di un taglio dei tassi già il mese prossimo è raddoppiata al 24% dopo l’annuncio dei nuovi dazi, e si prevede che entro fine anno ci saranno almeno tre tagli.

Gli investitori che ritengono che il ritorno a dazi superiori persino a quelli della legge Smoot-Hawley del 1930 spingerà l’economia in recessione dovrebbero aspettarsi cali ben più consistenti nei mercati azionari e nei rendimenti obbligazionari nel corso dell’anno.

Chi invece pensa che il resto del mondo non reagirà seriamente e che Trump negozierà rapidamente un’uscita da questa situazione, può essere più tranquillo davanti ai livelli dei prezzi ancora elevati. Ma anche loro dovrebbero preoccuparsi degli effetti dannosi che un’incertezza prolungata può avere sull’economia.

OBAMA ASPETTAVA SOLO IL MOMENTO GIUSTO PER DARE UNA ZAMPATA A TRUMP – L’EX PRESIDENTE NON NASCONDE LA SUA GODURIA PER IL PANICO SCATENATO DALL’ANNUNCIO DEI DAZI DA PARTE DEL TYCOON: “IMMAGINATE SE AVESSI FATTO IO UNA COSA DEL GENERE. GLI STESSI PARTITI CHE ORA SONO IN SILENZIO NON AVREBBERO MAI TOLLERATO UN COMPORTAMENTO DEL GENERE DA PARTE MIA O DI UN SACCO DEI MIEI PREDECESSORI…”

Musk e la lotteria contro la democrazia

Ha cercato di influire nelle elezioni di un giudice della Corte Suprema del Wisconsin imbottendo di milioni di dollari la campagna elettorale

Maurizio Caprara

Achille Lauro, presidente del Partito nazionale monarchico negli anni Cinquanta, fu un armatore che dovette tanto all’impiego del suo danaro in politica. Per sminuire le capacità di Alcide De Gasperi, uno dei fondatori della Repubblica, credette di svilirle affermando dello statista democristiano «che, tanto per dirne una, non è neppure ricco». Mentre ambiva alla carica di sindaco di Napoli, Lauro nel 1952 fece avere a elettori in miseria pasta, olio, coperture di polizze di pegno del Monte di Pietà. Sulla stessa scia, Elon Musk, che oggi del mondo è l’uomo più ricco, ha cercato di influire nelle elezioni di un giudice della Corte Suprema del Wisconsin imbottendo di milioni di dollari la campagna elettorale.

A favore del candidato trumpiano Musk ne ha destinati circa 20, quasi un quarto del costo totale della propaganda per le urne. In particolare, il proprietario di Tesla ha rilanciato una sua lotteria di dubbia equità già sperimentata in Pennsylvania nelle presidenziali degli Stati Uniti. Ciò non è bastato a far battere la concorrente appoggiata dai democratici, Susan Crawford. Non per questo la grande operazione di voto di scambio è meno preoccupante.
Musk ha delimitato la platea dei potenziali vincitori offrendo cento dollari agli elettori che avrebbero firmato una petizione. Somme aggiuntive a chi avrebbe convinto altri a sottoscriverla. La legge vieta pagamenti in cambio di voti, non detta proibizioni esplicite per le firme su appelli. A due persone sorteggiate tra i firmatari, Musk ha assegnato un milione di dollari.

La crisi della democrazia è anche questo, ma non se ne può dare la responsabilità a suoi vizi intrinseci. L’Opa ostile di Musk sul libero arbitrio del corpo elettorale, benché fallita, rimane un colpo a criteri in base ai quali i cittadini hanno uguaglianza di diritti nel concorrere per essere eletti rappresentanti del popolo o, nella circostanza, giudici. Colpo inferto da un miliardario che tuttora ha un ruolo istituzionale. Non è notizia di colore. È notizia brutta. Vanno prevenute imitazioni.

GLI AMERICANI SI STANNO SVEGLIANDO – DOMANI 5 APRILE SONO PREVISTI OLTRE MILLE, TRA RADUNI E MARCE DI PROTESTA, CONTRO “THE DONALD”: PIÙ DI 500MILA PERSONE SCENDERANNO IN STRADA CONTRO LE POLITICHE DEL PRESIDENTE AMERICANO, DAI LICENZIAMENTI DI MIGLIAIA DI LAVORATORI STATALI, AI DAZI FINO ALLE POLITICHE ANTI-MIGRANTI E ANTI-LGBTQ – RISPETTO AL PRIMO MANDATO DI TRUMP, SI REGISTRA UN MAGGIORE MALCONTENTO  TRA GLI AMERICANI: SOLO A FEBBRAIO CI SONO STATE OLTRE DUEMILA MANIFESTAZIONI E…

Da settimane, le persone si radunano negli angoli delle piccole città, nelle grandi metropoli, per esprimere il loro scontento e incredulità riguardo al modo in cui il presidente Donald Trump sta governando il Paese. La protesta più imponente è prevista per sabato, con eventi in centinaia di luoghi in tutto il Paese. Più di 500.000 persone a livello nazionale hanno confermato la loro partecipazione a uno dei 1.000 raduni, marce o proteste, organizzati da un gruppo ristretto di movimenti dal basso.

«Il 5 aprile riguarda davvero il dire: ‘Ehi gente, uniamoci tutti in un solo giorno e mostriamo il potere delle nostre voci, assicuriamoci che vengano ascoltate per ciò che stiamo vedendo accadere con questa amministrazione, e opponiamoci a questi danni» ha detto Rahna Epting, direttrice esecutiva di MoveOn.

[…]

Tra i gruppi organizzatori ci sono realtà consolidate come Indivisible, Women’s March, MoveOn, Working Families Party e Public Citizen, oltre a gruppi di base come 50501, nati dopo l’Election Day.

[…] Le proteste sono aumentate in tutto il Paese man mano che Trump ha eliminato protezioni per immigrati e persone transgender e licenziato decine di migliaia di lavoratori federali. Alcune manifestazioni si sono concentrate sul supporto ai dipendenti pubblici, ai diritti LGBTQ, ai diritti degli immigrati, all’autodeterminazione della Palestina o al sostegno dell’Ucraina; altri hanno protestato contro l’agenda generale di Trump.

Solo a febbraio, secondo il Crowd Counting Consortium (progetto congiunto della Harvard Kennedy School e dell’Università del Connecticut), si sono tenute 2.085 proteste negli USA — in aumento rispetto alle 937 del febbraio 2017, primo mese del primo mandato Trump.

BORSA: L’EUROPA BRUCIA ALTRI 819 MILIARDI DI EURO 

(ANSA) – Altri 819 miliardi di euro sono andati in fumo oggi per le principali borse europee a due giorni dall’annuncio sui dazi del presidente Usa Donald Trump. Il dato si somma ai 422 miliardi della vigilia e porta il saldo negativo a oltre 1.241 miliardi in due giorni. 

CROLLANO LE BORSE CON LA GUERRA DEI DAZI. MILANO (-6,5%) AZZERA RIALZI 2025

(Il Sole 24 Ore Radiocor) – La guerra dei dazi entra nel vivo e manda a tappeto i mercati europei. La risposta cinese alle tariffe imposte da Donald Trump – con sovrattasse del 34% su tutti i beni Usa – ha infatti alzato la temperatura dello scontro commerciale. Ad acuire i timori di escalation c’è poi il fatto che il presidente americano non è arrivato alcun passo indietro («le mie politiche non cambieranno mai», ha scritto sul social Truth), nemmeno dopo la seconda giornata di forti cali registrata a Wall Street.

Così, le Borse del Vecchio Continente, non solo non recuperano le forti perdite della vigilia, ma segnano tutte perdite attorno ai 4 punti percentuali. Maglia nera è Milano che, con un passivo del 6,5%, azzera quasi completamente i guadagni da inizio anno, mandando in fumo 47 miliardi di euro.

«La risposta della Cina ai dazi statunitensi è aggressiva e rende altamente improbabile un accordo a breve termine” con gli Usa, spiega Capital Economics riassumendo gli umori di giornata sui mercati, con il Dragone che sembra credere che la sua economia sia “sufficientemente forte per resistere a qualsiasi attacco di Trump».

In questo quadro, il presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, prevede che i dazi decisi dal presidente Trump faranno aumentare l’inflazione e rallentare la crescita economica. Per questo, avverte, la Banca centrale statunitense non modificherà i tassi d’interesse finché non avrà un quadro più chiaro sul loro impatto.

Powell ha comunque detto che l’economia «al momento è forte» e la crescita «solida». Di contro, l’inquilino della Casa Bianca incalza su Truth Social: «Questo sarebbe il momento perfetto di tagliare i tassi per il presidente della Fed, Jerome Powell. È sempre in ‘ritardo’ ma potrebbe ora cambiare la sua immagine rapidamente». […]

A Milano sell-off su banche, reggono titoli difensivi e farmaceutici

Le banche scontano la volontà degli investitori di alleggerire i portafogli, realizzando parte di quanto guadagnato nella corsa messa a segno negli ultimi mesi, anche sulla scia della febbre da M&A. Un rallentamento dell’economia a causa della guerra commerciale, del resto, metterebbe sotto pressione la qualità dei portafogli crediti, oltre a spingere le banche centrale a nuovi tagli dei tassi, nonostante i rischi al rialzo per l’inflazione.

A guidare i ribassi in un listino quasi tutto in rosso sono infatti Banca Monte Paschi Siena -12,7% e Azimut -12,4%. Male anche gli industriali, con Leonardo -12,9% in ultima fila. Resiste in positivo solo Diasorin +1,32%

Giornata nera sull’azionario premia i Bund, spread chiude a 119 punti

Il forte scivolone delle principali piazze azionarie premia il reddito fisso e in particolare il Bund decennale sul secondario telematico Mts con la conseguenza che lo spread con i BTp benchmark di pari scadenza si allarga nel finale a 119 punti dai 113 della vigilia. Il venerdì nero, che ha penalizzato in particolare Piazza Affari, ha spinto al rialzo i corsi del Bund decennale che nel finale registrano un calo dei rendimenti al 2,57% dal 2,64% del finale di giovedì.

L’apprezzamento generalizzato dei sovrani dell’Eurozona non ha tenuto il passo del titolo pubblico tedesco con la conseguenza che tutti i differenziali si sono allargati in chiusura di scambi. Il BTp decennale scadenza primo agosto 2035 rende nel finale il 3,75% (3,76% al closing della vigilia).

BANKITALIA TAGLIA LE STIME DEL PIL, +0,6% NEL 2025 

(ANSA) – La Banca d’Italia taglia le stime sul Pil “soprattutto” per effetto “dell’inasprimento delle politiche commerciali”: il +0,8% previsto a dicembre scorso per il 2025 cala a +0,6%, mentre per il 2026 la stima di +1,1% scende a 0,8% e nel 2027 da +0,9% a +0,7%.

Bankitalia sottolinea che il metodo dà stime su dati destagionalizzati e corretti per il numero di giornate lavorative; senza questa correzione il Pil crescerebbe dello 0,5% nel 2025, dello 0,9% nel 2026 e 0,7% nel 2027. Le stime, si precisa, includono “una prima e parziale valutazione” dei dazi, ma non considerano eventuali ritorsioni né l’evoluzione dei mercati internazionali. 

“Queste proiezioni sono soggette a un’elevata incertezza, connessa soprattutto con l’evoluzione del contesto internazionale. Esportazioni e investimenti potrebbero risentire in misura maggiore di quanto previsto dell’inasprimento delle politiche commerciali e dei suoi riflessi sulla fiducia delle imprese”, scrive la Banca d’Italia.

“Effetti negativi particolarmente marcati potrebbero derivare da un ulteriore aumento dell’incertezza sulle politiche commerciali, da eventuali misure ritorsive e da tensioni prolungate sui mercati finanziari. Per contro, effetti positivi potrebbero manifestarsi a seguito di un orientamento più espansivo della politica di bilancio a livello europeo, anche in connessione con gli annunci di incremento delle spese per la difesa”, aggiunge l’istituto.

Il Pil, spiegano i tecnici, “si espande a ritmi moderati ma superiori a quelli registrati in media lo scorso anno, grazie soprattutto all’andamento favorevole dei consumi”. I consumi delle famiglie, infatti, “aumenterebbero a tassi superiori a quelli del Pil, beneficiando del recupero del potere d’acquisto.

Gli investimenti si espanderebbero in misura contenuta. La spesa in costruzioni, sebbene frenata dalla rimozione degli incentivi all’edilizia residenziale, beneficerebbe della finalizzazione dei progetti finanziati con i fondi del Pnrr”. Le esportazioni, invece, “risentirebbero in misura significativa” dei dazi Usa “rimanendo pressoché stagnanti nell’anno in corso e tornando a crescere gradualmente nel prossimo biennio, seppure in misura inferiore a quella della domanda potenziale di beni e servizi italiani”.

“I DAZI DI TRUMP SONO UN INCREDIBILE ATTO DI AUTOLESIONISMO” – IL DURISSIMO EDITORIALE DEL “FINANCIAL TIMES” CONTRO LE TARIFFE DEL TYCOON: “CAUSERANNO DANNI INCALCOLABILI ALLE FAMIGLIE, ALLE IMPRESE E AI MERCATI FINANZIARI DI TUTTO IL MONDO, SCONVOLGENDO UN ORDINE ECONOMICO GLOBALE DI CUI L’AMERICA HA BENEFICIATO E CHE HA CONTRIBUITO A CREARE” – “IL PROGRAMMA PROTEZIONISTICO VA BEN OLTRE GLI SCENARI PEGGIORI IPOTIZZATI DAGLI ANALISTI” – “SE TRUMP RIUSCIRÀ NEL SUO INTENTO, L’ECONOMIA STATUNITENSE SARÀ ISOLATA DAL SISTEMA STESSO CHE NE HA ALIMENTATO L’ASCESA SECOLARE…”

‘I DAZI DI TRUMP UN INCREDIBILE ATTO DI AUTOLESIONISMO’

(ANSA) – All’indomani dell’annuncio del presidente degli Stati Uniti Donald Trump di imporre dazi ‘reciproci’ ai suoi partner commerciali, il Financial Times firma un editoriale in cui definisce questo piano come “uno dei più grandi atti di autolesionismo della storia economica americana”.

Secondo il quotidiano della City, i dazi causeranno “danni incalcolabili alle famiglie, alle imprese e ai mercati finanziari di tutto il mondo, sconvolgendo un ordine economico globale di cui l’America ha beneficiato e che ha contribuito a creare”.

Il programma protezionistico presentato da Trump, si spiega, “va ben oltre gli scenari peggiori ipotizzati dagli analisti”, portando “l’aliquota tariffaria effettiva degli Stati Uniti al livello più alto da oltre un secolo” se si considerano anche i dazi annunciati nelle scorse settimane.

Il Ft critica poi il “calcolo approssimativo” alla base delle imposte “reciproche”, che finisce per essere “un ripudio sconsiderato di tutti gli accordi commerciali sottoscritti dagli Usa”, nonché “un piano profondamente sbagliato per attrarre investimenti esteri nel settore manifatturiero”.

Il quotidiano finanziario avverte delle “ripercussioni economiche sostanziali” su coloro che dipendono maggiormente dalla vendita di beni negli Stati Uniti:

“Decenni di progressi nella riduzione della povertà nel sud-est asiatico, in particolare, sono ora a rischio” mentre “la crescita lenta nelle principali economie, tra cui Ue, Giappone e Cina, sarà aggravata”.

Quanto alla “forte” tentazione di reagire da parte dei partner commerciali ora esclusi dall’America, il Ft suggerisce di mantenere il “sangue freddo”, concentrandosi sull’accelerazione delle “iniziative di libero scambio tra di loro”. “Questo – conclude – non è stato un ‘giorno di liberazione’ per l’America. Se Trump riuscirà nel suo intento, l’economia statunitense sarà isolata dal sistema stesso che ne ha alimentato l’ascesa secolare. Il mondo intero soffrirà, ma non è detto che segua la strada dell’America”.

Usa, come in guerra e in pandemia: i dazi spingono la corsa ai prodotti stranieri

Dai maglioni prodotti in Gran Bretagna alla Guinnes irlandese, dalle lavatrici alla salsa di soia cinese. Ecco come gli scaffali dei negozi vengono presi d’assalto dopo l’annuncio delle nuove tariffe sulle importazioni

Come in guerra. O ai tempi del Covid. In vista dei dazi sui prodotti stranieri, gli americani più avveduti si sono precipitati a fare incetta di tutto quanto prevedevano sarebbe aumentato di prezzo.

E’ stato il Wall Street Journal a raccontare oggi la corsa all’approvvigionamento in diverse città degli Usa. Fino a mercoledì, spiega il quotidiano, in molti continuavano a pensare che la minaccia di imporre dazi del 10% sui beni esteri fosse solo una tattica di Donald Trump per strappare accordi commerciali ad alleanti e non.

Ma quando il presidente ha annunciato formalmente i balzelli, e ben più alti di quanto si pensasse, gli americani si sono resi conto che l’impatto sarebbe stato imminente e pesante. Un po’ come quando, cinque anni fa, si venne a sapere che Tom Hanks aveva preso il Covid, ha spiegato Peter Atwater, docente di economia al William & Mary.

Fu allora che gli Usa si resero conto della portata della pandemia e iniziarono a organizzarsi. Così è cominciata la corsa a riempire i carrelli. Niente acqua e carta igienica però stavolta. Ma abbigliamento sportivo della canadese Lululemon, maglioni dell’inglese House of Sunny, o birra irlandese Guinness.

E poi salsa di soja o televisori e lavatrici cinesi, racconta il Wsj. Ma secondo l’imprenditore Mark Cuban, gli americani dovrebbero far il pieno di un po’ di tutto. «Dal dentifricio al sapone, comprate tutto ciò per cui c’è spazio in dispensa prima che le scorte finiscano», ha esortato il miliardario, patron dei Dallas Mavericks, in un post sulla piattaforma social Bluesky subito dopo l’annuncio dei dazi.

«Anche se una cosa è prodotta negli Stati Uniti, ne aumenteranno il prezzo e daranno la colpa ai dazi», ha ammonito.