
E “DOGE” FU
ELON MUSK HA DICHIARATO CHE DA MAGGIO RIDURRÀ IL LAVORO PER L’AMMINISTRAZIONE TRUMP, PER CONCENTRARSI SU TESLA, LE CUI VENDITE SONO CROLLATE: “IL LAVORO DEL DOGE È QUASI COMPLETO. CONTINUERÒ A LAVORARE CON IL TEAM DEL DIPARTIMENTO UN GIORNO O DUE A SETTIMANA, FINCHÉ IL PRESIDENTE LO VORRÀ, PER ASSICURARMI CHE SPRECHI E FRODI NON SI VERIFICHINO PIÙ” – ALL’ANNUNCIO DEL MILIARDARIO KETAMINICO, IL TITOLO DI TESLA A WALL STREET È SALITO DEL 3,94%…
MUSK ANNUNCIA, DA MAGGIO LAVORERÒ MENO PER TRUMP
(ANSA) – WASHINGTON, 22 APR – Elon Musk ha affermato che da maggio ridurrà il lavoro per l’amministrazione Trump per concentrarsi su Tesla. Ieri il Washington Post aveva anticipato che il miliardario era pronto a lasciare perché stanco di dover affrontare quella che considera una serie di attacchi sgradevoli e immorali da parte della sinistra, secondo una fonte a lui vicina.
La verità è anche che da quando è alla guida del dipartimento per l’efficienza energetica le azioni e le vendite della Tesla sono colate a picco.
MUSK, ‘IL MIO LAVORO AL DOGE È QUASI COMPLETATO’
(ANSA) – WASHINGTON, 22 APR – Dopo aver annunciato l’intenzione di fare un passo indietro dal Doge a maggio, Elon Musk ha spiegato che il lavoro del dipartimento è “quasi completo”.
“Continuerò a lavorare con il team del Doge per il resto del mandato del presidente Donald Trump per assicurarmi che sprechi e frodi non si verifichino più”, ha dichiarato il miliardario precisando che vi si dedicherà “un giorno o due a settimana. Finché il presidente lo vorrà”.
TESLA SALE A WALL STREET CON MUSK, +3,94%
(ANSA) – WASHINGTON, 22 APR – Tesla sale a Wall Street dopo che Elon Musk ha detto che da maggio lavorerà meno per Donald Trump. I titoli del colosso delle auto elettriche avanzano, nelle contrattazioni after hours, del 3,94%.

MEDIA, ‘OFFERTA FINALE’ TRUMP, KIEV ACCETTI L’OCCUPAZIONE
(ANSA) – Washington si aspetta oggi la risposta dell’Ucraina a un accordo di pace che includa il riconoscimento della Crimea come parte della Russia e il riconoscimento non ufficiale del controllo russo su quasi tutte le aree occupate dall’invasione del 2022: lo riporta Axios, che cita fonti a conoscenza diretta della proposta.
Il documento di una pagina presentato dagli Usa ai funzionari ucraini a Parigi la scorsa settimana descrive questa come “l’offerta finale del presidente Trump’, scrive il sito di notizie statunitense. La Casa Bianca insiste di essere pronta ad abbandonare la mediazione se le parti non raggiungono un accordo a breve.
Sull’Ucraina l’America snobba gli europei: “Putin accetta la nostra pace”
Rubio e Witkoff non vanno al vertice di Londra. I media: “Da Mosca sì alla bozza di Trump”. Zelensky spera in un incontro a Roma

Riconoscere l’annessione della Crimea alla Russia, in cambio del congelamento della guerra in Ucraina lungo la linea attuale del fronte, e la rinuncia di Putin alle parti delle quattro province rivendicate che al momento non occupa. È la sostanza della proposta Usa per chiudere il conflitto, che secondo il Financial Times e il Washington Post il Cremlino sarebbe disposto ad accettare. Per questo motivo, ossia l’imminenza di un possibile accordo con Mosca, il capo della diplomazia americana Rubio e l’inviato speciale Witkoff avrebbero cancellato la partecipazione al vertice di oggi a Londra con gli europei, anche se la portavoce del dipartimento di Stato dice che è solo un problema logistico.
Nei giorni scorsi Rubio aveva avvertito che Trump era pronto ad abbandonare la mediazione, se non avesse portato risultati a breve, poi però il presidente aveva detto di aspettarsi un’intesa entro la settimana. La proposta, secondo il Wp, era stata presentata agli ucraini la settimana scorsa a Parigi, come ultima possibilità. Gli Usa riconoscerebbero la Crimea come territorio russo, ma senza un simile atto formale da parte di Kiev, allentando le sanzioni. Zelensky poi dovrebbe rinunciare alla Nato. Putin in cambio fermerebbe le operazioni militari, e secondo Ft rinuncerebbe ai territori delle province di Donetsk, Luganks, Kherson e Zaporizhzhia che al momento non occupa.
Gli europei manderebbero un contingente in Ucraina per garantire la sicurezza del Paese, ma la frontiera di circa mille chilometri sarebbe pattugliata da una forza militare non Nato, in collaborazione con i due eserciti ora impegnati a combattersi. La soluzione non sarebbe definitiva, ma potrebbe diventare permanente nei fatti, come è accaduto tra le due Coree. Gli europei avrebbero manifestato scetticismo, temendo che Putin stia solo cercando di circuire Trump, ma Rubio e Witkoff avrebbero rinunciato al vertice di Londra, dove andrà invece l’inviato per l’Ucraina Kellogg, proprio perché non lo ritengono più importante con l’accordo a portata di mano.
A Londra, a poche ore dal vertice, è il caos. Una persona coinvolta nei negoziati risponde ai messaggi con un’emoticon eloquente: la testa che scoppia. I piani Usa sono cambiati all’ultimo per incontrare Putin. E senza Rubio e Witkoff, il summit di oggi rischia di rivelarsi un flop. Negli ultimi mesi, il premier Starmer, insieme a Macron, ha richiesto insistentemente a Trump il “backstop”, ossia il deterrente militare e nucleare post-guerra in Ucraina affinché la Russia non attacchi più, cruciale per la Coalizione dei Volenterosi guidata da Londra e Parigi. Una simile rassicurazione farebbe ingoiare a britannici e francesi, e dunque pure agli ucraini, la cessione della Crimea alla Russia, la riduzione delle sanzioni e il niet su Kiev nella Nato (anche se i britannici sono convinti che a lungo termine accadrà). La sensazione è che invece, nonostante gli sforzi recenti, oggi a Londra gli europei – britannici, francesi e tedeschi, Italia assente – e gli ucraini siano stati ancora una volta tagliati fuori da Trump. Forse anche per questa ragione Zelensky spera di incontrarlo a margini dei funerali del Papa a Roma.

CAPO TESORO USA, STALLO COMMERCIALE CON LA CINA È INSOSTENIBILE
(ANSA) – WASHINGTON, 22 APR – Il segretario del Tesoro americano Scott Bessent ha dichiarato a un evento a porte chiuse ospitato da JPMorgan Chase che la situazione di stallo commerciale tra Washington e Pechino non è sostenibile e si aspetta una de-escalation.
Le dichiarazioni di Bessent, riportate dalla Cnn, arrivano proprio quando Donald Trump ha dichiarato che “alla fine” ridurrà i dazi alla Cina “ma non a zero”. Bessent ha anche sottolineato la necessità di un commercio equo e ha affermato che Pechino deve riequilibrare la propria economia.
XI, ‘DA GUERRE TARIFFARIE DANNI A COMMERCIO MULTILATERALE’
(ANSA) – PECHINO, 23 APR – Le guerre tariffarie e commerciali minano “i diritti e gli interessi legittimi di tutti i Paesi, danneggiano il sistema commerciale multilaterale e hanno un impatto sull’ordine economico mondiale”. Lo ha detto il presidente Xi Jinping, incontrando l’omologo azero Ilham Aliyev, in visita a Pechino.
Xi, secondo i media statali, ha affermato che la Cina è disposta a collaborare con l’Azerbaigian “per tutelare il sistema internazionale con l’Onu al centro e l’ordine basato sul diritto internazionale” allo scopo di “proteggere con decisione i rispettivi diritti e interessi legittimi e di difendere l’equità e la giustizia internazionale”.
DA COLOMBE A FALCHI: IL NORD EUROPA SI ARMA – ACCANTONATA L’ERA DEL PACIFISMO, I PAESI NORDICI METTONO IN COMUNE LE RISORSE MILITARI, PER RISPONDERE ALLE MINACCE DELLA RUSSIA, ANCHE IN VISTA DEL DISIMPEGNO MILITARE DI TRUMP. ED EMERGONO COME MODELLO PER LA DIFESA DELL’EUROPA – IL “WALL STREET JOURNAL”: “LA SVEZIA PRODUCE SOTTOMARINI, CARRI ARMATI E AEREI DA COMBATTIMENTO SUPERSONICI. LA NORVEGIA POSSIEDE CAPACITÀ DI SORVEGLIANZA MARITTIMA E DI COMBATTIMENTO NELL’ARTICO. LA FINLANDIA HA UNO DEI PIÙ GRANDI ESERCITI PERMANENTI. E LE FORZE SPECIALI DANESI HANNO DECENNI DI ESPERIENZA IN AFGHANISTAN E IRAQ…”

Estratto dell’articolo del “Wall Street Journal” – dalla rassegna stampa estera di EprComunicazione
Per molto tempo, i paesi nordici sono stati più noti per i loro sforzi di pace e la vita accogliente che per il militarismo. Ora stanno abbandonando questa immagine. I paesi nordici sono emersi come modello per la difesa dell’Europa. Stanno guidando gli sforzi per invertire decenni di riduzioni militari per contrastare sia l’aggressione russa che le incerte garanzie di sicurezza offerte dalla Casa Bianca di Trump.
I quattro principali paesi nordici sono tra i principali donatori europei di aiuti militari all’Ucraina in rapporto alla popolazione e hanno adottato misure per inaugurare una nuova architettura di sicurezza regionale meno dipendente dagli Stati Uniti.
Qualsiasi paese nordico avrebbe difficoltà a tenere testa militarmente alla Russia da solo. Ma insieme, i paesi nordici hanno un’economia grande quanto quella del Messico e quasi quanto quella della Russia. Dopo l’adesione della Svezia e della Finlandia alla NATO, hanno messo in comune alcune delle loro forze.
La Svezia vanta un’industria della difesa avanzata che produce sottomarini, carri armati e aerei da combattimento supersonici. La Norvegia possiede capacità di sorveglianza marittima e di combattimento nell’Artico. La Finlandia ha uno dei più grandi eserciti permanenti e delle più grandi forze di artiglieria pro capite in Europa.
E le forze speciali danesi hanno decenni di esperienza nell’impiego in alcune delle zone più pericolose dell’Afghanistan e dell’Iraq per combattere le guerre americane. (Il quinto paese nordico, l’Islanda, non ha un esercito permanente né un’industria della difesa).
“Si tratta di un raggruppamento regionale con il potenziale economico e le risorse per sviluppare una base industriale e difensiva completamente integrata come quella tedesca, ma con una percezione delle minacce e una volontà politica completamente diverse”, ha affermato Eric Ciaramella, senior fellow del programma Russia ed Eurasia presso il think tank Carnegie Endowment for International Peace ed ex analista senior dell’intelligence statunitense.
[…]
Oggi, la visione nordica condivisa della Russia come una grave minaccia futura ha avvicinato questi paesi più che mai nella storia moderna. Una recente valutazione dei servizi segreti danesi ha affermato che la Russia potrebbe iniziare una guerra su vasta scala contro uno o più paesi europei della NATO entro tre-cinque anni, un’opinione che trova più eco nei paesi baltici che nelle altre capitali occidentali.
“I paesi nordici hanno una politica di sicurezza unificata per la prima volta dal 1400, quando fu fondata l’Unione di Kalmar”, ha affermato Jens Stoltenberg, ex segretario generale della NATO e attuale ministro delle finanze norvegese. ‘Hanno riconosciuto l’importanza di approfondire la loro cooperazione militare in un modo che non si vedeva da diversi secoli’.
I paesi nordici hanno unito le loro forze aeree, istituendo nel 2023 un comando aereo congiunto nordico. L’anno scorso hanno definito una visione per la difesa comune fino al 2030 nell’ambito della Cooperazione nordica per la difesa, o Nordefco.
Senza dubbio, i paesi nordici stanno compensando decenni di disarmo seguiti alla fine della Guerra Fredda. La necessità di riarmarsi è cresciuta con il declino della fiducia dell’Europa negli Stati Uniti come alleato affidabile sotto la presidenza Trump.
In nessun luogo questa consapevolezza è più forte che a Copenaghen, in prima linea nel confronto europeo con Trump dopo che questi ha minacciato di annettere la Groenlandia, territorio danese. La protezione danese dell’isola artica, grande tre volte il Texas, si basa in gran parte su sette navi obsolete, così prive di armi e sensori da poter essere a malapena considerate navi da guerra, e su una dozzina di soldati d’élite trainati da cani su slitte.
[…]
La Finlandia ha una delle forze armate più grandi d’Europa in rapporto al numero di abitanti. È in grado di mobilitare 280.000 soldati in poche settimane e quasi un finlandese su sei, ovvero circa 900.000 persone, è riservista. I rifugi sotterranei sparsi in tutto il Paese possono ospitare all’incirca il resto della popolazione. La Finlandia sta ora valutando la possibilità di ritirarsi dalla Convenzione di Ottawa, che vieta le mine antiuomo.
La Svezia è un motore dell’innovazione militare. I caccia JAS 39 Gripen, progettati per operare su piste corte e contrastare gli aerei russi, hanno partecipato per la prima volta a una missione di sorveglianza della NATO nel mese di marzo. Il Stridsvagn 122 svedese è uno dei carri armati più avanzati al mondo e il suo CV90 è uno dei migliori veicoli da combattimento della fanteria.
Sia la Finlandia che la Svezia hanno la coscrizione obbligatoria. In Svezia, il servizio militare è neutro dal punto di vista del genere e altamente selettivo, il che lo rende un’attività d’élite. Mentre altri paesi europei faticano ad aumentare i propri effettivi, le forze armate svedesi rifiutano migliaia di giovani ogni anno.
La Norvegia, a lungo criticata per la sua spesa insufficiente nonostante disponga del più grande fondo sovrano al mondo, pari a 1,5 trilioni di dollari, e nonostante i profitti derivanti dall’aumento dei prezzi dell’energia causato dalla guerra in Ucraina, ha recentemente annunciato il raddoppio del suo sostegno a Kiev, che supererà gli 8 miliardi di dollari nel 2025.
“È un riconoscimento del fatto che dobbiamo fare di più per sostenere l’Ucraina, ma anche che abbiamo bisogno di una ripartizione più equa degli oneri tra i paesi della NATO”, ha detto Stoltenberg.
[…]
In futuro, le strade dei Paesi nordici potrebbero divergere. Ad esempio, mentre la Danimarca e la Svezia sono disposte a contribuire con truppe a una forza di pace dopo un cessate il fuoco in Ucraina, la Finlandia, con i suoi 830 miglia di confine con la Russia, preferirebbe probabilmente mantenere i soldati a casa.
Per ora, un blocco nordico unito potrebbe servire da modello per altri gruppi di nazioni, come quelli che si affacciano sul Mar Nero, ha affermato Matti Pesu, ricercatore senior presso l’Istituto finlandese per gli affari internazionali. Il modello può anche fungere da polizza assicurativa per il futuro, se l’alleanza transatlantica dovesse disintegrarsi sotto Trump, ha affermato. “È un potenziale piano B se la NATO non funziona”, ha affermato Pesu.

UCRAINA: AXIOS, OFFERTA FINALE TRUMP, KIEV ACCETTI OCCUPAZIONE
(AGI) – Gli Stati Uniti attendono per oggi la risposta dell’Ucraina a una proposta di pace “finale” che include il riconoscimento della Crimea come parte della Russia e il riconoscimento non ufficiale del controllo di Mosca su quasi tutte le aree occupate dall’invasione del 2022. Lo ha riferito Axios citando fonti a conoscenza diretta della proposta.
L'”offerta finale” e’ stata presentata a funzionari ucraini a Parigi la scorsa settimana. la Casa Bianca sostiene di essere pronta ad abbandonare l’iniziativa se le parti non raggiungeranno presto un accordo. la proposta di Trump richiederebbe importanti concessioni da parte del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, che in precedenza aveva escluso la possibilita’ di accettare l’occupazione russa della Crimea e di parti di quattro regioni dell’Ucraina orientale.
Una fonte vicina al governo ucraino ha fatto sapere che per Kiev la proposta e’ fortemente sbilanciata a favore della Russia. “la proposta indica molto chiaramente quali vantaggi tangibili otterra’ la Russia, ma solo vagamente e in modo generico cosa otterra’ l’Ucraina”.
UCRAINA: VANCE, ‘KIEV E MOSCA ACCETTINO SCAMBIO TERRITORI PER FERMARE UCCISIONI’
(Adnkronos) – Il vicepresidente degli Stati Uniti Jd Vance ha esortato Mosca e Kiev ad accettare la spartizione territoriale proposta da Washington per raggiungere un cessate il fuoco in Ucraina.
“È giunto il momento, credo, di compiere, se non l’ultimo passo, uno dei passi finali, cioè, a livello generale, la parte che dice che fermeremo le uccisioni, congeleremo le linee territoriali ad un livello vicino a quello attuale – ha detto Vance ai giornalisti durante la visita in India – Naturalmente questo significa che sia gli ucraini che i russi dovranno cedere parte del territorio che possiedono attualmente”.
CREMLINO, ‘SUI PIANI DI PACE MOLTE NOTIZIE FALSE’
(ANSA) – “Ci sono un sacco di notizie false che appaiono sui media”. Lo ha detto il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, dopo che ieri il Financial Times aveva scritto che il presidente russo Vladimir Putin sarebbe pronto ad un cessate il fuoco sulla linea attuale del fronte in Ucraina. “Capite che ogni bozza delle diverse opzioni per una soluzione non può essere resa pubblica, perché appena diventano pubbliche, perdono ogni efficacia”, ha aggiunto Peskov, citato dall’agenzia Ria Novosti.
MEDIA KIEV, SUMMIT LONDRA RIDIMENSIONATO PER NODO CRIMEA
(ANSA) – Il summit di Londra “è stato ridimensionato dopo il rifiuto del presidente Zelensky di riconoscere l’annessione russa della Crimea”. Lo scrivono i media di Kiev.
UE, ‘CRIMEA È UCRAINA, SOSTENIAMO L’INTEGRITÀ TERRITORIALE’
(ANSA) – “Siamo al fianco dell’Ucraina” con l’impegno a sostenerne “la sovranità, indipendenza e integrità territoriale. Per quanto riguarda la Crimea, la nostra posizione è davvero chiara: la Crimea è Ucraina”. Lo ha detto Guillaume Mercier, portavoce della Commissione europea, nel suo briefing quotidiano con la stampa, interpellato sugli asseriti piani di pace russi che vorrebbero i confini ucraini congelati allo stato attuale del conflitto e sui negoziati in corso a Londra.
L'”OFFERTA FINALE” DI TRUMP PER LA PACE RICHIEDE CHE L’UCRAINA ACCETTI L’OCCUPAZIONE RUSSA
Il governo degli Stati Uniti si aspetta una risposta da parte dell’Ucraina mercoledì riguardo a un quadro di pace che include il riconoscimento da parte degli Stati Uniti della Crimea come parte della Russia e il riconoscimento informale del controllo russo su quasi tutte le aree occupate dall’invasione del 2022, secondo fonti con conoscenza diretta della proposta.
Perché è importante: Il documento di una pagina presentato dagli Stati Uniti ai funzionari ucraini a Parigi la scorsa settimana descrive questa come l’“offerta finale” del presidente Trump. La Casa Bianca insiste di essere pronta a ritirarsi se le parti non raggiungono presto un accordo.
Cosa ottiene la Russia secondo la proposta di Trump:
• Riconoscimento “de jure” da parte degli Stati Uniti del controllo russo sulla Crimea.
• “Riconoscimento de facto” dell’occupazione russa di quasi tutta la regione di Luhansk e delle porzioni occupate di Donetsk, Kherson e Zaporizhzhia.
• Una promessa che l’Ucraina non diventerà membro della NATO. Il testo nota che l’Ucraina potrebbe diventare parte dell’Unione Europea.
• La revoca delle sanzioni imposte dal 2014.
• Cooperazione economica rafforzata con gli Stati Uniti, in particolare nei settori energetico e industriale.
Cosa ottiene l’Ucraina secondo la proposta di Trump:
• “Una solida garanzia di sicurezza” che coinvolge un gruppo ad hoc di paesi europei e potenzialmente anche paesi non europei con mentalità simile. Il documento è vago su come funzionerebbe questa operazione di mantenimento della pace e non menziona alcuna partecipazione degli Stati Uniti.
• La restituzione della piccola parte della regione di Kharkiv occupata dalla Russia.
• Passaggio senza ostacoli del fiume Dnepr, che corre lungo la linea del fronte in alcune parti dell’Ucraina meridionale.
• Compensazione e assistenza per la ricostruzione, anche se il documento non specifica da dove proverrebbero i fondi.
Altri elementi del piano:
• La centrale nucleare di Zaporizhzhia — la più grande struttura di questo tipo in Europa — sarà considerata territorio ucraino ma operata dagli Stati Uniti, con elettricità fornita sia all’Ucraina che alla Russia.
• Il documento fa riferimento all’accordo sui minerali tra Stati Uniti e Ucraina, che Trump ha detto sarà firmato giovedì.
L’intrigo: Il piano è stato redatto dopo che l’inviato di Trump, Steve Witkoff, ha incontrato Putin per più di quattro ore la scorsa settimana.
E poi: Witkoff si recherà a Mosca più tardi questa settimana per il suo quarto incontro con Putin, ha annunciato martedì la Casa Bianca.
Tra le righe: Un funzionario statunitense coinvolto nelle discussioni ha detto che Rubio e Witkoff hanno lavorato insieme “per sviluppare un quadro che ci avvicini alla fine della guerra”.
Cosa dicono: “I negoziati continuano e speriamo di essere nella giusta direzione”, ha detto martedì ai giornalisti la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt.

Google, il processo antitrust e il rischio di «spezzatino» (e perché Trump non difende le Big Tech)
La stretta regolatoria delle autorità americane non solo non si è allentata, ma sembra intensificarsi, con il Dipartimento di Giustizia (Doj) e la Federal Trade Commission (Ftc) che portano avanti battaglie legali senza precedenti. Anche Uber ora è nel mirino, mentre prosegue il procedimento contro Meta
Paolo Ottolina
C’è un vento freddo che soffia da Washington verso la Silicon Valley. Non lo hanno frenato l’atteggiamento a dir poco accomodante che Big Tech ha adottato nei confronti di Trump e neppure i milioni che, zelanti, le aziende hanno versato per la cerimonia d’insediamento del presidente. Eppure la stretta regolatoria delle autorità americane non solo non si è allentata, ma sembra persino intensificarsi, con il Dipartimento di Giustizia (Doj) e la Federal Trade Commission (Ftc) che portano avanti battaglie legali senza precedenti.
Le accuse a Google e il rischio di «spezzatino»
Diverse big, da Meta a Uber, sono nel mirino ma al centro dell’uragano, ora più che mai, c’è Google: dopo che il giudice Amit P. Mehta del tribunale distrettuale di Washington DC ha stabilito, lo scorso agosto, che Google ha illegalmente abusato del suo potere di mercato per soffocare la concorrenza nella ricerca online, definendola un «monopolista che ha agito per mantenere il suo monopolio», si è aperta la fase decisiva del procedimento quella dei cosiddetti «rimedi». Al termine di tre settimane di dibattimento verrà deciso cosa fare, nel concreto, per ripristinare un equilibrio competitivo.
Una risoluzione extra-giudiziale sembra al momento molto improbabile: le posizioni del Dipartimento di Giustizia e di Google non potrebbero essere più distanti. Il governo americano, attraverso le parole del suo rappresentante legale David Dahlquist, chiede misure drastiche per «ripristinare la concorrenza dei mercati» e spezzare quello che viene definito un ciclo di pratiche anticoncorrenziali, un meccanismo vizioso che ha permesso a Google di lasciare indietro i rivali. Le richieste principali sono tre. Si parla di obbligo di condividere i dati di ricerca di cui Google è in possesso ai concorrenti; di interrompere i pagamenti riccorrenti ad altre aziende, come quello da 20 miliardi di dollari l’anno per Apple, finalizzati a rendere pre-impostato il motore di ricerca di Big G sugli iPhone e su altri browser e dispositivi. Ma la misura più radicale fa balenare all’orizzonte l’incubo dello spezzatino: il Doj chiede che Google venda Chrome, il suo browser, dominante tra i software che permettono di accedere al web (oggi ha i due terzi del mercato) e considerato secondo l’accusa una «significativa via d’accesso per la ricerca», capace di generare miliardi di dollari di entrate pubblicitarie. E se queste misure non fossero efficaci, entro cinque anni il DOJ si riserva la possibilità di chiedere anche la cessione di Android, il sistema operativo mobile di Google, anch’esso dominante a livello globale. Richieste pesantissime su cui, almeno per ora, Trump si è ben guardato dall’intervenire.
L’avvocato Dahlquist ha sottolineato la gravità della situazione: «Questo è il momento per la corte di dire a Google, e a tutti gli altri monopolisti là fuori che ci stanno ascoltando, che ci sono conseguenze quando si infrangono le leggi antitrust».
La replica di Google
La difesa di Google, guidata dall’avvocato John Schmidtlein, dipinge ovviamente un quadro completamente diverso. Le richieste del governo sono definite «estreme» e «fondamentalmente viziate». Google, sostiene Schmidtlein, «si è guadagnata il suo posto sul mercato in modo equo e corretto», grazie a «duro lavoro e ingegnosità», come gli investimenti tempestivi che le hanno permesso di dominare la “rivoluzione mobile” mentre concorrenti come Microsoft restavano indietro. Le misure proposte dal Doj, secondo la difesa, non farebbero altro che «premiare i concorrenti con vantaggi che non avrebbero mai ottenuto» altrimenti, permettendo loro di capitalizzare sulle innovazioni e sugli investimenti di Google, finendo per «danneggiare e non promuovere la concorrenza». La richiesta di condividere dati e risultati viene vista come un «regalo», una «lista dei desideri per i concorrenti che cercano di ottenere i benefici delle straordinarie innovazioni e dei segreti commerciali di Google, sviluppati in decenni».
L’unica concessione che Google sembra disposta a fare riguarda una maggiore flessibilità e rinegoziazione annuale di alcuni accordi, come quello con Apple, ma senza rinunciare tout court alla possibilità di pagare per mantenere una posizione privilegiata su dispositivi e browser.
Ue multa Apple per 500 milioni e Meta per 200 milioni
(ANSA) – La Commissione Ue ha multato Apple per 500 milioni di euro e Meta per 200 milioni per violazioni del regolamento sui mercati digitali Dma.
Per il gruppo della Mela afferma di aver accertato la violazione dell’obbligo di anti-steering, che ha impedito cioè che i consumatori potessero essere reindirizzati a servizi esterni.
Alla casa madre di Facebook contesta invece di aver violato l’obbligo di offrire la possibilità di scegliere un servizio che utilizzi meno dati personali. Si tratta delle prime sanzioni decise per inadempienze del Dma. Lo annuncia una nota.
Sia Apple e Meta sono tenute ora a conformarsi alle decisioni della Commissione europea e rimuovere i comportamenti contestati entro 60 giorni, altrimenti rischiano il pagamento di sanzioni periodiche.
Le sanzioni inflitte, ha spiegato l’esecutivo comunitario, hanno tenuto conto della gravità e della durata della non conformità, e sono ben al di sotto del tetto del 10% del fatturato previsto dal Dma per le multe in caso di violazioni. Nel dettaglio, per quanto riguarda Apple ai sensi del Dma gli sviluppatori di app distribuite sull’App Store di Apple dovrebbero poter informare i clienti di offerte alternative esterne, indirizzarli verso tali offerte e consentire loro di effettuare acquisti.
Secondo la Commissione però Apple non ha rispettato tale obbligo e l’azienda non ha dimostrato che le restrizioni siano necessarie e proporzionate. La commissione ordina quindi ad Apple di rimuovere restrizioni tecniche e commerciali sulla gestione delle app e di astenersi dal proseguire nella condotta non conforme.
La Commissione afferma anche di aver chiuso l’indagine sugli obblighi di Apple in materia di scelta dell’utente, grazie al coinvolgimento tempestivo e proattivo di Apple nella ricerca di una soluzione di conformità. Quanto a Meta, la decisione di non conformità riguarda il modello ‘consenso o pagamento’ introdotto a novembre 2023 per gli utenti di Faceook e Instagram, che potevano scegliere se acconsentire alla combinazione di dati personali per la pubblicità personalizzata o pagare un abbonamento mensile per un servizio senza pubblicità.
Ai sensi del Dma, le società designate come gatekeeper sulla base del regolamento devono richiedere il consenso degli utenti per combinare i loro dati personali tra i servizi. Gli utenti che non acconsentono devono avere accesso a un’alternativa meno personalizzata ma equivalente.
Secondo l’esecutivo Ue il modello introdotto da Meta non consentiva agli utenti di esercitare il diritto di acconsentire liberamente alla combinazione dei propri dati personali.
La sanzione colpisce nel dettaglio solo l’offerta tra marzo 2024, all’entrata in vigore degli obblighi del Dma, e novembre 2024, quando Meta ha cambiato il modello.
La nuova offerta di Meta, con un’opzione che utilizza una quantità minore di dati personali per visualizzare gli annunci pubblicitari, resta invece sotto esame. Rispetto a Meta la Commissione ha anche stabilito che la piattaforma di intermediazione online Facebook Marketplace,non è più essere designato ai sensi del Dma (ha meno di 10mila utenti aziendali nel 2024)

Mercati versus Trump 4-0: perché il presidente sta perdendo la partita (e la credibilità) con il sistema finanziario
Per quattro volte la rivolta dei mercati e delle imprese gli ha imposto delle retromarce
Ci sono numeri più potenti persino del presidente degli Stati Uniti. Dall’inizio dell’anno i mercati azionari in America hanno perso circa 5.700 miliardi di dollari di valore, oltre due volte e mezza il prodotto interno lordo dell’Italia; dal loro picco di febbraio al punto più basso registrato due settimane fa, la distruzione di valore azionario negli Stati Uniti (senza contare i mercati del resto del mondo) era arrivata a 11.600 miliardi di dollari, qualcosa come il 10% del prodotto lordo del pianeta Terra.
Mercati vs Trump
Basta questo per spiegare il risultato della partita ingaggiata da Donald Trump contro il commercio internazionale e persino contro gli assetti delle istituzioni economiche nel suo stesso Paese. Il parziale, per il momento, è: «Mr. Market 4 – Donald Trump 0». La partita ovviamente non è conclusa, forse neanche il primo tempo lo è. Ma già per quattro volte in poche settimane i mercati azionari, valutari e del reddito fisso hanno piegato l’uomo più potente del mondo; hanno obbligato Trump a una rapida e improvvisa correzione di rotta. Per farsi un’idea basta ripercorrere all’indietro il film delle ultime settimane, partendo dalla fine: l’incontro che il presidente ha tenuto con la stampa nello studio ovale nella serata americana di ieri, che registra due vistosi arretramenti.
Gli attacchi contro Powell
Il primo riguarda la Federal Reserve e la tentazione della Casa Bianca di provare a sostituire il suo presidente, Jerome Powell, con una figura più controllabile dal potere politico. Trump negli ultimi giorni aveva definito Powell «Mr. Too Late» («Signor Ritardatario»), un «perdente» e lo aveva invitato in maniera pressante a tagliare i tassi d’interesse; soprattutto, aveva cercato di scaricare su di lui la colpa del percepibile rallentamento dell’economia americana e aveva affacciato la possibilità di una defenestrazione di Powell stesso, che peraltro sarebbe quanto meno molto discutibile sul piano della legalità costituzionale negli Stati Uniti.
La fuga di capitali e la retromarcia
«Se lo voglio mandare via, sarà fuori davvero in fretta», aveva detto giorni fa Trump a proposito del capo della Fed. Il consigliere economico della Casa Bianca Kevin Hassets aveva aggiunto venerdì, sull’opzione del licenziamento del banchiere centrale, che «il presidente e la sua squadra continueranno a studiare questa questione». Stanotte la marcia indietro: «Non ho intenzione di licenziarlo», ha ripetuto tre volte Trump rispondendo a una domanda su Powell. Né è difficile capire perché: le minacce all’indipendenza della banca centrale avevano innescano una fuga di capitali dagli Stati Uniti e dal dollaro. Il biglietto verde aveva perso il 6% sul franco svizzero in appena quattro giorni e l’oro aveva registrato una performance di mercato del 40% superiore a quella della borsa americana dall’inizio della presidenza Trump, perché gli investitori si sono dimostrati molto rapidi nel mettere in dubbio il ruolo del dollaro come moneta dominante del sistema finanziario internazionale.
Il cambio di rotta sulla Cina
Sempre stanotte la seconda marcia indietro di Trump, stavolta sulla Cina e i dazi stratosferici al 145% imposti dopo un rapido giro di ritorsioni seguite al «Liberation Day» delle «tariffe reciproche» annunciate il 2 aprile scorso. Ieri la correzione di rotta, imposta dai crolli di borsa intervenuti nel frattempo. Trump ha detto: «Giocherò in modo carino con la Cina, non vedo l’esigenza di giocare duro – ha detto –. I dazi finali scenderanno in modo sostanziale e non saranno al 145%, anche se non saranno a zero». Da notare che da Pechino fino ad ora non erano giunte aperture, ma solo ulteriori ritorsioni, con dazi fatti salire in modo speculare al 125% sui prodotti importati dagli Stati Uniti.
Più che la linea dura della Cina, dev’essere stata quella dei mercati ad aver piegato la mano di Trump. Del resto, lo aveva già fatto almeno altre due volte nei giorni precedenti. Il 9 aprile il presidente ha «sospeso» per tre mesi i dazi «reciproci» su 184 Paesi, preferendo per il momento una tariffa più bassa e uguale per tutti del 10% in attesa di negoziati (il tutto è avvenuto al termine di una catastrofica settimana sui mercati, nella quale le vendite avevano iniziato a investire anche i titoli di Stato americani). E l’11 aprile sempre Trump aveva annunciato un’altra «esenzione», questa volta ai super-dazi contro la Cina, riservata ai soli prodotti di elettronica di consumo. Anche in questo caso, non è difficile capire perché: la californiana Apple, che produce circa l’80% dei suoi smartphone in Cina, aveva visto 650 miliardi di dollari della sua capitalizzazione di mercato volatilizzarsi in pochi giorni dopo l’annuncio dei dazi contro Pechino.
La lezione per l’Europa
Così per quattro volte in due settimane Trump ha sfidato i mercati e ha dovuto battere rapidamente in ritirata. Di sicuro, anche a seguito di enormi pressioni esercitate in privato su di lui dai grandi interessi finanziari e del Big Tech negli Stati Uniti. La carovana del presidente corre veloce ma continua a sbandare, sballottata da forze con le quali non aveva fatto i conti fino in fondo. Per l’Europa, che sui dazi si prepara a negoziare con lui, c’è qualcosa di cui prendere nota.

IL “DEEP STATE” SI PREPARA A FARE A STELLE E STRISCE TRUMP – LA LETTERA APERTA DI 200 EX FUNZIONARI DELLA SICUREZZA E DIPLOMATICI USA (TRA CUI L’EX AMBASCIATRICE ALLE NAZIONI UNITE, LINDA THOMAS-GREENFIELD) CHE INVITANO AD OPPORSI AL PRESIDENTE USA: “HA ATTACCATO I PILASTRI DELLA DEMOCRAZIA IN PATRIA E ALL’ESTERO”. NEL GIORNO IN CUI IL SEGRETARIO DI STATO AMERICANO MARCO RUBIO HA ANNUNCIATO IMPORTANTI TAGLI AL DIPARTIMENTO I DIPLOMATICI SCRIVONO CHE…
(ANSA) Oltre 200 ex funzionari della sicurezza nazionale e diplomatici americani chiedono di opporsi a quello che definiscono “l’attacco” alla democrazia da parte dell’amministrazione Trump.
Lo riporta la Cnn. In una lettera aperta, i funzionari affermano che il “fondamento morale” della “leadership globale” americana è a rischio.
Tra i numerosi firmatari figurano decine di ambasciatori in pensione, tra cui l’ex ambasciatrice alle Nazioni Unite, Linda Thomas-Greenfield, e l’ex vicesegretario generale della Nato, Alexander Vershbow, oltre a diversi ex agenti di intelligence della Cia in pensione.
Nel giorno in cui il segretario di Stato americano Marco Rubio ha annunciato importanti tagli al dipartimento i diplomatici scrivono che “la sfida viene dall’interno, poiché il presidente Trump e la sua amministrazione hanno attaccato i pilastri della nostra democrazia qui in patria e la nostra forza in tutto il mondo”.
“La democrazia e la sicurezza americane sono indissolubilmente legate, indebolire l’una significa inevitabilmente indebolire anche l’altra. Come patrioti e funzionari pubblici di entrambi i partiti che hanno lavorato per proteggere l’America per decenni, vediamo questo legame sgretolarsi alla velocità della luce”, si sottolinea ancora nella lettera.
“Molti di noi hanno prestato servizio in paesi in cui i leader eletti democraticamente hanno intrapreso la strada dell’autocrazia e sappiamo che questa crisi richiede una risposta urgente e unitaria”, dicono gli ex alti funzionari che chiedono ai loro colleghi di “contestare congiuntamente e pubblicamente le politiche pericolose dell’amministrazione e lo smantellamento di istituzioni essenziali”. (ANSA).



Tre potenti esplosioni hanno scosso il centro commerciale Afimall City nel centro di Mosca, con un denso fumo che si alzava dalla scena, secondo quanto riferito da testimoni oculari.
Fonti vicine al Cremlino affermano che le esplosioni sono state causate dall’esplosione di un’auto nel parcheggio sotterraneo del centro commerciale, che ha successivamente innescato un incendio.
I servizi di emergenza stanno intervenendo, ma nessun rapporto ufficiale ha confermatola presenza di vittime o l’entità dei danni. La causa dell’esplosione è ancora oggetto di indagine, e le autorità non escludono ancora l’ipotesi di sabotaggio o terrorismo.

EUROCAMERA BOCCIA ITER GIURIDICO UE PER IL PIANO RIARMO
(ANSA) – In una sessione a porte chiuse la Commissione Affari Giuridici dell’Eurocamera (Juri) si è espressa contro l’uso, voluto dalla Commissione Ue, dell’art. 122 dei Trattati, che elude la consultazione del Parlamento europeo, sulla proposta di regolamento del Consiglio che istituisce lo strumento Safe, una delle basi economiche del piano Rearm Ue di Ursula von der Leyen.
Lo spiega il servizio stampa dell’Eurocamera. La commissione Juri ha approvato un parere legale secondo cui l’uso dell’art. 122 “non è base giuridica appropriata per questa proposta” e comunicherà la raccomandazione al Presidente del Pe affinché valuti ulteriori passi.
M5S, BOCCIATURA CLAMOROSA PARLAMENTO, URSULA RITIRI PIANO RIARMO
(ANSA) – “La Commissione Juri del Parlamento ha confermato all’unanimità l’illegalità della decisione della Presidente della Commissione Ue, Ursula Von der Leyen, di ricorrere all’articolo 122 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea per scavalcare il voto dell’eurocamera sul suo piano di riarmo.
Una illegalità denunciata senza mezzi termini dall’ufficio legale del Parlamento europeo, che ha stabilito che per il piano RearmEu non ricorrono le condizioni di emergenza per il ricorso al 122. Una bocciatura clamorosa della politica bellicista dell’ex ministra della Difesa tedesca che ora ha il dovere politico di ritirare il suo folle piano di riarmo”. Lo dichiarano i capigruppo M5S delle Commissioni Politiche Ue di Senato e Camera, Pietro Lorefice e Filippo Scerra.




