

Axios, il prossimo round delle trattative Usa-Iran a Roma
(ANSA) -Il prossimo round delle trattative fra Stati Uniti e Iran dovrebbe tenersi a Roma sabato prossimo. Lo riporta Axios citando alcune fonti, secondo le quali a suggerire la destinazione sono stati gli Usa. I mediatori dell’Oman saranno presenti.

TRUMP DEFINISCE L’ATTACCO RUSSO A SUMY ‘UNA COSA ORRIBILE’
(ANSA-AFP) – Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha detto che l’attacco russo alla città ucraina di Sumy, in cui sono morte almeno 34 persone, è stato “una cosa orribile”.
“Penso che sia stato terribile. E mi è stato detto che hanno commesso un errore. Ma penso che sia una cosa orribile. Penso che l’intera guerra sia una cosa orribile”, ha dichiarato il leader statunitense a bordo dell’Air Force One durante il suo viaggio di ritorno a Washington.
USA,ATTACCO SUMY È PROMEMORIA DELLA NECESSITÀ DI NEGOZIARE
(ANSA) – L’attacco della Russia a Sumy è un “duro promemoria” della necessità di negoziare la pace per l’Ucraina. Lo afferma il portavoce del consiglio alla sicurezza nazionale Brian Hughes.
“L’attacco missilistico a Sumy è un chiaro e duro promemoria del perché gli sforzi del presidente Donald Trump per cercare di porre fine a questa terribile guerra arrivano in un momento cruciale”, ha messo in evidenza Hughes.

(ANSA) – NEW YORK, 13 APR – Meta affronta in tribunale il governo americano, in uno storico processo antitrust in cui è accusata di aver schiacciato la concorrenza acquistando Instagram e WhatsApp. Il procedimento che si apre lunedì rischia di cambiare la Silicon Valley così come è conosciuta ma anche di avere ripercussioni pesanti sulla ‘bromance’ fra Donald Trump e Mark Zuckerberg.
Dal primo tentato assassinio del presidente americano, l’amministratore delegato di Meta ha cambiato radicalmente il suo atteggiamento nei confronti del tycoon, rimosso dalle sue piattaforme dopo l’assalto al Congresso del 6 gennaio 2021. La reazione di Trump agli spari di Butler e la sua immagine con il volto sanguinante e il pugno alzato hanno conquistato Zuckerberg.
“E’ stata una delle cose più toste che abbia mai visto in vita mia”, aveva detto poco dopo l’attentato gettando le basi di quel cambiamento che lo ha portato a descrivere la società e il mondo corporate come “castrati” e a definire l’energia maschile “buona”, abbandonando così lo spirito liberal e progressista che ha caratterizzato per anni la Silicon Valley. Inchinandosi a Trump, Zuckerberg ha messo fine al fact-checking su Instagram e Facebook e si è sbarazzato dei programmi per l’inclusione e la diversità.
L’amministratore delegato di Meta ha partecipato al giuramento di Trump e ha anche acquistato casa a Washington per essere più vicino a The Donald e collaborare con l’amministrazione nel settore tecnologico. Per i suoi passi in avanti, Zuckerberg è stato lodato dal presidente ma finora il ceo non ha potuto nulla per convincerlo a fermare il processo contro la sua Meta.
Davanti al giudice James Boasberg, la Federal Trade Commission di Trump intende ribadire le sue accuse, ovvero che la società di Zuckerberg ha mantenuto il monopolio sui social network acquisendo o annientando startup rivali. Accuse che Meta respinge seccamente sostenendo che sui social media la concorrenza è ampia con TikTok, Snap, Reddit e LinkedIn.
Inoltre – è la tesi dei legali della società – le autorità americane hanno approvato in passato le sue acquisizioni di Instagram e WhatsApp e quindi non le hanno ritenute dannose per i consumatori americani. Il processo dovrebbe durare alcune settimane e rappresenta il primo test dell’amministrazione Trump su un caso che riguarda una società tecnologica. Il procedimento potrebbe ridisegnare il perimetro della normativa antitrust americana, mettendo sotto un esame più attento le fusioni e le acquisizioni.
Una vittoria del governo potrebbe avere effetti a catena per la Silicon Valley, dove le startup puntano in molti a essere acquisite da aziende più grandi. E per Meta potrebbe tradursi, in caso di sconfitta, in una separazione da Instagram e WhatsApp. All’appuntamento di lunedì, il governo si presenta forte del successo ottenuto contro Google, condannata per monopolio e in attesa di conoscere i rimedi che le saranno imposti.

XI, ‘IL PROTEZIONISMO NON PORTA DA NESSUNA PARTE’
(ANSA) – Il protezionismo “non porta da nessuna parte” e una guerra commerciale non vedrà vincitori. Nel mezzo della guerra commerciale co gli Usa, il presidente cinese Xi Jinping si appresta oggi a effettuare il suo primo viaggio all’estero con tappe in Vietnam, Malaysia e Cambogia per rafforzare i legami commerciali regionali con i dazi imposti da Donald Trump.
In un articolo sul principale quotidiano vietnamita Nhan Dan, Xi ha esortato i due Paesi a “salvaguardare con con forza il sistema commerciale multilaterale, la stabilità delle catene industriali e di approvvigionamento globali e un ambiente internazionale aperto e cooperativo”.
Xi ha inoltre ribadito la linea di Pechino secondo cui “una guerra commerciale e una guerra tariffaria non produrranno vincitori e il protezionismo non porterà da nessuna parte”, in base al testo rilanciato dal network statale Cctv.
E ha chiesto una maggiore cooperazione con il Vietnam nelle catene di approvvigionamento industriali e una più ampia collaborazione nei settori emergenti attraverso le varie iniziative regionali come la Cooperazione dell’Asia orientale e la Cooperazione Lancang-Mekong.
La Cina, inoltre, rivendica la quasi totalità del mar Cinese meridionale, avendo contenziosi con Filippine, Malaysia, Vietnam, Indonesia e Brunei. Sul punto Xi ha insistito che Pechino e Hanoi potrebbero risolvere i relativi problemi attraverso il dialogo.
“Dobbiamo gestire adeguatamente le divergenze e salvaguardare la pace e la stabilità nella nostra regione. Con una visione lungimirante, siamo pienamente in grado di risolvere adeguatamente le questioni marittime attraverso consultazioni e negoziati”, ha aggiunto il leader cinese.
Il Dragone sta cercando di presentarsi come unalternativa stabilee affidabile rispetto alla imprevedibilità di Trump che ha prima annunciato e poi in gran parte congelato per 90 giorni i ‘dazi reciproci’ s decine si partner commerciali, ad eccezione della Cina. Il Vietnam è stato il maggiore acquirente di merci cinesi del sudest asiatico, con un fatturato di 161,9 miliardi di dollari, seguito dalla Malaysia, che ha importato merci per un valore di 101,5 miliardi nel 2024.
Il Vietnam ha a lungo perseguito l’approccio della ‘diplomazia del bambù’, cercando di mantenere buoni rapporti con la Cina e gli Stati Uniti: con i due Paesi ha stretti legami economici, ma Hanoi condivide le preoccupazioni americane sulla crescente assertività di Pechino nel conteso mar Cinese meridionale.
TRUMP, ANNUNCIO DAZI SU SEMICONDUTTORI IN SETTIMANA
(ANSA-AFP) – Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha detto che annuncerà nuovi dazi sui semiconduttori “la prossima settimana”, mentre continua a spingere per imporre tariffe punitive per affrontare le questioni commerciali statunitensi.
“I dazi entreranno in vigore in un futuro non lontano”, ha affermato, riferendosi a quelli specifici sui semiconduttori, che seguirebbero misure simili per acciaio, alluminio e automobili. Alla domanda su quale sarebbe stata l’aliquota per i semiconduttori, ha risposto: “Lo annuncerò la prossima settimana”.
CINA, +4,5% EXPORT VERSO USA E SURPLUS A 76,6 MILIARDI
(ANSA) – La Cina registra un export in aumento annuo del 4,5% verso gli Stati Uniti nei primi tre mesi del 2025, a dispetto delle tensioni commerciali e dei dazi di Donald Trump saliti al 145% ad aprile su tutto il made in China e delle pronte ritorsioni mandarine al 125% sui beni made in Usa.
In base ai dati diffusi oggi dall’Amministrazione generale delle Dogane, il surplus di Pechino verso Washington si attesta nello stesso periodo a 76,6 miliardi di dollari, di cui 27,6 milirdi riferiti solo al mese di marzo. Gli Stati Uniti sono la prima destinazione dei beni cinesi per singoli Paesi, con spedizioni nel trimestre pari a 115,6 miliardi
CINA, SURPLUS DI MARZO A 102,64 MILIARDI, +12,4% L’EXPORT
(ANSA) – La Cina registra a marzo un surplus commerciale di 102,64 miliardi di dollari, ben oltre i 77 miliardi stimati dagli analisti. L’export, ha riferito l’Amministrazione generale delle Dogane di Pechino, ha un balzo con una crescita a doppia cifra del 12,5%, a fronte del 2,3% di gennaio-febbraio e al 4,4% atte. Mentre le importazioni hanno una frenata ulteriore del 4,3%, dimezzando il -8,40% del primo bimestre, ma mancando il -2% di consenso.
XI ARRIVATO IN VIETNAM, PRIMA TAPPA NEL SUDEST ASIATICO
(ANSA) – Il presidente cinese Xi Jinping è arrivato ad Hanoi, dando il via dal Vietnam alla sua prima missione all’estero del 2025 nel mezzo della guerra commerciale e dei dazi con gli Stati Uniti di Donald Trump. Lo riferisce il network statale Cctv. Xi, in missione fino al 18 aprile, visiterà anche Malaysia e Cambogia.
Hanoi, colpita da dazi reciproci americani al 46% attualmente sospesi per la durata di 90 giorni, è attualmente in negoziati con Washington, che è la destinazione del 30% del suo export. Le trattative, in particolare, riguardano la questione dei prodotti cinesi esportati negli Stati Uniti attraverso il Vietnam.
A tal proposito, governo ed esperti commerciali del Paese del sudest asiatico hanno tenuto una riunione di emergenza il 3 aprile per esaminare le preoccupazioni Usa sul presunto furto di proprietà intellettuale e sugli abusi nel trasbordo. Nel corso dell’incontro è emersa la volontà, attraverso la diretta operatività di ministero del Commercio e funzionari doganali vietnamiti, di rafforzare i controlli e di elaborare un piano per contrastare i trasbordi illegali entro il 17 aprile, ma prorogabile fino alla fine di aprile per evitare contrasti con la Cina.
Da settimane il Vietnam sta offrendo agli Usa diverse condizioni preferenziali allo scopo di convincere l’amministrazione Trump sui reali propositi di Hanoi di riduzione del suo surplus commerciale con l’America. Il governo vietnamita ha annunciato giovedì di aver avviato colloqui commerciali con gli Stati Uniti e ha dichiarato sul suo portale ufficiale che avrebbe represso le “frodi commerciali”.
Il Vietnam sta cercando di mantenere i legami commerciali con gli Stati Uniti, il suo principale mercato di esportazione e partner in materia di sicurezza. Ma la Cina è la principale fonte di investimenti e Paese vicino con cui ha dispute territoriali di vecchia data. Hanoi sta anche adottando misure più severe per il controllo di beni sensibili spediti dagli Stati Uniti e diretti illegalmente in Cina attraverso il suo territorio, a partire dai semiconduttori avanzati.
NYT, LA CINA BLOCCA L’EXPORT DI DIVERSE TERRE RARE
(ANSA) – Con l’intensificarsi della guerra commerciale tra Usa e Cina, Pechino ha sospeso l’export di diversi elementi critici delle terre rare, metalli e magneti, minacciando il blocco delle forniture all’Occidente di componenti essenziali per l’industria bellica, elettronica, automobilistica, aerospaziale, dei semiconduttori e di una vasta gamma di beni di consumo.
Il governo cinese, ha riferito il New York Times, sta elaborando un nuovo sistema di regolamentazione che, una volta entrato in vigore, potrebbe impedire definitivamente alle forniture di raggiungere alcune aziende, tra cui gli appaltatori militari americani.
Dopo la tregua americana sui chip, Xi Jinping cerca alleati in Asia
Pechino chiede senza successo agli Usa di abolire le barriere e tornare al dialogo. Il tour diplomatico del presidente parte dal Vietnam, poi Cambogia e Malesia
La Cina prova a interpretare l’ultima marcia indietro di Trump sui dazi come un vero ripensamento. E ad indicargli una strada per invertire l’escalation commerciale. Le esenzioni su smartphone, computer, chip e altri prodotti elettronici annunciate sabato da Washington sono «un piccolo passo per correggere le sue errate pratiche multilaterali», ha commentato ieri il ministro del Commercio di Pechino. Aggiungendo però che serve «un grande passo», cioè «abolire del tutto le tariffe reciproche e tornare al giusto metodo di risolvere le differenze attraverso rispetto reciproco e dialogo tra uguali». Molta dell’elettronica esclusa sabato dalle tariffe è prodotta in Cina, da aziende locali ma anche americane come Apple: con tariffe al 145% il colpo sarebbe stato enorme. Secondo alcune stime le esenzioni salvano circa un quarto delle esportazioni cinesi negli Stati Uniti, per un valore di oltre 100 miliardi di dollari.
La risposta cinese è significativa, sia nella forma che nella sostanza. Nella forma perché il ministero del Commercio ha colto la palla al balzo, uscendo dai tradizionali canali di comunicazione di regime e pubblicando una serie di “domande e risposte” sul proprio sito. E nella sostanza perché, pur ribadendo la resistenza a oltranza, configura un picco passetto verso la Casa Bianca: per premere il pulsante reset Pechino chiede a Trump di eliminare solo le tariffe reciproche, a cui ha replicato dazio su dazio, e non il precedente 20% applicato come punizione per la mancata collaborazione nell’arginare il traffico di oppioidi.
La replica cinese si basa in ogni caso su un presupposto molto ballerino: cioè che lo stop di Trump segnali davvero un cambio di strategia rispetto al divorzio economico dalla Cina. La versione ufficiale della Casa Bianca infatti è che l’esenzione sui beni elettronici sia solo temporanea, in attesa di mettere a punto uno specifico pacchetto settoriale, simile a quelli che hanno colpito l’auto o l’acciaio. Ieri lo ha ribadito il segretario al Commercio Lutnick, spiegando che il pacchetto potrebbe arrivare «entro un mese o due», e che è ferma volontà dell’amministrazione riportare negli Stati Uniti le produzioni tecnologiche scappate negli anni verso l’Asia. Anche se è improbabile che i dazi su smartphone e chip alla fine siano al livello monstre di quelli reciproci.
In ogni caso, memore del primo assalto commerciale di Trump, Pechino è convinta che i tempi per aprire un eventuale negoziato, e a maggior ragione per chiuderlo, saranno lunghi. Ritiene di avere gli strumenti interni, sia economici che politici, per gestire meglio dell’avversario gli effetti negativi dell’escalation. E la mini apertura di ieri conferma uno dei pilastri della sua strategia di resistenza, cioè mostrarsi ferma ma anche moderata e responsabile: immagine da giocare all’interno, per presentarsi come aggredita, e all’esterno come difensore della globalizzazione e del multilateralismo presi a picconate dal bullo americano.
Quanto sia importante questo fronte internazionale è evidente dall’agenda del gran capo Xi Jinping e di tutta la leadership, impegnati in una vera e propria offensiva diplomatica. La scorsa settimana il presidente cinese ha teso un ramoscello d’ulivo al premier spagnolo Sanchez, perché tutta Europa intenda. Mentre ai vicini asiatici lo recapiterà a domicilio, con una visita di Stato, la prima dell’anno, che inizierà oggi e farà tappa in Vietnam, Cambogia e Malesia. Obiettivo ottimistico e di lungo periodo: consolidare la sfera di influenza cinese in Asia. Obiettivo minimo e urgente: assicurarsi di non essere isolata e circondata da Trump, cosa che renderebbe la resistenza assai più ardua.
Il Sudest asiatico è una geografia chiave per Pechino. Il “giardino di casa” con cui negli ultimi anni, proprio in chiave di autonomia “regionale”, la Cina ha stretto sempre di più i rapporti economici. Dal 2018, anno della prima offensiva commerciale di Trump, la quota di esportazioni verso gli Usa è progressivamente scesa, mentre saliva quella verso l’area Asean, ora la più alta in assoluto. Molte aziende cinesi hanno stabilito in quei Paesi basi produttive, anche per aggirare eventuali dazi Usa, investendo e creando posti di lavoro.
Il viaggio di Xi è stato preceduto da una sessione di Partito sulla “diplomazia di vicinato”. E non a caso il leader farà tappa in due Paesi come Vietnam e Cambogia che sarebbero colpiti in maniera durissime dalle tariffe reciproche di Trump, rispettivamente al 46 e al 49%. Ma se l’idea era arruolarli in un fronte antitrumpiano la pausa di tre mesi concessa dalla Casa Bianca a tutto il mondo, Pechino esclusa, cambia lo scenario. Nessuno ha applicato ritorsioni, molti si sono precipitati a chiamare per prenotare un negoziato. E il timore è che a quel tavolo negoziale sia Washington ad arruolarli nel contenimento della Repubblica Popolare, chiedendo di limitare investimenti e triangolazioni di merci cinesi.
Del resto il rapporto dei Paesi asiatici con l’ingombrante vicino non è facile. La sua crescente potenza fa paura, anche quando mostra la faccia gentile. E spaventa l’eccesso di capacità produttiva contestato anche da Stati Uniti ed Europa, che respinto alla dogana americana potrebbe inondare di esportazioni il resto del mondo, sviluppato e in via di sviluppo.
IL NUOVO ORDINE GLOBALE: TRUMP SI RINCHIUDE NELLA “FORTEZZA” AMERICA, LA CINA SI TIENE IL PACIFICO, E LA RUSSIA SI PAPPA L’EUROPA – LA MAPPA DI “NEWSWEEK” CON IL MONDO DIVISO IN TRE SFERE DI INFLUENZA: IL “DAZISTA” DELLA CASA BIANCA SI STA RITIRANDO STRATEGICAMENTE NELL’EMISFERO OCCIDENTALE, PECHINO CONTROLLERÀ IL “SUO” MARE (COMPRESA TAIWAN) MENTRE “MAD VLAD” CONTINUERÀ AD ESPANDERSI IN EUROPA – I “PROBLEMI”: LE POSSIBILI FRATTURE TRA MOSCA E PECHINO PER L’ASIA CENTRALE E L’INFLUENZA CINESE IN AMERICA LATINA

Traduzione di un estratto dell’articolo di Brendan Cole and John Feng
Il tentativo del presidente Donald Trump di coinvolgere Vladimir Putin per porre fine alla guerra in Ucraina si inserisce in una più ampia partita geopolitica in cui le grandi potenze si contendono sfere d’influenza, mentre la Cina cerca di consolidare il proprio potere globale. Una mappa pubblicata da Newsweek mostra come potrebbe evolvere questa complessa scacchiera mondiale.
[…] Secondo Vessela Tcherneva, vicedirettrice del Consiglio europeo per le relazioni estere (ECFR), il processo negoziale ricorda la conferenza di Yalta del 1945, durante la quale Stati Uniti, Regno Unito e URSS tracciarono la divisione dell’Europa nel secondo dopoguerra.
«Yalta riguardava le grandi potenze che decidevano il futuro dell’Europa orientale», ha spiegato a Newsweek. «È esattamente ciò che sta accadendo oggi con l’Ucraina».
«Decidere il futuro dell’Ucraina senza l’Ucraina significa anche decidere il futuro dell’Europa senza l’Europa», ha aggiunto.
[…] Secondo Stefan Wolff, docente di sicurezza internazionale all’Università di Birmingham, il rifiuto di Trump di fornire garanzie di sicurezza all’Ucraina ricorda l’atteggiamento di appeasement verso Hitler alla conferenza di Monaco del 1938. Per Wolff, l’attuale presidente americano concepisce il mondo come uno spazio diviso tra grandi potenze, con sfere di influenza che non si devono sovrapporre.
«Probabilmente vedremo le superpotenze — Cina e Stati Uniti — spartirsi il globo», ha detto. «Resta da capire se la Russia sarà ancora un attore autonomo o finirà per diventare ancor più dipendente da Pechino».
A Monaco si è svolto anche il discusso discorso del vicepresidente USA JD Vance, che ha attaccato duramente le democrazie europee […]. Un intervento che ha ricevuto l’elogio di Dmitry Medvedev, alleato di Putin ed ex presidente russo.
Il discorso è seguito alle parole del segretario alla Difesa Pete Hegseth, secondo cui ripristinare i confini dell’Ucraina precedenti al 2014 sarebbe irrealistico, e che i Paesi europei dovrebbero fare di più per la propria difesa, mentre gli Stati Uniti devono concentrarsi sul contenimento della Cina nel Pacifico.
[…] Secondo Tcherneva, l’approccio dell’amministrazione Trump suggerisce che l’Europa orientale rischia di essere abbandonata, il che è preoccupante vista l’influenza che la Russia esercita nella politica interna di diversi Paesi della regione, tra cui Repubblica Ceca, Slovacchia, Bulgaria, Romania e Polonia.
«La Russia sta cercando di minare le democrazie dell’Europa orientale e di orientare le società verso un nuovo consenso politico che oggi, nell’era Trump, trova terreno fertile», ha dichiarato.
Lo spettro di Putin è emerso in numerose elezioni e proteste negli ultimi mesi in Europa orientale. In Moldavia, politici filo-occidentali accusano Mosca di interferenze nel referendum pro-UE e nelle elezioni presidenziali. In Romania, le elezioni sono state annullate dopo che il candidato di estrema destra Calin Georgescu, accusato di legami con la Russia, ha vinto il primo turno.
Proteste si sono registrate in vari Paesi europei contro governi percepiti come troppo vicini al Cremlino. A Bratislava, i cittadini sono scesi in piazza contro una legge che limita le ONG, paragonata a quella sugli “agenti stranieri” in vigore in Russia. Il premier Robert Fico è stato criticato per i suoi rapporti con Mosca.
[…] Nel Caucaso, la Georgia è scossa dalle proteste contro il partito di governo Sogno Georgiano, accusato di legami con Mosca e di voler rafforzare il controllo su un Paese strategicamente fondamentale per l’accesso al Mar Nero.
[…] Secondo alcuni analisti, l’Asia Centrale potrebbe diventare un campo di contesa tra Russia e Cina.
Un segnale importante è arrivato a settembre, quando Putin è stato accolto calorosamente in Mongolia, primo Paese membro della Corte penale internazionale (CPI) a riceverlo dopo il mandato di arresto per crimini di guerra. La Mongolia dipende dalla Russia per carburante ed elettricità, e dalla Cina per gli investimenti nel settore minerario.
Wolff sottolinea come sia significativo che la prima visita all’estero di Xi Jinping dopo la pandemia sia stata in Kazakistan, il cui presidente, Kassym-Jomart Tokayev, ha preso le distanze dall’invasione russa dell’Ucraina.
«A Nur-Sultan (ex Astana), si teme da tempo di essere il prossimo obiettivo dell’espansionismo russo», ha detto Wolff, riferendosi alla significativa minoranza russa nel nord del Paese.
«I kazaki sono diffidenti verso Mosca, ma sanno che la Cina non permetterà alla Russia di interferire con il Kazakistan settentrionale», ha aggiunto.
[…] Trump ha più volte dichiarato di voler acquistare la Groenlandia, controllare il Canale di Panama, ha irritato il Canada definendolo “il 51° Stato” e ha persino rinominato il Golfo del Messico in chiave sovranista.
Secondo Wolff, Trump si sta ritirando strategicamente nell’emisfero occidentale, ma potrebbe scontrarsi con la crescente influenza cinese in America Latina.
«Questo probabilmente spingerà Trump a concentrarsi ancora di più sull’America e ad abbandonare quelle che considera liabilities inutili altrove», ha concluso.

LA NATO ACQUISISCE CAPACITÀ AVANZATE DI COMBATTIMENTO IA
(ANSA) – LUSSEMBURGO, 14 APR – La Nato, grazie ad un accordo con Palantir, ha acquisito sistemi d’Intelligenza Artificiale avanzata (IA) segnando “un significativo progresso nella modernizzazione delle capacità di combattimento”. Lo fa sapere la Nato in una nota.
Lo strumento, denominato Smart System Nato, consente ai comandanti e ai soldati di sfruttare l’IA in modo sicuro e protetto nelle operazioni militari principali. “Dai grandi modelli linguistici all’apprendimento generativo e automatico, il sistema migliora la fusione e il targeting dell’intelligence, la pianificazione dello spazio di battaglia e l’accelerazione del processo decisionale”.
“La Ncia, o Nato Communications and Information Agency, è lieta di collaborare con il Quartier Generale Supremo delle Potenze Alleate in Europa (Shape) e Palantir per fornire Mss Nato al Comando, offrendo all’Alleanza capacità di intelligenza artificiale all’avanguardia personalizzate e dotando le nostre forze degli strumenti necessari sul campo di battaglia moderno per operare in modo efficace e deciso”, ha dichiarato Ludwig Decamps, Direttore Generale della Ncia.
Attraverso Mss Nato, Shape intende accelerare l’adozione di altre nuove capacità in fase di sviluppo in tutta l’Alleanza, compresi i nuovi modelli emergenti di IA e la modellazione e simulazione, dimostrando una partnership forte e duratura tra la base tecnologica nordamericana ed europea. “Il Comando Nato è all’avanguardia nell’adozione di tecnologie che rendono l’Alleanza più agile, adattabile e reattiva alle minacce emergenti.
L’innovazione è fondamentale per la nostra capacità di combattere. Il nuovo sistema intelligente consente all’Alleanza di sfruttare dati complessi, accelerare il processo decisionale e, così facendo, aggiungere un vero valore operativo”, ha dichiarato il generale Markus Laubenthal, capo di stato maggiore dello Shape.

Perché abbiamo ricominciato a importare gas dalla Russia? O meglio, perché non abbiamo mai smesso?
Il gas di Mosca arriva in Europa ora a bordo delle «navi fantasma». Una rete complessa (e segreta) di armatori, porti e passaggi sicuri. Ma sono riprese anche le importazioni via tubo, nonostante la chiusura della rotta ucraina
Cominciano dall’ultimo anno pre-guerra in Ucraina. Partiamo dai numeri perché con quelli non si sbaglia mai. La Russia nel 2021 fornì il 38% del nostro fabbisogno di gas: 29 miliardi di metri cubi di metano. Nel 2022, primo anno di guerra, l’Italia era riuscita a diminuire fortemente la dipendenza da Mosca ma eravamo ancora lontani dall’autosufficienza e dall’indipendenza energetica. Avevamo ridotto al 18% la quota di import russo sul totale: a fine anno 2022 pompammo circa 13-14 miliardi di metri cubi di importazione russa dal punto di accesso della rete Snam a Tarvisio, in Friuli (ne avevamo scritto qui a suo tempo).
La diversificazione delle fonti di approvvigionamento
Appena cominciò l’invasione russa dell’Ucraina, l’Europa (con l’Italia in testa) ha immaginato un lungo piano di disimpegno dal gas russo diversificando i contratti di fornitura di metano. L’Italia decise di sostituire quella materia prima con il gas azero ed algerino via gasdotto e con grandi quantità di gas naturale liquido (Gnl) da rigassificare nei nostri impianti italiani. Il governo Draghi stipulò contratti di fornitura, per buona parte via gasdotto da Algeria e Azerbaijan (via Tap) e per la restante parte grazie alle forniture di Gnl firmate dall’Eni per conto dell’Italia con Qatar, Angola, Egitto, in piccola parte Mozambico e la stessa Algeria (qui il piano del 2022 del governo Draghi, con il ministro dell’epoca Roberto Cingolani).
Il piano di azzeramento del gas russo della Ue
Si massimizzò anche la produzione delle centrali a carbone che ora si avviano a completo spegnimento per questioni ambientali. Con un piano di riduzione dei consumi che fu concordato con Bruxelles. Nel maggio 2022, l’Ue elaborò diverse misure per ridurre progressivamente il consumo di gas, con l’obiettivo di cessare le importazioni di gas russo entro il 2027. Un obiettivo mai stato messo in discussione. L’eliminazione graduale dell’energia russa è stata una priorità sia della nuova Commissione che della presidenza polacca del Consiglio dell’Unione Europea.
Le forniture di Mosca però non si sono mai interrotte
Nei fatti la fornitura di metano della Russia verso l’Europa però non si è mai interrotta nonostante la chiusura della rotta ucraina che approvvigionava proprio l’Italia. Se lo stop alle forniture nel 2022 imponeva pesanti piani di razionamento a famiglie ed industrie, scenario che non si è verificato anche perché a Mosca è sempre convenuto da un punto di vista finanziario abbeverare l’Europa col metano (qui cosa scrivemmo all’epoca), ora la situazione sarebbe più tranquilla. E invece scopriamo che nel 2024 l’importazione di gas russo in Europa è aumentata del 18%, sostiene l’ultimo rapporto di Ember (puoi leggerlo qui) che evidenzia come questo dato confligga con l’obiettivo dichiarato da Bruxelles.
La domanda di metano è invariata
Le importazioni di gas russo sono aumentate del 18% nel 2024 (da 38 a 45 miliardi di metri cubi), soprattutto a causa dell’aumento delle importazioni in Italia (+4 miliardi di metri cubi), in Repubblica Ceca (+2 miliardi di metri cubi) e Francia (+1,7 miliardi di metri cubi). E, secondo il think tank energetico globale con sede nel Regno Unito, le importazioni russe sono destinate a crescere nel 2025, rileva il Sole 24 Ore. La stessa Commissione ha annunciato lo slittamento a data da destinarsi della pubblicazione – prevista per il 26 marzo – della road-map verso lo stop all’import russo, anche visti gli attuali scenari di possibile tregua in Ucraina fortemente favoriti dalla presidenza Trump.
L’aumento dell’import di Gnl russo
L’aumento è stato in gran parte determinato dalle crescenti importazioni di gas naturale liquefatto (Gnl) russo. Questa tendenza continua nel 2025, con una media di 74,3 milioni di metri cubi al giorno di importazioni di gas russo a febbraio, con un aumento mensile dell’11%.
Il gas di Mosca arriva in Europa a bordo delle cosiddette «navi fantasma». Una rete complessa (e segreta) di navi, armatori, porti e passaggi sicuri dominati da Paesi disposti a trattare con la Russia. Una rete opaca fatta di intermediari, di carichi nascosti privi di coperture contro i danni ambientali, polizze fantasma, trasbordi di metano liquido in mezzo agli Oceani da una nave all’altra. Una rete costituita da navi gasiere battenti bandiere di comodo, con triangolazioni in Europa tra Cipro e Malta (ne avevamo scritto qui tempo anche per le importazioni di petrolio bannate dalla Ue e gli Usa).
Scarse informazioni e raccolte male
Ci sono personaggi sconosciuti che hanno comprato navi vecchie per costruire questo mercato parallelo. Componendo una flotta «dark», che naviga nell’ombra. È il caso della Germania, che è riuscita ad aggirare il divieto di acquistare direttamente gas da Mosca, continuando ad importarlo attraverso altri porti europei. Tutto è reso possibile – dicono gli analisti di Ember – dalla mancanza di trasparenza. Alcune informazioni non vengono raccolte, altre che vengono reperite a livello nazionale non sono comparabili a livello europeo perché raccolte in modi diversi, o sono di difficile accesso, registra un’analisi del quotidiano di Confindustria.
Aumentano anche le importazioni via tubo
Ma anche le importazioni dalla Russia via gasdotto continuano, nonostante il mancato rinnovo dell’accordo di transito per l’Ucraina con la rete Uregony-Pomary-Uzhorod, avvenuto il primo gennaio 2025. Nel febbraio 2025 l’Unione Europea ha ricevuto 56 milioni di metri cubi al giorno di gas russo attraverso il gasdotto TurkStream, con un aumento mensile dell’11%. In totale, le importazioni di combustibili fossili russi da parte dei 27 hanno raggiunto 21,9 miliardi di euro nel 2024, superando i 18,7 miliardi di euro di aiuti finanziari forniti all’Ucraina.
Le analisi sul prezzo
Nel 2025, il prezzo di riferimento del gas in Europa, il TTF (Title Transfer Facility), è circa il doppio rispetto ai livelli pre-crisi. Solo nel 2024 è aumentato del 59%, passando da 30 a 48 euro megawattora. Questo ha a sua volta spinto i prezzi dell’energia elettrica in Europa, con l’industria del vecchio Continente che – come messo nero su bianco nel rapporto Draghi – paga il doppio rispetto a Stati Uniti e Cina.

Ray Dalio, ‘preoccupato da qualcosa di peggio di una recessione’
(ANSA) – “Siamo molto vicini a una recessione e temo che possa esserci qualcosa di peggio se la situazione non sarà gestita bene”. Lo ha affermato il miliardario fondatore di Bridgewater Ray Dalio, dicendosi preoccupato dal possibile smantellamento della struttura economica e geopolitica in vigore dalla Seconda guerra Mondiale. “Stiamo passando dal multilateralismo, che è un ordine di stampo americano, a un ordine unilaterale caratterizzato da forti conflitti”, ha messo in evidenza Dalio.

(ANSA) – Il dollaro scende ai minimi degli ultimi sei mesi dopo le ennesime dichiarazioni di Donald Trump sui dazi sui chip e con il timore che la confusione sulla politica tariffaria possa allontanare gli operatori dagli asset statunitensi. Il Bloomberg Dollar Spot Index ha perso lo 0,3% dopo aver toccato il livello più basso da ottobre.
Quest’anno l’indicatore è sceso di quasi il 6% a causa delle crescenti tensioni commerciali con la Cina, dell’incertezza sulla politica Usa e con i dubbi sulla crescita economica americana. D’altra parte, l’euro sta vivendo il rally più rapido dal 2009, con gli operatori che scommettono su una salita fino a 1,20 dollari. La moneta unica europea ha raggiunto il suo livello più alto in tre anni alla fine della scorsa settimana, avvicinandosi a 1,15 dollari e viaggia oggi a ridosso di 1,14.
Fmi: rischi geopolitici minacciano stabilita’ finanziaria
(AGI) – I principali rischi geopolitici, comprese le tensioni commerciali, possono innescare “grandi correzioni dei prezzi delle azioni”. Lo ha affermato il Fondo Monetario Internazionale in un capitolo del prossimo “Global Financial Stability Report”.
Secondo l’istituto di Washington, una estrema volatilita’ del mercato puo’ infatti minacciare la stabilita’ finanziaria. Senza fare espressamente riferimento ai dazi di Trump, il Fondo sottolinea che le situazioni di rischio, inclusi conflitti, guerre, attacchi terroristici, spese militari e restrizioni commerciali, sono aumentate notevolmente dal 2022.
Di qui l’esortazione alle istituzioni finanziarie a detenere capitale e liquidita’ sufficienti per aiutare a far fronte a potenziali perdite derivanti da questo tipo di rischi utilizzando anche stress test e altri strumenti per identificare e gestire tali rischi. Nel suo rapporto, il FMI ha citato inoltre ad esempio che i conflitti militari internazionali, come l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia nel 2022, sono stati gli eventi di rischio piu’ significativi, facendo scendere i rendimenti azionari in media di 5 punti percentuali al mese, il doppio rispetto ad altri eventi di rischio geopolitico
LO STOP DI TRE MESI AI DAZI NON SALVERA’ IL CULONE DI TRUMP: PER I MERCATI FINANZIARI L’INSTABILITÀ ECONOMICA È PEGGIO DELLA PESTE, E DONALD HA ORMAI ADDOSSO IL MARCHIO DELL’AGENTE DEL CAOS – I FONDI ISTITUZIONALI EUROPEI ABBANDONANO GLI INVESTIMENTI IN SOCIETA’ AMERICANE, IL DOLLARO SCENDE, IL RENDIMENTO DEI BOND USA SI IMPENNA, LE AZIENDE CHE PRODUCONO TRA CINA E VIETNAM RISCHIANO DI SALTARE (TRUMP HA SALVATO APPLE MA NON NIKE) – PER QUESTO IL CALIGOLA COL CIUFFO HA RINCULATO SUI DAZI (CINA ESCLUSA) – MA LO STOP DI TRE MESI NON È SERVITO A TRANQUILLIZZARE I POTERI FORTI GLOBALI, CON IL DRAGONE DI XI JINPING CHE RISPONDE DURO ALLE TARIFFE USA A COLPI DI “DUMPING”: ABBASSANDO IL COSTO DEI PRODOTTI CHE NON ESPORTA PIU’ IN USA (COMPRESO L’EXPORT DELLE RISORSE DELLE TERRE RARE, STRATEGICO PER LE MULTINAZIONALI HI-TECH) – SONDAGGI IN PICCHIATA PER TRUMP: IL 60% DEGLI AMERICANI POSSIEDE AZIONI TRAMITE I FONDI PENSIONE…
DAGOREPORT
Lo stop di tre mesi ai dazi non basterà a salvare il culone di Trump, né l’economia americana. Il Caligola ddella Casa Bianca pensava che fosse sufficiente mettere in pausa le tariffe per far rientrare il genio nella lampada.
Non sapeva, il tapino col ciuffo cotonato, che ormai è troppo tardi: una volta innestato nella finanza il germe dell’instabilità, è finita. L’unico veleno che i mercati non potranno mai accettare è quella dell’incertezza: se non sei considerato affidabile, finisci kaputt.
È andata così: dopo il tracollo dei mercati azionari americani, seguito al “Liberation day” del 2 aprile, Trump è stato messo sotto assedio dalle grida di disperazione dei colossi bancari e grandi fondi pensione.
Una rivolta che è diventata un “Si salvi chi può!” da parte dei boss delle aziende a stelle e strisce, che l’hanno issato alla Casa Bianca sborsando milioni di dollari, come Apple, che produce il 90% degli iPhone in Cina, e Nike, che fabbrica il 50% delle sue sneaker in Vietnam.
All’assedio dei rivoltosi, la richiesta di Trump è stata: potete resistere almeno per 15 giorni, evitandomi una clamorosa e globale figura di merda? Lor Signori hanno risposto “manco per il cazzo, qui sta crollando tutto!” e hanno, di fatto, costretto il tycoon alla retromarcia.
È a quel punto che Trump ha chiamato il segretario al Tesoro, Scott Bessent, e ha deciso di fermare le tariffe per tutti i Paesi del mondo, ad esclusione della Cina.
Ma la frittata, ormai, era fatta: i mercati avevano dato il loro inappellabile giudizio. Come scrive Rana Foroohar sul “Financial Times”: “La scorsa settimana potrebbe essere ricordata come l’inizio della fine dell’eccezionalismo economico americano. […]Anche se la Cina dovesse indietreggiare e assecondare il presidente (cosa assolutamente remota), o se il sistema commerciale globale subisse solo cambiamenti in misura moderata, il danno è ormai fatto. La fiducia negli Stati Uniti è evaporata”.
Il dollaro cala, i rendimenti dei Treasury Bond deve aumentare per diventare di nuovo appetibile, e il debito pubblico americano è considerato una bomba a orologeria pronta ad esplodere.
L’assoluta instabilità decisionale del presidente americano porta i fondi istituzionali europei a chiudere i loro rapporti con i colossi di Wall Street, mentre quelli Usa iniziano a fuggire, a cambiare rotta e puntare all’Europa (nel primo trimestre del 2025, gli ETF europei hanno fatto segnare un incremento di 87,1 miliardi di euro di raccolta rispetto all’anno scorso).
A questo punto, come scrive Arthur Kroeber, sempre sul “Financial Times”, il “maestro” del “deal”, l’affarista Donald Trump, non ha più le carte in mano, parafrasando i suoi attacchi a Zelensky: “Ha perso la leva nei negoziati commerciali. Non può più alzare i dazi, perché il mercato dei Treasury si ribellerebbe nuovamente. La conseguenza è che la maggior parte dei leader globali cercherà accordi rapidi in cui si riducono i dazi in cambio di concessioni cosmetiche e segni esteriori di deferenza. Nessuno, però, accetterà di compromettere i propri rapporti commerciali con la Cina”.
Pechino, da parte sua, è destinata a vincere la guerra commerciale: “potrebbe perdere domanda dagli Stati Uniti, ma può sostituirla con la domanda interna; può fare a meno delle importazioni dagli Stati Uniti […] e può stabilizzare la propria economia senza una forte svalutazione della valuta”.
Xi Jinping ha poi un ventaglio amplissimo di “armi a disposizione”: ha innanzitutto in pancia i 760 miliardi di titoli di Stato Usa, che se venduti di appena un 10% potrebbero far esplodere il costo del debito.
Poi c’è il monopolio delle terre rare: è di oggi la notizia che il Governo ha bloccato l’export dei minerali “critici”, fondamentali per l’industria Usa. Una mossa che rischia di paralizzare le multinazionali tecnologiche statunitensi, alla quale si aggiunge la limitazione delle importazioni di prodotti agricoli e energia americana.
Poi ha il caro e vecchio ”dumping”, grazie al quale è diventata la prima manifattura del Globo: se gli americani smetteranno di comprare i loro prodotti, li riverseranno a bassissimo costo in tutto il mondo, a partire dall’Europa, costringendo gli altri Paesi a una spirale al ribasso senza via d’uscita.
Che può fare Trump? Nel suo delirio di onnipotenza da novello Cesare (anzi, Caligola), pensava di poter trattare con Xi Jinping e gli altri leader europei come fa un mafioso con il boss di un clan rivale, ma non ha considerato le ripercussioni.
Soprattutto, il paradosso più grande per uno che si è sempre vantato del suo successo come imprenditore (nonostante la “passione” per le bancarotte), è essere diventato kryptonite per i mercati: chi gestisce il denaro vuole la stabilità.
Ps. Anche la storiella del “togliamo ai ricchi per dare ai poveri” non regge: negli Usa il 60% delle persone possiede azioni, direttamente o indirettamente, tramite fondi pensione. Inoltre il settore finanziario è quello che sostiene le imprese, che danno lavoro al “proletariato” tanto caro al mondo “Maga”.
E infatti, oltre ai fondi, scappano anche gli elettori: il 56% degli statunitensi disapprova la sua gestione dell’economia. L’approvazione generale per il presidente è scesa dal 50 per cento al 47 per cento. Il 54 percento degli americani considera le politiche di Trump maggiormente responsabili per lo stato dell’economia rispetto a quelle varate da Joe Biden.



