

Musk-Trump, un’altra crepa. Elon: “I tagli alla Nasa penalizzano la scienza”
Il miliardario non può partecipare alle discussioni sull’argomento perché la sua SpaceX ha contratti con la Nasa
Una nuova crepa si apre nei rapporti fra Donald Trump e Elon Musk. Il piano dell’amministrazione di ridurre drasticamente il budget per la Nasa è definito dal miliardario «preoccupante. Sono a favore della scienza, ma sfortunatamente non posso partecipare alle discussioni sul budget della Nasa in quanto SpaceX ha contratti con la Nasa».

I professori di Harvard fanno causa a Trump sui fondi pubblici
(ANSA) – I professori dell’università di Harvard fanno causa all’amministrazione Trump per voler mettere sotto esame nove miliardi di dollari di fondi federali per l’ateneo. L’azione legale presentata dalla divisione di Harvard della American Association of University Professors, accusa l’amministrazione di violare il Titolo VI del Civil Rights Act per “costringere le università a minare la libertà di parola e la ricerca accademica al servizio della politica e delle preferenze politiche del governo”.
“Harvard, come tutte le altre università americane, dipende dai fondi federali per condurre la sua ricerca” e minacce come quelle della Casa Bianca sui finanziamenti pubblici sono come una “pistola puntata alla testa” per l’ateneo, si legge nella causa.
“Trump punta a deportare 1 milione di migranti in un anno”
A riferirlo al Washington Post sono alcuni funzionari. Si lavora con almeno 30 Paesi affinché ospitino gli immigrati che non sono loro cittadini
Un milione di immigrati illegali da deportare nel 2025. L’Amministrazione Trump avrebbe indicato l’obiettivo, assai ambizioso, per superare nettamente il “record” di Obama che espulse 400mila persone nel 2016. A riferirlo al Washington Post sono alcuni funzionari che però non hanno dettagliato come l’Amministrazione intenda fare e nemmeno quale è la contabilità alla base dell’obiettivo. Al momento sembra una missione assai difficile per la carenza di fondi, di personale e soprattutto per il fatto che la maggior parte degli immigrati hanno il diritto che sia un giudice a deliberare sul loro status e sull’eventuale deportazione. Ma il piano è comunque in fase avanzata e l’architetto è Stephen Miller, consigliere per la politica domestica e punto di riferimento per le politiche sull’immigrazione. Una delle strategie prese in considerazione è trovare un modo per espellere rapidamente 1.4 milioni di immigrati già con foglio di via ma che vengono rifiutati dal paese di appartenenza. Si sta lavorando – spiegano le fonti al quotidiano della capitale – con almeno 30 Paesi affinché ospitino gli immigrati che non sono loro cittadini. È un’operazione, tuttavia, complessa e che finora non ha prodotto risultati tali da lasciare ipotizzare di raggiungere la cifra di 1 milione di espulsioni. Anche perché ogni caso va trattato singolarmente e i tempi non sono rapidi. A complicare gli sforzi è inoltre la mancanza di fondi. Nella bozza di budget federale approvata giovedì dal Congresso c’è uno stanziamento ulteriore per il potenziamento dei controlli alla frontiera meridionale oltre che un aumento del personale e dello staff per le deportazioni. Ma le cifre non sarebbero, secondo gli esperti, tali da poter raggiungere l’obiettivo.
La portavoce del Dipartimento per la Homeland Security Tricia McLaughlin, ha comunicato che a fine marzo le deportazioni superavano quota 100mila anche se il numero è una combinazione fra gli arresti negli Usa e anche i divieti di ingresso comminati agli immigrati negli aeroporti e nei posti di frontiera di terra e mare.
L’Amministrazione, intanto, si trova alle prese con il caso del cittadino del Salvador residente in Maryland erroneamente deportato. Si tratta di Kilmar Abrego Garcia mandato in Salvador il 15 marzo nonostante un ordine di restrizione che ne impediva il trasferimento. Venerdì Paul Xinis, giudice distrettuale di Washington, ha chiesto agli avvocati del Dipartimento di Giustizia di rivelare il luogo dove è detenuto l’uomo e di aggiornare quotidianamente la corte e quindi garantire il suo rientro negli Stati Uniti.
La sentenza giunge all’indomani della decisione della Corte suprema che ha confermato l’ordine di Xinis di “facilitare ed effettuare” il rientro di Abrego Garcia riconoscendo però che il termine “effettuare” non è chiaro e potrebbe andare oltre l’autorità del tribunale. Donald Trump, comunque, dall’Air Force One venerdì sera ha risposto che, se la Corte suprema gli chiederà di riportare negli Usa l’uomo, rispetterà l’ordine.
Abrego Garcia è un immigrato del Salvador, vive in Maryland con regolare permesso di lavoro dal 2019 ed è stato deportato per un errore.
L’udienza di venerdì è stata drammatica. La giudice Xinis ha chiesto all’avvocato del Dipartimento di Giustizia, Drew Ensign, dove si trovasse l’uomo. «È inquietante che il governo nemmeno dica dove si trova», ha detto a Ensign aggiungendo che «il suo cliente (il Dipartimento di Giustizia, ndr) non ha fatto nulla per facilitare il suo ritorno».
Abrego Garcia è stato arrestato dalla US Immigration and Costume Enforcement (ICE) il 12 marzo. È stato interrogato sulle presunte affiliazioni con la gang criminale MS-13. Tre giorni dopo è stato caricato su uno dei tre voli diretti in Salvador con a bordo esponenti della MS-13 e anche del gruppo criminale venezuelano Tren de Aragua. Alcuni dei deportati non avevano però precedenti criminali.
Secondo i gruppi per i diritti umani e I democratici l’Amministrazione Trump sta violando i diritti degli stranieri ad avere un processo regolare. Citano non solo il caso di Abrego Garcia e di molti venezuelani ma anche gli sforzi per deportare studenti universitari negli Usa con regolare visto o green card (permesso di residenza) per aver partecipato a manifestazioni pro-Palestina. In questa spirale è ad esempio finito Mahmoud Khalil, passaporto algerino e green card americana che si è diplomato alla Columbia University. È stato arrestato con l’accusa di rappresentare una minaccia per la sicurezza nazionale avendo partecipato e organizzato manifestazioni pro-Palestina nel campus di New York. Venerdì sera un giudice della Louisiana ha dato ragione all’Amministrazione ammettendo la deportazione. Il caso non è chiuso e gli avvocati di Khalil potranno ricorrere. I suoi legali hanno tempo sino al 23 aprile.
ZELENSKY SU RAID SUMY, ‘SOLO UN BASTARDO PUÒ FARE TANTO’
(ANSA) – “Un terribile attacco missilistico balistico russo su Sumy. I missili nemici colpiscono una normale strada cittadina, la vita di tutti i giorni: case, istituti scolastici, auto in strada… E questo avviene in un giorno in cui le persone vanno in chiesa: la Domenica delle Palme, la festa dell’ingresso del Signore a Gerusalemme.
Secondo i dati preliminari, decine di civili sono rimasti uccisi e feriti. Solo un bastardo potrebbe comportarsi così”: lo scrive su Telegram il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky. L’attacco, secondo il sindaco della città, ha provocato più di 10 morti.
“È necessaria una forte risposta mondiale. Gli Stati Uniti, l’Europa, tutti nel mondo che vogliono porre fine a questa guerra e a queste uccisioni. La Russia vuole esattamente questo tipo di terrore e sta prolungando questa guerra. Senza pressione sull’aggressore, la pace è impossibile. I colloqui non hanno mai fermato la balistica e le bombe aeree – ha sottolineato il capo dello Stato -.
Abbiamo bisogno di un atteggiamento nei confronti della Russia che un terrorista merita. Grazie a tutti coloro che sono con l’Ucraina e ci aiutano a proteggere la vita”. Zelensky ha poi fatto le “condoglianze alle famiglie e agli amici” delle vittime, aggiungendo che è “in corso un’operazione di salvataggio”.
SU X UN VIDEO CON I CADAVERI IN STRADA A SUMY
(ANSA) – Un video ripreso da telefonino pubblicato sui social, rilanciato da Volodymyr Zelensky sul suo account di X, mostra una strada di Sumy dopo l’attacco missilistico russo. Si vedono corpi disseminati in terra, alcuni già allineati, fra detriti e calcinacci, soccorritori che trasportano un cadavere fuori da un edificio. Nello sfondo si vedono automobili in fiamme dalle quali si levano colonne di fumo nero.
KIEV, ‘ATTACCO MISSILISTICO RUSSO SU SUMY, MOLTI MORTI’ ++
(ANSA) – Un attacco missilistico russo sulla città di Sumy, nel nord-est dell’Ucraina, ha provocato questa mattina “molti morti”: lo ha reso noto su Telegram il sindaco, Artem Kobzar, come riporta Rbc-Ucraina.
“Oggi ci sono molti morti a causa di un attacco missilistico (…) Il nemico ha colpito di nuovo la popolazione civile”, ha scritto il sindaco della città. Da parte sua, il capo dell’ufficio presidenziale, Andriy Yermak, ha confermato che l’attacco ha provocato numerose vittime, senza precisarne il numero. Allo stesso tempo, il capo del Centro per la lotta alla disinformazione del Consiglio nazionale di difesa e sicurezza ucraino, Andriy Kovalenko, ha sottolineato che i russi hanno deliberatamente lanciato l’attacco la domenica delle Palme per provocare numerose vittime.
ECCO COSA SUCCEDE A METTERE UN IMMOBILIARISTA A GESTIRE LA DIPLOMAZIA AMERICANA – L’INVIATO SPECIALE DI TRUMP, STEVE WITKOFF, INANELLA UNA GAFFE INTERNAZIONALE DOPO L’ALTRA. DA ULTIMO SI È MESSO LA MANO SUL CUORE APPENA HA VISTO PUTIN A SAN PIETROBURGO – TRA KIEV E LE CAPITALI EUROPEE SERPEGGIA DA TEMPO IL SOSPETTO CHE L’EX UOMO D’AFFARI ESPERTO DEL MERCATO IMMOBILIARE, PRECIPITATO NELLA POLITICA INTERNAZIONALE, NON SAPPIA DI COSA STA PARLANDO…
Il sospetto che l’ex uomo d’affari esperto del mercato immobiliare americano precipitato nella politica internazionale non sapesse di cosa stesse parlando serpeggiava da tempo tra Kiev e le capitali europee.
Si era rafforzato durante i negoziati in Arabia Saudita con le delegazioni russa e ucraina a fine marzo, quando, davanti alle televisioni di tutto il mondo, non era stato in grado di ricordare i nomi delle quattro regioni ucraine parzialmente occupate dalle truppe russe dal 2022 (Donetsk, Lugansk, Kherson e Zaporizhzhia).
Aveva fatto confusione tra la Crimea, già occupata nel 2014, e le altre prese più di recente. Poi un’altra gaffe aveva lasciato i suoi critici indecisi se fosse frutto di pura ignoranza, oppure avesse volutamente scelto di sposare in toto la propaganda del Cremlino.
Parlando ancora delle zone occupate, aveva infatti sottolineato che la loro popolazione «ha a grande maggioranza espresso la volontà di assoggettarsi alla sovranità russa». Il riferimento era al referendum farlocco voluto da Putin nel settembre 2022 e imposto dai soldati russi con i mitra puntati contro civili inermi. Un referendum considerato illegale e condannato da larga parte della comunità internazionale.
Da allora il lavoro di Steve Witkoff è sempre più associato ai fallimenti dei tentativi di Donald Trump di essere il paciere del mondo. Scenario ucraino, Gaza, Iran in bilico: non c’è ad ora un risultato positivo.
Difficile dire quanto gravi siano le responsabilità dirette del 67enne Witkoff, originario del Bronx e compagno di partite sui campi da golf di Trump, quando entrambi si occupavano di affari immobiliari. Il presidente allora avevA apprezzato le sue qualità di negoziatore. Ma un conto è comprare con profitto un palazzo a Manhattan e un altro è trattare il cessate il fuoco tra Hamas e Israele, o parlare con quel giocatore di poker dei negoziati che è Putin.
A San Pietroburgo dicono che due giorni fa il presidente russo lo abbia costretto a otto ore di anticamera. Un dato comunque è certo: Witkoff nulla ha a che fare con le sottigliezze intellettuali di Henry Kissinger (l’uomo dell’apertura alla Cina nei primi anni Settanta e della pace tra Israele e Egitto nel 1979), o con le grandi visioni di George Kennan, l’inventore della teoria del «contenimento»
Ma Kissinger e Kennan erano il meglio della cultura del dipartimento di Stato Usa, fondata su conoscenza storica e pragmatismo del dialogo. Witkoff è invece il prodotto del semplicismo populista trumpiano, per cui un accordo diplomatico non dovrebbe essere più complesso di un contratto per l’acquisto di un immobile.
Resta però il problema che adesso i fallimenti stanno diventando preoccupanti. Gli accordi tra Israele e Hamas, che Trump aveva addirittura annunciato poche ore prima del suo insediamento alla Casa Bianca il 19 gennaio, sono finiti nella polvere delle bombe israeliane e dei nuovi morti a Gaza.
I negoziati sull’Iran restano penalizzati dalla scelta di Trump nel suo primo mandato di rompere unilateralmente gli accordi che bloccavano i programmi nucleari di Teheran. E la guerra tra Mosca e Kiev è più calda che mai.
Le crepe nell’incantesimo tra Donald Trump e Elon Musk
Dal voto perso in Wisconsin alla «guerra» con la Cina, aumentano segnali (e meme) di fastidio. Ma è presto per dire che siamo ai titoli di coda di un rapporto che serve a entrambi
Diversissimi — Elon re del digitale, Donald immerso nell’analogico — simili solo nel narcisismo, Musk e Trump sembravano inconciliabili. E, invece, i due hanno trovato nella disruption un terreno d’azione comune. Un collante che sembrava destinato a durare: al presidente l’imprenditore di Tesla e SpaceX e gli altri tecnologi trumpiani della Silicon Valley erano parsi capaci di dare concretezza con le loro capacità ingegneristiche al suo forte ma indefinito desiderio di demolire il regime esistente.
Per Musk e gli altri tycoon Trump era, invece, il bulldozer capace di rimuovere vincoli e tutele che rallentano il ritmo delle loro innovazioni. Con obiettivi ambiziosi di lungo periodo (portare nel 2028 alla Casa Bianca il loro uomo: JD Vance) e vantaggi immediati (i valori della Tesla di Musk e della Palantir di Peter Thiel raddoppiati in poche settimane).
L’idillio
A chi obiettava che l’Iron Man venuto dal Sudafrica che vuole trasferire l’umanità su Marte e l’immobiliarista abituato a sfidare il prossimo sui tavoli negoziali o nelle aule dei tribunali (ha affrontato 4000 cause civili e penali) erano specie troppo diverse per poter andare d’accordo, venivano opposti l’entusiasmo di Musk per la nuova avventura politica e l’interesse di Trump a usare l’immensa popolarità di Elon facendone un apripista: non solo nella campagna elettorale, ma anche nella nuova stagione di governo. Sono bastate un paio di settimane per demolire quelle apparenti certezze. Chi parla di un’alleanza già arrivata ai titoli di coda esagera: Donald continua ad avere un debole per Elon che trova affascinante, anche se a volte dannoso, mentre Musk ha investito troppo in politica per poter mollare tutto. Ma non c’è dubbio che l’incantesimo è rotto. In questi giorni i segnali di allontanamento tra i due sono stati soprattutto quelli di un Musk che non nasconde la sua contrarietà alla politica dei dazi del presidente. Ma i guai erano cominciati già con la sconfitta elettorale in Wisconsin: il candidato repubblicano per la Corte Suprema fortemente sostenuto da Musk con denaro e impegno personale nei comizi battuto con ben 10 punti di scarto. Il team di Trump che considera Elon un estraneo, uno che rifiuta il gioco di squadra, lo aveva subito attaccato e il presidente, preoccupato per il voto di midterm, aveva fatto capire che il suo impegno nel Doge (riforma amministrativa) verrà ridotto.
Il video per la Lega
L’imprenditore miliardario, scottato da quell’esperienza, non ascoltato dal presidente sui dazi, ha deciso di uscire allo scoperto contestando la linea Trump nel suo intervento al congresso della Lega: «Ho proposto al presidente una zona di libero scambio Europa-Usa senza dazi» al posto dei balzelli appena imposti alla Ue. Il giorno dopo ha attaccato con violenza Peter Navarro, lo stratega della Casa Bianca, gran sostenitore di una politica di alti dazi per punire amici e avversari, soprattutto la Cina. Per Elon un personaggio mediocre, con «un ego che eccede l’intelligenza».
Poi, poco notato perché non proveniente direttamente da Elon, è arrivata la sberla di suo fratello Kimbal, molto legato a lui: è nel board di Tesla ed è stato direttore di SpaceX. Kimbal, che ha parlato prima della moratoria di 90 giorni, ha definito i dazi di Trump «una tassa permanente sui consumatori Usa» e, poi, ancora «la più alta tassa introdotta da un presidente in America da molte generazioni a questa parte». Tesi opposta a quella di Trump secondo il quale i dazi non sono una tassa sul consumatore americano, ma una punizione nei confronti degli esportatori stranieri che invadono il mercato Usa.
La citazione
Ma l’intervento più urticante, quello col significato politico più pesante, anche se non compreso da tutti, Musk l’ha fatto attraverso un meme: un vecchio filmato in bianco e nero di due minuti nel quale l’economista liberista Milton Friedman spiega, descrivendo le varie parti di una matita — grafite, legno, gomma, lacca, guarnizione di metallo — come e perché i commerci senza barriere sono essenziali per produrre in modo efficiente, riducendo i costi. Una lezione trasmessa a Trump datata 1980: l’anno dell’elezione di Ronald Reagan, tuttora figura di grande rilievo nell’Olimpo repubblicano, che seguì l’insegnamento di Friedman. Dal quale, invece, Trump si sta distanziando sempre di più. Per alcuni il rapporto si è logorato perché il segno più è stato sostituito da quello meno: Musk non fa più guadagnare voti, ma li fa perdere. Mentre Trump promette nuove età dell’oro ma intanto provoca disastri finanziari (in tre sedute di Borsa Elon ha perso 30 miliardi di dollari). Vero, ma c’è molto di più. Soprattutto l’ira di Musk per la guerra dei dazi con la Cina, suo partner essenziale (la maggior parte delle Tesla vendute nel mondo vengono dallo stabilimento di Shanghai). E per l’accusa di aver tentato di ottenere dal Pentagono informazioni top secret su un eventuale conflitto con Pechino. Su questo Trump non lo ha attaccato, ma nemmeno difeso. E lui ha reagito con un meme: un grosso top secret scritto su un foglio durante una riunione di governo, sotto gli occhi dei giornalisti.
UCRAINA: TRUMP, ‘NEGOZIATI VANNO BENE, AD UN CERTO PUNTO BISOGNA FARE O TACERE
(Adnkronos) – Donald Trump esprime la convinzione che i negoziati tra Russia e Ucraina per un cessate il fuoco “stiano andando bene”, ma sottolinea la necessità che si arrivi presto ad una soluzione. “Credo che tra Ucraina e Russia possa andare bene, lo scoprirete molto presto – ha detto ai giornalisti su Air Force One – c’e’ un punto in cui bisogna fare o tacere. Vedremo quello che succede, ma credo che stia andando bene”.

Ucraina divisa come la Berlino del Muro. Il piano Usa indigeribile per Kiev e Mosca
L’inviato della Casa Bianca Kellogg propone di “congelare” il conflitto lungo la linea del fronte. Zelensky non avrebbe garanzie per l’Est e Putin non otterrebbe tutte le regioni che vorrebbe
Dividere l’Ucraina «quasi come Berlino dopo la Seconda guerra mondiale»: il generale Keith Kellogg ora dice di essere stato frainteso dal Times, e di «non aver parlato di una spartizione» nella sua intervista, ma le spiegazioni che ha fornito ai giornalisti britannici non lasciano molti dubbi riguardo all’idea di un Paese diviso in tre zone. Il piano proposto dall’inviato dell’amministrazione americana fondamentalmente “congela” il conflitto lungo la linea del fronte esistente, con una zona demilitarizzata di circa 15 chilometri da ogni lato, sul modello delle due Coree. I territori già conquistati dalle truppe russe rimarrebbero quindi sotto il controllo militare e amministrativo di Mosca, mentre il resto dell’Ucraina verrebbe diviso in due: la parte dalla linea di divisione fino al fiume Dnipro (e quindi a Kyiv) rimarrebbe sotto la protezione esclusiva dell’esercito ucraino, mentre il Centro e l’Ovest verrebbero presidiati dagli ucraini insieme al contingente misto anglo-francese di “forza di pace”.

Un accordo che, secondo Kellogg, non prevede la divisione dell’Ucraina in settori controllati dai vari Paesi, ma permetterebbe di «sostenere la sovranità» di Kyiv dopo l’eventuale accordo di cessazione delle ostilità. In questa prospettiva, gli ucraini dovrebbero rassegnarsi a perdere di fatto – ma non giuridicamente – i territori dell’Est già conquistati dai russi, ottenendo in cambio come garanzia di sicurezza la presenza sul proprio suolo di truppe occidentali, che però non entrano a contatto diretto con i russi. Il numero di questo contingente sarebbe da decidere, ma è evidente che non sarebbe comunque sufficiente a contenere un’eventuale massiccia avanzata russa, fungendo fondamentalmente da “scudo umano”, nella speranza che il Cremlino non osi entrare in guerra con le truppe dei Paesi della Nato. La “zona cuscinetto” di territori ucraini che rimarrebbero invece soltanto sotto la protezione dell’esercito nazionale sembra indicare a Mosca che, in caso di una nuova offensiva, gli occidentali non interverrebbero a difenderla.
Vista da Kyiv, una «protezione a due livelli» probabilmente sarebbe inacettabile, anche perché esporrebbe di fatto l’Est del Paese – che Vladimir Putin ha più volte rivendicato come la “Novorossia” dell’impero degli zar – a una potenziale nuova invasione russa. Vista da Mosca, è un’idea che «Putin potrebbe rifiutare», ammette Kellogg: i russi chiedono tutte le quattro regioni dell’Est, inclusi i territori sotto il controllo di Kyiv. Ma soprattutto il problema è a Washington, dove appare sempre più evidente l’assenza di una strategia nei confronti della guerra che Donald Trump voleva far finire in 24 ore. Fonti diplomatiche e politiche hanno raccontato alla Reuters di uno scontro tra Kellogg e l’inviato speciale della Casa Bianca Steve Witkoff, che aveva già fatto discutere per il gesto della mano sul cuore con il quale ha salutato il dittatore russo a Pietroburgo. Witkoff avrebbe proposto a Trump – senza riuscire a convincerlo, per ora – di concedere alla Russia «in proprietà» le quattro regioni ucraine che Putin vuole.
Witkoff però è stato contestato non soltanto da Kellogg, ma anche da importanti esponenti repubblicani, preoccupati che l’imprenditore diventato diplomatico stia facendo gli interessi russi. Pochi giorni fa ha avuto uno scontro con i responsabili della sicurezza di Washington per aver invitato a cena a casa sua il negoziatore del Cremlino Kirill Dmitriev in violazione delle regole anti-spionaggio. E diversi senatori repubblicani avrebbero protestato con il segretario di Stato Marco Rubio e il consigliere per la Sicurezza nazionale Mike Waltz per l’intervista in cui Witkoff riconosceva i “referendum” di annessione tenuti dal Cremlino nei territori occupati del Donbas. Alcune fonti di Mosca sostengono che l’emissario americano avesse discusso con i russi anche possibili affari che potrebbero interessare imprenditori a lui vicini. «Witkoff deve andarsene e venire sostituito da Rubio», afferma una lettera che lo sponsor del partito repubblicano Eric Levine ha inviato ad altri finanziatori di Trump. E sempre secondo Reuters ci sarebbero altre tensioni nella trattativa americana con Kyiv sulle terre rare. Gli Usa avrebbero rivendicato il controllo di un gasdotto cruciale utilizzato per portare il gas russo in Europa. I colloqui sono diventati sempre più aspri e la richiesta è stata bollata come “estorsione coloniale”.
Intanto ieri il presidente americano ha prorogato le sanzioni contro la Russia applicate dall’amministrazione di Joe Biden. La linea degli Usa quindi per ora non cambia, anche perché in ogni caso l’Ucraina non accetterebbe la cessione di territori «in proprietà» ai russi, e Putin continua a perseguire una ulteriore espansione della sua sfera di influenza. Progetto che però potrebbe risultare impossibile: secondo una serie di esperti militari interpellati dal Telegraph, la mancanza di carri e blindati e gli attacchi dei droni ucraini rendono «quasi impossibile» una nuova avanzata russa.
Il divorzio impossibile tra Usa e Cina: nove iPhone su dieci sono “made in China”
La Casa Bianca ha dovuto scongiurare vertiginosi aumenti di prezzi e aggravi di costi per le società tecnologiche
Evitare una dolorosa ondata di rincari per gli americani che comprano smartphone, computer o altra elettronica. Scongiurare aggravi di costi per le società tecnologiche che stanno costruendo nuove fabbriche o centri dati per l’Intelligenza artificiale negli Stati Uniti. Limitare i colpi ai bilanci, e ai titoli di Borsa, di campioni e campioncini di Big Tech, da Apple a Nvidia, da Dell a HP. Ci sono tutti questi motivi – e la potenza delle lobby di settore – dietro all’ennesima retromarcia dell’amministrazione Trump sui dazi, da cui ieri sono stati esentati una serie di prodotti elettronici, sia di consumo che industriali. Ma il ripensamento è soprattutto la prova di quanto gli Stati Uniti siano dipendenti dalle fabbriche cinesi, e in generale asiatiche. Riportare indietro la produzione non è cosa che si possa fare alzando un muro doganale: richiede anni, una strategia, e ben che vada riuscirà solo in parte.
Il primo simbolo della marcia indietro sono gli iPhone di Apple. Anche perché la società di Cupertino cerca da anni di diversificare la produzione rispetto alla Cina, spostandone parte in India e Vietnam. Il problema è che, dati alla mano, questa strategia (chiamata “Cina più uno”) è fallita: il 90% dei Melafonini, e in generale l’80% di tutti gli smartphone importati negli Stati Uniti, vengono assemblati negli sconfinati stabilimenti pollaio della Repubblica popolare, ad alta intensità di lavoro e basso valore aggiunto. L’impatto dei super dazi sui prezzi di un iPhone 16 sarebbe enorme, da 1.200 a 2.100 dollari. Quello sui conti di Apple, che dal “giorno della liberazione” ha perso il 10% in Borsa, altrettanto pesante. Così ecco che i telefoni sono la voce di import più ricca tra quelle esentate da Trump. Non l’unica: ci sono anche Pc, schermi, memorie, tutti prodotti che aziende americane come Hp e Dell, o cinesi come Lenovo, producono in Cina per vendere negli Usa, e che prima dell’escalation tariffaria si sono affrettate a spedire e immagazzinare.
La seconda parte delle esenzioni è quella industriale, anche più strategica. Riguarda prodotti centrali per le ambizioni americane di sconfiggere la Cina nella grande corsa alla potenza di calcolo, quindi all’IA, per cui le filiere produttive sono ancora più complesse e globali, ma sempre centrate in Asia. Trump aveva già esentato i chip dalle tariffe, non però i potentissimi processori grafici di Nvidia, “neuroni” dell’Intelligenza artificiale che i giganti tecnologici stanno acquistando a decine di migliaia. Al momento vengono prodotti a Taiwan, poi infilati nei server sull’isola o in Messico. La Cina quindi non c’entra, ma anche la tariffa base del 10% imposta al resto del mondo renderebbe gli investimenti delle varie Microsoft, OpenAI, Google e Meta molto più onerosi. Sono made in China invece una serie di componenti meno “nobili” ma essenziali dei data center, come i moduli ottici per trasmettere i dati, anche loro esentati.
In prospettiva quei chip gli Stati Uniti vogliono produrseli in casa. Grazie ai generosi incentivi di Biden aziende americane come Intel o la taiwanese Tsmc stanno investendo decine di miliardi in nuovi stabilimenti. Serviranno anni però per portare a regime le linee. E soprattutto, servono gli ultrasofisticati macchinari per stampare chip fatti in Giappone o in Europa, dall’olandese Asml. Pezzi da centinaia di milioni, da ieri esclusi dai dazi.
Come ogni decisione di Trump anche questa lista di esenzioni è scritta sulla sabbia. L’intero settore dei chip, ha detto, sarà oggetto di uno specifico pacchetto di dazi, come quello che ha colpito l’auto. Le tariffe quindi arriveranno (o torneranno), ma è probabile che saranno più mirate. E potrebbero tornare anche quelle sull’elettronica di consumo cinese, ma magari più basse. Apple si è impegnata a investire negli Stati Uniti, ma assemblare tutti gli iPhone, gli iPad e i Mac sarebbe impossibile e ne farebbe lievitare il prezzo.
Se anche la marcia indietro è momentanea insomma, rivela una serie di fatti che Trump può ignorare, ma non cancellare. Per portare più produzione negli Stati Uniti servono anni e non sono i dazi orizzontali lo strumento che può accelerare il processo, anzi lo ostacolano. La Cina è l’unica vera superpotenza industriale, con un terzo della produzione globale, auguri a chi vuole divorziare: le prime stime dicono che queste esenzioni “salvano” dal 20 al 30% delle sue importazioni negli Stati Uniti, una notevole vittoria per Xi Jinping. Al di là della Cina poi, dopo trent’anni di globalizzazione le filiere dell’hardware sono legate a doppio filo con l’Asia: impossibile spezzarle senza che i colossi tecnologici, pilastro di Wall Street ma soprattutto della potenza americana, paghino sulla propria pelle.
Ultima nota: Trump aveva escluso esenzioni. Quelle di ieri potrebbero scatenare la corsa dei vari Paesi a chiederne altre per i loro prodotti forti, rendendo i negoziati più aperti ma anche più complessi e lunghi.

(ANSA) – NEW YORK, 13 APR – I dazi sui semiconduttori arriveranno “in un mese o due”. Lo afferma il segretario al commercio americano Howard Lutnick. “Non possiamo fare affidamento sulla Cina per le cose fondamentali di cui abbiamo bisogno: i nostri medicinali e i nostri semiconduttori devono essere prodotti in America”, ha detto Lutnick in un’intervista a Abc. Falco delle tariffe, il segretario al commercio americano è di recente sceso nella scala delle preferenze di Donald Trump che, secondo indiscrezioni, ha affidato il dossier dazi al segretario al Tesoro Scott Bessent. Il presidente in passato ha più volte evocato la possibilità di dazi sul settore dei semiconduttori e su quello della farmaceutica
Kiev, ‘i morti a Sumy sono 31, tra cui 2 bambini’
(ANSA-AFP) – Il bilancio dell’attacco missilistico russo su Sumy è salito a 31morti, tra cui due bambini: lo ha reso noto il Servizio statale di emergenza.
Zelensky, ‘premere su Mosca affinché metta fine alla guerra’
(ANSA) – “È molto importante che nessuno nel mondo resti in silenzio, né resti indifferente. Gli attacchi russi meritano solo condanna. È necessario fare pressione sulla Russia affinché metta fine alla guerra e garantisca la sicurezza della popolazione. Senza una pressione davvero forte, senza un adeguato sostegno da parte dell’Ucraina, la Russia continuerà a trascinare questa guerra”: lo scrive su Telegram il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, in un nuovo messaggio in cui conferma inoltre la morte di almeno 31 persone a Sumy.
“Sono passati due mesi da quando Putin ha ignorato la proposta americana di un cessate il fuoco completo e incondizionato. Purtroppo, loro lì, a Mosca, sono convinti di potersi permettere di continuare a uccidere. Dobbiamo agire per cambiare la situazione”, conclude Zelensky.
Usa, ‘l’attacco a Sumy ha superato i limiti della decenza’
(ANSA) – “L’attacco delle forze russe su target civili a Sumy ha superato i limiti della decenza”. Lo afferma Keith Kellogg, l’inviato speciale di Donald Trump per la Russia e l’Ucraina.
Meloni, orribile e vile attacco russo a Sumy ++
(ANSA) – “Nel giorno sacro della domenica delle Palme, a Sumy si è consumato un altro orribile e vile attacco russo, che ha causato ancora una volta vittime civili innocenti, tra cui purtroppo anche bambini. Condanno con fermezza queste violenze inaccettabili, che contraddicono ogni reale impegno di pace, promosso dal presidente Trump e sostenuto convintamente dall’Italia, insieme all’Europa e agli altri partner internazionali. Esprimo il mio più sincero cordoglio per le vittime, alle loro famiglie e a tutto il popolo ucraino. Continueremo a lavorare per fermare questa barbarie”. Così la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni.
Un video mostra l’istante in cui esplode un missile a Sumy
(ANSA) – ROMA, 13 APR – Un concitato video di pochi secondi mostra l’istante in cui un missile russo, forse il secondo, colpisce a Sumy. Si ode un boato e qualcuno che si ripara la testa, poi chi ha girato il video si mette a correre e si scorgono persone in preda al panico e si odono grida. Il terreno pieno di calcinacci e nell’aria c’è una nebbiolina di fumo o polvere.
Il video, ripreso da un cellulare e che riporta la scritta “Amministrazione regionale di Sumy? è stato trasmesso anche dalla Bbc. In un altro video ritrasmesso da Bbc e ripreso da una dashcam a bordo di un’automobile si vede un lampo alcune centinaia di metri più avanti sulla strada, in piena città, e si vedono i cavi del filobus che ondeggiano. Un altro video di pochi secondi mostra diversi corpi sparsi a terra e coperti con teli termici di stagnola.
Accanto a uno di essi, forse di un bambino, una donna piange china e inginocchiata a terra, abbracciata da un uomo che cerca di consolarla. In un altro spezzone di 2-3 secondi si vede una ragazzina ferita seduta appoggiata e un muro e con il volto insanguinato con un ragazzino che le parla da vicino. Molti i filmati che circolano sui media che mostrano i vigili del fuoco con gli idranti che spengono le auto incendiate e la un autobus con i vetri distrutti dall’impatto dell’esplosione con all’interno un cadavere riverso sul sedile.

Traduzione di un estratto dell’articolo di Phelim Kine, Ben Lefebvre and Marcia Brown
Pechino ha deciso di dimostrare all’amministrazione Trump che nella guerra commerciale i dazi non sono l’unico strumento a disposizione.
Molto prima che il presidente Donald Trump lanciasse dal Giardino delle Rose della Casa Bianca la nuova offensiva tariffaria contro la Cina, Pechino lavorava già da mesi a una silenziosa strategia per bloccare le esportazioni statunitensi chiave nei settori agricolo ed energetico.
Negli ultimi quattro mesi, il governo cinese ha interrotto o fortemente limitato le importazioni dirette di prodotti agricoli e fonti energetiche americane, tra cui manzo, pollame e gas naturale liquefatto, utilizzando ostacoli burocratici e accordi di vendita indiretti tramite terze parti.
Secondo gli analisti, questi cosiddetti ostacoli non tariffari sono ancora più insidiosi dei dazi che si stanno propagando nell’economia globale. Insieme, rappresentano un’escalation delle misure restrittive che la Cina affina da anni, sin dai suoi divieti sui cibi geneticamente modificati.
E offrono a Pechino una leva potente nella guerra commerciale con Washington, perché colpiscono in modo mirato le esportazioni provenienti dagli Stati repubblicani più fedeli a Trump, come Iowa e Nebraska, con barriere difficili da aggirare.
«Un dazio si può pagare, e il prodotto diventa solo più caro», ha spiegato Ben Lilliston, direttore delle strategie rurali e del cambiamento climatico presso l’Institute for Agriculture and Trade Policy. «Ma qui si tratta di un vero e proprio divieto all’esportazione».
[…] Le autorità cinesi sanno esattamente dove colpire gli esportatori americani. Hanno già rifiutato il rinnovo delle licenze di esportazione per centinaia di impianti di lavorazione della carne, accusato il pollame USA di contenere sostanze vietate, e bloccato le importazioni di gas naturale liquefatto (GNL). Tutti settori fortemente legati alla base elettorale trumpiana.
Queste tattiche mettono in evidenza la prontezza e la flessibilità della risposta cinese, frutto di anni di preparazione. La guerra commerciale ha subito un’accelerazione improvvisa: martedì Trump ha portato i dazi sulle importazioni cinesi a oltre il 104%, ma meno di 12 ore dopo l’aliquota è salita al 145%. In risposta, Pechino ha alzato i propri dazi totali sulle merci USA all’84%, e poi al 125% entro venerdì.
[…] Fin dal suo ingresso nell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) nel 2001, la Cina ha perfezionato questo tipo di manovre. Appena entrata, bloccò le importazioni di soia statunitense invocando presunte infestazioni da insetti o presenza di OGM.
Quando nel 2018 il Canada arrestò una dirigente di Huawei, Pechino sospese gran parte delle importazioni di semi di canola canadesi, accusandoli di contenere parassiti. Il divieto fu revocato solo quando Ottawa permise alla dirigente, Meng Wanzhou, di tornare in patria.
Oggi Pechino impiega una tattica simile con le esportazioni USA, sostenendo che certi prodotti non rispettano gli standard sanitari — a volte con fondamento, spesso come strumento politico.
[…] Secondo esperti in regolamentazione commerciale, questa è una tattica consolidata della Cina. […] Anche gli Stati Uniti non sono estranei a queste pratiche, ricorda Colin Carter, economista agrario dell’Università della California, Davis. «Uno degli esempi più eclatanti, se ci guardiamo allo specchio, è la politica dello zucchero: un divieto quasi totale all’importazione, che ha reso il prezzo interno molto più alto».
[…] Per l’industria statunitense del gas naturale liquefatto, le nuove restrizioni cinesi sono un déjà vu: già nel primo mandato di Trump, il GNL fu usato come pedina nella guerra commerciale.
«Dal conflitto precedente, Pechino ha deliberatamente trasformato il proprio mercato del GNL in una leva geopolitica, pronta a essere usata in caso di deterioramento dei rapporti con Washington. E quel momento è arrivato», ha dichiarato Leslie Palti-Guzman, analista di energia e clima presso il CSIS.
Il blocco del GNL non è stato annunciato ufficialmente, ma secondo i dati della società di analisi Kpler, la Cina ha importato un solo carico di GNL USA quest’anno, contro i 14 dello stesso periodo nel 2024. Un funzionario industriale statunitense, rimasto anonimo, ha confermato che l’importazione di gas USA nei porti cinesi è “mal vista” politicamente.
Tuttavia, l’impatto potrebbe essere più contenuto rispetto all’agricoltura: il GNL trova acquirenti altrove, e la domanda globale resta alta.
«Sinceramente, ce lo aspettavamo sin dall’inizio della guerra commerciale», ha dichiarato via messaggio un dirigente di una società di GNL. «Ma sul gas, si possono chiudere accordi altrove».
[…] Il colpo potenzialmente più grave riguarda però i minerali critici: Pechino ha limitato le esportazioni verso gli Stati Uniti, colpendo duramente le industrie delle energie rinnovabili e della chimica di base. I settori che producono batterie per auto elettriche o plastiche per uso quotidiano dipendono dai metalli rari cinesi, e non esistono fonti alternative affidabili nel breve termine.
Secondo Al Greenwood, vicecaporedattore di ICIS (rivista specializzata in commercio delle materie prime), il settore petrolchimico americano, tradizionalmente vicino a Trump, «oggi ha un bersaglio sulla schiena».
La guerra commerciale continuerà, anche senza dazi
Anche se le tensioni tra Washington e Pechino dovessero allentarsi, non aspettatevi che la Cina rinunci presto agli strumenti non tariffari.
«Queste misure consentono a Pechino di mantenere l’apparenza di legittimità, dicendo: “Stiamo solo applicando le regole”», ha spiegato Greta Peisch, ex consulente legale generale dell’USTR, ora partner presso lo studio Wiley Rein.
«Fa parte della narrativa cinese — e dovrebbe preoccuparci», ha concluso Peisch.

SE LO FA TRUMP, PERCHÉ NON POSSONO FARLO L’IRAN, LA RUSSIA O LA CINA? – LE MATTANE DEL CALIGOLA DI MAR-A-LAGO SONO IL MIGLIOR ASSIST PER GLI AUTOCRATI DI TUTTO IL MONDO – SERGIO FABBRINI: “IL NAZIONALISMO DI UN PAESE GRANDE COME L’AMERICA GIUSTIFICA IL NAZIONALISMO DEI PAESI MENO-GRANDI COME L’IRAN, PER I QUALI TUTTO SARÀ LECITO PER PROTEGGERSI” – “VIOLARE NORME ED ACCORDI INTERNAZIONALI, RENDENDO ILLEGITTIMO IL PROPRIO COMPORTAMENTO, LEGITTIMA I REGIMI AUTORITARI A FARE LO STESSO…” – CI PENSERANNO GLI ELETTORI A FAR FUORI IL TYCOON: IL 51% DEGLI AMERICANI DISAPPROVA IL SUO OPERATO
Estratto dell’articolo di Sergio Fabbrini per “il Sole 24 Ore”
[…] Trump continua a beneficiare del sostegno dei suoi elettori più convinti (i cosiddetti MAGA voters), ma si sta riducendo quello degli elettori in generale. Secondo un sondaggio di Economist/You Gov del 5-8 aprile, quel sostegno è passato dal 49 per cento (all’inizio del febbraio scorso) al 43 per cento (due mesi dopo), con più della metà degli elettori (51 per cento) che disapprova la sua job’s performance.
Come spiegare una politica presidenziale così contraddittoria? Per alcuni osservatori, la causa va ricercata nella persona del presidente, incapace di ascoltare e ignaro della complessità (per non parlare della sua volgarità personale). Certamente la personalità di Trump conta, ma i suoi difetti sono ingigantiti da almeno due fattori.
In primo luogo, dall’organizzazione della Presidenza. Trump si è circondato di incompetenti e sicofanti, il cui merito è la loro lealtà assoluta nei suoi confronti. Persone di questo tipo non possono metterne in discussione le scelte. Chi potrebbe farlo (come il segretario al Tesoro, Scott Bessent), parla poco perché avviluppato da conflitti d’interesse.
Vi sono poi i miliardari suoi amici che, avendo avuto successo negli affari, pensano di sapere mediare nei conflitti in Medio-Oriente o in Ucraina. Come se non bastasse, attraverso Elon Musk e il suo DOGE (Department of Government Efficiency), interi apparati di competenze […] sono stati smantellati.
In una presidenza simile, quando si verificano divergenze, gli argomenti lasciano il posto agli insulti. Si pensi al conflitto tra Elon Musk (che, peraltro, non ha nessun ruolo formale) e Peter Navarro (consigliere del presidente per il commercio) relativo ai dazi. Il conflitto è finito con il secondo che ha accusato Musk «di non essere un imprenditore ma un assemblatore» e con il primo che ha accusato Navarro «di essere più stupido di un accumulo di mattoni».
In realtà, Musk non vuole i dazi in nome di mercati aperti e deregolati che favoriscono le sue imprese (una deregolazione che vuole imporre anche al mercato europeo), mentre Navarro mira a proteggere l’economia tradizionale con la sua politica iper-protezionistica (economia che verrebbe invece penalizzata per gli effetti inflazionistici di quest’ultima).
Ma di tutto ciò non si discute. Una presidenza simile non può che magnificare i difetti di Trump.
In secondo luogo, la contraddittorietà di Trump è accentuata anche dai suoi “istinti culturali”.
Le sue decisioni e dichiarazioni allontanano gli amici, ma non conquistano i nemici. Il suo (ingiustificato e imperdonabile) maltrattamento pubblico del presidente ucraino Zelens’kyj non ha convinto Putin ad accettare una tregua, ma ha convinto molti leader europei a non fidarsi più dell’America.
L’apertura di una guerra commerciale contro gli alleati asiatici di quest’ultima fa il gioco della Cina, non già di chi la vuole contenere. Violare norme ed accordi internazionali, come quelli dell’Organizzazione mondiale dei commerci (Omc), rendendo illegittimo il proprio comportamento, legittima i regimi autoritari a fare lo stesso.
Alzare i dazi verso tutti i Paesi, attraverso relazioni bilaterali di forza, suscita reazioni nazionaliste diffuse, non solo nel commercio. Se si impone il nazionalismo di America First, allora anche altri Paesi ricorreranno al loro nazionalismo per difendersi (come ha fatto il Canada o il Messico).
Sul piano della sicurezza, il nazionalismo di un Paese grande come l’America giustifica il nazionalismo dei Paesi meno-grandi come l’Iran, per i quali tutto sarà lecito per proteggersi.
Proprio per evitare il ripetersi delle degenerazioni nazionaliste si è costruito, nel secondo dopo-guerra, su iniziativa americana, un ordine internazionale basato su regole e istituzioni multilaterali.
Gli istinti culturali di Trump, perché condivisi dalla sua Presidenza, mettono in discussione quell’ordine internazionale senza che ci sia una discussione. Insomma, Trump è un “sistema”, organizzativo e culturale, non solo un presidente. I nostri leader farebbero bene a parlargli in nome del “sistema” europeo, se non vogliono essere sbeffeggiati di essere andati a Washington D.C. per “baciargli il sedere”.

Tra Iran e Usa prove di disgelo a Muscat, «costruttivi» primi colloqui sul nucleare
L’Oman mediatore. Trump: «Colloqui stanno andando bene». I negoziati proseguono
La prima prova tecnica di disgelo tra Iran e Stati Uniti sembra non essere andata male. Almeno nei toni e stando ai primi commenti arrivati da Teheran: i colloqui a Muscat sono stati «costruttivi e basati sul rispetto reciproco», hanno riferito dal ministero degli Esteri. Tanto che alla fine una chiacchierata diretta tra i due arci-nemici c’è stata e si è concordato un secondo round la settimana del 14 aprile.
Il cerimoniale è stato elemento chiave del ‘tripartito’ in Oman. Il ministro degli Esteri iraniano Seyyed Abbas Araghchi e l’inviato speciale americano Steve Witkoff sono arrivati a Muscat e sono stati ricevuti separatamente dal padrone di casa, il capo della diplomazia omanita Seyyed Badr al Busaidi. Entrambi hanno discusso con al Busaidi i termini dei colloqui, senza nascondere i risultati cui ciascuno ambiva. Ma senza eccessive aspettative. L’idea era di iniziare a delineare la cornice generale di un dialogo futuro, per superare anni di reciproche accuse e trovare un terreno comune su cui costruire un processo prevedibilmente lungo e difficile.
I punti fermi di Teheran
L’Iran ha messo in chiaro i suoi di punti fermi:
- rifiuto di qualsiasi minaccia militare;
- negoziati solo sul nucleare;
- diritto dell’Iran all’arricchimento dell’uranio per scopi civili;
- un percorso chiaro verso un alleggerimento delle sanzioni.
L’Iran avrebbe anche riproposto la sua vecchia idea di un Medio Oriente de-nuclearizzato, che significherebbe togliere a Israele l’arsenale atomico che mai ha riconosciuto di avere. E ha ribadito che mai andrà a Washington con il cappello in mano, nonostante le voci che a convincere la guida suprema Ali Khamenei ad accettare i colloqui chiesti da Trump sia stato lo spettro di un rovesciamento del suo regime. E l’ammonimento del presidente Usa che «l’Iran non può avere l’atomica». «La nostra intenzione e’ di raggiungere un accordo equo e onorevole, da una posizione paritaria», aveva chiarito Araghchi prima dell’inizio dei colloqui. Dal canto suo invece Washington insiste che il dialogo dovrà comprendere anche il ruolo regionale dell’Iran e il suo programma missilistico.
Già parlarsi dunque è stato a suo modo un successo. Per oltre due ore e mezza, al Busaidi ha fatto la spola tra le due delegazioni sistemate «in stanze separate», ha tenuto a sottolineare il portavoce del ministro iraniano, Esmaeil Baqaei. Attraverso il ministro, americani e iraniani si sono scambiati le posizioni dei rispettivi governi sul programma nucleare dell’Iran e la revoca delle sanzioni. Quando è apparso chiaro che tutto il possibile per un primo approccio era stato detto, le due delegazioni si sono apprestate a lasciare la sede dei colloqui.
Il faccia a faccia tra Witkoff e Araghchi
Ed è a quel punto che Witkoff e Araghchi si sono trovati faccia a faccia e hanno parlato direttamente per alcuni minuti, sempre alla presenza di al Busaidi. E’ la prima volta che esponenti dell’amministrazione americana e del governo iraniano hanno un contatto diretto dall’insediamento di Trump alla Casa Bianca. E a quanto pare non sarà l’ultima.

GLI STATI UNITI PAGHERANNO CARO I DANNI DEL “DAZISTA DELLA CASA BIANCA” – DOPO IL TERREMOTO POST DAZI SUI LISTINI, PER GLI INVESTITORI È CAMBIATA LA MAPPA DEI BENI RIFUGIO: IL DOLLARO USA E I TREASURY MOSTRANO NON SONO PIU’ PORTI SICURI, MENTRE SI RAFFORZANO L’ORO E IL FRANCO SVIZZERO – IL DOLLAR INDEX È SCESO SOTTO QUOTA 100 (-10% DAI MASSIMI DI GENNAIO), I RENDIMENTI DEI TREASURY DECENNALI SONO BALZATI DAL 3,8% AL 4,5% – IL VERO PROBLEMA PER TRUMP È CHE GLI STORICI CREDITORI, COME LA CINA, STANNO RIDUCENDO LE LORO ESPOSIZIONI IN TITOLI DI STATO AMERICANI. E WASHINGTON SI FA SEMPRE PIÙ DIFFICILE COLLOCARE NUOVO DEBITO…
Estratto dell’articolo di Vito Lops per “Il Sole 24 Ore”
Lo shock dazi sta mandando anche gli investitori in confusione, costretti a ridisegnare la mappa dei beni rifugio in scia ai profondi cambiamenti geopolitici in atto. Il ritorno dell’amministrazione Trump alla guida della politica commerciale americana, con l’introduzione del pacchetto di dazi “Liberation 2” mirato in particolare contro la Cina, ha destabilizzato l’intero equilibrio macro-finanziario globale.
In questo nuovo scenario, due dei quattro storici asset rifugio — il dollaro Usa e i Treasury — stanno mostrando segni di evidente debolezza, mentre l’oro e il franco svizzero si confermano porti sicuri. Bitcoin, dal canto suo, inizia a mostrare una sorprendente resilienza, ponendosi come un potenziale outsider.
In passato, il binomio dollaro–Treasury rappresentava il baluardo difensivo per eccellenza nei portafogli globali. Oggi entrambi i pilastri traballano. Il Dollar Index (DXY) è sceso sotto quota 100 (-10% dai massimi relativi del 10 gennaio), segnalando un progressivo disallineamento tra gli Stati Uniti e il resto del mondo, mentre i rendimenti dei Treasury decennali sono balzati dal minimo del 3,8% del 4 aprile al 4,5%, nonostante l’esito positivo di un’asta da 39 miliardi di dollari in settimana che ha registrato il record storico di domanda da investitori stranieri (87,9%).
A pesare sui tassi sono le nuove stime sul deficit. Le stime per l’anno fiscale del 2025 indicano un possibile aumento del 23% del deficit, che potrebbe balzare da 1.900 miliardi a un range compreso tra 2.500 e 2.700 miliardi. Nonostante l’attività di taglio costi impostato dal Doge guidato da Elon Musk. Inoltre se Trump porterà fino in fondo i dazi aumenterà il rischio di stagflazione, scenario avverso alle obbligazioni di lunga durata.
Come se non bastasse, storici creditori -come Cina e Giappone – stanno progressivamente riducendo le loro esposizioni in titoli di Stato americani. È quindi chiaro che per Washington si fa sempre più difficile collocare debito, soprattutto sulla parte lunga della curva. Il rischio è che gli Stati Uniti siano costretti ad affidarsi a una combinazione di domanda domestica e supporto della Federal Reserve, con potenziali effetti distorsivi sulla politica monetaria.
In questo contesto, l’oro si sta confermando re indiscusso. In settimana ha aggiornato un nuovo massimo storico a 3.245 dollari l’oncia. […]
Oltre che bene rifugio durante le fasi di tensione il metallo giallo si sta confermando l’asset preferito dalle banche centrali dei Paesi non allineati al dollaro (Cina in primis) per diversificare le riserve estere, proprio a scapito di dollaro e titoli di Stato. Un movimento partito nel 2022, in seguito alle sanzioni internazionali comminate alla Russia dopo l’invasione dell’Ucraina con annesso congelamento delle riserve in dollari. Da quel momento, il metallo prezioso è tornato a essere visto come un bene neutrale, fuori dal controllo politico dell’Occidente.
Il franco svizzero, dal canto suo, ha mantenuto il suo ruolo storico, favorito dalla tradizionale neutralità del Paese e dalla solidità del suo sistema bancario. Ma due soli pilastri sembrano insufficienti a reggere la crescente domanda di protezione finanziaria globale.
Ed è qui che Bitcoin inizia a guadagnare terreno. L’asset digitale, a lungo ritenuto troppo volatile per essere classificato come rifugio, durante lo shock dazi sta mostrando un comportamento più solido rispetto alle precedenti fasi di impennata della volatilità sui mercati tradizionali. Mentre il Nasdaq leva 3 – a cui viene spesso correlato – ha perso dal 2 aprile il 22%, Bitcoin ha lasciato sul terreno il 5%, meno anche del Nasdaq tradizionale (-7,5%).
Bitcoin sembra stia rompendo quella correlazione storica con il tech a leva che ne aveva finora limitato la credibilità come asset difensivo. È ancora presto per promuoverlo ufficialmente tra i beni rifugio, ma la sua resilienza in questa crisi segna un passaggio importante nella percezione degli investitori. […]
Il paradosso è evidente: gli Stati Uniti, con la loro politica aggressiva, rischiano di compromettere i due asset che più di ogni altro hanno garantito stabilità negli ultimi decenni. Un “autogol” strategico, che potrebbe avere come effetto collaterale quello di accelerare la transizione verso una nuova architettura multipolare dei beni rifugio, dove la neutralità (oro), l’indipendenza (Bitcoin) e la stabilità (franco svizzero) diventano le nuove parole d’ordine.

CI PENSERANNO GLI ELETTORI A FAR CAMBIARE IDEA A TRUMP – IL GRADIMENTO PER IL PRESIDENTE AMERICANO TRACOLLA NEI SONDAGGI: IL 56% DEGLI STATUNITENSI DISAPPROVA LA GESTIONE DELL’ECONOMIA DA PARTE DELLA CASA BIANCA – L’APPROVAZIONE GENERALE PER IL “DAZISTA”-IN-CHIEF È SCESA DAL 50 AL 47%; IL 53 PER CENTO RITIENE CHE L’ECONOMIA STIA PEGGIORANDO E IL 59 PER CENTO DEGLI AMERICANI RITIENE CHE IL PAESE STIA ATTRAVERSANDO UNA FASE ECONOMICA NEGATIVA (PER IL 49%, LE CONDIZIONI SONO PEGGIORATE DOPO L’INSEDIAMENTO)
(Adnkronos) – Precipita nei sondaggi Donald Trump. Una nuova ricerca commissionata dalla Cbs indica che solo il 44 per cento degli americani approva la gestione dell’economia da parte del Presidente mentre il 56 per cento la disapprova. Solo il 40 per cento degli intervistati approva la sua gestione dell’inflazione. Entrambi i dati scendono di quattro punti da fine marzo.
L’approvazione generale per Trump è scesa dal 50 per cento al 47 per cento. Il 54 percento degli americani considera le politiche di Trump maggiormente responsabili per lo stato dell’economia rispetto a quelle varate da Joe Biden.
Il 53 per cento ritiene che l’economia stia peggiorando e il 59 per cento degli americani ritiene che il Paese stia attraversando una fase economica negativa. Se il 49 per cento degli intervistati ritiene che le sue condizioni economie si siano aggravate dall’insediamento del tycoon alla Casa Bianca, il 21 per cento sostiene il contrario.

Zitto zitto Donald Trump ha messo un dazio del 10% a tutti senza che nessuno se ne accorgesse: è la caduta del dollaro
La svalutazione della moneta americana incide il doppio dei dazi, che sono applicati solo al prezzo all’import. E favorisce anche le esportazioni Usa in Europa. Secondo l’esperto Torlizzi un piano consapevole per mettere in crisi la Germania
Mentre è difficile capire che fine faranno i dazi veri che gli Usa hanno eretto nei confronti del resto del mondo, anche per le continue eccezioni che Donald Trump sta mettendo, gli Stati Uniti però senza dirlo e soprattutto senza la firma di nessun ordine presidenziale hanno già messo un dazio reale assai vicino al 10 per cento da quando è iniziata la nuova amministrazione: è il dazio della lenta svalutazione del dollaro che mette già oggi in difficoltà tutte le esportazioni europee e ovviamente quelle italiane.
Dal due aprile la moneta americana si è già svalutata oltre il 5%
Il 20 gennaio scorso quando Trump si è insediato con la cerimonia a Capitol Hill con un euro si potevano avere in cambio 1,0316 dollari. Venerdì 11 aprile, ultimo giorno di mercati aperti, un euro valeva 1,1346 dollari. E cioè il 9,98% in più, che diventa un dazio sul valore delle merci esportate negli Stati Uniti. La caduta del dollaro è stata costante, ma ha avuto una accelerazione proprio dal 2 aprile, il giorno del Liberation day con la comunicazione dei dazi a tutto il mondo. Alla vigilia di quell’annuncio con un euro si avevano in cambio 1,0788 dollari. In nove giorni, dunque, la moneta americana si è svalutata verso l’euro del 5,1724%. E attenzione perché questa caduta del dollaro ha un effetto sulle esportazioni italiane e dei paesi dell’area dell’euro doppio rispetto ai dazi. Interviene integralmente (quindi per circa il 10%) sul valore finale delle merci messe in vendita, oltre a facilitare le esportazioni americane. L’analogo dazio del 10% oggi in vigore viene invece applicato solo alla dogana di importazione; quindi, su un prezzo delle merci che è assai vicino alla metà di quello che poi si trova nei punti vendita americani, composto anche del prezzo del distributore e del sovrapprezzo del rivenditore, su cui non è applicato il dazio. I dazi del dollaro oggi valgono perciò il doppio dei dazi messi per legge.
Secondo l’esperto Torlizzi la leva del cambio è voluta per mettere in crisi la Germania
La caduta del dollaro potrebbe essere causata dalle turbolenze sui mercati provocate inconsapevolmente dalla nuova amministrazione. Ma c’è anche chi pensa che faccia parte proprio di un piano consapevole di Trump. Lo sostiene ad esempio il fondatore di T-commodity e fra i massimi esperti del mercato delle materie prime, Gianclaudio Torlizzi, che nota come dietro la tregua sui dazi «si nasconda un’altra leva economica potenzialmente ancora più incisiva: il tasso di cambio. Da quando Donald Trump ha assunto la presidenza nel gennaio 2025, l’euro si è apprezzato di circa il 10% rispetto al dollaro. E in un sistema commerciale globalizzato, questo è l’equivalente di un dazio nascosto». Per questo motivo secondo Torlizzi sarebbe saggio «non affrettarsi nel celebrare un ritiro di Trump dalla guerra commerciale. Anche qualora l’amministrazione americana trasformasse l’attuale dazio reciproco in una tariffa base del 10%, l’impatto economico resterebbe considerevole. Ancor più rilevante, tuttavia, è il passaggio strategico che si sta delineando: il tasso di cambio non è più uno sfondo neutro, ma uno strumento attivo di politica economica estera. A differenza dei dazi, che agiscono solo sulle importazioni, il tasso di cambio incide simultaneamente su esportazioni e importazioni, oltre che sui flussi finanziari internazionali». E il paese che in questo momento ne soffre di più in Europa è la Germania «che ha costruito il proprio modello economico sull’export, in particolare verso gli Stati Uniti. Un euro forte e dazi crescenti rischiano di tagliare l’accesso a questo mercato cruciale, mettendo in crisi un intero modello produttivo».

UCRAINA: ZELENSKY, A SUMY 34 MORTI A CAUSA DI UNA FECCIA
(AGI) – “Al momento, si sa che 34 persone sono state uccise” ha Sumy, dice in un video su Telegram il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. “Le mie condoglianze a tutte le loro famiglie e ai loro cari. Si trattava di due missili balistici russi. Il primo ha colpito un edificio, uno degli edifici universitari. Il secondo e’ esploso proprio dall’altra parte della strada.
117 persone sono rimaste ferite, compresi bambini, tra cui una bambina nata nel 2025. “Medici e tutto il personale sanitario stanno facendo tutto il possibile per aiutare e salvare quante piu’ vite possibile. Sono grato a tutti i servizi di emergenza che sono arrivati sul posto in pochi minuti e hanno avviato le operazioni di soccorso. “L’attacco ha colpito proprio nel cuore della citta’. La Domenica delle Palme. Solo una feccia completamente fuori di testa puo’ fare una cosa del genere”.
UCRAINA: RUBIO, ‘ORRIBILE ATTACCO A SUMY, RICORDA PERCHE’ TRUMP CERCA STOP GUERRA’
(Adnkronos) – “L’orribile attacco missilistico russo” a Sumy è “un tragico promemoria del motivo per cui il presidente Trump e la sua amministrazione stanno dedicando così tanto tempo e sforzi per cercare di porre fine a questa guerra e raggiungere una pace giusta e duratura”. E’ il commento del segretario di Stato americano Marco Rubio – il secondo arrivato dagli Stati Uniti dopo quello dell’inviato per l’Ucraina, Keith Kellogg – all’attacco di Sumy, dove sono morte 34 persone. “Gli Stati Uniti – aggiunge in una nota – fanno le loro condoglianze” ai parenti delle vittime.








