«Con Vasco ci siamo fatti una canna ad Amsterdam. A scuola stavo male, l’odio degli haters l’ho messo in fattura»
Ospite nel podcast di Gianluca Gazzoli, ha parlato della sua vita. Dalla carriera nata provando a fare il cantante lasciando la forneria del padre, agli scontri con Linus («Per un anno mi ha mandato via da Deejay, discutiamo, ma spesso ha ragione lui») agli scontri con Salvini e Fedez sino alla paternità:«Il dolore per la morte di mio padre ogni tanto ritorna, ma ogni giorno scopro di essere diventato come lui: è una cosa affascinante».
Luca Bertelli per
In quasi due ore di intervista, Fabio Volo si è raccontato a cuore aperto a Gianluca Gazzoli nel suo podcast “BSMT” partendo dalle sue origini sino all’ultimo libro, passando per le esperienze professionali e personali che hanno segnato la vita del bresciano, all’anagrafe Fabio Bonetti.


«Io non avevo il talento di Valentino Rossi o Alex Del Piero che mi indicasse la strada – ha detto – io volevo fare il panettiere, non volevo fare questo, ma a un certo punto ho seguito un sentire: mi sono buttato, è un atto di coraggio. Non ho scritto un libro autobiografico (si riferisce a “Balleremo la musica che suonano”, una frase che gli ripeteva spesso il padre, ndr) perché non credo di avere una vita così interessante, ma ho scritto una testimonianza. Quando a 16 anni ho iniziato a leggere i libri che hanno cambiato la mia vita, da Dante a Dostoevskij fino a Hesse, avevo paura a fare quel “salto”: era scritto in quelle storie ma non avevo esempi nella vita reale che avessero fatto altrettanto. Lì è stato il mio coraggio, è un’azione del cuore e non della testa: se ci pensi ti vengono mille paure, hai tutto da perdere. Però a me è andata bene come era scritto in quei libri, ho voluto così scriverne uno in cui empiricamente raccontare una testimonianza, la strada che ho fatto, per aiutare le persone. Ho parlato del mio percorso. C’è chi dice di essersi ritrovato anche in questo libro e non me lo aspettavo».
Legatissimo alla radio («Non potrei rinunciarci, è l’unica cosa lavorativa a cui sono realmente legato ma non mi costa fatica, ho per lei un amore spropositato»), il successo letterario – questo è il quattordicesimo libro- lo ha sorpreso: «Se penso a 8 milioni di persone che mi hanno letto, è come avere 100 volte San Siro pieno. Sono stato anche fortunato perché ho vissuto l’epoca del boom dei libri. Iniziò tutto per caso, in realtà: avevo fatto un incidente con la Vespa a Riccione, non avevo niente da fare e ho scritto il mio primo libro mettendo insieme tutte le cose che avevo appuntato: ho messo sedici anni di appunti in quel libro, poi il secondo è andato meglio del primo, a un certo punto ogni libro vendeva il doppio del precedente. Quando ebbi il libro in mano, andai nel parcheggio della Mondadori con la 124 di mio nonno: mi sembrava che lui e mio padre fossero lì con me e iniziai a piangere, mi sembrava di aver scalato una montagna. Quando mi siedo davanti al pc a scrivere un libro non ho sicurezze, quando facevo il fornaio sapevo quali e quanti ingredienti mettere. Adesso lavoro con l’invisibile: non ho ricette».
Volo spiega, tra il serio e il faceto, «di aver fatto tante cose perché ero a un passo dalla mediocrità e non veramente bravo in una». E poi racconta tutto il suo percorso. A partire dalla scuola, con la quale ebbe un rapporto conflittuale: «Dopo la terza media fino ai 20 anni ho lavorato con mio padre, non ho proseguito, non avrei fatto nemmeno le medie se avessi potuto: la scuola l’ho vissuta come un carcerato che aveva otto anni da dover scontare. A scuola stavo male fisicamente, avevo mal di pancia, mi veniva la febbre: io fino a 5 anni aiutavo mio padre nelle sue consegne ed era come se la scuola mi avesse separato dalla mia famiglia. Per anni sognavo ancora la notte di dover andare a scuola, invece andavo a lavorare in forneria alle 4 e mi sentivo fortunato. Il lavoro è stato una scuola incredibile, ero un semi adulto nel mondo dei ragazzini, invece delle interrogazioni io al mattino avevo il rappresentante o il notaio in negozio. E, mentre facevo il panettiere, iniziavo la mia seconda vita da pr. Il venerdì stavo in discoteca fino alle 2 poi alle 4 ero in negozio, mi bastava un caffè o una doccia, ero il ragazzo del karaoke di Brescia. Andavo sempre in un bar, mi presi in affitto una tastiera con i dischetti che facevo finta di suonare: io sapevo in realtà solo cantare. Le persone nel bar facevano delle richieste, io spesso non avevo quella canzone già impostata e prendevo delle scuse…l’arte dell’arrangiarsi».
Così diventò cantante: «Mi ha chiamato una casa discografica di Brescia, la Media Records. Scrissi una canzone chiamata Volo, la casa discografica era davanti alla tangenziale…andai a Castrocaro con Pippo Baudo in giuria, un trauma. In discoteca arrivavo a cantare alle due in playback, mi insultavano, tornavo a casa piangendo, durò 6-7 mesi. Ma non potevo tornare indietro, la città è pronta che ti aspetta col fucile se fallisci. Poi sono andato a Verona a Match Music, da lì ho fatto un programma su Rai Radio 2 con Andrea Pelizzari e lì Le Iene ci contattarono per un provino. Mi presero e da lì è cambiato tutto».



Il grande successo iniziò lì, ma la scelta di lasciare Brescia portò a delle frizioni con suo padre che sono state poi superate: «Fu molto difficile dirgli che andavo a fare il cantante, a Brescia non è neanche considerato un lavoro: sono andato all in, ma per farlo devi per forza deludere le persone che ami fin quando poi le cose vanno bene. La ferita resta sotto il piede, è come quando ti separi. Ci sono delle scelte delle quali senti la ferita sotto il piede e ogni tanto ti torna su quel dolore: a me è successo per tanti anni per questo distacco da mio padre, non avevo neanche un approdo sicuro, non è che andassi a lavorare in officina. Inconsciamente era anche come dire “Io sono meglio di voi, ho bisogno di uno spazio più grande”: passi pure per presuntuoso se, come nel mio caso, non hai nemmeno particolari qualità. Poi passi per coraggioso ma all’inizio sembri presuntuoso. Mio padre penso non abbia mai visto Le Iene, forse c’era un po’ di dolore ma poi abbiamo chiarito. Per mia madre l’importante è che io fossi felice. Quando diventi famoso, spesso la famiglia si attacca a quella luce mentre nel mio caso non è successo. Non hanno mai fatto le vacanze neanche dopo, non hanno voluto macchine da me: loro avevano la loro dignità e non hanno voluto cambiare vita, avevano i debiti con le banche ma si sono sempre fatti in quattro. Era più un’esigenza mia che loro voler regalare qualcosa: mio padre è un bresciano pragmatico, non capiva la differenza tra una penna normale e una Mont Blanc». Il padre di Fabio Volo, anche dopo la morte, resta una figura centrale: «Ci siamo chiariti su tutto, mio padre ora non c’è più: penso di non essere andato in radio per un giorno e basta, ma ero molto provato. La morte di un genitore fa più male quando la pensi, quando succede c’è una specie di bolla dove sei stordito e non senti il dolore anche se piangi: sono stato male dopo, ogni tanto quel dolore torna su. Questo rapporto con mio padre non è mai finito, capisco e conosco ora delle cose di lui dopo aver avuto dei figli. Il mio legame con loro è finito fisicamente, ma resta eterno: l’energia dell’amore non ha nulla a che fare con lo spazio e con il tempo, è così anche con una persona morta. Questa nuova scoperta di mio padre, che ogni giorno aumenta, è affascinante. Tutte le cose che ho odiato di mio padre adesso le ho praticamente tutte: ho preso i suoi difetti che non sopportavo».
Le Iene restano il punto di svolta della sua carriera: «Erano parte di una tv diversa con progetti e soldi, il potere politico era meno aggressivo e invadente e violento di adesso. Berlusconi era sceso in campo, ma noi potevamo fare i servizi contro di lui o Forza Italia. Oggi c’è tanta censura perché una cosa che va in tv finisce sui social ed è per sempre e ti torna, come accade ora a Salvini. Prima le interviste, se non le vedevi, non esistevano. La politica una volta era fatta da persona che avevano fatto un percorso con i loro valori: Berlinguer e Almirante, pur agli antipodi, si rispettavano. Con il passare degli anni, se un ragazzo ha capacità, non va in politica: si è riempita di gente che non sa cosa fare. Come quando io non sapevo cosa fare e facevo la stagione estiva. Molta gente è in parlamento e non sembra interessata. Poi c’è la sindrome del tifoso anche per chi segue la politica, come per la squadra del cuore. Io vengo da un quartiere dove dei ragazzi andavano nei centri sociali e altri andavano nella sede del Fronte della gioventù, io andavo all’oratorio e avevo un nonno fascista e uno comunista. L’ideologia ti offusca la formulazione del pensiero, se devi fare un ragionamento e ci infili l’ideologia non sei più un uomo libero come io voglio essere».
Milano, e la radio, fanno anche parte del rapporto tormentato con Linus, ora alla guida di Radio Deejay e tra i migliori amici di Volo dopo qualche incomprensione: «Dopo un paio d’anni alle Iene iniziai a Deejay: non conoscevo Linus, mi aveva invece conosciuto Savino che era un autore delle Iene e con il quale avevo incontrato a Radio Capital, che nasceva da una costola proprio di Deejay. A Milano avevo un appartamento sui Navigli, costruito facendo i buchi nel muro con il mio amico Omar Pedrini: era una casa rock and roll con la cucina gialla e la camera rossa, al posto del divano avevo due amache perché non volevo che la gente si fermasse a dormire da me. Lo stereo era nel carrello della spesa per poterlo spostare. Venne Fiorello ma c’erano anche delle belle ragazze, quando diventi famoso anche il Gabibbo ha successo. Fu Nicola a propormi a Linus, c’era scetticismo verso di me: mi fece fare un programma all’Aquafan, una specie di provino, la trasmissione si chiamava il Volontario da dieci a mezzanotte. Io e Linus abbiamo due personalità che tendono a discutere tanto, poi alla lunga capisci che sono quelle con cui vai più d’accordo. Io adesso con lui non ho difficoltà, è venuto a trovarmi a New York, oserei dire che siamo amici. Se a me serve un favore so che lui lo fa: è una sorta di amore guadagnato, riconosco che su tante discussioni lui aveva ragione. Sono sempre stato anche uno antipatico, fissato sulle sue cose: ma se non hai un talento devi avere un metodo e io mi sono appoggiato su quelle. Sono stato via dalla radio per un anno, gli avevo detto quello che pensavo, invece dopo ci siamo ritrovati. Era un momento difficile per la mia vita professionale, due o tre anni sono stati pesanti, non stavo bene emotivamente: ero nervoso, litigavo anche all’aeroporto o con i poliziotti».
Poi, è arrivata anche la meditazione a cambiarlo: «Ho fatto il cammino di Santiago, insieme ai miei figli e alla mia ex moglie (erano già separati, il viaggio risale a due anni fa, ndr) sono stato un mese con gli sciamani in Messico e nella foresta amazzonica: si dorme nelle capanne con loro dentro la foresta, i bambini si sono divertiti un sacco. Io ho fatto il corso di meditazione vipassana: per 10 giorni non puoi scrivere, leggere, parlare, guardare la gente negli occhi. Ti svegliano alle 4.30 con il gong, nessuno ti parla, vai un’ora a meditare, fai colazione, ceni alle 17 e alle 20 vai a dormire. Non c’è niente, sei solo tu, è pesante: puoi parlare solo con gli assistenti, una roba da matti, volevo andare via dopo due giorni ma dal terzo è cambiato tutto. Io adesso, diciamo dai tempi del Covid, mi sveglio la mattina e la prima mezz’ora la dedico alla sacralità della vita, meditando e pregando. Poi tiro su la tapparella e inizia la vita».
Da single, adesso. Ma con i due figli e l’ex compagna sempre al centro: «Se vuoi essere l’idea di te stesso non cambi, se vuoi essere te stesso cambi sempre: ho cambiato idea tante volte, anche sul matrimonio, non è incoerenza, ho maturato negli anni altre informazioni. La persona giusta non esiste, la persona giusta la fai diventare giusta te. La madre dei miei figli è islandese, salgo da lei tutti gli anni a Natale anche se siamo separati: resto lì dieci giorni. Quando sono nati i miei figli, ho smesso con la tv e il cinema per passare tanto tempo con loro: per me è importante. Quell’età lì vola, io voglio stare con loro: adesso che il primo ha 11 anni, ho rimesso il cinema nei miei orizzonti e magari in futuro tornerò a fare la tv. L’ho sempre fatta con amici, per me andare all’estero con loro a fare programmi tv era il massimo della vita. L’obiettivo della serata era non ubriacarsi. Ho sempre proposte, potrei tornare in tv anche domani mattina se volessi. Adesso però abbiamo appena finito la sceneggiatura di un film nato da un mio libro».



Lunga e interessante la digressione sul suo rapporto con gli haters, dato che Volo è molto amato ma anche molto odiato da una fetta di italiani. «Io venivo da una famiglia che non era in guerra con nessuno. Quando è arrivata la “guerra” non ero preparato, non avevo gli strumenti e non capivo perché la gente dovesse insultarmi. Non era un libro di scuola il mio, ci sono 60 mila libri, questo accanimento verso di me non lo capivo. All’inizio ci rimanevo male, ora la benedico: le difficoltà e i momenti difficili sono lì per te. Peraltro l’attenzione di chi mi odiava mi ha permesso di fare bingo e di aumentare anche le vendite. Quell’odio in qualche modo l’ho messo in fattura e adesso sono più consapevole di me e più emancipato. L’Italia è un mercato piccolo, si è convinti che non ci sia spazio per tutti. Così tante persone, per fare bene il loro lavoro, devono reprimere. Da adolescente, per creare la propria identità e per dire chi sei, devi dire cosa odi e cosa non ti piace. Come quelli che ti dicono che non ascoltano Ramazzotti, che il film di Sorrentino è banale…”. Segue quasi uno sfogo sulla cultura italiana: «Se tu sei Lapo e fai video della Ferrari non succede niente, se lo faccio io di estrazione popolare mi vengono magari a dire che c’è gente che non arriva alla fine del mese. Se Bonolis va in Sardegna con l’aereo privato gli rompono le scatole, se lo fa Gianluca Vacchi non gli dice nulla nessuno. Se qualcuno cambia la propria estrazione sociale con le proprie abilità e il proprio lavoro, significa che si può fare, che ricchi si può anche diventare, che ce la puoi fare. La gente è come se ti dicesse: “Non mi dire che sono un incapace, non mi far credere che nella vita esista la possibilità, fammi credere che nella vita o sei fortunato o sei sfortunato”. Quando queste cose si mettono insieme, esce il fenomeno degli haters. Tra l’altro questa gente, quando commenta, ha un valore così basso di se stessa che pensa che al diretto interessato le sue critiche entrino da una parte e escano dall’altra: quindi alla fine è tutto un insieme di pochezza. Questa è una cosa molto italiana, legata anche alla cultura cattolica: in America è l’opposto, se fai successo partendo dal nulla la gente è contenta per te, il sogno americano è proprio questa cosa qui. Se c’è chi in macchina mi scrive via whatsapp “Sei un coglione”, durante Il Volo del Mattino, è evidente che sia un progetto suo della vita: potrebbe cambiare stazione radio, invece è evidente che quel fastidio gli smuova qualcosa”.
Poi, il rapporto con i social: «Ho una pagina Facebook da un milione e passa di follower, ma non la uso perché non mi ricordo la password ed è collegata a una mail che non ho più. Mi dicono che uso male Instagram, ma io non ho criteri: passo dai post pro Palestina ai bagni al mare con i figli. Se sto bene con i miei amici non penso a tirar fuori il telefono. Mi hanno chiesto di aprire un profilo Tik Tok, ma da qui in avanti è roba dei miei figli: io continuo a giocare il mio sport. Sono l’unico che è riuscito a mettere d’accordo tutti i politici perché litigavo con tutti. La più pesante è stata con Salvini un anno in diretta, poi Adinolfi, poi ancora con Salvini sui social. Ho avuto poi una shitstorm con Ariana Grande e una con Fedez perché faceva beneficenza con la Lamborghini dando mille euro alla gente che teneva per la telecamera. Per me, che ho vissuto in una famiglia che aveva debiti, era un po’ come dire: “Morto di fame, mangiati la crosta della pizza”. Se succedeva nella mia panetteria usciva sfondato, non puoi essere così scollegato dalla vita da non pensare che una persona non abbia una dignità. Per me fu uno squallore: vuol dire che sei così preso dalla tua roba che non capisci che c’è un essere umano dall’altra parte. Si risentì, poi io e lui ci siamo scritti su Instagram, se ci vediamo per strada ci salutiamo. Io vado giù di testa quando un essere umano lo valuti in base a che passaporto ha, che colore ha, che estrazione sociale ha: su questa cosa mi accendo anche adesso».
Chiusura finale, divertente, sul suo ruolo di doppiatore in Kung Fu Panda: «Mi inorgoglisce perché per i compagni dei miei figli è importante. Non pensavo diventasse una saga. Io non ho fatto dizione, mai niente, non ho fatto nemmeno il provino, il problema è che la prima la facevo con l’accento bresciano e poi dovevo rifarla in italiano…Kung Fu Panda in realtà è la storia della mia vita, anche a me dicevano “Ma dove vai? Fai i ravioli…”, io sono andato nel mondo con il suo stesso entusiasmo, sono diventato un Guerriero Dragone con i miei limiti, è il mio film autobiografico». E sull’idolo di sempre, Vasco Rossi: «La prima volta lo vidi a Radio Capital, sembrava una cosa da Grande Fratello. Due o tre anni più tardi, fece un concerto ad Amsterdam: andai a vederlo e dopo andammo insieme in un coffee shop a farci una canna. Con lui mi succedono cose assurde, ci siamo piaciuti all’inizio: non siamo forse amici ma c’è amore tra di noi, ho fatto anche un compleanno a Los Angeles con lui. Ho portato Dustin Hoffmann in giro per Roma, mi è capitato di essere a cena con Di Caprio a New York, con Paris Hilton, ma l’emozione di Vasco resta unica».






Si chiama «The Riff. Hi-Fi Restaurant & Cocktails» ed è la scommessa «gastro-musicale» di tre amici di sempre: Fabio Volo, Benny Benassi ed Ezio Burani: «Volevamo unire dell’ottima cucina e musica di livello in un ambiente familiare, dentro a una città piccola che, però, ha molto da offrire. E dove tradizione va al passo con innovazione»
Esiste un posto, a Reggio Emilia, dalle spiccate atmosfere newyorkesi. Un salotto musicale con affaccio sulla centralissima piazza san Prospero dove si sperimentano nuovi sound e menu di qualità. Tutt’intorno, sulle pareti e nelle importanti librerie che arredano il locale, campeggiano vinili cult, quelli che hanno segnato la storia della musica mondiale: Rolling Stones, Queen, Blondie, Michael Jackson, David Bowie, Daft Punk, Madonna, Lou Reed per citarne soltanto alcuni. Questo posto, per tutti «The Riff. Hi-Fi Restaurant & Cocktails», è una realtà che nasce dall’idea di tre amici di vecchia data: Benny Benassi, dj di fama internazionale, l’imprenditore Ezio Burani e Fabio Volo, scrittore, attore, speaker radiofonico. Insieme ci hanno spiegato la genesi e la filosofia di un concept che, pur restando a Reggio Emilia, sembra catapultare i clienti in una New York anni Settanta/Ottanta.
Come è nato «The Riff»?
Fabio Volo. «Come spesso accade con le cose più belle, da una chiacchierata tra amici, ispirata dai nostri viaggi e dalle esperienze condivise. Volevamo creare un luogo dove la musica fosse la vera protagonista, dove ogni piatto raccontasse una storia e ogni cocktail avesse la sua anima. L’obiettivo era unire cucina e musica in un ambiente accogliente, in cui sentirsi a casa fin da subito. In fondo, è un sogno nato tra risate, buon cibo e la passione che ci accomuna».
Perché in una città «defilata» come Reggio Emilia?
Benny Benassi. «Reggio Emilia è sì una città di provincia ma, come molte altre in Italia, è un piccolo tesoro nascosto, forse meno conosciuto. Proprio per questo rappresenta una sfida interessante per noi. Reggio è un luogo dove la tradizione si mescola con l’innovazione. Volevamo portare qualcosa di diverso in una città che ha tantissimo da offrire, ma che spesso non viene valorizzata come meriterebbe. La nostra scelta è stata quella di allontanarci dalle convenzioni e dimostrare che anche qui si possono realizzare progetti audaci e sorprendenti».
Pensate che possa essere la prima di una serie di altre città?
Ezio Burani. «Per il momento ci concentriamo su questo, ma chissà… Potrebbe essere solo l’inizio. Sarebbe fantastico far crescere il nostro progetto, portarlo altrove e creare una rete di Riff che faccia vibrare il cuore di chi ama il buon cibo e la musica di qualità. Del resto, viaggiare è una delle nostre passioni».



Benassi, Burani, Volo (in rigoroso ordine alfabetico): che trio è?
Risposta congiunta. «Benassi porta l’energia della musica, Burani le esperienze di branding vissute in vent’anni di lavoro e vita a New York, e Volo… Beh, Volo è il sogno che prende forma. Con il team manageriale dei Montanari a fare da colonna portante, grazie alla loro trentennale esperienza nella ristorazione, possiamo dire che abbiamo una squadra che sa come far divertire e sorprendere. Siamo come una band: ognuno suona il proprio strumento, ma insieme facciamo la differenza».
In un settore tanto presidiato, che cosa si intende per «nuovo concetto di ristorazione»?
Benny Benassi. «Per noi il “nuovo concetto di ristorazione” è un’esperienza a 360 gradi. Non si tratta solo di mangiare, ma di vivere un momento speciale. La musica — che sia jazz, funk, rock o Italo Disco — accompagna ogni piatto, creando un’atmosfera esclusiva nel senso di unica, incomparabile. Ogni cena ha la sua colonna sonora. E poi ci sono le serate a tema con chef ospiti, dove anche la musica cambia e si adatta all’esperienza culinaria».
Chi cura il menu in cucina?
Fabio Volo. «La proposta gastronomica è nelle mani del team di Simone Sarchiolla che, con Madda Vivaldi in sala, assicura un servizio costante ogni sera. Sono tutte persone che condividono la nostra passione. Le ricette sono un mix tra tradizione e innovazione, con tocchi internazionali che ci derivano dai nostri viaggi e che, poi, trasferiamo al team. L’originalità non manca mai».
Ogni quanto cambia la carta?
Ezio Burani. «Ogni 4 mesi circa, con le stagioni insomma e segue l’ispirazione del momento. Se troviamo un ingrediente particolarmente buono, lo inseriamo subito nella carta. Ci piace sperimentare con i sapori e sorprendere sempre i nostri clienti».
Sostenibilità e territorialità: quanto contano per voi?
Benny Benassi. «Cerchiamo, quando è possibile, di usare ingredienti locali. Vogliamo rispettare l’ambiente supportando i produttori della zona. Per noi la qualità del cibo passa anche attraverso scelte consapevoli».
Vini e cocktail: qual è la proposta in tal senso?
Benny Benassi. «La selezione di vini racconta la nostra storia: etichette locali e di qualità, scelte con cura. I cocktail, invece, sono un vero viaggio: dai classici rivisitati a creazioni uniche che si abbinano perfettamente ai piatti. Ogni sorso è una scoperta. Abbiamo, inoltre, da poco avviato una collaborazione con la cantina Pietraluce Franciacorta e creato insieme il vino etichettato Riff. Si tratta di un Franciacorta Blanc de Blancs con affinamento sui lieviti di 24 mesi e dosaggio zuccherino minimo. La finezza e la freschezza sono le sue caratteristiche principali».
In che modo Benassi, Burani e Volo entrano nella gestione ordinaria del locale?
Risposta congiunta. «In questa avventura ognuno di noi ha il proprio ruolo, anche se non ci siamo sempre fisicamente. Il team di gestione e in sala sta facendo un ottimo lavoro al ristorante. Ci piace interagire con i clienti e partecipare agli eventi speciali. Siamo qui per dare quel tocco personale che rende ogni serata diversa da tutte le altre. Abbiamo in programma eventi dove saremo presenti per condividere la nostra passione con tutti. E, ovviamente, divertirci per primi».
Come viene gestita la consolle?
Fabio Volo. «Intanto va detto che la consolle è il vero cuore del Riff. I nostri dj, come ama chiamarli Benny, sono anche attenti ricercatori appassionati di vinili. Scelgono la musica in base all’atmosfera della serata, l’interazione con i clienti viene naturale: è fantastico quando chiedono ai dj suonare i dischi esposti all’interno del locale».
Chi sono i «selezionatori a sorpresa»?
Benny Benassi. «Artisti che invitiamo per rendere la serata ancora più speciale. Non si sa mai chi salirà in consolle, il che è spiazzante ed elettrizzante allo stesso tempo. Crea mood».
Il vinile «acchiappa» ancora?
Benny Benassi. «Assolutamente sì. Il vinile ha un fascino senza tempo e le copertine aggiungono tanta personalità al locale». « Che — aggiunge Burani — si rifà all’arte di Tannenbaum: New York anni ’70-’80 in una Reggio Emilia anni (quasi) 2030. Portare un pezzo di New York a Reggio Emilia è stata una sfida che ci ha entusiasmato fin dall’inizio. Allan Tannenbaum (Shohoblues) è un amico e abbiamo voluto condividere un po’ di ciò che lui ha vissuto e visto. È una scommessa, perché stiamo riesumando immagini che magari sono state dimenticate. Rischioso? Certo, ma ogni progetto lo è. E noi siamo qui per correre, sognare e realizzare qualcosa di speciale. Ci crediamo».




