Minacce russe all’Ucraina (giocando con la storia)

Leggende mai provate, come il presunto accordo che nel 2022 Boris Johnson avrebbe impedito agli ucraini di accettare e riferimenti oscuri alla guerra con la Svezia del 1700

PAOLO MIELI

La trattativa di Istanbul ha consentito di accantonare speriamo definitivamente la diffusa «leggenda del perfido Johnson». Leggenda secondo la quale nell’aprile del 2022, a poche settimane dall’aggressione russa all’Ucraina, l’allora premier inglese, Boris Johnson, avrebbe fermato la mano di Volodymyr Zelensky mentre era sul punto di firmare un protocollo d’intesa con la Russia. Zelensky, rassegnato a restar fuori dall’Alleanza atlantica, aveva accettato che i russi tenessero per sé quel che avevano occupato. Restava da mettere a punto solo qualche marginale «dettaglio». Ma l’accordo c’era.

Nell’occasione, il gaudente inquilino di Downing Street — d’intesa con il «guerrafondaio» Joe Biden — avrebbe promesso all’ingenuo capo dello Stato ucraino armi a dismisura a patto che rinunciasse alla pace immediata. Lorenzo Cremonesi, su queste colonne, ha già spiegato in cosa consistessero i «dettagli» su cui mancava l’accordo. Una volta che Putin avesse incamerato la Crimea e gli oblast di cui si è detto, quel che restava dell’Ucraina avrebbe dovuto restare praticamente disarmato. Per di più la Russia avrebbe goduto di un diritto di veto nei confronti di qualsiasi iniziativa internazionale a difesa di Kiev nel caso in cui qualcuno avesse deciso di attaccarla nuovamente.

Strano che la delegazione ucraina si accingesse a sottoscrivere un trattato del genere, ma tutto è possibile. Aspettiamo che tra qualche anno le carte d’archivio ci dicano se è una panzana o qualcosa che quantomeno si avvicina alla verità. Resta però un dubbio: se quel protocollo d’intesa è realmente esistito e gli ucraini erano sul punto di sottoscriverlo, non si capisce perché alla fine della scorsa settimana — ora che Johnson e Biden sono scomparsi all’orizzonte e alla Casa Bianca siede un estimatore di Putin — le due delegazioni non siano ripartite da quel documento. Mistero.

Restando in campo storico, ci è rimasto impresso un altro dettaglio: prima di chiudere l’incontro con gli ucraini, il capo della delegazione russa, Vladimir Medinskij, ha minacciato gli interlocutori sostenendo che il suo Paese è pronto a battersi «per tutto il tempo necessario» alla maniera in cui ha «combattuto la Svezia per ventuno anni». Si è poi fatto intervistare dal conduttore di talk Evgenij Popov per chiarire meglio quel riferimento alla Svezia. Si rifaceva, Medinskij, a fatti di trecento anni fa, più precisamente alla Grande Guerra del Nord che in effetti si protrasse per ventuno anni, dal 1700 al 1721. 

Anche allora (circostanza che dalle parti di Mosca è considerata irrilevante) era stata la Russia, guidata da Pietro il Grande, a muovere all’attacco. O, meglio, ad aggredire (assieme ad altri) la Svezia sul cui trono sedeva dal 1697 il diciottenne Carlo XII. Contavano, gli aggressori, sull’inesperienza del giovane sovrano, il quale, invece, mostrò un’inattesa capacità di reazione, contrattaccò e mise più volte i russi in difficoltà. Anche a quei tempi parte del conflitto si combatté in Ucraina: tra il 1707 e il 1709, a Poltava. Battaglie che causarono gravi perdite all’esercito svedese. Però poi Carlo XII fu in grado di riprendersi, tant’è che lo scontro armato durò ancora a lungo.

Medinskij ha raccontato a Popov che «pochi anni dopo l’inizio di quella guerra» Pietro aveva offerto la pace agli svedesi in cambio della sola San Pietroburgo (e dintorni). Città, ricordiamolo, fondata, nel 1703, tre anni dopo l’inizio dell’aggressione alla Svezia, e proclamata capitale della Russia nel 1712, mentre il conflitto era ancora a metà strada. I libri di storia sono parchi di dettagli su questa offerta di pace che assomiglia moltissimo a quella di cui si è detto all’inizio. Ancor più perplessi ha lasciato gli studiosi un altro particolare su cui Medinskij ha insistito con Popov. Particolare che al «negoziatore» appare come «la cosa più divertente», cioè che — allora come oggi — Carlo XII fu sostenuto nella sua «folle» impresa da Francia e Inghilterra. A fianco di re Carlo in realtà si schierarono, secondo i manuali di storia, l’Holstein-Gottorp, la Confederazione polacco-lituana, una fazione dell’Etmanato cosacco, l’Impero ottomano, il Khanato di Crimea. Francia e Inghilterra ebbero un ruolo per così dire più defilato. Ma tant’è.

Da parte degli storici è stato, invece, per secoli oggetto di approfondimento un particolare omesso da Medinskij: la misteriosa morte, nel 1718, di Carlo XII. Si è ancora incerti sull’identità di chi fu a sparare il proiettile che perforò il cranio del sovrano intento a ispezionare le truppe che cingevano d’assedio la fortezza di Fredriksten in Norvegia. Qualcuno ha ipotizzato che a premere il grilletto non sia stato un «nemico». Non c’è traccia che ricongiunga quel proiettile a Pietro il Grande. In ogni caso dopo l’uccisione del re svedese la situazione precipitò (anche se ci vollero comunque quasi tre anni prima che la Svezia fosse costretta a scendere a patti e a firmare il trattato di Nystad, cioè la pace con la Russia). 

Forse il richiamo di Medinskij alle vicende di tre secoli fa, arricchito da richiami ad analogie con l’oggi, serviva, nelle intenzioni dell’emissario di Putin, a indicare la via che il suo capo intende seguire: protrarre il conflitto fino a quando qualcuno non si incaricherà di far uscire di scena Zelensky. Non necessariamente come fu fatto con Carlo XII. Ma eventualmente anche in quel modo.