News of the day

Cresce la «brigata» che contesta Donald Trump: chi sono i volti della «resistenza» (che non è solo a sinistra)

Tutti i nomi di chi si oppone a Donald Trump. L’allarme del banchiere Dimon sui dazi, la fermezza di Powell, il muro dei giudici: la «resistenza» non è soltanto a sinistra

Giuseppe Sarcina

La società civile americana è ancora viva. E settori vitali del sistema difendono la loro indipendenza. Donald Trump sta mettendo a dura prova la democrazia americana. Per settimane si è attesa una reazione dell’opposizione politica. Ma il partito democratico, oggi, non ha una leadership riconoscibile. La sinistra guidata dal senatore Bernie Sanders e dalla deputata Alexandria Ocasio-Cortez si sta facendo largo. Tuttavia, oggi, non sono loro a impensierire davvero Trump, a contrastarlo sul campo. La «resistenza», se così vogliamo chiamarla, è frammentata, trasversale. Forse si può cominciare dal 5 aprile, quando ci furono proteste di massa in decine di città americane. Lo slogan era «Hands Off!», giù le mani «dal governo e dalla democrazia». Aderirono ben 197 associazioni nazionali e locali, più i sindacati. Un segnale di risveglio, visto che non si vedevano manifestazioni così imponenti dal 2020, l’anno dell’omicidio dell’afroamericano George Floyd da parte della polizia. Questa volta, a differenza di ciò che è accaduto per Black Lives Matter e, nel 2017 per l’alluvionale «Marcia delle donne», c’è più continuità. Anche ieri ci sono state massicce manifestazioni a Washington, Atlanta e altrove.

La fronda ha preso anche altre strade, alcune impreviste. È opinione largamente condivisa che siano stati i big di Wall Street a convincere Trump a frenare sui dazi, dichiarando il 9 aprile una moratoria di 90 giorni. La figura più esposta è probabilmente anche la più potente: Jamie Dimon, 69 anni, presidente e amministratore delegato della banca JPMorgan Chase. Il 7 aprile, nella «lettera agli azionisti», il manager scrive che le tariffe trumpiane avrebbero innescato una recessione. Due giorni dopo il presidente fa marcia indietro. Dimon non molla la presa: continua a lanciare l’allarme pubblicamente, in tv, sui media internazionali e anche con una serie di conferenze nel Paese. L’ultima a Houston, venerdì 18 aprile. Si può inserire nello stesso capitolo anche la posizione di Jerome Powell. Il presidente della Fed era entrato in rotta di collisione con Trump già nel corso del primo mandato (2017-2021), più o meno per lo stesso motivo di oggi. La Casa Bianca spinge per la riduzione del tasso di interesse; Powell replica che procederà, quando ci saranno le condizioni economiche, non su ordine del governo. Il leader americano sta cercando di licenziarlo in tronco, nonostante l’indipendenza dei governatori della Fed (non solo del presidente) sia garantita dalla legge. Powell, 72 anni, ha già detto che resterà al suo posto, per rispetto delle istituzioni, fino alla scadenza del mandato, fissata nel maggio del 2026.

Più prevedibile, invece, la tenuta di una parte della magistratura. I giudici federali, quelli che possono contestare, tra l’altro, gli atti dell’amministrazione, sono 677, di questi 232 sono stati scelti da Joe Biden e 228 da Trump. Sono tanti gli ordini esecutivi firmati dal presidente e bloccati dai giudici. In particolare si distinguono due nomi. James Boasberg,62 anni,della Corte di Washington, che ha ordinato di fermare la deportazione di migranti illegali senza un processo e ora minaccia di incriminare alcuni funzionari per «disprezzo del tribunale». Paula Xinis, 57 anni, distretto del Maryland, che ha imposto al governo di rimpatriare Kilmar Abrego Garcia, deportato senza motivo in El Salvador. La Casa Bianca ha presentato ricorsi che sono finiti davanti alla Corte Suprema, ma finora ha sempre perso. Anche questa una sorpresa visto la maggioranza conservatrice (6 contro 3) nella magistratura di ultima istanza. Oltre ai giudici, qui di nuovo pesa l’attivismo delle associazioni, come la Aclu (American Civil Liberties Union), quattro milioni di iscritti, sedi in tutti i 50 Stati. La loro squadra di oltre 200 avvocati è particolarmente agguerrita, guidata da Cecillia Wang, laureata a Yale, vent’anni di battaglie legali.

Infine l’attacco trumpiano alla libertà di insegnamento nelle Università private. Il simbolo qui è Alan Garber, 69 anni, presidente di Harvard, uno dei più prestigiosi atenei del Paese. È interessante notare come Garber, medico ed economista, sia stato duramente contestato dagli studenti impegnati nelle proteste pro Palestina. Garber fa parte della comunità ebraica. Oggi si trova a difendere l’autonomia dell’università accusata dai trumpiani di essere diventata, tra l’altro, un covo di antisemiti.

ZELENSKY, ‘387 BOMBARDAMENTI RUSSI DOPO ANNUNCIO TREGUA’ ++

(ANSA) – ROMA, 20 APR – L’esercito di Mosca ha effettuato quasi 390 bombardamenti dopo l’entrata in vigore della tregua di Pasqua annunciata ieri dal presidente russo Vladimir Putin e fino a mezzanotte: lo scrive questa mattina su Telegram il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. “Tra le 18:00 di ieri (le 17:00 in Italia) e le 00:00 di oggi, si sono verificati 387 bombardamenti e 19 attacchi da parte dell’esercito russo. I russi hanno utilizzato i droni 290 volte”, afferma il capo dello Stato. (ANSA).

Trenta ore invece di trenta giorni: Putin indice la sua tregua. Ma a Kiev nessuno ci crede

Il cessate il fuoco è previsto fino alle 23 italiane di domenica. Zelensky chiedeva 30 giorni, ma il presidente russo concede soltanto 30 ore

Marta Serafini

Trenta ore invece di trenta giorni. Spiazza tutti Vladimir Putin annunciando unilateralmente quella che subito è stata ribattezzata la tregua di Pasqua. Un cessate il fuoco che il leader russo, parlando al suo capo di Stato maggiore Valery Gerasimov, ha indetto dalle 18 di ieri sera (ora locale) fino a stasera a mezzanotte (le 23 italiane). È una scelta dettata da «considerazioni umanitarie», sibila lo zar mentre esorta Kiev a deporre le armi e avverte Gerasimov di tenersi pronto a rispondere al fuoco se gli ucraini non dovessero rispettare il suo volere.

Ma a Kiev nessuno ci crede. «È solo propaganda. Qui le sirene non hanno smesso di suonare. E non è certo la prima volta che Putin gioca al gatto col topo», spiega al Corriere un comandante di brigata dell’esercito ucraino non autorizzato a rilasciare dichiarazioni.

Dalla Bankova il presidente ucraino Volodymyr Zelensky non risponde subito. È in una posizione difficile. Sottolinea come gli assalti russi e i tiri di artiglieria non si siano certo fermati. Non a caso però lo stesso comandante di brigata conferma che la sua unità e altre hanno ricevuto l’ordine di cessare il fuoco contro le postazioni russe pochi minuti dopo le 18 e di registrare foto e video di eventuali violazioni della tregua e di rispondere al fuoco, se necessario. «Se la Russia ora è pronta a impegnarsi in un regime di silenzio totale e incondizionato, l’Ucraina agirà di conseguenza, imitando le azioni russe. Se un cessate il fuoco completo dovesse concretizzarsi, l’Ucraina propone di estenderlo oltre la Pasqua del 20 aprile. Questo rivelerà le vere intenzioni russe, perché 30 ore servono a fare notizia, ma non per reali misure di rafforzamento della fiducia. Trenta giorni potrebbero dare una possibilità alla pace», spiega Zelensky in serata.

Tradotto: Kiev sta a vedere e non si fida. Tanto più che la mossa arriva dopo le minacce del presidente statunitense Donald Trump e del segretario di Stato americano Marco Rubio di lasciare il tavolo delle trattative in assenza di progressi. Difficile che Mosca cambi passo, dopo aver di fatto rifiutato la tregua di un mese proposta a Gedda e aver bombardato civili a Sumy e a Kryvyi Rih utilizzando la tattica del double tap per fare un numero di morti più alto possibile. Ma non solo. Gli ucraini ricordano come il 25 marzo il Cremlino avesse concordato una tregua parziale che includeva un cessate il fuoco marittimo nel Mar Nero e una pausa di 30 giorni negli attacchi alle infrastrutture energetiche che non ha rispettato.

Resta silente la Casa Bianca mentre la portavoce della Commissione europea, Anitta Hipper, chiede a Mosca «azioni chiare per un cessate il fuoco duraturo», sottolineando che «la Russia potrebbe fermare questa guerra in qualsiasi momento, se davvero lo volesse». Tregua o non tregua, tutta in salita rimane la strada della trattativa: il piano presentato da Rubio agli alleati europei a Parigi continua a promettere a Mosca più di quanto Kiev sia disposta a cedere, in testa i cinque territori. Ma anche la finalizzazione della firma del memorandum sullo sfruttamento minerario dell’Ucraina siglato con Washington, oggetto di tensioni tra Trump e Zelensky, è ancora da venire.

L’appuntamento è per settimana prossima a Londra. Se non si arrivasse ad un’intesa e gli Stati Uniti dovessero davvero ritirarsi, l’Ucraina rischia di restare in balia del Cremlino. Un lusso che non si può certo permettere dopo tre anni di guerra. Ma anche per Washington potrebbe diventare complicato lasciare a Putin carta bianca. Tanto più che lo zar sembra avere il banco dalla sua.

Così Putin ha deciso di proporre la tregua all’Ucraina (e ora c’è tempo fino al 30 aprile)

Putin non poteva più stare fermo: per Washington la data limite è quella del 30 aprile. Mosca non vuole scontentare il partito delle colombe che è in ripresa nel Paese. Nel muro del Cremlino, inoltre, sta apparendo qualche piccola crepa: l’equilibrismo del comunicato presidenziale ne è la prova

Marco Imarisio

Oggi è Pasqua, per noi e anche per loro. Succede molto di rado. L’ultima volta in cui la Pasqua ortodossa e quella cattolica coincisero fu nel 2014, quando tutto cominciò, con l’annessione della Crimea e la prima invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Ma se la concomitanza delle due feste religiose ha senz’altro giocato un ruolo nella mossa del Cremlino, amplificandone la portata mediatica, inutile sperare che questa possa essere la fine del conflitto. Nonostante una certa narrazione occidentale, Vladimir Putin non è un avventuriero che ama prendere rischi, ma bensì un calcolatore che nei momenti di incertezza, come questo, cerca sempre scelte il più possibile sicure, in grado di portare un successo garantito, poco importa se modico nelle dimensioni.

La proposta unilaterale di tregua «festiva» appartiene al novero di queste decisioni. Anche perché viene declinata con attenzione alle parole, per non scontentare il partito delle colombe, in ripresa e preoccupato che la finestra aperta da Donald Trump per una eventuale pace possa chiudersi all’improvviso, ma neppure la legione dei falchi, più numerosa per dimensioni e sostegno della pubblica opinione. Il presidente russo offre un piccolissimo ramoscello d’ulivo, ma al tempo stesso riconosce in modo ufficiale che la sua Armata sta guadagnando terreno al fronte. Fa il bel gesto, e si lascia le mani libere. Guidato da «motivazioni umanitarie», come specifica il comunicato del Cremlino, ordina di «fermare tutte le ostilità» durante un incontro con il capo di Stato maggiore Valery Gerasimov che gli illustra le recenti vittorie. Al tempo stesso «presume» che le forze armate ucraine «seguiranno il nostro esempio», ma chiede che le truppe russe siano pronte «a respingere possibili violazioni del cessate il fuoco e provocazioni da parte del nemico», prefigurando quindi una facile via di uscita per la ripresa dei combattimenti.

Putin non poteva più stare fermo, limitandosi a fare melina. Non solo negli Usa, ma anche in Russia, c’era la convinzione che la data limite per la pazienza di Donald Trump sia quella del 30 aprile, giorno del suo centesimo giorno di presidenza. Era stato abbastanza indicativo il commento apparso due giorni fa sul Moskovskij Komsomolets firmato da Mikhail Rostovsky, editorialista molto vicino a Putin. «Nessuno si aspettava che Trump fermasse le operazioni militari entro le prime 24 ore del suo nuovo mandato. Ma se il presidente americano non dovesse presentare alcun risultato nel periodo che inizia alla vigilia della Pasqua, la più importante vacanza cristiana, e finisce il 30 di aprile, questo sarebbe percepito in modo inequivocabile come un suo fallimento».

Questa era la sensazione dominante nel sottobosco moscovita all’ombra del Cremlino. La tregua unilaterale è una stampella offerta al potente amico americano, in difficoltà a causa della rigidità del Cremlino. Ma non significa affatto che Putin sia disposto a fare concessioni. Anzi. Putin sa bene di trovarsi di fronte all’opportunità unica e forse irripetibile di ridisegnare a suo favore gli attuali equilibri geopolitici, riportando la Russia nella ristretta cerchia delle grandi superpotenze. Non vuole gettarla via, non vuole farla scadere alla fine del mese. Con l’offerta di un giorno di tregua, guadagna tempo.

«Generoso, certamente, anche se per poco più di 24 ore, ma sempre meglio di niente» è costretta ad ammettere Ekaterina Shulman, la politologa di opposizione che prima di essere allontanata dalla Russia era popolarissima tra le nuove generazioni. «Probabilmente la parte americana si deve sbarazzare così dalla sensazione che non succede proprio nulla. Eccoli qua, gesti di buona volontà, non abbandonate i colloqui, ci saranno ancora cose interessanti». A conclusioni in parte simili, ma dalla sponda opposta e con toni che si commentano da soli, giunge Aleksandr Kots, esponente dei corrispondenti di guerra che sono megafono della galassia ultranazionalista. «Con poca spesa dimostriamo la buona volontà e l’aspirazione alla pace. Ma di fatto è evidente che i khokhly (ciuffi, nomignolo dispregiativo per ucraini, nda), non rispetteranno nessun armistizio. E di conseguenza, andremo avanti come prima a rompergli il c… ma nell’ambito di una loro violazione alla proposta del nostro presidente».

È vero che nel muro del Cremlino sta apparendo qualche piccola crepa: l’equilibrismo del comunicato presidenziale ne è la prova. Non tutti sono d’accordo con la rigidità imposta da Putin e con il rischio di gettare al vento la possibilità di una pace conveniente. La lotta tra falchi e colombe con accesso all’orecchio di Putin sta diventando evidente. A Mosca sono state notate le dichiarazioni di Sergey Lavrov, il ministro degli Esteri rimane pur sempre un diplomatico, il quale ha parlato di «quinte colonne» che sostengono di essere fedeli a Putin «annuendo a qualunque cosa lui faccia», e in realtà stanno «quietamente sabotando» quel che lui sta cercando di ottenere dagli Usa. Ma intanto, ancora una volta ha sorpreso tutti. Minimo rischio, massima resa. È il metodo Putin.

Trump contro Harvard, dietro lo scontro un’email inviata per errore. Ma il governo non arretra: «L’università fa vittimismo»

Durissimo scontro tra l’amministrazione Trump e l’università di Harvard. Un funzionario della task force antisemitismo ha inviato senza autorizzazione il documento con le drastiche richieste respinte dall’ateneo

Giuliana Ferraino

Sarebbe stata inviata per errore dalla task force della Casa Bianca contro l’antisemitismo la lettera che ha dato il via al durissimo scontro tra l’amministrazione Trump e l’università di Harvard. La lettera, mandata via email, conteneva una serie di richieste drastiche su ammissioni, assunzioni e programmi accademici che Harvard ha giudicato inaccettabili. Da qui il rifiuto pubblico, all’inizio della settimana, che poi ha spinto l’amministrazione Trump a congelare oltre 2 miliardi di dollari di fondi federali destinati all’ateneo, a minacciare la revoca del suo status fiscale di ente non profit e a limitare il visto agli studenti stranieri.

Tutto inizia venerdì 11 aprile, quando Harvard riceve un’email ufficiale proveniente da Sean Keveney, consigliere legale ad interim del Dipartimento della Salute e membro della task force governativa sull’antisemitismo. Il documento, firmato da tre alti funzionari federali e con carta intestata di tre agenzie governative, contiene un elenco di richieste giudicate da Harvard così estreme da spingere l’università a interrompere la trattativa in corso da settimane con l’amministrazione Trump. Lunedì 13 aprile, Harvard annuncia pubblicamente di non poter accettare le richieste, ritenendole incompatibili con i propri principi accademici. La risposta dell’amministrazione Trump è immediata: il congelamento di 2,2 miliardi di dollari di finanziamenti federali e minacce relative allo status di esenzione fiscale dell’istituto.

Quello che non sapevamo è che subito dopo l’annuncio pubblico di Harvard, un funzionario dell’amministrazione ha contattato l’università sostenendo che la lettera dell’11 aprile non avrebbe dovuto essere inviata e che era «non autorizzata», ha rivelato il New York Times. All’interno dell’amministrazione alcuni sostengono che il documento sia stato «inviato prematuramente», altri che fosse «destinato alla circolazione interna della task force» piuttosto che diretto all’università. May Mailman, senior policy strategist della Casa Bianca, conferma il pasticcio, ma rovescia le responsabilità su Harvard: «Hanno sbagliato i suoi avvocati a non chiamare la task force con cui parlavano da settimane», ha detto accusando l’ateneo di essere impegnato «in una campagna vittimistica». 

L’università respinge le accuse: «La lettera era firmata da tre alti funzionari, scritta su carta intestata e spedita da una casella di mail di un alto funzionario l’11 aprile», come «promesso» dagli avvocati che stavano portando avanti il negoziato, si legge in un comunicato di Harvard.

A dispetto del clamoroso errore, resta il fatto che l’amministrazione Trump non solo non ha ritirato la lettera, ma ha aumentato la pressione sull’università con misure concrete, che sollevano preoccupazione ben oltre la comunità accademica americana. «L’amministrazione sembra determinata a smantellare quello che considera l’establishment, prendendo di mira simboli come Harvard. Non si tratta di riformare l’educazione, ma di attaccare ideologicamente presunti baluardi del liberalismo», dice al Corriere Bob Rubin, ex segretario del Tesoro di Bill Clinton. «Stanno sfidando la Costituzione e il sistema legale», aggiunge evidenziando come questi attacchi rappresentino «un’offensiva più ampia contro le istituzioni democratiche americane».

Il caso Harvard finirà probabilmente in tribunale, poiché l’amministrazione Trump non avrebbe seguito le procedure legali previste. Un epilogo che rafforza la convinzione che il sistema giudiziario rappresenti l’ultima linea di difesa contro l’erosione delle istituzioni democratiche da parte di Trump.

Trump e la fretta di un accordo con l’Iran, ma cancellò lui l’intesa di Obama

Il leader americano smantellò nel 2017 l’accordo che riduceva le sanzioni. Oggi tratta per lo stesso obiettivo, con gli ayatollah più vicini alla bomba

Stefano Stefanini

Usciti sorridendo sulla Camilluccia. Steve Witkoff, mediatore di fiducia di Donald Trump, e Abbas Araghchi, Ministro degli Esteri iraniano, si erano visti faccia a faccia per pochi minuti, il resto dei colloqui affidato alla premurosa intermediazione omanita. «Finiti positivamente» secondo Tasnim, voce stampa di Teheran. Dato che si sono dati appuntamento per sabato prossimo e, nel frattempo, «proseguirebbero colloqui indiretti a livello tecnico», l’improbabile diventa possibile: Donald Trump che conclude un accordo nucleare con l’Iran otto anni dopo aver smantellato nel 2017 quello di Barack Obama. Le alternative sono la guerra all’Iran o la proliferazione nucleare dell’Iran. Che sarebbe regionalmente contagiosa.

Cosa è cambiato? Tanto, con due fattori determinanti e convergenti che spingono Usa e Teheran a cercare l’accordo. Economicamente alle strette, l’Iran è indebolito da un anno e mezzo di guerra, indiretta e diretta, con Israele con due scambi via aria in cui si è rivelato offensivamente inetto e difensivamente vulnerabile. Questo lo spinge ancor di più a cercare la garanzia ultima dell’arma nucleare. Teheran lo nega, ma allora perché continua ad arricchire l’uranio, tanto da far dire a Rafael Grossi, direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), che l’Iran «non è lontano» dal disporre di bombe atomiche?

Trump è determinato ad impedirlo, con le buone – negoziato – o con le cattive – intervento militare. Benjamin Netanyahu ha tentato di convincere il Presidente americano al secondo. Una volta tanto Bibi è stato respinto con perdite. Trump ha dato la precedenza al negoziato. Ma con Teheran ha messo in chiaro che se non va in porto, l’alternativa è la guerra. Il Ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, ha un bel dire che Teheran «non accetterà minacce» e che gli iraniani vogliono «negoziati vantaggiosi per entrambe le parti». Sono sottili e abili negoziatori, sul versante sanzioni possono ottenerne. Ma è proprio la pendente minaccia di massiccio intervento militare congiunto israelo-americano che sta spingendo la dinamica negoziale.

Il negoziato nucleare in corso fra Stati Uniti e Iran è pertanto anche un negoziato di corsa. Per due motivi. Uno oggettivo, l’altro soggettivo. L’Iran non è mai stato così vicino a dotarsi dell’arma nucleare. Nessuno, tranne il regime di Teheran, lo vuole. Non Israele che non ne fa mistero; non i dirimpettai del Golfo o la confinante Turchia che non ne parlano ma lo pensano; non chi di noi europei abbia il buon senso di preoccuparsene; non la Russia o la Cina ai quali l’Iran sta bene con droni e idrocarburi, non con l’atomica. Non, naturalmente gli Usa. Qui entra in gioco il fattore soggettivo. Donald Trump ha fretta. Fretta di deportare immigrati illegali. Fretta di imporre dazi ai quattro venti. Fretta di mettere il bavaglio alle università. Fretta anche in campo internazionale senza la bacchetta magica degli ordini esecutivi. Mostra frustrazione sulla guerra russo-ucraina – se il suo piano di pace non sarà accettato le 30 ore di tregua pasquale offerte da Putin sono un pallido palliativo. Ma l’impazienza ha senso nella diplomazia nucleare: o Teheran si ferma prima della soglia dell’arma atomica o si ferma la diplomazia. Vedi Corea del Nord, con la quale pur ci ha provato. Invano.

Chi è causa del suo mal pianga se stesso. Donald Trump sta cercando di rifare quello che egli stesso aveva disfatto. L’accordo con l’Iran per tenere sotto controllo il programma nucleare esisteva: il Joint Comprehensive Plan of Action (Jcpoa), negoziato da Teheran con i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza Onu (Usa, Uk, Francia, Russia, Cina), più Germania e Ue, concluso nel 2015 e silurato solo due anni dopo dalla prima presidenza Trump.

La contropartita ottenuta dall’Iran era l’ammorbidimento delle sanzioni economiche. Fallito il tentativo europeo di tenerla in vita, l’incentivo per Teheran a rispettare i limiti imposti dal Jcpoa venne meno e si allentarono i controlli sul programma nucleare iraniano. Il Jcpoa era certamente perfettibile: tutt’altro che a tenuta stagna aveva un termine di dieci anni per cui sarebbe venuto comunque a scadenza adesso. Ma se fosse rimasto in vigore l’Iran non sarebbe così vicino alla bomba atomica.

Se Donald Trump, contro il parere del suo allora Segretario alla Difesa Jim Mattis, e di altri nella sua prima amministrazione, non avesse piantato i chiodi sulla bara del Jcpoa, non si troverebbe nella necessità di rinegoziare oggi ex novo lo stesso obiettivo: impedire all’Iran di diventare una potenza nucleare. Per quante differenze ci possano essere – il negoziato è bilaterale Usa-Iran, le condizioni saranno più stringenti, i controlli (forse) più rigorosi – il contenuto di un eventuale “deal” trumpiano con Teheran sarà simile: niente atomica iraniana in cambio di rimozione di sanzioni economico-commerciali. Poi naturalmente Donald Trump dirà che il “suo” accordo è infinitamente migliore di quello di Barack Obama, come fece per la trasformazione di Nafta in Usmca con Messico e Canada – ma se non è zuppa è pan bagnato… Ora, l’importante è che Usa e Iran arrivino ad un accordo sulle attività nucleari di Teheran, con rimozione di sanzioni che avrebbe anche ritorni commerciali non trascurabili per l’Italia.

ZELENSKY, ‘REGISTRIAMO OGNI VIOLAZIONE DI TREGUA DA PARTE RUSSA’

(ANSA) – “Stiamo registrando ogni violazione da parte della Russia della promessa di assoluto silenzio per tutto il periodo pasquale e siamo pronti a fornire informazioni pertinenti ai nostri partner”: lo scrive su Telegram il presidente ucraino Volodymyr Zelensky.

“In realtà, o Putin non ha il pieno controllo del suo esercito, oppure la situazione dimostra che in Russia non hanno l’obiettivo di un vero movimento per porre fine alla guerra e hanno solo bisogno di proficue relazioni pubbliche sui media. È un bene che non ci siano stati attacchi aerei”, aggiunge.

“Grazie a tutti i media, ai podcaster, ai blogger e a tutti coloro che stanno diffondendo la verità su ciò che sta accadendo. Vale la pena trasmettere non solo i servizi da Mosca, ma fare pressione su Mosca affinché adotti davvero un cessate il fuoco completo e lo mantenga per almeno 30 giorni dopo Pasqua, per dare una possibilità alla diplomazia”, conclude. (ANSA).

ZELENSKY, DA QUESTA MATTINA BOMBARDAMENTI RUSSI IN AUMENTO ++

(ANSA) –  “A partire dalle 10 del mattino (le 9:00 in Italia) è stato registrato un aumento del numero di bombardamenti russi e dell’uso di droni kamikaze” da parte russa: lo scrive su Telegram il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. “Solo nel FPV si registra un aumento doppio da parte dell’esercito russo”, aggiunge riferendosi alle operazioni con i droni.

“Questa mattina l’esercito russo sta conducendo le sue azioni più attive nelle direzioni di Pokrovsky e Seversky. L’impiego di armi pesanti continua su queste e altre parti del fronte”, riporta Zelensky: tra mezzanotte e le 12:00 ci sono state 26 operazioni d’assalto russe.

TRUMP FA SCAPPARE I RICCONI AMERICANI IN SVIZZERA – NEGLI ULTIMI TRE MESI LA BANCA DI GINEVRA “PICTET” HA SEGNALATO UN AUMENTO SIGNIFICATIVO DI RICHIESTE PER L’APERTURA DI CONTI PRESENTATE DA CONTRIBUENTI STATUNITENSI – ANCHE LA SOCIETÀ DI CONSULENZA “ALPEN PARTNERS” DI ZURIGO HA FATTO SEGNARE UN IMPENNATA DI CLIENTI A STELLE E STRISCE, DOPO IL REINSEDIAMENTO DI “THE DONALD” ALLA CASA BIANCA – TUTTI ALLA RICERCA DI STABILITÀ ECONOMICA E POLITICA, DI UNA MONETA FORTE COME IL FRANCO SVIZZERO CHE PERMETTE DI DIVERSIFICARE RISPETTO A UN DOLLARO CHE HA PERSO CREDIBILITA’…

Estratto dell’articolo di Lino Terlizzi per “Il Sole 24 Ore”

La banca ginevrina Pictet segnala un aumento significativo di richieste per l’apertura di conti in Svizzera presentate alla Pictet North American Advisors, ramo di consulenza per contribuenti nordamericani, registrata presso la Sec, l’autorità Usa di vigilanza.

Per gli statunitensi non è facile aprire un conto in Svizzera, a causa delle stringenti norme Fatca, ma ci sono semplificazioni se i soggetti elvetici sono registrati alla Sec. E anche la società zurighese di consulenza Alpen Partners, che pure ha un suo ramo registrato presso la Sec, ha confermato un aumento delle richieste di clienti Usa interessati alla Svizzera dopo il reinsediamento di Trump alla Casa Bianca […]

Ugualmente l’americana Cnbc segnala un numero crescente d’investitori Usa facoltosi che sta approdando a banche e società finanziarie elvetiche, alla ricerca di stabilità economica e politica, di un sistema Paese affidabile, di una moneta forte come il franco svizzero che permette di diversificare rispetto a un dollaro che ora non è messo bene. Ci sono poi voci anche su acquisti Usa, effettuati con conti elvetici, di un classico bene rifugio come l’oro fisico; la Svizzera è infatti una delle piazze maggiori nella lavorazione e nei commerci di metallo giallo.

Il segreto bancario per i non residenti in Svizzera non esiste più, dunque non è questo a spingere verso la Confederazione, quanto piuttosto i motivi citati, a cui si aggiunge il know how nella gestione di patrimoni diffuso nella piazza elvetica.[…]

CREMLINO, NON È STATA ORDINATA UN’ESTENSIONE DELLA TREGUA

(ANSA) – ROMA, 20 APR – Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha sottolineato che la tregua pasquale tra Russia e Ucraina scadrà questa notte, poiché il presidente russo Vladimir Putin non ha ordinato di estenderla.

Lo ha detto all’agenzia di stampa Tass. “Non ci sono stati altri ordini”, ha risposto Peskov alla domanda se il cessate il fuoco potesse essere esteso.

LAVROV, ‘LA UE VUOLE FAR RIVIVERE L’IDEOLOGIA DEL NAZISMO’

(ANSA) – Il desiderio della Ue di vietare ai politici di alcuni Paesi europei, compresi i leader di Stato, di recarsi in Russia il 9 maggio – giorno in cui il Paese celebra la sconfitta del nazismo e la fine della seconda guerra mondiale – è un tentativo di far rivivere l’ideologia del nazismo: lo ha detto oggi il ministro degli Esteri Sergei Lavrov, come riporta Ria Novosti.

“Non esiste una parola che possa caratterizzare questo fenomeno, non lo dico per ironia, è incomprensibile per la mente come l’Unione Europea voglia apertamente rinnovare l’ideologia europea del nazismo”, ha detto il capo della diplomazia russa al giornalista Pavel Zarubin. Mosca farà ogni sforzo affinché questa ideologia del nazismo “non alzi la testa” e venga distrutta e affinché l’Europa ritorni ai suoi valori, ha aggiunto.

Lunedì scorso l’alto rappresentante Ue Kaja Kallas ha affermato: “Ci aspettiamo che nessun Paese candidato all’ingresso nell’Ue si rechi a Mosca per la parata del 9 maggio”, aggiungendo ch “le celebrazioni a Mosca non saranno prese alla leggera dalla parte europea, considerando che la Russia sta conducendo una guerra su vasta scala in Europa”. (ANSA).