

TRUMP OTTIMISTA SU CINA, SEMPRE ANDATO D’ACCORDO CON XI
(ANSA) – “Sono sempre andato d’accordo con Xi. Penso che verrà fuori qualcosa di positivo con la Cina”. Lo ha detto Donald Trump parlando dei dazi.
PECHINO E LA TIGRE DI CARTA XI JINPING
«Resistiamo insieme alle prepotenze unilaterali». Xi Jinping ha di fronte Pedro Sanchez, ma è come se stesse parlando all’Europa intera. Il presidente cinese chiede di coalizzarsi contro il «bullismo» di Donald Trump. Non sarà facile raccogliere in toto la chiamata alle armi, ma intanto Pechino appare improvvisamente diventata un po’ più partner e un po’ meno «rivale sistemica», usando due delle definizioni con cui l’Unione europea è solita etichettare il gigante asiatico.
Di certo, la Cina continua a segnalare di non avere alcuna intenzione di cedere di fronte alla guerra commerciale lanciata dalla Casa Bianca. Lo fa con le misure pratiche, come quando ieri ha annunciato un ulteriore innalzamento dei dazi sulle importazioni di prodotti statunitensi: si passa dall’84 al 125%. Sarà l’ultima volta.
«Dato che le esportazioni americane sono già commercialmente non redditizie con gli attuali livelli tariffari, qualsiasi ulteriore aumento dei dazi statunitensi sui prodotti cinesi verrà semplicemente ignorato», ha annunciato il governo. Ma non manca certo anche la dimensione retorica, visto che i funzionari cinesi continuano a rispolverare battagliere frasi di Mao Zedong.
«Gli Stati Uniti cercano di intimidire alcuni Paesi, vietando loro di fare affari con noi, ma l’America è solo una tigre di carta», ha dichiarato Mao Ning, portavoce del ministero degli Esteri, usando la definizione di Washington data a più riprese dal «grande timoniere» durante la guerra fredda. La diplomatica, peraltro nata nella stessa città di cui era originario Mao (Xiangtan), ha aggiunto: «Non cadete nel bluff dell’America, basta una puntura e scoppierà».
Ospitare il premier spagnolo, primo leader europeo a visitare la Cina dopo il Liberation Day trumpiano, concede a Xi la possibilità di mostrarsi tutt’altro che isolato. E, anzi, intento a forgiare nuove forme di cooperazione. Il premier spagnolo vuole «relazioni solide» con Pechino, indipendenti dai rapporti intrattenuti con Washington.
La strada è ancora lunga e l’escalation potrebbe continuare. Anche se, escludendo altre misure non tariffarie alle ritorsioni di ieri, la Cina pare segnalare a Washington di essere disposta a rallentare lo scontro. Magari in attesa di negoziati, ma solo se e quando a Xi sembrerà che riaprire il dialogo non significhi mostrare debolezza.
Nel frattempo, si cercano sponde nel resto del mondo. Si parla già di «strategia 2030», anno entro il quale la Cina potrebbe ridurre o portare a zero i dazi sulle merci di tutti i Paesi «non avversari», eliminando parte delle restrizioni esistenti sugli investimenti esteri. Ma per resistere alla «lunga marcia» che gli esportatori cinesi si accingono ad affrontare, serve una netta accelerazione dei consumi interni.
L’obiettivo sarebbe quello di aumentarli del 30% nei prossimi cinque anni. Ma tra gli economisti cinesi c’è chi è pessimista. Yao Yang della Renmin University ha pubblicamente parlato della presenza di «due elefanti nella stanza» dell’economia cinese: le difficoltà finanziarie dei governi locali e la continua caduta del settore immobiliare.
L’Europa non si fida degli Usa: “Pronti a colpire la Silicon Valley”
Von der Leyen: “Trattiamo, ma possiamo introdurre una web tax”. E apre a Pechino. Sefcovic a Washington per riprendere i negoziati. Lo scudo di Lagarde: “Ci difenderemo”
«Fare “whatever it takes” per proteggere i cittadini e le aziende europee». Sono bastate le parole del ministro polacco dell’Economia, Andrzej Domnski (presidente di turno dell’Ue), al termine della riunione dell’Eurogruppo per capire quali siano le intenzioni europee nel braccio di ferro con Donald Trump sui dazi. Ossia ogni cosa.
La frase più famosa scandita nel 2012 da Mario Draghi ha una eco anche nell’impegno della presidente della Bce, Christine Lagarde: «Siamo sempre pronti a utilizzare tutti gli strumenti a nostra disposizione come abbiamo fatto in passato per garantire la stabilità dei prezzi e finanziaria, perché l’una non può prescindere dall’altra». Della disponibilità al dialogo professata dal presidente americano, dunque, nessuno si fida. L’Unione vuole arrivare ad un accordo ma si prepara al peggio. E tutti ricordano che «questo scontro non lo abbiamo voluto noi».
E infatti la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha confermato al Financial Times, la minaccia che era stata già apertamente brandita da Palazzo Berlaymont: «Siamo pronti a introdurre una web tax». Se non ci sarà un’intesa «pienamente equilibrata», quindi, Bruxelles sferrerà l’attacco anche alle Big Tech come Google, Amazon, X e Apple. Tutte aziende americane cui il tycoon tiene in modo particolare. Dunque non solo i contro-dazi. La ritorsione arriverebbe pure con il cosiddetto “Strumento anticoercizione” in grado di bloccare tutte le operazioni delle aziende Usa in Europa.
Ma, appunto, l’Unione preferirebbe evitare uno scontro in cui «tutti sono perdenti». E infatti già lunedì prossimo, stringendo i tempi, il commissario Ue al Commercio, Maros Sefcovic, volerà a Washington per riprendere il negoziato. Stavolta partendo dai dati reali. Le tariffe statunitensi effettive, ha fatto notare ancora Lagarde, fino a due settimane fa «erano del 3,5%, sono salite al 3,8% in base alle misure attualmente in vigore e a quelle che saranno presto in vigore. Questo include il 10% generalizzato, il 25% sul settore automobilistico e sull’industria petrolifera e siderurgica» ma si impenneranno al 30% «nel caso in cui venissero applicate quelle regole che sono state sospese».
Ed ecco le stime della Commissione che ben illustrano come la guerra commerciale lascerebbe molte vittime sul campo, a partire dagli americani. «Il Pil degli Stati Uniti – ha sottolineato il commissario agli affari economici, Valdis Dombrovskis – si ridurrebbe dallo 0,8 all’1,4% entro il 2027. L’impatto negativo sull’Ue sarebbe inferiore a quello degli Stati Uniti, circa lo 0,2% del Pil. Se poi i dazi fossero confermati permanentemente le conseguenze economiche saranno negative del 3,1-3,6% per gli Usa e 0,5%-0,6% per l’Ue, l’1,2% per il Pil mondiale, mentre il commercio globale diminuirà del 7,7% tra tre anni».
Ma appunto poiché in questo momento la fiducia nella Casa Bianca è ai minimi storici, l’Europa si attrezza anche per aprire nuovi mercati. E ieri è stato confermato il summit Eu-Cina che si terrà a Pechino a fine luglio. Il “Dragone” sta diventando un’opzione sostitutiva dal punto di vista dell’export.
Nel frattempo i mercati finanziari restano in fibrillazione. La presidente della Bce ha smorzato i rischi sulle quotazioni dei titoli di Stato. E Dombrovskis ha escluso per ora la sospensione totale del Patto di Stabilità come durante la pandemia.
L’inviato speciale Usa Witkoff quattro ore da Putin: “Sulla tregua datevi una mossa”
L’inviato porta il messaggio di Trump: sanzioni senza svolta ad aprile. Ma si è pure espresso per la cessione delle regioni ucraine
Quando vede apparire Vladimir Putin nella biblioteca presidenziale “Boris Eltsin” di San Pietroburgo, l’inviato speciale di Donald Trump, Steve Witkoff, si porta una mano sul cuore. «Welcome», «benvenuto», gli dice il presidente russo in inglese. L’inviato risponde dicendosi «felice» di incontrarlo e ringraziandolo per il tempo che gli sta dedicando. Una cordialità che stona con lo sfogo che il leader della Casa Bianca intanto affida da Washington al social Truth: «La Russia deve darsi una mossa. Troppe persone stanno morendo, migliaia a settimana, in una guerra terribile e insensata» in Ucraina.
Il terzo incontro in due mesi tra Putin e l’inviato di Trump doveva essere una resa dei conti a distanza tra il presidente statunitense che, da un lato, preme per arrivare a un accordo che ponga fine a oltre tre anni di ostilità e il leader del Cremlino che, dall’altro, continua a trascinare i negoziati senza fare concessioni. Una distanza che si riflette anche nelle dichiarazioni che precedono i colloqui: la Casa Bianca che definisce la visita di Witkoff «un altro passo verso il cessate il fuoco in Ucraina» e il portavoce del Cremlino che allude a discussioni su un possibile faccia a faccia tra i due leader, ma avverte che non è il caso di «aspettarsi alcuna svolta». «È in corso un processo di normalizzazione delle relazioni e la ricerca di basi per procedere verso una soluzione. Il duro lavoro continua», dice. E alla domanda se al colloquio seguirà una telefonata tra Putin e Trump, risponde vago: «In teoria è possibile».
Quando, dopo oltre quattro ore e mezza, si conclude l’incontro, il Cremlino si limita a comunicare che «il tema dell’incontro è stato la risoluzione della questione ucraina». Come se non fosse già noto a tutti. Nessun’altra dichiarazione. Almeno fino alla tarda notte moscovita. Trapela soltanto che, all’incontro, erano presenti anche il consigliere di Putin per la politica estera Jurij Ushakov e il suo inviato per la cooperazione economica Kirill Dmitriev che Witkoff aveva già incontrato in mattinata trovando anche il tempo per visitare la Cattedrale di Sant’Isacco e la sinagoga.
Stando ad Axios, Trump aveva incaricato Witkoff di consegnare a Putin un ultimatum: accettare la tregua totale entro fine aprile o affrontare nuove sanzioni. Ma, secondo Reuters, negli Stati Uniti molti repubblicani dubitano che Witkoff sia davvero l’uomo giusto per recapitare il massaggio. La scorsa settimana, dopo aver cenato con Dmitriev in visita a Washington, avrebbe detto a Trump che il modo più rapido di chiudere il conflitto sarebbe consegnare alla Russia le quattro regioni ucraine che ha annesso nel 2022, ma che controlla soltanto in parte. L’inviato Usa per l’Ucraina Keith Kellogg avrebbe subito protestato, ma Trump non avrebbe preso posizione. Il fatto che oggi Witkoff voli nel Sultanato dell’Oman per colloqui senza precedenti con l’Iran sull’energia nucleare dimostrerebbe però che non lo ha scaricato.

TEORIA DEL PAZZO, DEL DAZIO O DEL CAZZO? – PER RAZIONALIZZARE LE FOLLIE DI TRUMP, C’È CHI TIRA IN BALLO LA “TEORIA DEL PAZZO” DI NIXONIANA MEMORIA: DEVI FAR CREDERE AI TUOI AVVERSARI DI ESSERE DAVVERO MATTO E IMPREVEDIBILE. MA FUNZIONA SOLTANTO SE POI VAI FINO IN FONDO, NON SE VAI PRIMA PRENDI IN GIRO I LEADER CHE TI VOGLIONO BACIARE IL CULO E POI FAI RETROMARCIA PER PAURA DEL CROLLO DEI MERCATI…
Trump “il madman” prova a rassicurare l’America. Ma rilancia sui dazi alla Cina
Estratto dell’articolo di Mattia Ferraresi per “Domani”
Donald Trump […] è un raffinato stratega o un cialtrone senza criteri? È il grande artista del deal […] o un narcisista umorale che oggi va in una direzione, domani in quella opposta e dopodomani chissà?
[…] Lui, Trump, dice come sempre tutto e il suo contrario. Al vertice di governo ha detto che «ci sarà un costo di transizione» per i dazi, ma ha assicurato che «alla fine, andrà tutto bene», esultando per una giornata storica dei mercati. Ha spiegato che la decisione è arrivata dopo che ha visto investitori molto, troppo preoccupati – i famosi “panican” che fino al giorno prima insultava per la loro debolezza – e poi in un momento che forse si avvicina alla sincerità ha pronunciato questa frase: «Molte volte non è un negoziato fino al momento in cui lo diventa. Questo succede».

Sentenza oracolare, eppure chiarissima. A volte le cose nascono in un modo e finiscono in un altro, un nuovo scopo – o un nuovo umore – rimpiazza quello originario, trasformando una presa di posizione in una tattica negoziale, secondo una logica di imprevedibilità che sfugge a tutti quelli che lo circondano. E il punto è esattamente questo: tutti, anche i consiglieri più stretti, devono avere il dubbio e domandarsi “ma fa sul serio oppure è un bluff?”. Quando poi la decisione viene presa, ciascuno la razionalizza a posteriori cercando di trarne la morale che gli fa comodo.
[…] Questa dinamica imperscrutabile e paranoica può essere descritta come una versione della “madman theory”, il metodo di spacciarsi per pazzi che nell’America contemporanea è associato a Richard Nixon, il disgraziato presidente che ha molte cose in comune con Trump.

Una volta Nixon ha enunciato la teoria al suo capo di gabinetto H.R. Haldeman, l’uomo che con il consigliere John Ehrlichman formava il cosiddetto “Muro di Berlino” a protezione del presidente. «Voglio che i vietnamiti del nord credano che io abbia raggiunto il punto in cui sono capace di tutto pur di fermare la guerra. Gli faremo arrivare il messaggio che “per Dio, lo sai che Nixon è ossessionato con il comunismo, non riusciamo a contenerlo quando è arrabbiato, e ha le mani sul pulsante nucleare”. Ho Chi Minh in persona sarà a Parigi nel giro di due giorni a implorare la pace».
La teoria del pazzo impone appunto di far credere agli avversari di non essere attori razionali, ma di avere l’ardire di fare qualunque cosa sulla base di istinti e volubilità imprevedibili, incluso danneggiare i propri interessi. Per funzionare, gli avversari devono credere che il pazzo sia veramente pazzo, non che stia recitando strategicamente una parte secondo uno scopo preciso.
E per funzionare ancora meglio – ecco il tocco trumpiano – anche alleati e consiglieri devono crederci, devono provare un vero moto di paura quando il presidente sceglie una strada che è loro sgradita, e quelli che invece esultano per le decisioni prese possono trovarsi, nel giro di 18 ore, dalla parte sbagliata del processo decisionale, senza nemmeno essere stati informati. In fondo, la domanda se dietro a Trump ci sia acume strategico o follia non ha senso.
Michael Spence: “Il mercato non si fida più di Donald. Rischiamo la nuova Guerra Fredda”
Il Nobel: «Gli investitori hanno iniziato a vendere bond e l’hanno costretto a fermarsi. La Casa Bianca voleva riportare le aziende negli Usa ma ha creato soltanto incertezza»
Per capire davvero cosa sta succedendo all’America e alle Borse mondiali, dice Michael Spence, bisogna provare a entrare nella testa di The Donald. «Da anni, ben prima di diventare presidente, sostiene che il sistema commerciale è ingiusto» spiega il Nobel, premiato nel 2001 insieme a Joseph Stiglitz per le sue analisi sui mercati.
«Spesso, in particolare, Trump ha fatto riferimento a Pechino. Pensa che se gli scambi fossero corretti, su un piano paritario, i deficit commerciali non sarebbero così grandi: è convinto che qualcuno stia sfruttando gli Stati Uniti, e che questo penalizzi i cittadini americani, in particolar modo quelli che lavorano nel manifatturiero. I suoi primi quattro obiettivi, dichiarati ben prima del “Giorno della Liberazione”, erano Messico, Canada, Unione Europea e Cina».
Poi però il 2 aprile è arrivato davvero, ed è stato uno tsunami.
«Sì, i mercati hanno reagito. Gli Stati Uniti rappresentano circa il 25% dell’economia globale, ma circa il 40% dei mercati finanziari. L’eco si è sentita in tutto il mondo. Nel frattempo, le performance dell’economia statunitense hanno iniziato a peggiorare, la fiducia dei consumatori è scesa, sono salite le aspettative legate all’inflazione. Tutto questo, a causa dell’incertezza. Nessuno sapeva dove si sarebbe arrivati, se ci trovassimo in una situazione permanente o all’inizio di un processo che avrebbe portato a delle negoziazioni».
All’inizio Trump ha provato a tenere duro, poi è stato costretto a fare retromarcia. Cosa è cambiato?
«Penso che la cosa che ha davvero spaventato i mercati finanziari — non solo negli Stati Uniti ma a livello globale — sia che inizialmente, quando la gente ha cominciato a uscire dal mercato dei titoli azionari, si sia riversata sui Treasury, i titoli di Stato emessi dal governo americano. Negli ultimi giorni i rendimenti dei Treasury hanno cominciato a salire, il che significa che i valori stavano calando, e dunque che la gente li stava vendendo. A quel punto, ha capito che fermarsi fosse la cosa migliore».
E ora che succede?
«Per ora siamo di fronte a questo: un periodo di 90 giorni in cui, dice l’amministrazione, negozierà con i vari partner commerciali. Vedremo se succederà davvero».
Non è bastato a rassicurare Wall Street.
«Direi che l’incertezza resta molto alta, ci sono molte cose di cui preoccuparsi, come la crescita globale. Inoltre Trump ha chiaramente dichiarato una guerra commerciale totale con la Cina, perché Pechino ha risposto in modo aggressivo, come ci si aspettava, e lui ha di nuovo affondato il colpo. Risultato: i dazi americani sui beni cinesi ora sono al 100%. Sono state prese alcune decisioni che io reputo sconcertanti».
A cosa si riferisce, in particolare?
«Prodotti a basso costo e ad alta intensità di manodopera, come il tessile, l’abbigliamento, le scarpe, tendono a essere importati dal Vietnam. Gli imprenditori cinesi hanno investito lì. Non sono attività che sia plausibile pensare di riportare negli Stati Uniti. Se l’obiettivo reale è fare quello che chiamo uno “spostamento marginale”, cioè riportare un po’ di manifattura in America, bisogna tenere presente che non si può realizzare dall’oggi al domani. Mi sembra che l’amministrazione abbia sottovalutato l’impatto a breve termine e le turbolenze. Sarebbe stato utile un approccio più mirato».
Il deputato democratico Adam Schiff ha chiesto al Congresso di indagare se il presidente Trump abbia commesso insider trading. Pensa sia corretto?
«No, in generale no. Sono sicuro che si possa trovare qualche caso in cui i movimenti dei listini abbiano favorito qualcuno, ma non penso che il saliscendi dei prezzi sia stato orchestrato per favorire qualcuno. Non mi pare sia questa la motivazione principale di quanto sta accadendo».
Parecchi economisti sostengono che la globalizzazione stia finendo. È così?
«Penso che la risposta onesta sia che non sappiamo con certezza con quale versione dell’interdipendenza globale vivremo nei prossimi mesi. Ma se per “fine della globalizzazione” intendiamo quella basata sulle strutture messe in piedi dopo la Seconda guerra mondiale e durate oltre 70 anni, direi che quella è sicuramente finita. Anche se, ad essere sinceri, stava già terminando prima che Trump tornasse in carica, a causa delle tensioni geopolitiche, degli choc e della diversificazione delle catene di fornitura. È ciò di cui Mohammed El-Erian, Gordon Brown e io abbiamo scritto nel nostro libro “Permacrisi”. Non stavamo prevedendo Trump, ma è chiaro che l’economia globale stia cambiando. Penso ci sia un’altra cosa da dire sull’amministrazione Trump, ed è una novità sul fronte globale: non vede di buon occhio nulla che suoni come “multilaterale”. Quindi la domanda è: il resto del mondo — l’Europa, la Cina, alcune grandi economie emergenti — sarà disposto e capace di costruire una versione utile della globalizzazione, un’interdipendenza globale adattata alla situazione attuale, ma che mantenga un sistema globale ragionevolmente aperto in termini di commercio, investimenti, tecnologia e persino mobilità delle persone? L’alternativa è che ognuno vada per conto proprio, e si finisca in quello che gli economisti chiamano “gioco non cooperativo”».
Si rischia un’altra guerra fredda?
«È uno degli scenari, con una sfera d’influenza della Cina e una degli Stati Uniti. Ma in questo quadro non è chiaro dove si collochi l’Europa, perché è evidente che stia arrivando alla conclusione che gli Stati Uniti siano ormai un alleato imprevedibile e inaffidabile. Non penso che la politica internazionale e interna del Vecchio Continente sarà la stessa di prima, perché, in parte, quella politica si basava sull’idea che gli Stati Uniti sarebbero stati un partner stabile, dalla Difesa al Commercio. E tutto ciò è stato messo in discussione».
Levi’s archivia il 2024 boom con Beyoncé e Dylan. Ora i jeans finiscono al centro della guerra dei dazi fra Usa e Ue
Il film su Bob Dylan e le pubblicità con Beyoncé avevano fatto volare gli affari dell’azienda. Adesso la ceo Michelle Gass minimizza: «Le scorte della collezione primavera-estate sono già arrivate a destinazione, nessun impatto immediato dalle tariffe»
Secondo una parte degli economisti, le guerre commerciali non hanno vincitori. Ma anche tra i “perdenti”, se così li si può chiamare, non tutti ne risentono allo stesso modo. Ci sono aziende, per esempio, che non solo si trovano a fare i conti con le tariffe universali imposte da Donald Trump (solo in parte sospese) ma sono finite anche nella lista dei contro-dazi dell’Unione europea (anch’essi congelati, almeno per ora). È il caso di Levi’s, la storica azienda americana conosciuta in tutto il mondo per i suoi jeans. Durante una conference call sui risultati del primo trimestre del 2025, l’amministratrice delegata Michelle Gass ha provato a minimizzare l’impatto della guerra commerciale scatenata da Washington contro il resto del mondo (alleati inclusi) ma ha anche anticipato che ci potrebbero essere aumenti di prezzo «chirurgici» sui suoi prodotti.
Il fuoco incrociato dei dazi tra Usa e Ue
Da diversi anni ormai, Levi’s ha delocalizzato la produzione e si rifornisce soprattutto da Paesi asiatici, compresi alcuni dei più colpiti dai «dazi reciproci» di Trump: Bangladesh, Cambogia, Pakistan, Sri Lanka e, più di tutti, Vietnam. Le tariffe contro questi Paesi sono state congelate per novanta giorni, ma se dovessero entrare in vigore rappresenterebbero un duro colpo per la storia azienda dei denim jeans. I caotici annunci della Casa Bianca sui dazi non sono l’unico grattacapo per Levi’s. I jeans, prodotto di punta del marchio californiano, figurano anche nella lista di prodotti che l’Unione europea potrebbe colpire con contro-tariffe del 25% qualora i negoziati con Washington dovessero fallire. Nel suo pacchetto di contromisure, Bruxelles ha voluto includere una serie di beni di consumo tipicamente americani, tra cui proprio i pantaloni in denim, che però gli Stati Uniti producono a malapena. Nel 2024, secondo i dati di Euratex, l’Unione europea ha importato denim Made in Usa per appena 19,3 milioni di euro. Curiosamente, più della metà (10,8 milioni di euro) è finito proprio in Italia.
L’arrivo delle scorte negli Usa mette al sicuro la collazione primavera-estate
In una conference call con gli analisti finanziari, l’ad Michelle Gass ha provato a minimizzare l’impatto che le tensioni commerciali avranno su Levi’s: «Siamo consapevoli che si tratta di una situazione macroeconomica in rapida evoluzione e dobbiamo vedere come si risolve». Per il momento, l’azienda californiana ha confermato le previsioni di crescita per il 2025, pur senza escludere che potranno essere riviste nei prossimi mesi. Per rassicurare gli investitori, la numero uno di Levi’s ha snocciolato una serie di rassicurazioni. La prima è che «la maggior parte dei prodotti per la primavera e l’inizio dell’estate è già disponibile negli Stati Uniti». In altre parole, la merce è arrivata a destinazione prima che i dazi entrassero in vigore. Il secondo messaggio di speranza riguarda la diversificazione dei mercati: il 60% del fatturato di Levi’s, ha assicurato Gass, è generato al di fuori degli Stati Uniti. Se anche gli Usa dovessero entrare in recessione, dunque, l’impatto sugli affari dell’azienda sarebbe meno devastante di quanto si potrebbe pensare.
L’aiutino di Beyoncé e il boom di affari dopo il film su Bob Dylan
E pensare che finora gli affari di Levi’s stavano andando a gonfie vele. L’azienda ha chiuso il primo trimestre dell’anno con un utile netto di 135 milioni di dollari, quando lo scorso anno i primi tre mesi avevano portato a una perdita di 10,6 milioni. Tutto merito di due fattori. In primis l’aumento dei prezzi, che ha preceduto qualsiasi annuncio di Trump sui dazi. In secondo luogo, il successo di A complete unknown, il film in cui Timothée Chalamet veste i panni di Bob Dylan, la cui passione per i jeans Levi’s è ben nota. La pellicola diretta da James Mangold ha fatto crescere gli affari del marchio californiano, che ha anche lanciato una collezione in edizione limitata con alcuni capi ispirati proprio al guardaroba del cantautore. A dare una mano agli affari di Levi’s ci ha pensato anche l’imponente campagna pubblicitaria «Reiimagine» lanciata a settembre con una testimonial d’eccezione: Beyoncé. «La nostra intenzione è accelerare sul mercato femminile, perché siamo ancora poco presenti», ha precisato Michelle Gass. Anche se, prima di pensare a nuovi mercati da esplorare, ci sarà da fare i conti con gli sviluppi della guerra commerciale.
INVIATO USA, L’UCRAINA POTREBBE ESSERE DIVISA COME BERLINO
(ANSA) – L’Ucraina potrebbe essere divisa, “quasi come Berlino dopo la Seconda Guerra Mondiale”, nell’ambito di un accordo di pace tra Kiev e Mosca: lo ha detto in un’intervista al Times l’inviato speciale di Donald Trump per Ucraina e Russia, Keith Kellogg.
Il generale, figura di spicco negli sforzi statunitensi per porre fine alla guerra in corso da tre anni, ha suggerito che le truppe britanniche e francesi potrebbero istituire zone di controllo nell’ovest del Paese come parte di una “forza di rassicurazione”, con l’esercito russo nell’est occupato. Tra di esse ci sarebbero le forze ucraine e una zona smilitarizzata.
Il generale 80enne ha affermato che la forza guidata dagli anglo-francesi a ovest del fiume Dnipro, che taglia in due l’Ucraina da nord a sud e attraversa Kiev, “non sarebbe affatto provocatoria” per Mosca. Ed ha aggiunto che l’Ucraina è un Paese abbastanza grande da ospitare diversi eserciti che cercano di imporre un cessate il fuoco.
“Si potrebbe quasi far sembrare quello che accadde a Berlino dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando c’erano una zona russa, una francese, una britannica e una statunitense”, ha proseguito. “Siete a ovest del (fiume Dnipro), il che rappresenta un ostacolo importante”, ha aggiunto riferendosi al Regno Unito e alla Francia.
Kellogg ha poi chiarito che gli Usa non fornirebbero forze terrestri, suggerendo che una zona demilitarizzata di circa 29 km potrebbe essere implementata lungo le attuali linee di controllo a est. Implicito nel piano del generale su come passare da un cessate il fuoco a un accordo di pace duraturo è il riconoscimento da parte degli Stati Uniti del controllo di fatto della Russia sul territorio attualmente occupato, commenta il Times.
Ieri l’inviato di Donald Trump Steve Witkoff ha affermato, secondo quanto ha riferito la Reuters, che “il modo più rapido” per arrivare a un cessate il fuoco in Ucraina sarebbe “sostenere una strategia che darebbe alla Russia la proprietà delle quattro regioni orientali ucraine che Mosca ha tentato di annettere nel 2022”.
Il muro dei dazi americani cambia i commerci per le imprese italiane: «Rischio invasione di merci cinesi»
Super dazi verso Pechino. I dubbi delle imprese: contro-tariffe o investire sulla competitività?
I dazi Usa sulla Cina sono incrementati nell’ultima settimana a più riprese. Per chi avesse perso il conto, oggi sono arrivati al 145%. Così le imprese italiane si trovano schiacciate tra due fronti: da una parte penalizzate dai dazi Usa, dall’altra consapevoli del rischio di invasione di merci cinesi a basso costo. Acciaio, alluminio, chimica di base, veicoli, frigoriferi, lavatrici, tessile, abbigliamento. Persino l’alimentare. Se il pericolo è riconosciuto da tutti, meno condivisione c’è sul tipo di risposte da mettere in campo. Ma andiamo con ordine.
Prendiamo gli elettrodomestici. Oggi il 35% dei frigoriferi venduti in Europa viene dall’Asia, il 25% se parliamo degli elettrodomestici in generale. «Dal Covid in poi abbiamo assistito a un aumento delle importazioni di prodotti dal Far East, spesso con prezzi molto aggressivi — fa il punto Marco Imparato, direttore di Applia, l’associazione dei produttori del settore —. Con i nuovi dazi Usa temiamo che questa dinamica possa ulteriormente accentuarsi».

Un settore di cui si parla poco è la chimica. Ma anche qui il problema esiste, eccome. «Il rischio che arriva da un riorientamento di prodotti cinesi verso l’Europa causato dai dazi Usa su Pechino è altissimo — avverte il presidente di Federchimica Francesco Buzzella —. Anche perché la quota di import di chimica dalla Cina è già aumentata dal 5 al 16% nel periodo 2021-2024». Ma oggi quali sono i segnali? Qualche indicatore mostra che la situazione sta peggiorando? «A gennaio l’import dalla Cina è raddoppiato», segnala Buzzella.
Stessi timori in un altro settore per la verità già tartassato dal calo della produzione industriale come quello del tessile-abbigliamento. Il presidente di Confindustria Moda Sergio Tamborini lo ha sottolineato nei giorni scorsi: i prodotti che i cinesi non riescono più a vendere negli Usa finiranno da qualche parte, temiamo anche a casa nostra. Difficile dargli torto, anche perché la Cina fino a ieri ha esportato verso gli Usa prodotti legati al tessile e alla moda per il non trascurabile valore di 145 miliardi dollari l’anno.
Non mancano le preoccupazioni anche per il settore meccanico già in fase di riconversione con il green deal. In quest’ambito non potranno più prendere la strada degli Usa merci cinesi per il valore di 87 miliardi di dollari ogni anno. Se parliamo di automotive e di siderurgia, poi, piove sul bagnato perché l’Europa subisce da tempo la concorrenza di Pechino, tanto che i dazi sulle merci cinesi sono stati introdotti da un pezzo. Il punto è: ora saranno una protezione sufficiente? Prendiamo il caso dell’automotive: se oggi le auto cinesi vendute in Europa ammontano a circa al 5% del totale, già prima dello choc dei dazi i consulenti di Alix Partners stimavano una crescita al 12% nel 2030 e al 20% nel 2035.
Che fare? Alzare e allargare i dazi verso la Cina? La risposta non è per nulla scontata. All’interno di Ucimu, per esempio, l’associazione dei produttori di macchine utensili, il confronto è aperto sull’efficacia dei possibili interventi.
Martedì scorso all’incontro convocato dal governo con le parti sociali, Confindustria ha presentato le sue proposte per potenziare la «difesa commerciale». «Il problema è che la Cina si trovava già a gestire un’importante sovraccapacità produttiva. Da tempo cerca di rafforzare la domanda interna, che però resta ancora debole», riflette Alessandro Fontana, direttore del centro studi. Gli industriali sono realisti. Anche all’incontro con il governo è venuto fuori che sarebbe meglio evitare i dazi sui beni intermedi (i singoli componenti di un prodotto) perché si metterebbero in difficoltà intere filiere.
C’è il rischio di farci del male da soli, soprattutto quando si parla delle tecnologie strategiche per la transizione. Al massimo i dazi potrebbero essere introdotti o incrementati su alcuni prodotti destinati al consumatore finale. Con la consapevolezza che possono essere anche facilmente aggirati. In Confindustria molti concordano sul fatto che più efficace sarebbe affrontare il problema alla radice. Cioè aumentando la competitività delle nostre imprese, a partire dal costo dell’energia.
Trump esclude smartphone, computer e chip dai dazi “reciproci”
L’amministrazione del presidente Donald Trump ha deciso di escludere smartphone, computer e altri dispositivi elettronici dai cosiddetti dazi “reciproci”, una mossa che potrebbe attenuare l’impatto sui consumatori e avvantaggiare colossi del settore come Apple Inc. e Samsung Electronics Co.Secondo quanto riportato da Bloomberg, le esenzioni — pubblicate venerdì sera dall’Agenzia statunitense per la dogana e la protezione delle frontiere (US Customs and Border Protection) — riducono significativamente il campo d’azione delle nuove tariffe. I dispositivi elettronici esclusi non saranno soggetti né al dazio del 125% imposto sui prodotti provenienti dalla Cina, né alla tariffa globale del 10% applicata a quasi tutti gli altri Paesi.Tra i prodotti che non saranno soggetti alle nuove tariffe di Trump ci sarebbero anche i macchinari usati per la produzione di semiconduttori, cosa importante per i produttori di chip e, in particolare, per la taiwanese Tsmc che ha annunciato un nuovo importante investimento negli Stati Uniti. Va detto che la “tregua” potrebbe rivelarsi fugace: le esclusioni derivano dall’ordine iniziale, che impediva che le tariffe extra su alcuni settori si sommassero a quelle nazionali. Non è dunque escluso che siano imposte tariffe diverse.
Titoli di Stato e dollaro: il tonfo della credibilità americana (e quei sospetti su Pechino)
Mai prima un’impennata così rapida del costo del debito. Vacilla il bene rifugio. La Fed ieri ha detto di essere pronta a muoversi per stabilizzare il mercato
Per ottant’anni, i mercati si sono basati su due pilastri che hanno sostenuto l’infrastruttura del sistema finanziario internazionale: il dollaro come moneta di riserva per le banche centrali o le istituzioni private in qualunque Paese; e i titoli di Stato americani come unici valori sicuri, privi di rischio, reperibili e scambiabili in abbondanza e rapidamente in ogni momento e ovunque, dunque validi quali garanzia in tempi normali e beni rifugio durante le crisi. Le loro caratteristiche hanno reso il dollaro e i titoli di Stato americani unici e indispensabili. Su questi fondamenti si è tenuto ed è cresciuto il sistema dagli accordi di Bretton Woods del 1944 fino al 2 aprile, Liberation Day di Donald Trump.
Da allora, molti investitori non sono più così sicuri. E già solo il fatto che il dubbio si sia insinuato fa sì che il genio sia fuori dalla bottiglia: rimettercelo sarà fra l’impossibile e il difficile, lungo e faticoso. Dunque l’economia globale sta entrando in terra incognita. L’imprevedibilità e apparente carenza di logica con cui i dazi «reciproci» di Trump sono stati imposti, poi ritirati per quasi tutti, ma alzati al parossismo per la sola Cina ha improvvisamente ricordato a molti sui mercati la realtà sottostante: gli Stati Uniti non possono alienarsi i loro creditori; non possono creare in loro dubbi quanto alla competenza di chi governa, perché devono convincere quegli stessi creditori a finanziare gli enormi debiti privati e pubblici del Paese.
Una differenza rispetto all’altro mandato di Trump è che, nel giorno del giuramento, il debito pubblico era al 103% del prodotto lordo la prima volta ma al 122% la seconda; il deficit era al 3,3% e ora è al 6,3%, malgrado anni di crescita sospinta (anche) dalla finanza pubblica. Solo nel 2025, il Tesoro degli Stati Uniti deve emettere nuovi titoli per circa duemila miliardi di dollari per coprire il deficit. Deve anche rinnovare titoli di scadenza per circa ottomila miliardi di dollari. E far fronte ad altri 500 miliardi di dollari in interessi. I prestiti da raccogliere nel 2025 per il Tesoro americano, il cui volto oggi è quello del segretario Scott Bessent, arrivano dunque poco sotto al 10% del prodotto lordo della Terra. Nel frattempo la stessa amministrazione ha colpito il resto del mondo con dazi che, anche dopo la mezza ritirata di tre giorni fa, restano in media i più alti da un secolo. Una delle reazioni è stata nei Treasuries, i titoli di Stato Usa: per la prima volta hanno iniziato a comportarsi come titoli non privi di rischio.
Il rendimento a dieci anni è salito dal 3,9% del 2 aprile a un picco appena sotto il 4,6% ieri. Non era mai successo che lo spread con l’analogo Bund tedesco (scarto di rendimento) salisse di oltre lo 0,5% in così pochi giorni. Il rincaro degli interessi peserà sul costo del debito, ma pesa già sulla credibilità di Bessent: il 2 aprile aveva detto che un lato positivo dei dazi era nel calo dei rendimenti dei Treasuries che avrebbero provocato. Non stupisce che dal Liberation Day l’euro si sia apprezzato del 5% sul dollaro, cioè che il dollaro abbia perso terreno: uno spostamento immane, per un mercato così immenso. E come per i Treasuries, ad attrarre l’attenzione non sono tanto i livelli ma la rapidità degli smottamenti: quelli si sono già visti, questa no. Una teoria sul mercato, senza prove né indizi, è che la Cina abbia accelerato lo smobilizzo dei suoi 760 miliardi di riserve in Treasuries proprio per destabilizzarli.
È anche probabile che alcuni fondi abbiano venduto carta sovrana degli Stati Uniti per rientrare dai debiti. Ma ormai il precedente c’è, è autoinflitto e sotto gli occhi di tutti. La Federal reserve ieri ha detto che è pronta a stabilizzare il mercato. Ora è possibile che elimini le penalizzazioni patrimoniali per le banche americane che comprano titoli pubblici Usa, quindi presti a termini agevolati alle banche stesse perché investano su di essi. Ma è una tecnica che usava l’Italia in piena crisi nel 2011, non da sistema di riferimento della finanza globale.
Preoccupa meno invece l’ipotesi di una forte svalutazione dello yuan cinese sul dollaro: quella di 0,5% che ha già fatto l’ha portato ai minimi della sua stretta banda di oscillazione con il dollaro, è vincolato dal fatto che non circola liberamente fuori dalla Cina ed esporrebbe Pechino a un’ondata di instabilità.
L’incredibile scalata di Taylor Greene, la coach part time diventata miliardaria con i dazi di Trump
Negazionista, di estrema destra e grande oppositrice di Joe Biden la sua ricchezza personale è passata da 700 mila dollari a 22 milioni in poche settimane. L’ultimo colpo durante le tariffe imposte da Trump comprando titoli Apple e Amazon
Un’incredibile storia di scalata patrimoniale arriva da Oltreoceano. E, nel mirino, finiscono i dazi imposti dal presidente Usa Donald Trump. E il sospetto di insider trading attorno a questa operazione è un’accusa arrivata da più parti.
Nel mirino, ora, è finita Marjorie Taylor Greene: prima di entrare in politica, dichiarava di avere un patrimonio personale di 700 mila dollari, frutto dei risparmi di una vita e della sua attività di coach partime in una palestra. Poi aveva aperto una società di fitness, lasciata nel 2017.
Nel 2021 Marjorie Taylor Greene, cospirazionista e rappresentante dell’estrema destra dei Repubblicani, è stata eletta per la prima volta al Congresso come rappresentante della Georgia. Fino a pochi mesi fa, secondo OpenSecrets, noprofit di Washington che traccia il patrimonio dei politici e dei partiti, Greene aveva tra i 490 mila e 1,2 milioni di dollari. Adesso la sua ricchezza personale è arrivata a quasi 22 milioni di dollari.
L’ascesa finanziaria
La fulminea ascesa finanziaria di Greene è finita sotto la lente degli utenti sui social, che si chiedono come abbia fatto tutti questi soldi lei che ha più volte accusato l’ex presidente Joe Biden di essersi arricchito con la sua attività politica. Ma anche il Congresso vorrebbe vederci chiaro. I Democratici hanno accusato di insider trading il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che aveva invitato su Truth a comprare titoli, quando Wall Street era in ribasso, per poi far schizzare le quotazioni verso l’alto dopo aver annunciato, poche ore dopo, la pausa di novanta giorni dei dazi. Anche le persone a lui vicine sono finite nel mirino. Greene è una di loro: la rappresentante della Georgia, per rispondere alle accuse montanti, ha dichiarato di aver fatto investimenti in borsa il 3 e il 4 aprile, quando c’e’ stato il crollo azionario legato all’introduzione dei dazi. La trumpiana ha detto di aver acquistato in particolare titoli Apple e Amazon, i tecnologici che – dopo la pausa dei dazi – hanno registrato mercoledi’ un aumento rispettivamente del 12 e del 15 per cento.
In questi anni, oltre allo stipendio come rappresentante del Congresso, circa 180 mila dollari, Greene ha incassato i soldi legati ai suoi libri, ma 22 milioni di dollari appaiono troppi anche per un’autrice dal fresco successo. I Democratici promettono battaglia per scoprire come ha potuto piu’ che decuplicare il suo patrimonio. E sui social c’e’ chi dice di essere pronto a dare una mano ai progressisti per capire cosa c’è davvero dietro questa oscillazione di Wall Street, che ha colpito milioni di piccoli investitori americani e, accusano i Democratici, arricchito pochi privilegiati.
Kennedy Jr.:”Chi mangia ciambelle non merita assistenza sanitaria gratuita”
Da quando MAHA opera si è verificato un aumento delle malattie croniche negli Stati Uniti con il 60% della popolazione colpita
Robert F. Kennedy Jr., segretario della Salute e dei Servizi Umani degli Stati Uniti d’America e leader del movimento “Make America Healthy Again” (MAHA), ha recentemente dichiarato che gli americani con stili di vita poco salutari — come chi fuma, beve bibite zuccherate o consuma cibo spazzatura — non dovrebbero avere accesso gratuito all’assistenza sanitaria. “Se fumi tre pacchetti di sigarette al giorno, dovresti aspettarti che la società paghi quando ti ammali?”, ha detto in un’intervista alla CBS.
MAHA è un movimento politico che punta a trasformare la salute pubblica negli Stati Uniti, affrontando temi come le malattie croniche, l’agricoltura rigenerativa, la sostenibilità ambientale e la trasparenza del governo, anche attraverso ordini esecutivi per riformare il sistema sanitario. Tuttavia, secondo recenti dati, circa il 60% della popolazione americana soffre di malattie croniche, e il fenomeno è in aumento.
Michael Cannon, direttore degli studi di politica sanitaria del Cato Institute, ha sostenuto la posizione di Kennedy Jr., sottolineando che gli individui devono “assumersi più responsabilità personali”. Secondo lui, chi si ammala a causa di cattive abitudini alimentari non dovrebbe ricevere lo stesso tipo di cure pubbliche rispetto a chi ha condizioni congenite.
Come riportato dal Daily Mail, circa 120 milioni di americani — quasi un terzo della popolazione — ricevono la copertura sanitaria attraverso programmi governativi come Medicare, Medicaid, CHIP, TRICARE e il VA Health Care. Se le idee proposte da Kennedy Jr. venissero adottate sul piano legale, potrebbero cambiare radicalmente i criteri di accesso a questi servizi.

Trump ha fatto bancarotta quattro volte. Siamo vicini al burrone, è peggio di Lehman
Bruciata la fiducia nel dollaro, Pechino può provocare un crac vendendo miliardi di bond Usa. L’America è sull’orlo del baratro, ha un debito di 36 trilioni di dollari, pari a 12 volte quello dell’Italia
A una crisi geopolitica e a una crisi economica adesso dobbiamo aggiungere una crisi finanziaria, tale da rendere le altre molto, molto più gravi. L’istantanea inversione di marcia del presidente Trump rispetto alla versione peggiore della sua politica dei dazi – un’inversione che qualsiasi altro leader avrebbe considerato umiliante – c’è stata perché lui e i suoi sostenitori di Wall Street a metà settimana si sono accorti che i mercati finanziari americani erano sull’orlo del baratro e prossimi a un disastro in grado di superare quello del 2007-08.

Quel pericolo è stato scongiurato, almeno per il momento, perché Trump si è convinto a fare un passo indietro di qualche metro dall’orlo di quel dirupo sul quale aveva portato l’America e il mondo. Il pericolo, però, non è scomparso, l’orlo del baratro si sgretola di giorno in giorno. Il pericolo maggiore sta non tanto nei bruschi alti e bassi dei mercati azionari provocati dalla guerra commerciale di Trump, quanto nella perdita di fiducia nel debito pubblico degli Stati Uniti.
La situazione assomiglia molto alla crisi del debito sovrano dell’euro del 2010. Come nel caso dei titoli obbligazionari europei dell’epoca, i titoli del Tesoro americano sono considerati gli asset finanziari più sicuri di tutti, in quanto garantiti dal governo più affidabile. Adesso che quella fiducia è andata in frantumi, si sta prestando attenzione al debito pubblico dell’America di 36 trilioni di dollari – equivalente a dodici volte quello italiano –, all’impatto di una probabile recessione dovuta a quell’indebitamento, all’aumento dei tassi di interesse correlato e all’eventualità che l’Amministrazione Trump possa prendere in considerazione l’idea di usare il debito pubblico degli Stati Uniti e il dollaro americano come strumenti negoziali.

Oltretutto, poiché la Cina è fra i più grandi detentori stranieri di titoli del Tesoro degli Stati Uniti, il fatto che Trump ha dichiarato un vero e proprio embargo totale delle importazioni dalla Cina imponendo dazi del 125 per cento aumenta le probabilità che la Cina reagisca liberandosi dei suoi titoli americani, anche se così facendo andrebbe incontro a ingenti perdite. Avendo detto di essere disposta a combattere la guerra commerciale «fino alla fine», considera un’arma ovvia i 759 miliardi di dollari in titoli americani che possedeva alla fine del 2024.
I dazi doganali sono già un male di per sé, ma questa destabilizzazione finanziaria è un male estremamente pericoloso. I mercati dipendono enormemente dalla fiducia nella resilienza e nella buona fede delle controparti con le quali si fanno affari, molte delle quali apparivano forti a causa dei titoli del Tesoro degli Stati Uniti che possiedono. Quando gli asset sicuri iniziano ad apparire insicuri, i calcoli sulla rischiosità di tutti gli istituti finanziari inizia a cambiare, e aumentano i costi finanziari di tutti.
Proprio come il crollo della banca di investimento Lehman Brothers nel 2008 condusse a una serie di altre crisi, oggi in America potrebbe verificarsi un fenomeno simile. Per fortuna, si può ancora fare affidamento sul Federal Reserve Board che sosterrà il sistema finanziario comprando titoli del Tesoro, come fece anche la Banca centrale europea quando dopo il 2010 promise di comprare debito europeo. Peccato che la situazione caotica in cui versa il governo degli Stati Uniti implichi che il Tesoro e la Casa Bianca non siano affidabili nello stesso modo.
Occorre tenere bene a mente alcuni fatti basilari su Trump: da uomo d’affari ha presentato istanza di bancarotta quattro volte per insolvenza dei suoi debiti; di commercio internazionale e di economia non sa nulla; è piuttosto un esperto planetario di vendetta e di come usare il potere per tornaconto personale. Triste a dirsi, è capace di decidere che per l’America sarebbe bene forzare una rinegoziazione del suo debito, ed è capace di prevaricare i consiglieri che lo mettono in guardia dal farlo.
Tutto questo lascia l’America e il mondo intero davanti a tre dure realtà: quella relativa ai commerci; quella relativa alla fiducia e all’incertezza; e quella relativa al modo con il quale i vari Paesi negoziano tra di loro, a dir poco tanto importante quanto il loro modo di contrattare con la potenza più grande del mondo, gli Stati Uniti.
Per quanto concerne i commerci, la retromarcia sui dazi di Trump ha semplicemente cambiato l’etichetta che si potrebbe apporre alla sua politica, facendola passare da “disastrosa” a “fortemente dannosa”. I dazi del 10 per cento sulle merci di importazione, in vigore per i prossimi 90 giorni per tutti i Paesi a eccezione della Cina, rappresentano una tassazione tre volte superiore a quella di quando si è insediato alla Casa Bianca.
I dazi extra che ha lasciato su acciaio, alluminio e automobili stanno tuttora a indicare che la barriera doganale che sta erigendo contro le importazioni è più alta di qualsiasi altra che l’America abbia avuto in un secolo.
A essere ancora più disastrosa è l’incertezza che questa politica sta creando. Nessuna grande azienda, tanto americana quanto straniera, può pianificare serenamente di investire a lungo termine negli Stati Uniti, sapendo che i presupposti potrebbero essere modificati da Trump da un momento all’altro. L’erosione della legalità, realizzata con attacchi ai giudici e ai più importanti studi legali, aumenta il rischio di fare affari in America. Trump forse pensa che la sua politica commerciale indurrà stuoli di aziende a costruire fabbriche e stabilimenti all’interno della sua barriera doganale, ma l’incertezza e la perdita di fiducia agiscono da enormi deterrenti.
In termini sia politici sia commerciali, il resto del mondo si sta allontanando dall’America, in passato stretto alleato e mercato di primaria importanza per tutti. Come in tutti i matrimoni, un allontanamento non è necessariamente eterno, ma altera in maniera sostanziale i rapporti e lascia dietro di sé danni a lungo termine.
La terza realtà è che questo allontanamento deve essere gestito allacciando nuovi rapporti con altri. I Paesi devono cercare modi atti a creare e mantenere istituzioni multilaterali che non fanno affidamento sull’America. In ambito commerciale, ciò è abbastanza semplice, in quanto blocchi come l’Unione europea, il Mercosur in America Latina e il Partenariato trans-Pacifico in Asia esistono già e riescono a negoziare tra di loro. Pechino non sarà accolta in quei blocchi come partner a tutti gli effetti, ma i negoziati con la Cina diventeranno più lineari rispetto a come sono al momento con gli Stati Uniti di Trump, perché sarà più semplice trovare interessi comuni.
In campo finanziario, il compito è più complesso e richiederà più tempo, perché sarà difficile e dispendioso affrancarsi dal ruolo del dollaro americano di valuta mondiale di riserva e dalla centralità delle banche americane. Il compito più urgente è garantire che le nostre istituzioni finanziarie diventino abbastanza solide da sopravvivere a una crisi. Tuttavia, sul più lungo termine i vari Paesi dovranno trovare come diventare meno dipendenti dal dollaro americano e meno attaccabili dal bullismo finanziario americano. In passato, il bullismo finanziario era prerogativa di Paesi come Cina, Russia e Iran che si sentivano minacciati dalle sanzioni statunitensi. Viviamo davvero in un mondo diverso.
(Traduzione di Anna Bissanti)










